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La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

2     TREVI ALLA FINE DEL QUATTROCENTO

 

 

(Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 11 a 19)

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<11>

Scrivere la storia del grandioso santuario della Madonna delle Lagrime, non è solo illustrare un episodio dello sviluppo delle arti nella nostra regione, ma è anche rievocare le condizioni politiche, sociali e religiose di quei tempi, per noi ora quasi incomprensibili.

Siamo alla seconda metà del secolo XV, epoca di transizione, di rivolgimento in tutte le manifestazioni della vita civile; epoca nella quale — dice Lodovico Pastor — tutto era in fermento nel campo politico e sociale, come in quello artistico e religioso, preludendo così allo spuntare di un nuovo periodo della storia d' Italia.

E del grande rivolgimento che si maturava, anche nel modesto ambiente del nostro comune si ripercuotevano e si diffondevano le ondate rinnovatrici. Poiché anche in questo piccolo mondo tutto si orientava verso la nuova era, mentre in Italia si diffondeva l'umanesimo, nel campo letterario ed artistico: e mentre l'Umbria, sempre turbolenta, risentiva anche nei suoi angoli più remoti le convulsioni delle lotte intestine, delle rivalità tra comune e comune, tra cittadini serrati entro le stesse mura.

* * *

 

Pochi anni prima degli avvenimenti religiosi di cui parlerò gran parte della regione era in subbuglio. E Todi prima, Spoleto poi, ed infine Città di Castello dovettero subire la repressione severa del cardinale Giuliano della Rovere (poi Giulio II), che nel 1474

 

<12> inviato nell'Umbria dallo zio Sisto IV, ridusse alla obbedienza della Chiesa quelle città ribelli e sediziose.

Trevi non era direttamente coinvolta in quei fatti memorabili nella storia dell'Umbria; ma non si lasciò sfuggire l'occasione per sfogare il suo rancore contro la vicina Spoleto, che le contendeva il possesso del castello di S. Giovanni, situato sui confini dei due comuni. E fu così che i trevani, con quei di Foligno, di Bevagna, di Camerino e d'altri luoghi accorsero a frotte contro la città sottomessa e li furono tra i più accaniti saccheggiatori; senza lontanamente sospettare che, circa quarant'anni dopo, nel 1513, gli spoletini avrebbero di ciò tratta vendetta crudelissima, venendo in armi con circa diecimila uomini nel territorio di Trevi. dove le devastazioni e le stragi furono spietate e sanguinose.

E come con Spoleto, così con Foligno per una rettifica di confini, con Montefalco per una derivazione di acqua dal pacifico Clitunno, Trevi nutriva contro le sue vicine inimicizia e dispetto; e le ostilità erano continue e reciproche. Onde si vide che, per combattere i nemici esterni, si quetavano e scomparivano quasi del tutto quelle guerre civili tra Guelfi e Ghibellini, che negli anni più remoti avevano funestata la nostra piccola città come tutto il resto d'Italia. Ma è da notare che a Trevi mai sorsero discordie per il parteggiare del popolo per 1' una o per l'altra famiglia, come altrove avvenne di frequente ed a lungo. A Trevi le discordie furono tra Guelfi e Ghibellini, tra gentiluomini e popolani, non mai tra i seguaci di una o di altra casata. Poiché in Trevi nessuna famiglia cerco mai il predominio a danno dei suoi concittadini; ed ogni affermazione in contrario non è attendibile.

Ciò nonostante, per più secoli, diedero al comune gli uomini più rispettati e più utili le famiglie dei Manenteschi, dei Natalucci, dei Petroni, dei Lucarini, dei Lelii, degli Origo, dei Lambardi, dei Valenti ed altre; le quali tutte gareggiavano nel migliorare le loro condizioni intellettuali ed economiche e nel dedicare l'opera loro al bene della patria, così frequentemente travagliata da sventure di ogni genere.

Poiché guerre e saccheggi si alternavano con le inondazioni della poetica valle umbra, alle falde di Trevi, e le epidemie decimavano le popolazioni stremate da tanti infortuni. Onde deserte le campagne, negletta l'agricoltura, malsicura la città.

* * *

 

<13>     Ma con tutto ciò, in mezzo a tanto agitarsi di uomini, in mezzo a tanto scatenarsi di elementi avversi, metteva radici profonde e cresceva rigoglioso e grande il genio del Rinascimento, che da Firenze e da Roma irradiava tanta luce di civiltà sull'Italia, sull'Europa, sul mondo. Ed ecco perché anche nella piccola Trevi, come in mille altre città sorelle, si risentiva il benefico influsso delle aspirazioni ad una nuova vita d'intellettualità e di progresso, che le arti e le lettere avrebbero sollevato a nuova dignità per quanto le aberrazioni dell'umanesimo paganeggiante dovessero talora farle deviare dal retto e dignitoso sentiero.

Di questo insinuarsi della civiltà nuova anche nei piccoli centri è indice sicuro e significativo il sorgere in Trevi di una tra le prime tipografie italiane. Fu nel 1470 che a Trevi, dopo Subiaco, Roma, Milano e Venezia, artisti tedeschi portarono, l'arte tipografica, che trovo subito incoraggiamento ed aiuto in alcuni dei migliori cittadini, che, animosi, e intelligenti diedero alla nuova impresa sussidio validissimo di collaborazione e di denaro (1).

In pari tempo i fedeli provvedevano a migliorare ed abbellire le chiese trevane. E un Martino di Marco, da Venezia, lavorava all'ampliamento di quella del patrono, S. Emiliano, ed all'altra, francescana, di S. Martino. Ed intanto la pietà dei devoti ricopriva di affreschi dell'adorabile scuola umbra le pareti delle chiese di S. Francesco, di S. Emiliano, di S. Maria di Pietra Rossa. A questa epoca, infatti, cioè alla seconda meta del '400, rimonta il maggior numero delle pitture, che ancora in gran parte si conservano, specialmente in quest'ultima chiesa. Molte di esse — oltre che della fede dei committenti — sono documento parlante delle terribili epidemie che funestarono l' Umbria — come gran parte d'Italia — per oltre due secoli, dal 1348 in poi.

 

* * *

 

Poiché nella bella Penisola era tutto un rifiorire di lettere e di arti. Ma lo splendore delle corti, la magnificenza mondana dei principi, dei papi e dei cardinali, si alternavano per tragica ironia con l'imperversare delle pestilenze violentissime e lunghe, frequenti e distruggitrici.

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(1) Cfr. T. Valenti, Per la storia dell'arte della stampa in Italia. La più antica società tipografica: Trevi Umbria 1470, in «La Bibliofilia». Anno XXVI. Luglio-Agosto 1924. Dispensa 4a-5a. Firenze. Leo S. Olschki, Pag: 105 ss.

Vedi anche: La tipografia di Trevi e i suoi incunaboli, qui interamente riprodotto.

 <14>Appena si credeva debellata in un luogo, la peste, malamente combattuta e perciò mai vinta del tutto, tornava a divampare in altri spaventosi focolai.

Ed è incredibile come e quanto il morbo infierisse anche nella nostra Trevi e nelle frazioni del suo comune. I priori che reggevano la cosa pubblica non sapevano come arginare tanto flagello, e non trovavano rimedio più efficace che chiudere le porte della città affinché i trevani non uscissero, i forestieri non entrassero. Ma tutta la cura degli ammorbati era affidata ad un solo medico. I morti erano in gran numero; onde spesso non c'era chi li seppellisse. La malattia colpiva anche i passanti per le vie e i cadaveri erano alla meglio sepolti; nelle chiese se era possibile: se no, dove cadevano, giacché la pestilenza dilagava sempre più a causa di tanti centri d'infezione; e fortunati erano quei cittadini che potevano sfuggire alla sorveglianza dei custodi delle porte e rifugiarsi in luogo che credevano sicuro.

Ma, nel buio tragico di tanti elementi demolitori, ecco maggiormente rifulgere e dominare, come principio fondamentale di tutta la vita di quei tempi, il sentimento religioso. profondamente radicato e manifestato in mille modi non dubbi, in ogni stadio della vita privata e pubblica.

Era questa la caratteristica dell'epoca di cui mi dovrà occupare; caratteristica riconosciuta da tutti gli storici e che, ereditata dal Medio Evo, si conservava vitale e sincera in tutte le classi sociali; nelle più  umili in ispecie: nelle piccole città più che nelle grandi. Ed anche a Trevi ne troviamo la conferma in documenti di ogni genere: dagli Statuti comunali agli "Annali" del notaio trevano Francesco Mugnoni, dagli atti del consiglio a quelli dei notari.

Lo statuto antichissimo del comune incomincia con una solenne invocazione a Dio creatore ed a Gesù redentore (1). Numerose rubriche

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(1) Quoniam universa ex divino moto reguntur et gubernantur et omne datum optimum et omne donum perfectum desursum est, et omnes gratie generate et generande a summo creatore exordium et principium et origo; et ideo ab ipsa divinitate faciendum est principium et origo. Et in nomine domini nostri Jesu Cristi ad singulos actus nostros progredimur ad hoc ut ipsa divinitas in singulis peragendis sit principium, medium et finis et hanc comunitatem Trevij et popularem statum ipsius terre perpetuo in bonum dirigat et conservet, ab ipsa divinitate et sanctis ipsis principium faciamus. (STATUTA VETUSTIORA del Comune di Trevi, in Archivio delle 3 chiavi. N. 70 f. 6).

<15>stabiliscono quali sono le feste da celebrarsi da tutto il popolo, quali le offerte da presentarsi nelle solennità  quali le pene per chi non osserva quelle disposizioni, mentre i bestemmiatori di Dio e dei Santi sono puniti severamente.

I verbali dei consigli e tutti gli atti pubblici incominciano anch'essi col nome di Dio, come anche l'invocavano i consiglieri prima di prendere la parola nelle adunanze.

A frequenti manifestazioni della fede religiosa di quei tempi dava luogo la devozione verso la Madonna, come in tutta Italia; ma in ciò l'Umbria tenne il primato, insieme alla Toscana.

Ed il comune nostro dava ai cittadini l'esempio anche in questo.

Fu così che fino dal 1. Maggio 1373 il Consiglio deliberava di dedicare alla Vergine le ore pomeridiane del sabato, nelle quali ognuno, sotto gravi pene pecuniarie, doveva astenersi da ogni lavoro manuale, compresi, e specialmente nominati, anche quelli per la raccolta dei prodotti della terra.

La fede di quei credenti non era soltanto di parole e di. esteriorità  ma praticamente veniva messa a prova con elargizioni a chiese e monasteri. Primo il Comune, che secondo gli statuti, o secondo le occasioni e le richieste, contribuiva per i restauri delle chiese, come quelle di S. Emiliano e di S. Francesco; per il loro abbellimento, come quando dava aiuto di denaro, perché Pier Antonio Mezastris decorasse dei suoi mirabili affreschi ha rinnovata chiesa di S. Martino. Era il comune che pagava valenti predicatori, che contribuiva alle solennità delle processioni, che faceva dipingere stendardi in tempi di pestilenza.

Bastava che un povero chiedesse al Comune di essere «per amor di Dio» esonerato da qualche imposta, o che qualche condannato domandasse «in nome di Dio» grazia o riduzione di pena, perché subito le loro istanze venissero accolte.

E, come il Comune, così i privati. Oltre che nelle elemosini che a chiese ed a poveri elargivano nel corso della vita, più generosi che mai si mostravano nelle loro ultime volontà  In ogni testa mento il morente raccomanda la sua anima a Dio, a tutti i suoi Santi protettori; ed ognuno, secondo le sue forze, lascia qualche

<16>somma per suffragi ed esequie. Per tranquillizzare la propria coscienza per ciò che involontariamente avesse in vita non bene guadagnato, ognuno lascia una piccola somma per i denari mal tolti o di dubbia provenienza. (Pro male ablatis et incertis).

I più facoltosi lasciano denari perché a lucrare indulgenze per il defunto si mandi qualcuno in pellegrinaggio alle Basiliche degli Apostoli a Roma, od a quella di Loreto, od a S. Angelo Maggiore di Puglia (Santuario di S. Michele Arcangelo del Gargano) e qualche volta a S. Giacomo di Compostella, in Spagna. I più poveri dovevano contentarsi di mandare — anche più volte in un anno o per più anni di seguito — alla chiesa antichissima di S. Maria de pede Trevii (detta ora di Pietra Rossa) od a S. Maria degli Angeli. più  tardi alla Madonna delle lagrime.

Era, dunque, tutto un fiorire di pie costumanze, di devote manifestazioni di uno spirito sinceramente religioso, ma in strano contrasto con le inimicizie tra singole famiglie, con il malcostume, che, anche qui turpemente si diffondeva, come dovunque.

Bastava però che sorgesse di tanto in tanto qualche predicatore, specialmente francescano, come il beato Bernardino da Feltre, perché molti si ravvedessero, ed il comune, legiferando, come era l'uso di quei tempi, aggiungesse per consiglio degli uomini di Dio nei suoi Statuti disposizioni nuove contro i vizii di ogni genere; da quello greco, all'usura. E poiché dalla generale e dilagante corruzione non erano esenti neanche coloro che più avrebbero dovuto esserlo, il comune stesso interveniva per richiamare sulla retta via e preti e frati e monache, come quelli del convento di S. Francesco e quelle del monastero di S. Chiara, con imitabile esempio di energici provvedimenti, di cui gli atti consiliari ci conservano la memoria.

D'altra parte vivissimo era il sentimento della cristiana carità  ed anche di questo ci danno prova irrefutabile ed ancora viva le disposizioni dei fedeli nei loro testamenti. Accanto ai lasciti per tutte le chiese che si venivano restaurando a Trevi e nel contado, troviamo sempre, o quasi sempre, altre elargizioni per i monasteri di S. Chiara, di S. Lucia, di S. Maria Maddalena (poi S. Croce), di S. Bartolomeo (o delle Sacca), e per i conventi di S. Francesco e di S. Martino: i quali tutti vivevano di elemosine, pur avendo ogni monastero un suo patrimonio.

<17> Pochi dimenticavano nei loro testamenti l'ospedale di S. Giovanni, dentro Trevi, e quello dei lebbrosi a S. Tommaso, sulla via Flaminia, presso il quale è tradizione che esercitasse l'opera sua santamente pietosa anche S. Francesco d'Assisi.

Appena nel 1469 fu istituito in Trevi il Monte di pietà  che fu tra i primi d'Italia, i cittadini caritatevoli rivolsero ad esso le loro cure: e negli atti delle loro ultime volontà troviamo numerosi lasciti anche per questa benefica istituzione.

* * *

Con tutto ciò non erano placati gli animi.

I banditi infestavano le campagne e contro di essi erano spietate le disposizioni dello Statuto trevano, come dovunque. Chi vede un bandito deve chiamare aiuto e cercare di prendere il fuggitivo. Questi poteva essere impunemente percosso, ferito, ucciso! E si dava un premio al podestà se catturava un bandito, anche se morto e anche se lo fosse stato per mano dello stesso podestà

Ogni pietà esulava da quelle menti. Era l'eccesso di difesa nella lotta per l'esistenza, per la tutela della società  com'essi l'intendevano!

Frequenti erano nel comune i litigi, le risse, i ferimenti, gli omicidi. Anche contro di questi gli statuti sono fierissimi. La casa ed i campi dell'omicida siano devastati. distrutti. Quello che può ardere, si bruci. I priori ed il podestà devono, sotto grave pena per loro, far eseguire le crudeli sentenze. Donde odii e rancori senza fine.

Ma il più delle volte i nemici si rappacificavano dinanzi al notaio ed al podestà  e, cessate le ire sanguinose, si abbracciavano e si baciavano e si giuravano pace; pena una grossa somma di denaro a chi l'infrangesse. Di tutto ciò si stipulavano atti notarili, dai quali traspare un senso inatteso di dolce fratellanza, dopo tanti odii e tanti rancori. S'invoca quasi sempre e si ricorda il nome e l'esempio del Redentore; si ripetono le sue parole: Io vi lascio la pace! Io vi do la mia pace (1)! E i contendenti, che si dichiarano eredi del divino Testatore, giurano di ritornare a quella concordia, che Gesù lasciava ad essi in retaggio.

Ma — ed ecco un altro aspetto della psicologia di quegli uomini e di quelle età — le paci che si stipulavano così solennemente erano per lo più a breve scadenza! La «tregua» come la chiamavano e quale era in effetto — doveva durare soltanto per sei mesi,

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(1) Vangelo di S. Giovanni, XIV, 27.


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per un anno al massimo; ma ne troviamo di quelle che non durano oltre gli otto giorni!

Di più la pace non s'intendeva rotta per le liti tra donne e tra ragazzi, anche se tra di loro si venisse alle mani: purché senza spargimento di sangue!

Di questo multiforme e contraddittorio aspetto dell'animo e dei costumi del popolo era riflesso e sintesi l'opera dei reggenti il comune. Essi che venivano dal popolo, di questo portavano nella pubblica cosa tutti i disparati elementi morali e civili, sia buoni che cattivi.

Un esempio crudele ne abbiamo nei provvedimenti che il comune prendeva quando la peste devastava il territorio. Per impedire che i inalati delle campagne entrassero a Trevi, si autorizzavano i custodi delle porte a respingerli coi la violenza, anche a furia di percosse; bastava non li uccidessero l Era questa l'accoglienza che attendeva quei disgraziati che, quasi morenti, s'inerpicavano fino all'entrata del paese, in cerca di in qualche sollievo al male orrendo che li straziava.

Questa feroce deliberazione fu approvata dal vice legato pontificio, il quale però non poté contenersi dal raccomandare ai portinari che avessero almeno un poco di pietà nell'uso di tali mezzi disumani contro gli ammorbati!

Ma nello stesso tempo a quegli infelicissimi, che erano così crudelmente respinti dal comune e che morivano fuori delle mura del paese, si cercava di non far mancare i conforti religiosi e si chiamava un frate francescano perché adempiesse il pietoso ufficio. Strane contradizioni e strano modo d' intendere la cristiana carità!

Vediamo in tutto ciò un inconcepibile miscuglio di buono e di cattivo, di sacro e di profano, di civiltà e di barbarie, allo stesso modo ond'era plasmato lo spirito di quei nostri avi, che pure tante gloriose e care memorie ci lasciarono.

E fu in quei tempi, in quell'ambiente, in mezzo ad un popolo così fatto che si svolsero gli avvenimenti che sto per narrare.

* * *

E noto che una delle più efficaci e più frequenti dimostrazioni della devozione di quelle genti verso la Madonna era il far dipingere — oltre che nelle chiese — anche per le vie della città e per le strade delle campagne imagini della Vergine col Bambino e
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spesso con qualche santo dei più venerati dal popolo. come S. Sebastiano, S. Rocco. S. Francesco, S. Cristoforo.

L'Umbria e la Toscana specialmente sono disseminate di questi sentimentali e decorativi monumenti dell'ingenua ed affettuosa pietà d'allora.

Anche a Trevi s'incontravano e s'incontrano frequenti le «Maestà» dipinte nelle edicole campestri.

Improvvisamente, la sera del 5 Agosto 1485 si sparge tra il popolo di Trevi la voce che, dagli occhi di una di quelle «maestà» — la Madonna dipinta da poco tempo, laggiù sulla casa di Diotallevi d'Antonio — erano state vedute uscire lagrime sanguigne.

A questa notizia la campana del comune suona a distesa. mentre la gente in gran folla accorre sul posto, gridando:

— Miracolo! miracolo!

 

* * *

È la storia della nostra chiesa che incomincia!

 

 

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