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Giovanni Bizzozzero

LUOGHI UMBRI

BOVARA

Da Scuola Italiana Moderna - Rivista settimanale d'insegnamento primario - Anno XXXV, n. 1- Ottobre 1925
Supplemento "Pagine serene", pp. 10 e segg.

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Nota.
Questo testo era conosciuto a Trevi soltanto attraverso  una copia dattiloscritta, con notazioni a penna di d. Aurelio Bonaca, che fu in stretto contatto con l'Autore.

Ora può essere pubblicato, trascritto dalla rivista originale messa a disposizione dal Rag. Mario Scaloni di Cannara, che va conducendo delle ricerche sulla meritoria opera del Bizzozzero e che si ringrazia sentitamente.

Oltre ad una migliore garanzia di fedeltà al testo originale, dalla copia della rivista, che mostra una fotografia del Laurentini del venerato Crocifisso di Bovara, si può retrodatare la foto stessa che veniva collocata negli anni '30. La foto qui riprodotta non è ripresa dalla rivista ma da una delle numerose stampe in grande formato.

In calce si riporta la presentazione dell'articolo, a cura della redazione della rivista, per evidenziarne il contesto al fine della  completezza di informazione, pur essendo ininfluente per il testo stesso.

Le poche note dell'Autore, poste alla fine dell'articolo, sono state inframezzate nel testo tra parentesi tonde (  ) in caratteri più piccoli e in colore bruno.

I richiami e le note a piè di pagina, anch'esse in colore bruno.  sono stati apposti all'atto della presente trascrizione.

 

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Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte Nume Clitunno!

Sento in cuor l'antica Patria e aleggiarmi su l'accesa fronte

Gl'itali iddii!

CARDUCCI.

La ridente frazione, lambita dalla verde pianura, giace alle falde dei contrafforti degli Appennini, alle pendici del monte Pettino.1, tra Campello e Trevi. Le case, riunite a gruppi, in mezzo ad annosi olivi, querce ed elci, partendo dal piano via via s'inerpicano per il monte, in forma di semicerchio, e, dolcemente, scendono lungo il fianco e a cavaliere del colle, declinante presso alla Faustana. Sono baciate in pieno dal sole e, nei magnifici tramonti autunnali, si rivestono di rosso: i vetri delle finestre scintillano come di fuoco. Giù nel piano, il Clitunno sembra un nastro d'argento; scorre vicino alla via Flaminia e alla strada ferrata. Di fronte si ammira la valle spoletana e la ringhiera di Montefalco: meraviglioso paesaggio che gli artisti della scuola umbra fermarono coi loro magici pennelli. In alto, sul monte sovrastante, in mezzo agli oliveti, spicca caratteristica e gentile la chiesetta con il suo campanile dalla guglia aguzza, piramidale.2.

Al tempo di Roma Bovara, Forum Boarium, era il luogo dove si tenevano mandrie di buoi da purificare nelle acque sacre del fiume Clitunno, per sacrificarli agli dei, come attestano il poeta Virgilio, Silio Italico, ed altri scrittori; oggi è una frazione del comune di Trevi.

Quando affluivamo a Bovara i sacerdoti pagani e per il Clitunno vogavano i legni romani, Trevi giaceva nel piano.3. Fu forse la stessa Lucana Trebiensis, oggi Pietrarossa, di cui rimangono pochi ruderi: forse furono sontuose ville e terme. Gli abitanti si rifugiarono nel castello di Trebia, sul monte sovrastante, durante le scorrerie dei barbari all'epoca dei Carolingi. Al tempo della gloria di Roma, sulla collina di Trevi, nel punto più alto; si elevava il tempio di Diana, divina cacciatrice, dal grande arco d'argento che splendeva sotto il plenilunio.

Bovara vide le coorti romane sfavillare per via Flaminia, la gloria di Annibale, reduce dal Trasimeno e la fuga da Spoleto; lo splendore dei Cesari, che sfarzosamente salivano il fiume, durante le feste Clitunnali.

Plinio il giovane, nella sua lettera a Romano, narra che il fiume Clitunno al suo tempo era navigabile; oggi non lo è più. Verso l'anno 444 un terribile terremoto scosse i monti umbri; la rovina fu universale e parte delle sorgenti, alle quali i romani attribuivano il candore dei buoi, si chiusero e trovarono altra via d'uscita nelle viscere della terra. Il Clitunno divenne il picciol fiume che ora si osserva. Le sorgenti restarono sempre in luogo delizioso. Quanti ricordi! Vi è tutta una storia, tutta una gloria in quelle sacre fonti. Nelle acque pure e trasparenti si riflettono le rive rivestite di frassini e di pioppi, così come le vide Plinio diciotto secoli or sono, e gli occhi sono rapiti innanzi alla meravigliosa armonia del paesaggio: la mente corre alle liriche di Byron e di Carducci.

Le solenni feste in onore di Giove Clitunno; celebre pei responsi degli oracoli, si celebravano il primo maggio. Il Prof. Bruschi magistralmente dipinse nel sipario del teatro di Trevi una di queste scene: Caligola, assiduo alle feste clitunnali, si reca al tempio maestosamente.

Il tempio sorge presso Campello. E' di ordine Corinzio; due avancorpi a gradinate conducono al pronao e poi alla cella. Due pilastri scanalati e quattro colonne di cui le medie fogliate e le esterne spirali, sostengono il cornicione ed il timpano. Fu restaurato nel V secolo, quando fu consacrato al Salvatore e una seconda volta nel secolo XII.

Bovara. ebbe qualche importanza al tempo di Roma; quando regnava il paganesimo, ma anche nel medio evo, mentre si glorificava il: nuovo verbo di Cristo, scrisse la sua storia fra le principali castella vicine.

Sulle rovine dei templi pagani sorse, intorno al secolo XII, la chiesa di S. Pietro, rinomata abbazia dei monaci di Sassovivo e poi degli Olivetani. L'arma di questi era, scolpita lungo le mura della vicina Trevi, presso la porta del lago, vicino a quella della Chiesa, del Comune e dei signori Varano (Conte Dott. T. Valenti - Memorie storiche trevane .4 - Le mura). Ser Francesco Mugnoni da Trevi, vissuto nel 400, nomina spesse volte detti frati, la chiesa e il convento nei suoi Annali, conservati nella biblioteca vaticana.

Il santuario assurse a tanta importanza per un Crocifisso, scolpito in legno, opera del secolo XII.5. Vi si nota la rappresentazione antica del Cristo avendo gli arti conficcati con quattro chiodi, numero più conforme alla verità, come espressamente afferma S. Gregorio di Tours: «Clavorum ergo dominicoruin gratia quoi quatuor fuerint haec est ratio: duo sunt affixi in palmis, et duo in plantis». (G. Marucchi. II Ed.  Manuale di archeologia cristiana, Capo VII pag. 352)

 

 

 

La maniera di conficcare i piedi con un sol chiodo fu introdotta per dare un movimento più artistico e un'attitudine più efficace a commuovere. Il Crocifisso di Bovara risente però della modificazione che si andava effettuando appunto nel secolo XII: al posto del colobium, lunga tunica, vi è il perizoma: è rappresentato con il verismo proprio dell'epoca.

La fama del simulacro si diffuse tanto che i fedeli traevano da ogni parte in devoti pellegrinaggi; si fecero processioni nei tempi di calamità ed anche oggi accorrono numerosi i forestieri. Dicesi che dinanzi ad Esso abbia pregato S. Francesco d'Assisi. Anzi il seguente episodio, ispirò a Giotto uno dei più belli quadri della Chiesa superiore in Assisi: «Una volta andò il beato Francesco alla chiesa del beato Pietro di Bovara, vicino al castello di Trevi della valle spoletana, e seco lui andò frate Pacifico che nel secolo era chiamato re de' versi, nobile cortigiano e dotto dicitore in rima». (Celano, Tract. de miraculis.)

Essendo deserta la chiesa, disse a frate Pacifico di ritornare all'ospedale dei lebbrosi perchè intendeva passare la notte in quel luogo sacro. Gli ospedali dei lebbrosi dovevano essere quelli di S. Tommaso e di S. Lazzaro, presso alla chiesa della Madonna di Pietrarossa.

Il Crocefisso della Chiesa di Bovara (Foto Laurentini, ca 1920)

 

In quelle vicinanze vi è ancora il pozzo di S. Giovanni, dove attingeva l'acqua S. Francesco per mondare i lebbrosi. (G. Bragazzi, Rosa dell'Umbria. Foligno 1864 pag, 206). Nel chiostro del Collegio Lucarini, in Trevi, già convento francescano, torno torno vi sono degli affreschi, eseguiti da un certo cavalier Gagliardi, al principio del 600. In uno è rappresentato il Serafico Padre nel lazzaretto, in mezzo agli. appestati: sullo sfondo si vede il panorama di Trevi come doveva essere nel 600, visto da Pietrarossa. «Come egli rimase ivi tutto solo ed ebbe recitato compieta ed altre orazioni, volle prendere riposo e dormire; ma non gli venne fatto. E il suo spirito cominciò ad essere preso di timore e sostenere diaboliche tentazioni, e tosto uscì dalla chiesa e fecesi il segno della croce, dicendo: - Dalla parte di Dio onnipotente vi comando, d'adoperare attorno al mio corpo quanto vi fu concesso dal Signore Gesù Cristo, essendo io pronto tutto sostenere. E poichè il più crudele nemico che io abbia si è il corpo mio, vai farete vendetta del mio avversario e pessimo nemico» (Celano, Tract. de miraculiis,5). Immediatamente le tentazioni cessarono e potè dormire in pace. «Fatta la mattina frate Pacifico venne a lui: il beato Francesco stava allora innanzi all'altare in orazione. Frate Pacifico stette in attesa fuori del coro orando similmente avanti il Crocefisso. E come egli ebbe principiato l'orazione  levato in ispirito e ratto in cielo, se in una col corpo o fuori del corpo, solo a Dio è noto, e vide nel cielo molti seggi, tra cui uno ne vide i luogo più eminente e di maggior gloria ornato di splendore e di tutte pietre preziose. E meravigliandosi di tanta bellezza, prese a considerar fra cui fosse quel seggio. E tosto udì una voce che gli diceva: - Questo seggio fu del Lucifero, e in luogo di lui vi siederà l'umile Francesco. - E poichè fu tornato ai sensi, di subito uscì incontro a lui il beato Francesco, a'  piedi del quale gittossi quel frate, colle braccia cancellate in modo di croce e riguardandolo già come nel cielo fosse assiso in quel seggio» (Celano, Tract. de miraculis.)

Nella parete a destra dell'altar maggiore si legge la seguente iscrizione in memoria del fatto narrato: «D. 0. M. Divo Francisco Assisiensi - sacra hac in aede per integra nocte oranti - dire ab inferis impedito -- et B.o Pacifico ejus socio - supernam illam a Lucifero amissam sedem occupare - per extasim conspecto -  hujus coenobi monachi tot gestorum - perpetuum monumentum - devotionis ergo. - P. P. anno D.ni MDCCXXIX».

Il santuario di S. Pietro, dichiarato monumento nazionale, è oggi chiesa parrocchiale della diocesi di Spoleto. Attuale parroco è Mons. Cav. D. Gennaro Del Gaudio, persona squisitamente gentile e compresa nel suo alto ministero.

Il santuario sorge ai piedi di Bovara nel piano, poco lontano dalla, via Flaminia. Scendendo per il bel viale l'occhio rimane attratto dal magnifico campanile, opera della fine del 500. E' slanciato, elegante; si eleva nel cielo terso ed azzurro arditamente; le rondini volano sulla sua cima come freccie di antichi balestrieri. La parte inferiore, fin presso il primo cornicione, è in pietra lavorata, il resto in laterizi. Ha due celle con logge bifore; la guglia è a calotta sferica e termina con una palla sormontata da una croce. Le campane stanno nella prima cella, dai pilastri con capitelli ionici. Quale suono melodioso esse diffondono! Le dolci note si espandono per il colle e per la valle in un infinito senso nostalgico: scendono nel cuore.

Giunti in fondo al viale vi si presenta la piazzetta e a sinistra la facciata della chiesa. E' di pietra lavorata e fu restaurata, secondo lo stile primitivo, da Brunelli padre di Foligno. Della originale facciata, dopo i restauri del 500, rimangono un bel fregio, e il finestrone a rosa, opera di Latomo Atto antico scultore di scuola umbra neo-classica, autore dell'intero tempio. Infatti sotto al timpano è inciso il seguente distico:

«Atto sua dextra templum fecitque fenestram.
      Cui Deus eternam vitam tribuatque supernam».

 

Ai due lati si notano due finestre bifore e nel timpano vi è una scultura simbolica cristiana del secolo IV o V.

In alto, sotto al rosone, son due teste di toro, tolte certamente, insieme con altri ornati, a uno dei sacelli di cui parla Plinio e che sorgevano lungo le rive del Clitunno; sotto di esse vi è il fregio. Il portale è intonato a tutto il resto della facciata; l'arco rotondo e i due fianchi, ornati da capitelli corinzi, sono circondati da bassorilievi romanici. Il Brunelli volle imitare le sculture nella porta minore del Duomo della sua città natale. (D. M. Faloci Pulignani - Guida illustrata di Foligno e dintorni) L'insieme è splendido: il rinascimento, che rifulge nel campanile, non istride con questo frammento romanico, assai semplice e castigato. A desta della facciata vi è l'antico convento col chiostro.

L'interno della chiesa, per più di due terzi è a tre navi. Le pareti, nello spazio delle tre navi, sono di pietra intagliata, nuda. Le volte, a botte la centrale e a crocera le laterali, sono sostenute da colonne di pietra dai capitelli fogliati: si allineano in numero di otto. La nave centrale è molto più alta e in fondo, di fronte, sostenuto da due pilastri, vi è l'arco di trionfo con una trifora.

Il presbiterio non ha nulla d'importante: le pareti sono di stucco. Il 25 aprile 1620, festa di S. Marco, come narra lo storico Lancellotti, abate di Bovara, un fulmine abbattè la parte del campanile adiacente alla chiesa. La volta del coro, parte per l'azione del fulmine, parte per il materiale cadutovi sopra., presentò lesioni tali da consigliare la demolizione. Nella ricostruzione non si tenne conto dello stile primitivo e il presbiterio rimase quale è ora. Chissà quante opere d'aste andarono distrutte! I restauri del 500 furono eseguiti per riparare i danni subiti, durante la lotta tra la famiglia Manenti di Trevi e quella Trinci di Foligno. Corrado Trinci fece occupare il convento per vendicarsi della morte dei fratelli, precipitati dalla rocca di Nocera, per istigazione dei Manenti.( Prof .Cav. D. A. Bonaca. Dramma storico. Francesco Manenti.)

 Ciò avvenne intorno al 1421 e le sofferenze dei poveri monaci, cacciati dal convento, saccheggiato e distrutto, furono infinite. L'abbate Tommaso Valenti (1442-1484), dopo inutili sforzi per riacquistare la libertà e le possessioni, rinunciò alla carica e cedette l'abbazia agli olivetani; questi, più potenti, riuscirono nell'intento e si adoperarono di ridonare al tempio l'antico splendore.

Nel presbiterio è il coro di noce massiccio con gli stalli finemente intagliati: fu fatto costruire dall'abate Michelangelo Tramontana nel 1610. A sinistra dell'altare la cappella del Crocifisso è una vera festa di colori e di luce; accanto sta la lapide dei caduti nell'ultima guerra di redenzione.6.

I restauri hanno guastato in parte questo monumento; la severa linea dell'architettura romanza è stata deturpata.. Dànno poi nell'occhio gli stucchi del più brutto barocco, che si attaccano per le pareti delle navi laterali, a formare gli altari. Sarebbe una vera provvidenza se qualcuno pensasse a togliere tutto; le pareti del tempio debbono essere del tutto nude: ogni ornamento gli toglie maestà.7.

La sera, all'ora del tramonto, quando il sole illumina coi suoi ultimi bagliori le case di Bovara e si specchia scintillando nel sottostante Clitunno, le campane del santuario, con note lente e nostalgiche; invitano i fedeli alla sacra funzione. Scendono i buoni parrocchiani e le fanciulle abbassano gli occhioni neri, timidi dinanzi al giovinotto che, nella piazzetta, le attende...

Lontano, nella grande pianura umbra, presso Assisi, come una visione diafana, s'innalza la cupola del Vignola; di fronte si delinea Montefalco. Giù nel piano, passa ansimando la vaporiera e il Clitunno scorre tranquillo, così, come nei secoli...

Trevi, settembre 1925.

PROF. GIOVANNI BIZZOZZERO.

 Premessa a cura della redazione della Rivista

Siamo lietissimi di offrire questa piccola monografia storico-artistica di un nostro bravo e fedele abbonato. Saremmo stati anche più lieti di poterne offrire un'altra sui «piaceri dell'infanzia» che, per varie ragioni di merito e di forma, non possiamo pubblicare. Ambedue ci offrono il destro di ritornare sopra una idea, che potrà esser definita fissa, ma ci è cara perchè ci pare feconda: e soltanto una Rivista, come Sc. It. M., che si rivolge ai maestri di tutta Italia, può realizzarla. Nelle «horae subsecivae» che, più o meno, sopravanzano - se non a tutti - a un buon numero d'insegnanti, i migliori i più volonterosi, cioè quelli che si prendono a petto i problemi concreti cioè locali della scuola, potrebbero trovare un ottimo argomento nell'osservazione, nella collezione, nell'esame e nell'illustrazione del cosidetto «folk-lore», presa la parola nel senso più vasto: da monografie, come questa che pubblichiamo, alla raccolta di proverbii, di usi e costumi, feste e divertimenti, divozioni, lavori, leggende, etc. di carattere particolare, cioè tutto proprio al paese o alla regione. Una recente iniziativa di questo genere venne annunciata; ma poi nulla comparve e non ne sentimmo più nemmeno a parlarne. Ci auguriamo che il silenzio significhi preparazione e intenso lavoro, perchè all'Italia manca tuttora una pubblicazione del genere, come manca una enciclopedia. Questa sarà tra pochi anni un fatto compiuto e grandiosa espressione della sempre più fervida vita di pensiero degl'italiani. A quell'altra i maestri raccolti intorno a Scuola Italiana Moderna potrebbero recare forse il più largo e organico contributo. Ritorneremo sull'argomento e saremo con gioia a disposizione di tutti i volonterosi. Intanto all'opera!

 

 

 

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Note

1) Per un errore di battuta nel testo è riportato "Settino" invece di "Pettino". Per l'esattezza, il monte retrostante a Trevi si chiama "Serano"; Pettino è il paese nell'altro versante, a est, anticamente "villa" del Comune di Trevi, ora sotto la giurisdizione di Campello sul Clitunno. Pettino è molto vicino alla cima, tanto da poter essere confuso con la cima stessa, errore purtroppo riportato in alcuni testi.

2) La chiesa di S. Arcangelo

3) Cinquanta anni più tardi l'Autore non era più tanto sicuro di questa affermazione. Vedi: Dove si trovava la città di Trevi all'epoca dei Romani?

4) Più precisamente "Curiosità storiche trevane", Foligno, 1922

5) La critica moderna lo data invece intorno al 1330. Giovanni Previtali, Due lezioni sulla scultura "umbra" del Trecento: II. L'Umbria alla sinistra del Tevere, 1. Maestri "espressionisti" tra Assisi, Foligno e Spoleto, Prospettiva, n.38, 1984, p. 31. Elvio Lunghi, La passione degli umbri, Foligno, 2000, p.99 e segg.

6) Attualmente una lapide ai caduti sta sulla parete nord dell'abbazia, nel piazzale antistante la chiesa, ma non si sa se sia la stessa di cui parla l'A.

7) Nel 1951-52 furono tolti gli altari di stucco lasciano le pietre delle pareti completamente a vista. Fu rifatto anche il pavimento, sostituendo i mattoni con lastre di marmo che, non traspirando come il laterizio, sono perennemente bagnate