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Francesco Francesconi (1823-1892)

La vita e le opere

 

 

(Don Giuseppe Agostini.1 , Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo
e Cittadino Benemerito. 
Foligno, Tip. S. Carlo, 1892, in 8, pagg. 44)

Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina: se non c’è spazio con la parola che segue significa che essa era stata divisa e nel testo originale risulta in parte nella pagina precedente.
Nella trascrizione sono stati corretti gli evidenti errori materiali e gli accenti secondo la grafia moderna. Si sono lasciati inalterati tutti gli arcaismi tipici del testo ottocentesco.

É stata uniformata la grafia del cognome Tommaseo. Nel testo originale è scritto Tommasseo (16 volte)  e Tommaseo (9 volte)

 

FRANCESCO FRANCESCONI nacque nel Marzo del 1823, nella villa del Casco delle acque nel comune di Trevi.

A nove anni entrò alunno nel collegio convitto Lucarini dove, in quel tempo, era rettore il Bonacci dottor Fausto di Recanati.

Vi studiò grammatica, umanità, retorica ed eloquenza, riportando in ogni classe, a fin d'anno, il primo premio, come d'attestati del rettore, dei professori, del prefetto degli studi di quell'istituto.

Da Trevi, andò a compier gli studi a Perugia, dove lo chiamava, e lo faceva prefetto nel collegio della Sapienza, lo stesso Bonacci,che allora ne teneva la direzione, dopo aver questi con insistenti preghiere ottenuto dalla famiglia il consenso, prima ripetutamente negato, di far proseguire gli studi al giovane Francesco, che dava a sperar tanto di sé.

E là, studiava contemporaneamente le scienze filosofiche e le lingue antiche e moderne; il greco, il francese il tedesco, l'inglese. La lingua francese parlò con possesso e con garbo, le altre; non ebbe occasione di coltivare se non di rado e nei primi anni di gioventù.

A 23 anni, era. già laureato, a pieni voti, in filosofia e matematica, in diritto civile e canonico, in teologia e sacra scrittura e incominciava gli studi archeologici, nei quali riuscì poi peritissimo.

 

<4> Nel 1847 veniva nominato professore di filosofia a Perugia nella Sapienza, a Spoleto nel Seminario, a Spello nel convitto Rosi. Dové obbedire, naturalmente, alla chiamata del suo ordinario, Mons. Sabbioni, Arcivescovo di Spoleto, perché vestiva ancora da chierico; e al Sabbioni, che richiedeva dal rettore della Sapienza l'attestato di buoni costumi del futuro professore del suo seminario, il Bonacci rispondeva così: "Quando, per altre nostre lettere, è chiaro che fu fatto ogni sforzo per ritenere più lungamente quel maestro dotto, premuroso, edificante, parrebbe non bisognare un certificato distinto de bonis moribus. "

Sotto questi auspici, il Francesconi i entrava nella sua vita publica, che, per diversi periodi di tempo, per le varie manifestazioni del suo ingegno e della sua attività, lo presenta alla nostra ammirazione or politico, or filosofo, or cittadino benemerito.

 

 

 

 

I

 

Incominciamo a seguire il Francesconi nei movimenti del 48, quando una febbre di patriottismo e d'innovazioni pervadeva e teneva in fermento tutta l'Italia.

Non ci tratterremo a dettagliare certe notizie particolari del nostro amico, ma che entrano nel gran movimento politico di quei tempi, perché sono sconosciute a tutti, e con lunghe e minuziose ricerche, si son potute raccogliere su frammenti di memorie e di lettere, lasciate dal Francesconi, e tenute, con modestia. senza esempio, nascoste, finché visse, anche ai parenti. Premettiamo intanto che il nome suo anderà sempre unito a quello del Rosmini.

Fra i grandi progetti di riforme; Roma,e il Piemonte invocavano l'opera intelligente, sinceramente patriottica dell'abate Rosmini. Il cardinal Soglia e il Castracane lo pregavano con insistenza di recarsi a Roma, dove, col suo consiglio, avrebbe potuto giovar non poco all'indirizzo del governo, nelle critiche circostanze politiche e religiose, in cui si trovava il Pontefice(l). E siccome egli, per due volte, rispose che non

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(l) Lettere di C. Galiardi (19 Aprile, 22 Maggio, 19 Luglio 1848) all'abate Rosmini.

 

<5> sarebbe andato, finché non ne avesse avuto invito formale dal S. Padre, mentre a Stresa, dove si trovava, sentiva di poter svolgere la sua operosità a far del bene, (1) lo stesso Castracane lo consultava sul suo parere, riguardo alla promulgazione di uno statuto civile. E fu allora che stampò, a Milano, il suo progetto di costituzione, che, come si sa, arrivò troppo tardi.

Intanto il Francesconi faceva stampare a Perugia, dal Bartelli, le cinque piaghe della Chiesa del Rosmini, e vi aggiungeva le due famose lettere sulle elezioni vescovili, che,questi stesso gli aveva mandato: qualcuno, e tra gli altri il prof. Francesco Paoli, asserì che le due lettere vennero fuori all'insaputa dell'autore e dei suoi compagni: ma che invece il Rosmini, specialmente a quei tempi, si servisse, per la propaganda, dell'opera dei suoi amici, basta leggere le ultime parole del libro, che abbiamo accennato. "Quest'opera incominciata nel 1832 e compita nell'anno seguente, dormiva nello studiolo dell'autore, affatto dimentica, non parendo i tempi propizi... Ma or si ricorda l'autore di queste carte abbandonate, né dubita più di affidarle nelle mani di quegli amici, che con esso lui dividevano in passato il dolore e al presente le più liete speranze."

A ciò si aggiunga che le lettere erano in mano del Francesconi e che questi era di carattere e di educazione così squisitamente gentile, da non prendersi davvero la libertà di darle alle stampe, senza il. consenso,è, forse, senza il consiglio dell'autore.

Il libro delle cinque piaghe, come è noto, fu condannato dalla Chiesa con decreto del 30 Maggio 1849 e il Rosmini lo ritrattò; ciò però non vuoi dire che esso (se le parole già riferite non lo provassero abbastanza) non conoscesse benissimo,come avvenne tant'anni dopo dei Bonomelli e del Curci, che per certo l'opera sua non avrebbe incontrata l'approvazione di Roma. Il difficile dunque era di farlo ricapitare a Pio IX. Fra il nuovo Pontefice e il filosofo Roveretano passavano delle relazioni molto benevoli; né il Rosmini certamente era quello,che avesse voluto affrontarne direttamente la riprovazione. D'altra parte, voleva che il libro fosse letto diffusamente,

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(1) Lett. da Milano 30 Aprile 1848.

 

<6> ritenendolo opportuno per i tempi che,correvano e, per le idee, che propagava. Checché ne sarebbe poi avvenuto, poco gli dava a pensare: per ora era necessario di guadagnar tempo per fargli largo e diffonderlo. Tutto era lì, che il Papa non ne prendesse sospetto, e il libro passasse, in tanto tramestio di affari, come una novità qualunque e null'altro. Il Rosmini in un tratto delle cinque piaghe faceva allusione alle nuove e felici speranze, che il nuovo Pontefice faceva nascere, negl'Italiani.: allusione, che, forse nell'intenzione dell'autore gli avrebbe cattivato F animo del Mastai, e avrebbe in qualche modo giustificato il suo ardimento, con farlo parere, almeno, di buona fede. Era dunque assolutamente necessario trovar persona, che avesse, con abilità diplomatica presentato il libro a Pio IX. Notiamo intanto che il Galiardi si trovava, come procuratore generale di Rosmini,a Roma, ed era in tanta intimità con la corte pontificia, che per suo mezzo venivano trasmessi a Stresa, le approvazioni, i desideri, i voleri del S. Padre e dei cardinali. Nessuno perciò, meglio di lui; avrebbe potuto assumere i delicato incarico.

.Eppure toccò al Francesconi d togliere d'imbarazzo il Rosmini. Egli intimo della corte, seppe abilmente cogliere, il momento opportuno, e un giorno, che si trovava a conversare con Pio IX insieme con Mons. Stella, passò, quasi furtivamente,il libro delle cinque piaghe nelle mani di monsignore, ma con sotterfugio così poco celato che Pio IX se ne avvide e disse, come era da aspettarsi, "che libro abbiamo?" e il Francesconi, che non desiderava di meglio, rispose "è un'opera nuova del Rosmini, molto opportuna, io credo, pei tempi nostri". E il Papa, toltolo di mano a monsignore, "va bene, disse, voglio leggerla prima io" e si ritirò nel suo gabinetto. Quando poi il Gagliardi, dopo qualche giorno, si presentò al Papa per offrigli il libro a nome di Rosmini, scusandosi del ritardo, che gli aveva cagionato il legatore, "ma state tranquillo, rispose Pio IX, l'abbiamo già letto".(1)

E sempre a proposito delle cinque piaghe, non va dimenticata un'altra circostanza, che rivela quanto stesse a cuore

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(1) Aneddoto, che racconta il rosminiano prof. Francesco Paoli – Annotazioni manoscritte del Francesconi sul margine del libro stesso del Paoli.

 

<7> al Francesconi di conciliare al Rosmini le simpatie degli uomini dotti, allora più in voga in Italia, per il trionfo de suo programma politico, che era ugualmente il programma del Francesconi. Egli sapeva che il Gioberti e il Mamiani, divenuti necessari per quei momenti, erano avversari cordiali dell'abate Rosmini non già solo a motivo della diversità dei principi filosofici, che professavano, ma perché ormai nessuno contrastava più al roveretano il primato in filosofia. Per raccoglier le forze a uno stesso scopo, bisognava pacificare quegli animi e ridurli se non amici sinceri, toglier via di mezzo almeno l'antipatia personale. Il Francesconi, più che amico, intimo del Tommaseo, si adoperò insieme con lui a conciliar tra loro i tre grandi uomini, che erano allora la vita d'Italia, lasciando sempre libero il campo alle libere disquisizioni scientifiche. Il buon Tommaseo, nella prima parte dei suoi studi critici, dopo di aver rilevato gli accordi e i disaccordi dei due sistemi, del Gioberti e del Rosmini, conchiude così: " Amo il Rosmini come raggio di luce più che umana, che illuminò la mia giovinezza, ma ed il Gioberti amo, e rammento i colloqui dell'esilio, e gli esempi della sua schietta virtù. Rammenti anch'egli quelle ore, che forse ne attingerà qualche senso d'indulgenza e di pace. Che se le ire e i dispregi gli abbondano, in me li volga; ma rispetti il nome, che egli chiamò venerabile, cui certamente, se conoscesse, amerebbe. S'amino entrambi, e perdonino, da uomo tanto minore di virtù e di dottrina, l'audace consiglio. S'amino e con forze unite, concorrano ad ampliare il retaggio della generazione avvenire. Io non son degno d'impetrare da tali anime un sagrificio, ma dalla generosità loro innata lo spero. E se l'ottengo, avrò spesa non vanamente la mia vita".(1) E come il Tommaseo con la sua dolce parola si provava a riconciliare Gioberti con Rosmini, il Francesconi si adoperò di riconciliargli Mamiani. Il filosofo pesarese stigmatizzò nelle opere sue il filosofo di Rovereto, e, qualche volta, fu poco nobile.

Nel Rinnovamento della filosofia antica italiana lo accumuna coi soggettivisti, perché gli nega che la percezione universale dell'essere possa, col suo sistema, essere astratta dai

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(1) Pag. 214, Venezia 1843.

 

<8> reali conosciuti per esperienza. Obiezione, che non ha luogo, perché l'idea dell'essere, secondo il Rosmini, e innata non acquisita. Lo combatte nelle sei lettere all'abate Rosmini, alle quali questi neppur rispose. Senza entrare in merito della questione, che qui sarebbe un fuor d'opera, e certo che il Mamiani aveva studiato o inteso poco il Rosmini, e lo muoveva a oppugnarlo forse più la rinomanza di lui, che la convinzione di dottrine opposte; e fu allora che il Francesconi tentò di affrontare l'ardente filosofo per intendersi con lui, per discutere e ridurlo avversario almeno più coscienzioso. Gli si presentò col pretesto di offrirgli le cinque piaghe a nome dell'autore. Il mezzo termine non poteva esser meglio trovato. Era il combattuto Rosmini, che in quei momenti di ebrezza politica, mandava in regalo da un cavaliere così compito e così abile ad accattivarsi l'animo altrui, come Francesconi, un libro palpitante di attualità, a Terenzio Mamiani, all'avversario suo, in senso di stima e di affetto. Le prime parole del Mamiani al Francesconi furono queste "oh, che il Rosmini si ricorda di me? Ma me lo ringrazi, io leggerò il libro con piacere, come leggo tutte le opere del grande filosofo". Il colpo era riuscito, e il Francesconi poté riportare al Rosmini la lieta novella che Terenzio lo stimava e lo amava!(1). Difatti, quando dopo parecchi anni, il Mamiani pubblicava le Confessioni di un metafisico, ebbe per il suo antico avversario queste gentili parole "alla quale (cioè alla dottrina platonica) confesso altresì molto volentieri di avermi sospinto con la vigorezza del suo confutare, coi suoi colpi spietati ma giusti, il sommo e, santo filosofo A. Rosmini" (vol. 1. p.55). E ciò basti per intendere quali relazioni passavano tra il Francesconi e il Rosmini, e quali intelligenze politiche.

Quando s'incomincio a discutere il progetto della Confederazione italiana tra Roma, Firenze, e Torino, dalla corte di Piemonte si opponevano difficoltà sul luogo da scegliersi, come sede della negoziazione. Prevalse l'idea di Roma per deferenza al Pontefice, e Rosmini fu scelto dal ministero di Torino a rappresentare gl'interessi della corte sabauda presso la S. Sede.

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(1) Quest'aneddoto ho sentito più di una volta raccontare dal Francesconi.

 

<9> E qui io mi permetto di fare un'osservazione. Chi invitava il Rosmini ad assumere la grave e delicata missione, era il Gioberti, intermediario lo Sciolla: e fu Gioberti, che persuase gli altri. ministri a dare larghissime facoltà al suo avversario, quando impensieritisi per l'autorità troppo larga e per le condizioni troppo indeterminate, che esso chiedeva, restarono in forse di affidargli il mandato. La condotta del Gioberti, ora, dopo tanti avvenimenti, ci da a pensare. Qual'era lo scopo, che riconciliava, in un momento, questi due terribili antagonisti? Si meditava di stabilire il fondamento dell'armonia o della separazione della Chiesa dallo stato? É un semplice quesito, che propongo al lettore, perché s'interessi di studiare i fatti del passato alla luce degli avvenimenti, che si son venuti svolgendo fino ai giorni nostri.

Il Rosmini giungeva a Roma il 15 di Agosto, e il 17 ebbe udienza dal S. Padre, a cui presentò le lettere autografe di Carlo Alberto. Il Francesconi, conosciuta la missione del Rosmini, caldissimo fautore anche lui della confederazione, gli volle esser compagno, e cooperò con tutta la sua ardente attività, perché trionfasse l'idea di questa soluzione pacifica, che avrebbe risparmiato tante lagrime e tanto sangue! E fu appunto allora, che strinse vincoli di più intima amicizia col P. Gavazzi, al quale con un'eloquenza spesso piazzaiola e con mimica teatrale eccitava allora gli entusiasmi per quel Pio IX, (1) che poco dopo avrebbe maledetto (2). Ed è curioso il caso, che incontrò il Francesconi, quando riportando in convento gli abiti del Gavazzi, che si era sfratato per vestire la camicia rossa di Garibaldi, passò pericolo d'esser bastonato dal laico portinaio, credutosi offeso, come d'un insulto, dall'atto e dalle parole ingenue e quasi festose del Francesconi, che gli disse semplicemente "ecco che cosa vi riporto di P. Gavazzi." E mentre il Rosmini apriva nel palazzo Albani le sue conferenze ( 26 Agosto 48) sulla confederazione, il Francesconi ne propagava le idee con lo scritto e con la parola. Ecco raccolto in poche parole il loro programma.

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(1) Vedi Il genetliaco di Pio XI discorso recitato nel duomo di Senigallia: è così meschino e rettorico, che fa pensare melanconicamente allo facilità degli applausi, quando il popolo è ubriaco,

(2)Marco Monnier – Napoli eretica e panteistica.

 

<10> "Una confederazione perpetua veniva stabilita fra gli stati della Chiesa, del re di Sardegna, del granduca di Toscana a guarentire per unità d'azione e di forze i territori, e curare lo sviluppo progressivo e pacifico delle libere istituzioni accordate e della prosperità nazionale. Il Papa avrebbe in perpetuo la presidenza della lega. Radunerebbesi ben tosto, in Roma, un congresso preliminare eletto dalla potestà legislativa degli stati federali, a stabilire la costituzione federale sulle basi seguenti. La dieta intanto risiederebbe in Roma con mandato di dichiarare la guerra e la pace: di stabilire i contingenti per l'esercito federale e garantire la comune tranquillità interna e l'indipendenza esterna; di regolare uniformemente le dogane, le monete, i pesi, le misure, le leggi civili e criminali, gli ordinamenti militari: di stipulare trattati marittimi e di commercio con le altre nazioni, di ordinare e dirigere d'accordo coi governi degli stati federali le imprese vantaggiose alla nazione. Alla dieta spettava di vegliare alla stabile concordia dei governi italiani, dovendo esistere nel seno di essa una mediazione perenne per tutte le controversie, che tra loro Potessero insorgere ..."(1). Ma pur troppo il progetto della confederazione, che avrebbe risoluti, fin da quasi mezzo secolo, tanti problemi di questioni vitali, che oggi con più imperiosa necessità s'impongono, né accennano a risolversi, non si volle far riuscire; non già per colpa di Pio IX, come volgarmente si crede, ma per bieche mire del ministero di Torino, che dal Perrone, con lettera riservata, fece sapere a Rosmini: ormai non esser più tempo di pensare ad altra confederazione, che non fosse di guerra (2).

Un altro illustre italiano, Massimo d'Azeglio, propugnava valorosamente la causa della confederazione, il quale esiliato dal governo toscano, per la pubblicazione dei casi di Romagna, lanciava tra il vortice delle passioni politiche quelle lettere e quegli opuscoli, che accendevano gli animi e tenevano in fermento principi e sudditi. Tali sono la Lettera al prof. Orioli – il programma per la formazione di un'opinione nazionale – i lutti di Lombardia. E il D'Azeglio

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(1) Nicomede Bianchi – Storia della diplomazia: vol. IV (1848–50)

(2) – Dispaccio riservatissimo di Ettore Perrone all'abate Rosmini.

 

<11>trovava nel Francesconi l'amico fedele, che gli faceva la propaganda con abilità sicura e rapida non solo nelle città dell'Umbria, ma per lo stato pontificio, giovandosi dell'opera discreta e intelligente di provati amici (1). Ed è osservazione degna di nota che né il Tommaseo, né il D'Azeglio, né il Francesconi patrioti sinceri, intelligenti e attivissimi vollero mai appartenere a società segrete. É famosa la risposta del d'Azeglio a chi gliene faceva la proposta. Questa libertà di azione, fuori di qualunque legame, reso ormai turpissimo dalla massoneria, dimostra la vera indipendenza di carattere di fronte a mestatori e a male intenzionati, che, nel santo nome dalla libertà, legano al capriccio di sconosciuti capi, intelligenze, azioni e sostanze.

Ora da Roma trasportiamoci a Venezia: là il sentimento comune era la rivendicazione della libertà. Reggevano le cose pubbliche Mannin e Nicolò Tommaseo, il quale ultimo preferiva all'unione col Piemonte una repubblica indipendente. Il dall'Ongaro dice che anche le donne di Castello e di S. Marta andavano gridando "Nu no volemo altri che el nostro Mannin, che el nostro Tommaseo"(2). Tutti i piccoli stati stavano alla vedetta per intendersi a un cenno, per camminare d'accordo, e riuscire insieme a un medesimo risultato. Il Francesconi, intimo del Tommaseo, lo informava di tutto quanto accadeva a Roma, e questi lo confortava ad aiutarlo per la causa di Venezia con la penna e col denaro, Venezia, la donna affranta e troppo pigra delle lagune, alzava la voce a tutta l'Italia.

"Molte prove, in breve intervallo, hanno già dato di coraggio gl'italiani: molte d'affetto fraterno, molti sagrifici generosi hanno fatti; ma ancora non basta. Le provincie venete, sulle quali ora pesa la crudel guerra, chiedono aiuto d'armi con cui combattere; di denaro, con cui sostenere le quotidiane necessità; lo chieggono pronto, o italiani, lo chieggono generoso. E noi da queste lagune, dove la forza nemica rinserra i nostri movimenti, non i pensieri e gli affetti; noi, che per la salvezza delle provincie, abbiamo dato, finché si poteva, oltre a quello che si poteva, da queste lagune, antico nido della libertà,

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(1) Dal carteggio del Francesconi.

(2) Documenti della guerra santa – dall'Ongaro.

 

<12>alziamo un grido ai fratelli e chiamiamo aiuto. E non avrebbe fede nell'Italia chi dubitasse che in nostro grido non abbia a commuovere tutti gl'italiani, nell'anima. Ai governanti chiediamo che facciano quanto in lor potere a pro nostro, alla nazione chiediamo qualche elemosina, e si può chiedere con fronte sicura. Tutto può un popolo,che vuole davvero. Eleggasi in ciascuna città una commissione, che raccolga le offerte e a Venezia sicuramente le invii. Tutti abbiamo parte in questo tributo d'amore e di libertà, dia ciascuno il suo centesimo alla madre, che benedice e ringrazia, che il più all'inimico crudele, che godrebbe di strisciarne il trafitto capo di lei nella polve e nel sangue." Queste parole facevano il giro d'Italia e promuovevano prodigi di generosità.

Il Francesconi intanto riceveva lettere private dal Tommaseo (1) con le quali, come abbiamo accennato di sopra, lo pregava, lo scongiurava di scrivere e di raccoglier denaro per la causa di Venezia. E fu in questa circostanza, che il Francesconi col pericolo di essere arrestato e fucilato, andò fin là, a portare non lievi soccorsi al pietoso amico.

Non abbiam potuto raccogliere, né dal carteggio, né da altri indizi quando e come cominciassero le relazioni del Francesconi col Tommaseo, ci resta però un prezioso manoscritto, dove il Francesconi riferisce, accennando due lunghi colloqui, che ebbe con l'illustre filosofo e letterato a Firenze, il 16 e il 18 di Luglio del 1846, s che sono un riassunto di notizie molto interessanti. Li riproduco letteralmente.

"Firenze,16 luglio 1846,

"Nella mattina, prima di recarmi letteratura e filosofia:di filosofi letterati e politici: di speranze più o meno lusinghiere: della tolleranza dei credenti, della alla galleria Pitti, per ponte S. Trinita, m'inviai lungo il Maggio: giunsi al palazzo Ridolfi, che sta al N. 97 e passai a visitare il sig. Tommaseo. Con esso mi trattenni circa un'ora e mezzo: si discorse di molte e varie cose; di politica, intolleranza dei non

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(1) Le lettere del Tommaseo al Francesconi sono scritte in brani di carta grossolana, come è permesso soltanto di fare a persone, che han tra di loro strettissima confidenza.

 

<13> credenti. –Di Pio IX, sua vita nel 31, sue nobili qualità, – Della grandezza del Rosmini e del principio di proprietà in diritto, in cui si scorge il signorotto trentino, che scrive. – Della generosità del Gioberti e di avere amicati i liberali al cattolicismo; degli errori presi per aver dato ascolto a chi calunnie gli scriveva dei tatti dei suoi rivali e particolarmente di Rosmini: dei gesuiti, cui si dà troppa importanza, come suol farsi (1). – Fanciullezza del Gioberti nello scrivere al Leopardi malato e disperato che il Tommaseo non lo stimava gran poeta (2), perché il poeta non può esser negativo come sono gli scettici; dello sgraziato sarcasmo, onde il Gioberti, in Parigi, pungeva il Tommaseo nel 34, che sosteneva potere Iddio far miracoli, per la ragione nulla che le leggi sono immutabili, rivolto ora contro chi tiene adesso la sua antica opinione: della nullità filosofica del Gioberti, osservazioni senza prova, stranezze, assurdi in filosofia, filologia: magrezza di erudizione storica ed ostentazione: villania nei trattar Rosmini: troppa stima ingiusta e dannosa a Leopardi piccolezza nel non voler dir messa per non chieder licenza al Vescovo di Brusselle: generoso rifiuto delle sovvenzioni di Carlo Alberto. Bella gloria per i compatriotti il mantenerlo a loro spese, ora che per incomodi di petto ha dovuto abbandonare la cattedra, – Il cambiamento delle opinioni; universali e della corte romana, appena fatto il nuovo Papa, è indizio di virtù soprannaturale, – Dei pregi e dei difetti dello stile del Giordani, della sua nullità in filosofia e della sua bestemmia inserita nella prefazione del 2.° volume della sua opera, cioè Colui che prendesi più cura delle formiche che degli uomini: empia cosa specialmente perché non risultante da argomenti od altro, ma da sola perversità (3).

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(1) Il Francesconi, negli ultimi anni, aveva molto modificato queste sue opinioni, sull'importanza scientifica e sociale dei gesuiti.

(2) Che veramente il Tommaseo non fosse appassionato ammiratore di Leopardi si può raccogliere anche da quanto disse di lui ne'suoi Studi critici. Parlando di un ammiratore esagerato dice: no, né vitupero a Byron né ammirazione a Leopardi:commiserazione ad entrambi (vol. l pag. 198 pag, 313 ivi)

(3) Benissimo, e sarebbe tempo che questa celebrità scroccata del Giordani finisse con l'andar del tutto dimenticata, tanto più che oltre al non avere meriti intrinsici letterari, avvelenò, la sua parte, l'anima del povero Leopardi. Anche il Bonghi dice di lui che non ebbe punto vita nello stile e fu di poca levatura nei concetti (lettere critiche) e dico anche il Bonghi, che pure del Giordani fu tenerissimo.

 

 

<14> Necessità del tempo larghissimo per cambiare una cosa specialmente politica. – finche il cattolicismo, sebbene conti 18 secoli di vita, ancora non sia tutto internato non solo nella pratica, ma neppure nella teorica delle arti e delle scienze, anzi adesso appena comincia, ed ha avversari un numero grandissimo (1). – Da questo si misuri il progresso di tutto quanto abbia a costare di tempo. – Operetta fatta ma non stampata dal Tommaseo di 140 proposizioni fondamentali del Primato del Gioberti la metà delle quali distrugge assolutamente l'altra metà. Non si publica, perché l'autore teme si possa credere essere effetto d'amor proprio e perché vede cadere a momenti ogni credito dei Gioberti e come di filosofo e come di politico – domandommi di Vermigliosi, cav; Anton Maria Ricci, Mezzanotte, Fabretti, Sebastiani, Pompili. – Io parlai di Bonacci etc, etc."

 

" Idem 18 Luglio „

"Nella mattina, alle ore 9, mi recai per la seconda volta dal Tommaseo, presentandogli in dono il Sistema filosofico, i Dialoghi il Sunto e la Direzione degli studi filosofici. Non voleva il dono, ma poi l'accettò. Si disse nuovamente del Rosmini; cui egli conobbe nell'università alla scuola del jus canonico e da cui ebbe soccorso di casa e vitto, quando si

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(1) É questa un'osservazione, che, non par degna dei due pensatori. Prima di tutti il Cattolicismo non ha per fine le arti; quindi, se queste non si fossero pienamente. svolte nell'ambiente cattolico, la colpa sarebbe sempre delle singole intelligenze e dei governi, che hanno la missione diretta di promuoverle per il bene dei sudditi. Il Cattolicismo rispetta e seconda tutto ciò che è utile e onesto come sono le arti, le quali, per altro, perché non sono il suo fine, non possono stabilire il progresso o il regresso del suo essenziale sviluppo, costituito dalla fede e dalla morale. Poi nego recisamente l'asserzione, giacché la storia è la prova che tutti o quasi i più celebri monumenti artistici di 18 secoli furono o ispirati o creati dall'influenza del cristianesimo. – Riguardo poi alle scienze, la questione é del tutto diversa. Se certe scienze, o per dir meglio, certi sistemi di scienza si ribellano al Cattolicismo, non é certo questo, che si piegherà al capriccio degli innovatori, perché la verità è immutabile, né per conseguenza, gli sr potrà attribuire la colpa del contrasto o della opposizione. Se quelle progrediscono per la via ordinaria, con lo scopo esclusivo e sereno di scoprire il vero, non troveranno fautore più ardente e sincero del cattolicismo, che è l'espressione viva, tra noi, della verità soprannaturale; e siccome il vero naturale e soprannaturale sono ugualmente emanazione di Dio, non possono tra di loro ne'contradirsi, né combattersi, ma devono completarsi.

 

 

<15> determinò di non tornare in Dalmazia. Fu di dolore al Rosmini quando il Tommaseo lasciò la sua casa, e l'afflizione del cuore non gli permise di trovarsi in paese quella mattina. Tratti di simile sentimento, spessi nel Rosmini, anche nelle opere, mai nel Gioberti, solo una volta in una sua opera, quando parla di chi ha riconosciuto il suo errore: esso professa di non aver cuore affatto per l'amicizia: prova ne è l'aver detto che Dio ha fatti tutti gli uomini venerandi e amabili, e non doverci perciò essere i più o meno amati. L'erudizione greca, indiana etc. etc, è falsa, perché egli di tali cose non ha studiato e perché gl'intendenti dicono al rovescio. É poverissimo, anzi è ignorante affatto di filologia. – Se la perde lunghissimamente in luoghi comuni, laddove il Rosmini pone sua cura nel trattar cose nuove – L'Antropologa è opera, che, anche dato nullo il principio ideologico, è sufficiente per le molte scoperte, per la immobilità del Rosmini. – Gioberti è pedante, ed è vergogna ad un prete la venerazione del bello greco. – Senza fondamento questa venerazione, perché il Gioberti mai l'ha visto e, anche vedutolo, non ha cuore da sentirlo. – Lezioni climateriche dell'università di Pisa in questi giorni, ove si trattò di grandi innovazioni da farsi, e un professore augurò al futuro congresso degli scienziati che il Papa avrebbe ad essi cantata la messa; meglio pel Papa non intrigarsene; perché si tratta con materialisti, e perciò non credenti. – Viltà d'Orioli nel dire al re di Napoli, dopo aver dette liberali parole, ma ancor bagnate le mani nel sangue dei Cosentini, che Giove aveva deposto le folgori, ed era venuto a vivere in società tra i mortali. – Cessò un tempo la corrispondenza tra Tommaseo e Rosmini, per l'opera sull'Italia, che a questi non piacque. Fine del Tommaseo in quell'opera si fu l'amicare i liberali con la religione, poiché il pensare dei liberali di allora si era di distruggere la religione per riuscir nell'intento. Per far questo bene alla società, non curò le pene dell'esilio, cui prese volontariamente recandosi a pubblicare il suo libro a Parigi: il titolo del libro fu l'Italia, e per introdurlo; opuscoli inediti del Savonarola – L'idea bella del Gioberti di unificare la religione col liberalismo fu qui prima trattata. – Il Tommaseo ritornò dall'esilio quando l'imperatore dié l'amnistia, non essendo il ritorno a vili condizioni. La sua età é di anni 43 del Rosmini di anni 47, del Gioberti

 

<16> 46 circa. Rosmini in Roma, il 29 conobbe i Gesuiti. – É impossibile fare un sunto ragionato dell'opera l'Introduzione, tanto è confusa e mancante di ragionamento. Risposi averlo tentato il Mamiani ed esserne risultato totale mancanza di prove e tutta fondarsi su di una petizion di principio. – L'Orioli non è materialista, non sa neanch'esso cosa si sia, è una bella e chiara mente, un'amabile persona, ma non ha portato oltre di un passo alcuna scienza. – Il papa in Civitavecchia fu invitato a fare una corsa in mare, ed il Console Corso, che lo ha raccontato a Tommaseo, si offerse a fare allestire un vapore. Il Papa gli disse "volete forse portarmi a Marsiglia?" , Cui il Corso; "là troverebbe 23 Milioni di popolo a Lei più devoto degli altri". Allora il Papa accortosi della sua coglioneria, cangiò discorso e disse: w Per esser corso, parlate assai bene l'italiano"...

Fin qui il Manoscritto,

Anche col P. Ventura ebbe il Francesconi amichevoli relazioni per politici intendimenti, e di lui possedeva un giudizio manoscritto diretto a Gioberti sul Gesuita moderno, che, per quanto io mi sappia, è ancora inedito. Il manoscritto è prezioso nel senso, che rivela, forse più apertamente di quanto si creda, come la pensava in quei tempi il patriota Teatino e quanto più plausibile fu poi il suo ravvedimento. Vedremo in seguito che cosa costò al Francesconi quest'ammirazione troppo cieca per l'ardente siciliano.

Intanto la sua attività pareva istancabile, quasi febbrile né si sa concepire come nel tempo stesso che dettava lezioni difficili e nuove dalla cattedra, organizzava nell'Umbria e altrove la scuola rosminiana, potesse seguire ed esser gran parte di tutti i movimenti politici, che tenevano in fermento l'Italia. E così ora come filosofo rappresentante di una scuola allora assai in voga, ora come politico, scriveva sui giornali più diffusi; nel Labaro, nel Nazionale, nel Costituuzionale, nell'Imparziale di Faenza, nell'Osservatore Dorico di Ancona, nello Statuto di Firenze, nell'Utile dulci d'Imola, dove la censura gli sequestrò per due volte due studi, forse d'intonazione troppo politica, su Gioberti e Rosmini.

E per seguire gli avvenimenti di quei torbidi giorni, essendo ormai fallita la speranza di una confederazione nazionale, e crescendo in Roma i pericoli per il Pontefice, Pio IX

 

<17> fuggì a Gaeta. Il Rosmini lo seguì insieme col Montanari, e sebbene il parlamento di Torino gli avesse dato un voto di sfiducia, allegando l'imperizia di lui, come legato presso la S. Sede, per far rimanere occulti gli ordini dei Perrone, volle esser compagno di esilio al fuggiasco Pontefice, per confortarlo dei suoi consigli. E qui mi piace di riportare un brano di lettera dello stesso filosofo, diretta ai suoi di famiglia, nella quale racconta i particolari di quella fuga.

"In Gaeta nessuno ancora aveva sospetto della partenza del Pontefice, che s'era tenuto più che mai occulto. Oh, se aveste veduto in che angusto e misero luogo abbiamo noi venerato il supremo pastore della Chiesa! Eppure è quello uno dei migliori alberghi di questa città. Era tranquillissimo ed in prospera salute, e non volle svelarsi prima che lo sapesse il re, a cui aveva mandato in qualità di corriere lo stesso conte di Spaur. Il generale, che comandava questa piazza, a cui fummo condotti dal Cardinale Antonelli travistito, e presso cui trovammo la Contessa di Spaur, ci domandava dov'era il Papa, che aveva sentito esser già fuggito, e noi tutti rispondemmo senza, dir nulla e senza mentire. Ma ecco due vapori da Napoli, che portano il re e la regina e due battaglioni; uno del primo reggimento granatieri della guardia reale, e uno del nono di linea; una forza di quasi duemila. Allora non fu più possibile che restasse occulto il grande avvenimento. Il re portò seco in un gran numero di casse tutto ciò che potesse occorrere al Pontefice con magnificenza reale; e mentre il Pontefice era qui venuto per andarsene in altro luogo, vinto dal filiale attaccamento, che gli mostrò il re, decise di qui fermarsi per alquanti giorni, dove è ospitato nel palazzo reale assai nobilmente. Sono qui gli ambasciatori delle principali potenze, e vanno e vengono continuamente cardinali. Noi non sappiamo ne quando qui si tratterà, né dove se ne anderà definitivamente, sappiamo solo che non lo abbandoneremo dovunque Ei vada..."

Il Francesconi era al giorno di tutto, non solo per le relazioni col Rosmini, quanto anche per le molte e preziose conoscenze, che aveva in Roma, trovandosi di essere il confidente e l'intimo segretario del cardinale Antonelli. Questo breve periodo della vita del Francesconi ci rimane assai oscuro, ma da qualche sua espressione, che involontariamente

 

<18> e assai di rado gli usciva dei fatti suoi, quasi come preso alla sprovvista, si può dedurre che già gli fossero noti gl'intrighi dell'Antonelli, e, spirito indipendente e onestamente dignitoso, quale egli era, non si peritò di manifestare al cardinale il suo disgusto. E questi, alla sua volta, allontanò da sé il censore importuno. Ecco quale attestato gli spediva a Perugia il Fausti, nel 1849, dopo la sua partenza da Roma. "Io sottorichiesto faccio testimonianza per la verità che il sig. Francesco Francesconi fu chiamato dall'Eminentissimo Antonelli per suo uditore e segretario nell'epoca che S. E. fu nominato Presidente della Consulta di stato e che lo servì nella qualifica suddetta per tutto il tempo, che durò la consulta stessa. Chiamato poi il prelodato Cardinale nella Segreteria di stato, cessò lo scopo per il quale aveva preso presso di sé il Francesconi, e dové per conseguenza ringraziarlo... – firmato Fausti". É chiaro che questo motivo non fu che un pretesto; un Francesconi non poteva mai restare come inutile arnese ad Antonelli divenuto segretario di Stato; doveva riuscire invece più che mai necessaria l'opera di chi, alla consulta, gli era stato intimo. Un altro documento, che abbiamo in mano ce ne fornirebbe prove più convincenti, se ragioni di delicatezza, che riguardano una persona ancora vivente, non ci impedissero di pubblicarlo.

Un carteggio segreto corso tra il Francesconi e il padre dello scrivente, mentre egli era addetto agli affari della corte pontificia, dimostra quanta parte prendeva ed era nel tempo stesso, nell'andamento politico, e come stesse ben addentro alle segrete cose.

Intanto non si era potuto ancor sapere quale risoluzione avrebbe presa il Papa, se raffidarsi alla devozione de' suoi sudditi o alla forza delle armi straniere. Fu allora che il Francesconi scrisse a Pio IX una lettera caldissima di affetto e di sentimento pietoso per gl'italiani, in cui lo pregava a tornare alla sua Roma, dove accomodate le vertenze, sarebbe accolto con gioia, se non voleva veder l'Europa levarsi in armi e sparger sangue innocente. Gli fa poi un'esposizione diffusa dello stato e delle condizioni politiche di Europa. Questa lettera fu presentata a1 Papa dall'abate Rosmini, che sosteneva col Francesconi la stessa tesi, contro il cardinale Antonelli, cioè il ritorno del Papa a Roma. Che ne dicesse Pio IX noi non sappiamo, ma

 

<19> pur troppo sta il fatto che per la necessità delle vicende, tutte indipendenti dal gran cuore di Pio IX, si avverò quanto il Francesconi aveva predetto. Ci dispiace di non aver potuto trovare una copia esatta di questa lettera, che abbiamo semplicemente desunta da un breve cenno, che il Francesconi ne fa in un'autodifesa da lui sostenuta innanzi al cardinal Pecci allora vescovo di Perugia, ora Leone XIII, e a Mons. d'Andrea, per essere stato deposto, come vedremo poi, dalla Cattedra della Sapienza.

Il Francesconi fu di carattere indipendente anche in fatto di politica; i suoi principi professò sempre con la coscienza della convinzione senza riguardi, senza paure, senza servilità, senza secondi fini, Per lui aver la convinzione di un ideale era Io stesso che mettersi nell'impegno di attuarlo con zelo e attività instancabili, era quindi naturale che non gli dovessero mancare dei fastidi per parte specialmente dell'autorità, a cui non potevano restare occulti il pensiero, le relazioni, gl'impegni del Francesconi.

Fin dall'Agosto del 1847, l'arcivescovo di Spoleto, mons. Sabbioni, come suo legittimo superiore, lo chiamava dalla cattedra di filosofia della Sapienza di Perugia e lo nominava professore nel suo seminario. Il Francesconi, che vestiva ancora da chierico e non aveva forse assolutamente deposto il pensiero d'essere ordinato sacerdote, sebbene a malincuore, obbedì alla chiamata del suo ordinario, tanto più che ve lo invitavano anche le insistenze del rettore Guizzi suo ammiratore e le preghiere dello Speranza suo carissimo amico. Intanto, nell'ottobre, anche il municipio di Spoleto lo nominava professore di filosofia nel pubblico liceo, ma il Sabbioni non volle sanzionar quella nomina, diceva, per sue particolari ragioni. Il rifiuto offese il Francesconi, che parti subito da Spoleto, svestendo l'abito, e il popolo commosso e indignato per il fatto si ammutinò e fece una violenta e indecentissima dimostrazione fischiando e urlando sotto il palazzo dell'episcopio, frantumando a furia di sassi i vetri delle finestre, non senza minacciare nuovi e più gravi disordini. La notizia di questa sommossa fece il giro di parecchi giornali, che chiamavano il Francesconi responsabile del tumulto. (Vedi il Labaro, la Gazzetta di Modena, la Speranza e specialmente il Costituzionale).

Egli, a Perugia, apprese dagli articoli di quei giornali la

 

<20> selvaggia dimostrazione del popolo, che certamente non poté approvare: ma non dissimulò la sua indignazione per quell'acerba e forse ingiusta censura. Allora per mezzo del Gavazzi fece presentare una vivace protesta al ministro della Pubblica istruzione, a Roma, che qui trascrivo letteralmente.

"Cittadino ministro, sig. Muzzarelli Roma – Francesco Francesconi professore della filosofia della storia nella Sapienza di Perugia reclama per ingiustizia ricevuta dall'Arcivescovo di Spoleto. La magistratura di quel paese nel p.p. Ottobre mi nominò maestro di filosofia e il Vescovo rifiutò alla nomina la sua sanzione. Ciò produsse le pubbliche dimostrazioni, che qui è inutile ripetere. Il rifiuto supponendo una colpa e portando con sé il disonore, io non posso acquietarmi al fatto, senza mancare ai miei doveri. E siccome il detto arcivescovo alle replicate istanze fatte dagli spoletini rispose non Potere assentire per istruzioni avute da cotesto ministero, e siccome io so non potervi esser ragioni da ciò, invoco che Ella tenga esame della cosa, e mi dia soddisfazione secondo giustizia. – Perugia, 30 Gennaio l849". Nel tempo stesso mandò una focosa protesta anche al giornale, romano il Costituzionale, perché ritirasse le sue parole offensive, per avere, senza cognizione di causa, gettato il discredito sulla sua onestà, chiamandolo responsabile di quanto era avvenuto a Spoleto.

Da quanto abbiamo raccontato si deducono due conseguenze, che dimostrano ugualmente l'importanza politica del Francesconi conosciuta anche a Spoleto: aver dato cioè occasione a un tumulto popolare per la sua partenza, dopo pochi mesi di sua dimora colà, e il sospetto in cui era tenuto dalle autorità locali, che in lui dovevano vedere un reazionario temibile.

Ma prove ben più dolorose oltre le disillusioni politiche che lo rattristarono assai, gli erano riservate. E qui dobbiamo dir due parole sul collegio della Sapienza, dove si svolgono i fatti che verremo poi raccontando. Queste parole trascriviamo da una necrologia stampata, parecchi anni dopo, dallo stesso Francesconi nelle Letture di Famiglia, l'Aprile del l872, sui due illustri cittadini recanatesi don Fausto e Gratiliano Bonacci, l'uno zio e l'altro padre della celebre Maria Alinda Bonacci Brunamonti, gloria delle lettere italiane, la più geniale poetessa del nostro secolo.

 

<21> "Per corrispondere alle idee progressive e liberali, che si andavano svolgendo, il Bonacci (1) propose e la superiorità accettò l'aumento di una cattedra per gli ultimi due anni di corso, che fu la filosofia della storia. Già negli anni precedenti, i giovani di più estesa capacità, avevano avuta lezione sul progresso e sulle leggi, che lo governano: ma nel 1847–48, fu stabilita apposita cattedra, che, in più vasta orbita di cognizioni, mostrasse i fatti umani più disparati, connessi e tendenti all'attuazione della universale perfezione, Fu questa la prima cattedra di filosofia della storia impiantata in Italia. Così tutto fu armonizzato con l'entusiasmo, che era universale in quel tempo, e ciascuno si augurava il più lieto avvenire. Se non che le concepite speranze presto si dileguarono, e alle sperate prosperità successero realtà mai pensate. Dopo la sciagura di Novara, l'invasione tedesca in Perugia distrusse quanto aveva d'impronta di liberalismo ogni istituzione, e il collegio della sapienza fu una delle prime vittime destinate all'olocausto. Tre dei suoi insegnanti destituiti dal consiglio di censura: i professori di fisica, di filosofia della storia, e di filosofia razionale ,,

Fin qui il Francesconi.

Ora è da sapere che fra i tre professori destituiti si trovava anche lui. Da qualche suo scritto abbiamo potuto raccogliere che tre specialmente furono i capi d'accusa, che ne motivarono la destituzione – 1° l'aver commentato a scuola il famoso discorso del P. Ventura sui martiri di Vienna – 2° l'aver fatto parte, esserne stato anzi l'anima per qualche tempo, del circolo Popolare di Perugia – 3° l'aver proposta la demolizione della fortezza edificata da Paolo IV.

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(1) D. Fausto Bonacci allora rettore della Sapienza di Perugia, era stato nominato nei 1836, per via di concorso, rettore del collegio–convitto Lucarini di Trevi, dove si trattenne per parecchi anni, finché contrariato per le solite meschine antipatie e gelosie personali, rinunziò dignitosamente la direzione dei collegio di Trevi, e fu con grande aspettazione di tutta Perugia, nominato rettore della Sapienza. Si deve all'opera del Bonacci se il collegio poté esser trasportato dai locali del palazzo Lucarini (ora orfanatrofio e scuole femminili) all'ex convento di s. Francesco, dove tuttora si trova, non ostante le opposizioni di Mons. Mastai, allora arcivescovo di Spoleto, che di quel convento e della chiesa meditava di fare la nuova collegiata e le canoniche. E il trasloco di Mons, Mastai da Spoleto a Imola, si dové all'influenza del Bonacci, per mezzo del cardinal protettore.

 

<22>Il discorso sui martiri di Vienna fu recitato dal Ventura il 27 Novembre del 1843 a S. Andrea della Valle, e, quando vide la luce con una introduzione e una protesta dell'autore, levò gran tumore pel senso opportunamente patriottico e forse perché conteneva principi non consoni all'insegnamento cattolico. Con decreto del 30 Maggio 1849, venne condannato dalla Chiesa e l'autore riprovò l'opera sua. Non fa meraviglia dunque che il Francesconi credente potesse averlo commentato, ( come risulterebbe dalle deposizioni di tre suoi discepoli) prima che l'autorità competente avesse pubblicata officialmente la sua condanna.

Innanzi a mons. d'Andrea e al vescovo Pecci il Francesconi giustificò non già la sua associazione al circolo, ma lo spirito stesso dell'associazione, e lo giustificò con ragioni, che, sebbene davanti all'autorità dovessero parere cavillazioni, si presentavano con tale parvenza di verità, così corredate di principi giuridici, che un'altra mente non così sottile e destra, come quella del Pecci, si sarebbe forse fatta vincere dall'eloquenza dell'accusato. Di questa difesa abbiam trovati alcuni appunti notati in un suo manoscritto.

Fu precisamente nel Giugno del 1849 che venne nominato consigliere del circolo popolare, e, come sempre soleva, vi portò le sue idee e la sua attività, tantoché, presso i suoi giudici, ne assunse tutta intera la responsabilità. Qui riporto un sunto della sua difesa.

Noi, dice il Francesconi, ci trovavamo senza governo: era dunque necessario che uomini seri, e amanti dell'ordine, raccogliessero le loro forze per impedire le conseguenze, che avrebbe potuto portare questo stato di cose così anormali – Le nostre adunanze erano pubbliche, e questo vuol dire che non si cospirava: il nostro fine era l'educazione del popolo alla libertà, e io col Rognotti e col Rossi rappresentavamo la commissione, che doveva studiare il sistema della istruzione popolare. – Quando minacciava la guerra civile, il circolo, come un governo provisorio, temperò le ire, organizzò un governo di disciplina civile. – É principio di diritto naturale che una città deve prima provvedere all'ordine pubblico, e poi occuparsi della questione del principe. Questo noi abbiamo fatto, perché, prima della costituente, si tenne adunanza per deliberare se si dovesse raccomandare ai deputati un voto speciale del

 

<23> circolo, e si risolvé per la negativa, considerando che la repubblica era passo troppo ardito ed era da saggi di veder le cose a Roma con maggiore lume e con pacatezza, – La nostra colpa sarebbe dunque di aver mantenuto ordinatamente gli uomini in società, quando il governo era cessato e rotto il vincolo sociale – Governo non c'era, e lo provo. Il Papa era partito, il ministero era diffidato, la commissione di governo da lui nominata era nulla di pieno diritto; mai fu promulgata la legge, onde la investiva dell'autorità, mai assunse l'incarico, perché non combinò col Papa ..."

Riguardo al terzo capo d'accusa, pare che la proposta della demolizione di quella fortezza, che portava scritta la frase famosa: ad repellendam perusinorum audaciam, sebbene mossa dal circolo, fosse stata un tempo approvata da Roma su proposta del cardinal Rivarola, perché giudicata di nessun danno al paese, di nessun vantaggio al governo. E fu così che il Francesconi per quella convinzione, che lo rendeva franco e indipendente, si provò di purgarsi dall'accusa di ribelle, e di rivendicare la sua cattedra.

Ma dopo i fatti del 49, abbandonò la politica, e si diede con tutta l'anima agli studi speculativi.

 

 

 

II

 

E qui incomincia per il Francesconi una nuova vita di attività, che noi non possiamo seguire nel suo pieno svolgimento, perché ci mancano, in gran parte, gli elementi, per ricostituire tutto intero e vivo l'ambiente dove egli si mosse, tanto più poi che chi legge queste memorie non potrebbe, fatte poche eccezioni, interessarsene gran fatto, trattandosi di un periodo di tempo, che segnò il risveglio della filosofia.

Ma perché non venga defraudata la memoria del nostro amico, per cui la scienza fu la più bella gloria, ci argomenteremo di raccogliere in poco, ciò che dovremmo diffusamente svolgere, per quanto almeno ci potrà esser sufficiente a trarne fuori la sua figura, che nessuno, forse, vide mai nella piena sua luce, ad eccezione dei filosofi dell'alta Italia, che lo conobbero e altamente lo apprezzarono.

Facciamo una rapida rivista del mondo filosofico, quando

 

<24> il Francesconi, uscito di fresco dagli studi, con le semplici impressioni e con le sole cognizioni della scuola, si trovò a contatto con persone autorevoli di diversi principi, lesse libri di dottrine varie, e scoprì nuovi sistemi.

I filosofi, allora più in voga, erano Rosmini, Gioberti e Mamiani e dico più in voga, non già perché rappresentassero essi soli, o principalmente, le idee filosofiche dei tempi (mentre, la scuola napoletana e Roma raccoglievano fior d'ingegni e conservavano le tradizioni scolastiche) ma perché la nomèa si raccoglieva intorno a loro soltanto, lasciando nella noncuranza della loro modesta, ma non meno attiva operosità, i tomisti, che, tra il sensismo e il razionalismo, ringagliardivano, riducevano a sistema, e ne formavano arma terribile, le dottrine di S. Tommaso. L'opera più viva ed efficace era quella dei gesuiti. Nell'alta Italia e in qualche città, qua e 1à della penisola, specialmente nei seminari, si facevano largo di pari passo le dottrine della nuova politica e della filosofia del Gioberti e del Rosmini. Il Ventura, che poteva essere ascoltato, perché liberale, sosteneva fiaccamente la scolastica, quindi, mi si perdoni l'espressione, nacque più che altro, alla dottrina tomistica, che si veniva invece concentrando e consolidando nelle scuole, senza chiasso, senza rumori, per venir fuori poi tanto bene agguerrita, da uccider Gioberti e paralizzare Rosmini.

E venuto ormai su questo campo di esame e di ricerche, premetto che non intendo di offender per nulla la memoria e il merito di gran mente incontrastato del fiosofo roveretano, tanto più che oggi la questione è entrata in tal periodo di discussioni, che la delicatezza non è mai soverchia; né molto meno dettare ex cathedra contro le sue dottrine, perché me ne manca la competenza..

Mamiani fu d'ingegno vasto più che sottile: fu adoratore del metodo più che del vero: fu applaudito, non perché dai più fosse studiato o compreso, ma perché trattava la scienza a base di patriottismo. Mi pare che, senza fare offesa al dotto pesarese, posa asserirsi non aver esso creata una scuola. Il campo filosofico; per chi seguiva l'andazzo, veniva diviso tra due contendenti: Gioberti e Rosmini, che veramente agitarono le più alte questioni della ontologia, della psicologia, dello scetticismo, del panteismo, dell'origine dell'idee, specialmente, del reale e dell'ideale, fino alle disquisizioni più sottili di diritto

 

<25> naturale, individuale e sociale. Non è questa l'occasione di accennar neppur i punti principali che dividevano i due sistemi e li rendevano spesso anche opposti per principi fondamentali, perché abbiamo inteso di dare un'idea dell'ambiente storico e non di fare una critica. Ebbero ambedue sostenitori valorosi e non di rado fanatici, ambedue furono ammirati e seguiti da forti ingegni; ci fu un tempo non breve, in cui Rosmini e Gioberti divennero un motto d'ordine, nomi di partito, quasi una nuova fede e provocarono l'attenzione di tutte le intelligenze.

Fu in questo periodo che il Francesconi entrò nella vita pubblica. Mi son domandato più volte come mai poté divenire rosminiano, mentre le sue naturali tendenze l'avrebbero portato a seguire di preferenza il Gioberti, che improntava nei suoi scritti il fuoco di una mente più imaginosa che logica e sottile, e non ho trovata altra soluzione che l'indirizzo della scuola e le prime impressioni da lui ricevute. Giacché a chi esce da studi rigorosi e scolastici può più attrarre il Rosmini con le sue sottigliezze e astruserie, che non il Gioberti coi suoi periodi smaglianti, che par che dicano un mondo di cose, che risolvano mille questioni, aprano più larghi orizzonti, ma discussi serenamente a rigor di logica dicono e concludono poco.

Le prime tendenze del Francesconi dovettero essere scolastiche. Difatti all'età di 20 anni si dibatteva ancora tra la filosofia tomistica e la rosminiana, e delle sue dubbiezze tenne proposito con il chiaro P. Giuseppe Luigi Dmowski gesuita polacco, allora in grandissima rinomanza e professore di filosofia nel collegio romano, Le sue Istituzioni filosofiche erano il testo di gran parte dei seminari italiani e stranieri, e, prima del Liberatore, del Cornoldi, del Sanseverino e più tardi dello Zigliara etc. etc. fu forse l'autore più diffuso e più studiato. Senza dirlo, il polacco tomista confutava il Rosmini, e tra di loro corse polemica sempre calma e dignitosa, tanto vero che ci fu chi paragonò il dotto gesuita per la moderazione della polemica al Manzoni nella sua col Sismondi (Giornale privilegiato di Lucca). Il P. Dmowski rispose questa lettera gentilissima al Francesconi, che, in parte, trascrivo "... gradisca dunque, V S. questo mio piccolo dono, con cui credo di somministrarle quanto è necessario, perché possa determinarsi a

 

<26> quella parte, che le sembrerà esser più ragionevole. – Roma, 8 Maggio. 1843".

Il dono erano due opuscoli, come si accenna nella lettera e siccome non si trovano tra i libri del Francesconi, suppongo fossero quelli intitolati Analisi dello scritto intitolato: Risposta di A. Rosmini – Serbati ( Lucca 1841 ) e un altro anonimo Alcune considerazioni..., con l'analisi intorno alla teoria dell'essere ideale ( Lucca 1842 ) altri non ne conosco.

Nel 1848, come gia abbiamo accennato, nella Sapienza di Perugia si creava una nuova cattedra per la filosofia della storia: la prima che si fondasse in Italia, ed era il Francesconi, che ne assumeva l'insegnamento. Concepito lo schema delle lezioni, egli ne scrisse al Rosmini, e questi, con una lettera di grande elogio, lo incoraggiava e ne lodava altamente gl'intenti: gli faceva soltanto qualche osservazione sulla vastità del soggetto, forse non proporzionato a menti giovanili, alle quali doveva essere svolto (ottobre 1848). Io ho potuto leggere i titoli, gli appunti e qualche svolgimento di queste lezioni, e non dubito di asserire che, per essere stato il Francesconi il primo, in Italia, a trattare con un sistema ordinato e scientifico questioni storico–sociali, il lavoro può presentarsi ancora come nuovissimo di vedute, di collegamenti e apprezzamenti di fatti. Si sta ora studiando di dare alle stampe questi pregevoli manoscritti, che con altri suoi studi faran conoscere qual tesoro di cognizioni, di coltura e d'intelligenza ha voluto e saputo sempre nascondere nella sia modestia. Questa nuova occasione mise il Francesconi nell'impegno di arricchire di studi più profondi la sia mente perspicacissima e tendente a innovazioni. Si affeziono più che mai al Rosmini, cui volle visitare anche nella sua patria, nelle continue peregrinazioni per l'alta Italia, e divenuto convinto seguace del suo sistema, se ne fece ardente fautore.

Un nucleo di dotti forti per intelligenza e per numero, quasi tutti dalla Lombardia e dal Piemonte, si era stretto intorno al Rosmini, che divenuto ormai caposcuola, trovava in quei filosofi altrettanti interpetri e propagatori delle sue dottrine. Furono senza numero e ragguardevoli le opere, che, senza interruzione incominciarono a venir fuori a difesa o a dilucidazione del sistema rosminiano tal 1830 in poi.

Qui ricordiamo alcuni dei più autorevoli e conosciuti, coi

 

<27>quali tutti il Francesconi ebbe intime relazioni di amicizia e di ricerche scentifiche, e coopero per la propaganda.

Ci saremmo astenuti di far menzione di questi nomi, se ogni nome non fosse una nuova prova della grande estimazione, in cui il Francesconi fu avuto dai dotti.

Rosmini, il più sottile metafisico del nostro secolo, che, con una fecondità prodigiosa, scrisse con competenza e profondamente di tutto: di antropologia, di ascetica, di catechistica, di diritto, di dogmatica, d'ideologia, di metafisica, di morale, di didattica fino a mandar fuori una biblioteca tra opuscoli e volumi, commosse tutti gl'ingegni, ebbe moltissimi ammiratori, accetto pochi amici del cuore, e tra i pochi il Francesconi, che trattò con rispetto e con affetto speciale, riconoscendo in lui ingegno e cuore, e con lui confidandosi con candidezza d'animo, con fiducia abbandonata, come non soleva fare con altri, perché riservatissimo e prudente per dolorosa esperienza di disinganni provati. Nelle lettere autografe, che sono in buon numero, ancora inedite, scritte dal Rosmini al Francesconi si può ampiamente studiare la storia degli studi e della mente del dotto filosofo, avendovi egli svolte le più difficili e delicate questioni di metafisica e di diritto pubblico, e accennati certi giudizi intimi e confidenziali intorno a parecchi illustri contemporanei come Gioberti, Mamiani, Galluppi etc.... É una lettera di cortesia gentile e affettuosa quella che gli scriveva nell'Agosto del 47 quando il Francesconi, trovandosi nel milanese, lo invitava a visitarlo a Verona, per far di lui la personale conoscenza. Sono lettere piene di forti entusiasmi quelle che lo incoraggiano alla propaganda delle sue dottrine, riconoscendo in lui una mente eletta per farsene interpetre in una regione, dove il rosminianismo, per ragioni, che qui non occorre accennare non poté mai attecchire; e se parve vivere per qualche tempo fu l'effimera esistenza di pochi giorni, quanti cioè ne durò il Francesconi nella lotta, nella cattedra, e negli studi filosofici, che abbandonò poi, per darsi tutto ai pubblici negozi, allorché Perugia si ebbe a valere in difficili circostanze dell'opera sua. E fu per mezzo del Rosmini, che poté fare la conoscenza preziosa di Alessandro Manzoni, di cui egli tra i primi, in Italia, per ordine di tempo, seppe apprezzare l'arte nuova, ribelle al convenzionalismo, e forte e autorevole della sola ragione del vero. E tutto questo mi

 

<28>provano alcune osservazioni estetiche, dettate, da un gusto eccezionalmente sano, per quei tempi, che egli, fin dal 1843 notava in margine allo studio critico sul Manzoni, publicato dal Tommaseo.

Ebbe corrispondenza epistolare non solo col Rosmini, ma con altri illustri uomini insigni di quel tempo: con Tommaseo, coi Professori Pestalozza, Corte, Sciolla, Innocenzi, Barola, Vezzosi, Varcillo, Taverna, Fontana, Bertolozzi, Bonghi, Fiorentino, e con la illustre scienziata Maddalena Florenzi, che costituivano la più autorevole rappresentanza della scuola rosminiana, e, ripeto, i più il consesso dei dotti dell'alta Italia.

Il più fedele ed efficace interpetre e propagatore delle teorie rosminiana fu Alessandro Pestalozza di. Aduno, che prima nel seminario di Monza; poi in quello di Milano e finalmente nell'università educò il giovane clero alle nuove idee metafisiche, sicché di lì a poch'anni, in quasi tutti i seminari di Lombardia si insegnava e si studiava Rosmini, perché sull'esempio del dotto sacerdote lo studiavano e l'insegnavano gli Abati Stoppani, Crioli e Vitali dotti e autorevoli essi pure, con i quali il Francesconi ebbe intrinsichezza d'amico(1). Ed ecco spiegata la ragione delle troppo famose contese tra la scuola lombarda e la tomistica, che disgraziatamente non ha giovato e non giova né alla scienza, né al clero. Se il Rosmini non avesse avuto interpetri, che lo avessero reso popolare, le sue dottrine sarebbero rimaste inaccessibili ai più, essendo anche oggi pochi coloro, che sono rosminiani per aver letto e compreso tutto intero il Rosmini. Il Pestalozza, oltre a molte opere in difesa del roveretano, pubblicò un corso, a metodo di scuola, di filosofia rosminiana in quattro grossi volumi, e i famosi Dialoghi filosofici in risposta alle più gravi obiezioni mosse al sistema filosofico dell'abate Antonio Rosmini. Dico famosi, perché di questi si servì il Francesconi a propagare la dottrina rosminiana nell'Umbria e nel Patrimonio. I dialoghi furono dall'autore pubblicati nell'amico cattolico, e il Francesconi li fece ristampare in opuscoli, a Perugia, dal

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(1) Quando l'abbate Stoppani salì il nostro Apennino per le sue ricerche geologiche, il Francesconi gli fu sempre compagno di viaggio e di studi.

 

<29>Bartelli (1845), e con lettere e raccomandazioni, li diffuse da per tutto, dove aveva conoscenti, con un dispendio, credo io, non lieve, e con un risultato, almeno momentaneo, superiore alle sue speranze. E fu in questa occasione che, tra lui e il Pestalozza, incominciò una lunga e continuata corrispondenza di lettere, diffusamente scientifiche.

Pietro Corte e Andrea Sciolla di Cavor, ambedue professori all'università di Torino, l'uno di logica e metafisica, l'altro di etica, inaugurarono in quell'insigne ateneo la filosofia rosminiana. Quest'ultimo essendo stato professore di Gioberti, ebbe da questi il Nuovo saggio del Rosmini, e, d'allora, si diede tutto al nuovo sistema ideologico. Il Corte, credo di lui più giovane, accolse con lo stesso entusiasmo le nuove dottrine, e tutti e due coordinarono per comune convenzione il loro sistema di studi, in modo che il primo con la scienza speculativa, l'altro con la scienza pratica, potessero compiere l'educazione filosofica di quei giovani allievi, secondo la mente e il sistema dell'abate Rosmini. E come il Corte pubblicò in parecchie edizioni gli Elementi di filosofia speculativa, così lo Sciolla pubblicò gli Elementi di etica, seguendo sempre i principi del loro maestro, che resero come già abbiamo accennato, più chiaro, più preciso, più popolare. E causa del risveglio dei nuovi dissensi tra le due scuole, negli ultimi tempi, fu a mio credere, in gran parte il Corte con la pubblicazione degli Elementa philosophiae in usum seminariorum (1874) in tre volumi dedicati (e ciò va ben notato) all'arcivescovo di Torino e ai vescovi di Ivrea e di Mondovì, a ciascuno un volume. E di ambedue i chiarissimi professori, si conservano parecchie lettere al Francesconi, che trattano le solite questioni metafisiche, e la publicazione dei dialoghi del Pestalozza.

Altre corrispondenze di argomento filosofico ebbe con il Vezzosi, professore nel seminario di Bologna, che nel 1847 pubblicò le Considerazioni sulla percezione ove cerca con sforzo, naturalmente non riuscito, di conciliar Gioberti e Rosmini – col Taverna, a cui il Rosmini dedicava l'Idillio, studio, che il Francesconi si era accinto a ripubblicare a Perugia insieme con alcune considerazioni sue su Rosmini, che poi neppure scrisse più, non essendoci riuscito di trovarne cenno tra le sue carte – col Bertolozzi di Lucca, poi vescovo di Montalcino, che propugnò in un opuscolo (peccato originale

 

<30>e moralità ) la distinzione di peccato e di colpa stabilito dal Rosmini, opuscolo, che con dedica gentile e rispettosa mandò al Francesconi, il quale di lui pubblicò una lettera critica a sé diretta, nell'Osservatore Dorico di Ancona – col prof. Francesco Pioli apologista strenuo ed erudito del Rosmini, che fu col nostro povero amico in lunghissima corrispondenza richiedendolo e ringraziandolo delle spiegazioni sulle difficoltà filosofiche e su notizie speciali riguardanti la storia della scuola comune da loro seguita – col Barola, professore di filosofia nel collegio di Propaganda, che per parecchi anni lo ebbe confidente, e che levò gran romore per un suo articolo sull'Araldo di Lucca, con cui chiamava al tribunale dell'autorità il trattato della conoscenza intellettuale del P. Liberatore nella parte, che riguarda il Rosmini: articolo di grande interesse perché racconta la storia delle due sedute tenuta dalla Congregazione dell'Indice, sulle questioni rosminiane – col prof. Vitale Rosi di Spello che associava alla propaganda – con l'Allievo prof. di pedagogia nell'università di Torino, che offriva in omaggio al chiarissimo prof. Francesconi la sua Filosofia elementare.

Non vogliamo dimenticare il dotto e integerrimo mons.Spezi di Foligno, che ha lasciati editi e inediti documenti non dubbi della sua competenza nelle scienze teologiche e filosofiche, il quale ricorreva spessissimo al suo consiglio e gli professava stima sincera, sebbene, a lungo andare, non dividesse più con lui certe opinioni, che, come appare da qualche lettera, aveva un tempo comuni. Nei decembre del 1844, gli dava la lieta notizia che la sacra Congregazione degli studi lo aveva approvato professore di logica, metafisica ed etica nei ginnasio di Foligno e concludeva: "Mi compiaccio di aver trovato in V. S. persona, che possa favorirmi lumi a dovizia in questi miei studi, e vorrei che non fosse avaro in largheggiarmene, per titolo di malintesa umiltà".

Il professore ex ministro Ruggero Bonghi ebbe per il Francesconi stima e amicizia affettuosa, forse perché li legava la comune simpatia per il Rosmini, che il Bonghi conobbe fin dalla sua primissima gioventù, e il filosofo lo ebbe assai caro, perché versato nella greca letteratura. In un suo autografo, ho letto che al Francesconi commetteva la stampa della metafisica di Aristotele da lui tradotta e commentata: come

 

<31> andò poi la cosa non abbiam potuto sapere, é certo però che questi non volle assumer l'impegno delicato e pericoloso, perché l'esperienza doveva avergli insegnato che cosa voglia dire di averla a fare con i tipografi, quando è scarso e lento lo smercio di un'opera, di cui sono incerte l'eventualità e la fortuna. E più che amico, lo ebbe fratello il prof. Francesco Fiorentino. Esso é vissuto con noi e vive ancora nella memoria di tutti. Dal liceo di Spoleto all'università di Bologna, da Bologna a Napoli, da Napoli a Pisa, dall'università al parlamento, deputato di Spoleto, gli aprì sempre l'animo confidente nelle gioie, nei dolori, nelle perplessità, nei trionfi, a lui ricorrendo per consigli e per conforti. Letterato, storico e filosofo fu ammiratore e seguace più tenero del Gioberti che del Rosmini, ma ciò non tolse che al rosminiano di Perugia professasse tutta la stima. Quando compilò il Compendio della storia della filosofia ad uso dei licei (Napoli, Morano, vol: 3) lo consultò spessissimo, e lo ebbe cooperatore intelligente, ma sempre modesto. Il lungo carteggio tra i due amici, improntato sempre di quella allegria festosa ed espansiva, tutta propria dei tipi meridionali, anche a chi lo rilegge ora, infonde il buon umore di tempi e di luoghi, in cui, senza pensieri, si può vivere e si vive per lo studio e per gli amici.

Ma con chi ebbe relazioni più intime di amicizia e di quella reciproca corrispondenza di stima, che si stabilisce tra due menti, che si sanno intendere e sinceramente si ammirano, fu la marchesa Florenzi Vaddington di fama europea, letterata e filosofessa di gran valore, che fanciulla fu ammirata nelle primarie città d'Europa, siccome perfetto esemplare di bellezza, donna, fu ammirata dai primi filosofi del secolo per la vastità dell'ingegno, per la chiarezza della mente, per la facilità di dettato nelle più ardue questioni di metafisica(1). A Perugia tutti ricordano le conversazioni dei dotti, che si tenevano in casa della Florenzi, di quei dotti, che o paesani, ed erano molti e conosciutissimi, o forastieri si raccoglievano intorno all'illustre scienziata per discutere, per e vedute, riducendo quelle sale in una palestra di letteratura

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(1) Parole dettate dal prof. del Pozzo e scritte nelle pergamena riposta nel feretro della Florenzi.

 

<32> e di scienza. Tra i dotti e tra gli amici, il più assiduo era il Francesconi. Ci piace, a questo proposito, di riportare un tratto del professor Fiorentino, che si legge in un suo cenno necrologico sulla Florenzi, stampato nella Rivista Bolognese, Anno IV, fasc. 2.

" La Florenzi era avvezza a sentirsi mettere a paro con gl'ingegni virili, e perciò disdegnava di fare vana mostra della sua dottrina. Di rado entrava in discussioni scientifiche, ma quando ci si metteva, non si poteva fare a meno di ammirarne l'acume e la serenità. Nei crocchi consueti della sua conversazione si riunivano molti professori perugini, il Bonucci di felice ricordanza, il Dal Pozzo, il Salvatori, il Palmucci, il Francesconi, il Perfetti, il Ragnotti, e talvolta ancora dei forestieri, i quali, se capitavano a Perugia, erano dalla Florenzi onorevolmente ospitati. Or bene chi scrive questi cenni, ha avuto l'onore e la fortuna d'intervenire a questi ritrovi, dove la scienza e la cortesia si trovavano sì armoniosamente accompagnate. Da un tema in un altro, si finiva per ricascar sempre nella filosofia, e la marchesa Florenzi era tutta lieta di quella calorosa, ma amichevole discussione. Sovente le incoraggiava, le ravvivava, le dirigeva senza pretender punto di primeggiarvi, senza arrogarsi l'autorità di giudicare e solo per amore d'investigare il vero. Di modo che, in quelle controversie le più disparate sentenze si udivano propugnare dai diversi interlocutori; l'idealismo un po' mistico, dal Bonucci, il giobertismo dal Palmucci, il rosminianismo dal Francesconi e dal Ragnotti, il positivismo dal Dal Pozzo e dal Salvatori, il criticismo dal Perfetti, l'idealismo assoluto dalla Florenzi ..."

E qui, essendo caduto il discorso sugli amici e sui dotti di Perugia, non possiamo lasciar di rammentare l'illustre Alinda Bonacci–Brunamonti. A proposito della valorosa poetessa, chi scrive queste memorie non può dissimulare un senso d'indegnazione, che sa di aver comune con persone più intelligenti e competenti di lui, per la quasi indifferenza, che l'Italia letteraria l'é venuta addimostrando, mentre ha bruciati incensi di esagerata adorazione a poetesse, che ebbero, il più delle volte, il solo merito di scriver versi, essendo donne. L'Alinda Brunamonti se non per origine, almeno per educazione e per affetti, é umbra e noi intendiamo di vendicarla,

 

<33>   ora che se ne offre un'occasione qualunque, se non altro, con una protesta. Qualche rara rivista, qua e là, ha fatto sapere all'Italia che una donna ha saputo scriver versi di dolcezza e di grazia tutta greca e di forza virile carducciana: versi, che san farti or palpitare, or pensare, e non rivelano soltanto il senso femminino felicemente colto e tradotto, ma la coltura classica e faticata per studi lunghi e profondi: del resto ammirazione di dotti e letterati non pochi, é vero, ma popolarità nessuna. Per giustificare questo risentimento, che potrebbe parere inopportuno, sfideremmo volentieri il giudizio dei critici, a comparare 1e poesie della Brunamonti con quelle delle moderne poetesse, incominciando magari dalla Giuseppina Guacci, di preziosa e cara memoria, che l'Alinda studiò, ma ha superato di gran lunga. E per la coltissima e dotta letterata ebbe il Francesconi un affetto quasi paterno, un'adorazione così indiscussa e convinta, che ha voluto conservare gelosamente di lei anche un motto scritto lì lì forse a caso, anche uno sghizzo di disegno, uno scorcio di figura, che egli doveva andar raccattando con quella religione, con cui un padre tien dietro alle prime prove di una sua figliola, che ripromette di riuscir forse celebre. Tanto più che questa ammirazione era venuta crescendo con l'età della sua piccola amica, per averla veduta bambina e poi su su giovane, quando egli era già legato con forti vincoli di amicizia e di gratitudine con il padre e con lo zio di lei, Gratiliano e Fausto Bonacci.

 

 

 

 

III

 

Nel 1860 Francesconi fu nominato dal consiglio direttivo rettore del collegio della Sapienza di Perugia, ove, per parecchi anni, era stato prefetto, poi professore. L'importanza, che ha il collegio per se stesso, e quella che gli ha dato per lunga tradizione Perugia, ci dimostrano abbastanza in qual conto fosse tenuto, per essergli affidata quella direzione, che, in quei momenti, doveva riuscire di più difficile e delicata responsabilità.

Perugia, lo sappiamo tutti, benché città di provincia, ha sempre arieggiato a capitale come Bologna e Pisa, perché l'elemento colto è relativamente superiore alla loro importanza geografica e al numero della popolazione, che perciò deve

 

<34>   fortunatamente subir l'influsso di questa larga coltura. Le antiche tradizioni; uno sviluppo di arti eccezionalmente diffuso, in certi tempi fortunati; l'università; l'ingegno svegliato e il gusto e il sentimento squisitamente raffinati dei cittadini, han costituito quest'insieme di gita intellettuale e artistica, che le danno una superiorità incontrastabile, benché invidiata, a moltissime città d'Italia, anche pili riguardevoli per memorie storiche e per numero d'abitanti.

E il Francesconi politico e filosofo, diviene ormai cittadino benemerito di Perugia.

La prima occasione, che gli si diede di spendere l'ingegno e l'operosità per gli interessi di quella sua cara patria di elezione, fu la questione ferroviaria.

La legge del 7 Luglio 1861 era così concepita; "É approvata la convenzione intesa il 23 Febbraio 1861 tra il presidente del consiglio dei ministri quale reggente il ministero dei lavori pubblici ed il sig. Carlo Fenzi rappresentante della società delle strade ferroviarie livornesi, con la quale viene concesso alla predetta società il diritto di condurre a termine la costruzione e di attivare l'esercizio della ferrovia da Firenze per Arezzo od Ancona nei pressi di Perugia; riunendosi alla ferrovia, di Roma ad Ancona prima della traversa del colle di Fossato.

La società, per viste d'interesse, interpetrava in senso troppo largo quella espressione: gessi di Perugia, e meditava una via ferrata, che avrebbe lasciato appartatissimo il capoluogo di provincia. Il Francesconi fece lunghi studi e accurate ricerche per ottenere dal ministero la concessione di quella linea, che oggi quasi tocca Perugia e la mette in libera e diretta comunicazione con la capitale e con la Toscana. Parecchi opuscoli e relazioni a stampa rivelano con quanta competenza egli trattò questa difficile e assai contesa questione.

Di li a non molto, si minacciava a Perugia un'altra disgrazia, che sarebbe riuscita di conseguenze non meno funeste; la proposta cioè del totale prosciugamento del Lago Trasimeno. Il municipio e la società agraria nominavano una commissione di periti per impedire l'esecuzione decretata dal ministero: e gran parte di questa commissione, come relatore, fu il Francesconi. Non possiamo qui raccontare la storia delle lunghe e serie controversie, dei maneggi e delle industrie per parte di

 

<35>   chi sosteneva il prosciugamento, né, per conseguenza, gli sforzi, l'attività, la vigilanza e la presenza di spirito dei Francesconi; che assunse l'incarico della non facile impresa con quello impegno di caldo zelo, che fu la caratteristica di agili opera sua. Lo studio, che doveva risolvere la questione, richiedeva investigazioni di scienza agraria, medica ed economica. La proposizione in cui il Francesconi sintetizzava tutto lo sviluppo e il risultato delle ricerche dice abbastanza quante difficoltà, per riuscire, ebbe a incontrare. Questa proposizione si legge nella prima pagina del voluminoso libro, che egli stampò nel 1864, col titolo: Sul prosciugamento del lago Trasimeno.

" Il municipio di Perugia fa di pubblica ragione la relazione sul prosciugamento del lago Trasimeno, allo scopo di dimostrare agli abitanti dei paesi limitrofi allago, alla nazione, al governo che intendimento delle sue operazioni si é che non si alterino o distruggano ricchezze certe ed esistenti, per tentarne delle nuove per lo meno incerte e che nell'incremento degl'interessi materiali siano salvi ed integri gl'interessi morali ed igienici, cui i primi debbonsi assolutamente subordinare, e, all'occorrenza, sacrificare. „

Qual felice risultato ebbe poi l'opera del Francesconi ci dice abbastanza una lettera dello stesso municipio, a lui diretta, che qui trascriviamo

" Municipio di Perugia – a di 24 Dicembre, 1864 – Illustrissimo Signor Prof. Francesco Francesconi. Non pochi sono stati gl'incontri, in che questo municipio si é dovuto giovare della valevole, erudita e saggia opera della S. V. Illma. Lasciar correre più oltre tempo di mezzo, senza offrirle senso di sincerissimo e grato animo, avrebbe potuto sembrare sconveniente, ed é perciò che il sottoscritto ben di buon grado, compie il gradito incombente di tributarle parole della più sincera riconoscenza, della memoria la più affettuosa. Perugia otteneva già uno dei suoi grandi vantaggi, la ferrovia, e fu per ottener questa che Ella non risparmiò né eruditi studi, né profonde e coscenziose ricerche per assicurare i dubbiosi, confondere i contrari ed appagare i voti ardentissimi di tutti gli onesti, amanti veraci di questo paese. Non ha guarì progettavasi un inopportuno totale prosciugamento del nostro Trasimeno, ed anche in tale incontro, il nostro municipio avendo duopo di chi studiasse profondamente la cosa, indette lieto di poterlo

 

<36>   trovare in Lei, che a tutt'uomo si desse cura di rintracciare il vera, e can l'opera di altri eruditi e zelanti cittadini redigesse apposita relazione, che va riscuotendo il plauso di persane assennate e competenti. E dunque ben giusta che il municipio le dimostri ogni più sincero e riconoscente aggradimento, il quale onde si passa avere una tenue, ma affettuosa testimonianza di affetta, la si accompagna can una tabacchiera d'ara, che, se non altra, varrà a rammentarle che Perugia, per le molte cure, a di lei favore prodigate, sebbene non nativa di qui. La tiene come. una dei suoi più distinti, come una dei suoi più affettuosi figli. Il Sindaco: Anzidei ,,.

E in data del 5 Agosto 1867, la stessa municipio gl'indirizzava un'altra lettera così concepita

" Questa municipale rappresentanza, che tanta interessamento ha presa mai sempre all'importante questione del lago Trasimeno, ha appresa can viva compiacenza le dotte operazioni di V. S. Illma recentemente inserite nel Giornale scientifico, agrario, letterario, artistico di questa città; sugli scritti finora publicati a favore del prosciugamento. Il sottoscritto pertanto, nel tributare a nome della Giunta Municipale le più distinte e sincere azioni di grazie per tale pregiatissima e novello attestata, che si é compiaciuto dare del sua interessamento pel vantaggio della casa pubblica e singolarmente della nostra città, ha il pregia di protestarsi can verace stima, di Lei.. il f. f. di Sindaca

Né soltanto il municipio, ma la prefettura di Perugia e il governo si servirono spesso dell'opera del Francesconi, affidandogli difficili incarichi, specialmente sui lavori della statistica dell'Umbria. Oltre a lettere e a menzioni onorevoli, che si ebbe dal ministero di agricoltura, industria e commercio, il governo gli fece coniare per titolo di benemerenza una grande medaglia di argenta, che é stata veduta soltanto dopo la sua morte, per averla tenuta nascosta can altri doni riguardevoli, tra i quali la tabacchiera d'ara, che gli regalò il municipio di Perugia e una tabacchiera d'argento, che gli offrì per sua ricordo la Marchesa Florenzi, e nel 1884 la insigniva del titolo di cavaliere della corona d'Italia.

Qui trascriviamo due lettere direttegli dal Ministero di agricoltura industria e commercio.

" Ministero etc. etc. – Firenze, Settembre 1865 – Dalla

 

<37>   Prefettura di Perugia, con nota del 3 Settembre cadente, si rimettevano a questa ministero 6 tabelle relative alla statistica del bestiame cavallino, in codesta Provincia, il quadra riassuntiva delle tabelle medesime ed un accurata relazione compilata dalla S. V. come membra della giunta provinciale di statistica. A nome del sig. Ministro, mi pregio di far conoscere alla S. V. che riuscì aggradita la compilazione di quel lavoro, e ringraziandola distintamente, anche delle cure datesi nella revisione delle singole schede, ha il piacere di manifestarle ili attestati della mia particolare stima e considerazione – Il Direttore – ,,.

" Ministero etc – Firenze, 8 Aprile 1867 – Il sig. Ministro ha apprezzato moltissimo la monografia dell'industria manifattrice dalla provincia dell'Umbria della S. V., dietro l'incarica avuta dal sig. Prefetto di Perugia. Oltreché questa lavoro statistica soddisfa pienamente alle viste, che esso, il Ministro, nell'ordinare l'indagine statistica su questo importante ramo dell'industria nazionale, é altresì assai pregevole per le molte notizie, che contiene, e per l'accuratezza e diligenza della compilazione. Accolga quindi, egregio sig. Professore, i meritati encomi da parte del sig. Ministro, unitamente ai suoi distinti ringraziamenti, pel modo veramente cortese col quale si é prestato all'invito del sig. Prefetto di Perugia – Il Direttore,.

E quando lo stesso ministero costituì un'apposita giunta per l'inchiesta agraria per tutta l'Italia, il Francesconi, che ebbe la commissione per l'Umbria, riportò, nell'XI vol. della relazione quest'elogio dal ministero medesimo. " Per quanto concerne il presente tomo, sentiamo l'obbligo di segnalare alla pubblica riconoscenza per l'Umbria il Sig. Francesco Francesconi, che questo lungo lavoro confortò della sana competenza e della sua lunga esperienza. ,,

Notiamo qui i titoli dei libri e degli opuscoli, che il Francesconi pubblicò dopo il 1860:

1. Sulla ferrata perugina (lettera estratta dal giornale scientifica, letteraria di Perugia) 1861.

2. Sulla prosecuzione della ferrovia aretina pei pressi di Perugia fino all'incontro della via da Roma ad Ancona 1861.

3. Sulla prosecuzione della ferrovia aretina nei pressi da Perugia – (Sunti e documenti) 1862.

 

<38>   4. Sulla statistica della popolazione per la via ferrata da Val–di–Pierle – (osservazioni) 1862.

5. Sul prosciugamento del Lago Trasimeno – (grosso volume) 1864.

6. Sul prosciugamento dei lago Trasimeno (rapporto del Prof. Cuppari) 1865.

7. Talune osservazioni sulle pubblicazioni a favore del prosciugamento del lago Trasimeno – 1867.

8. Alcuni elementi di statistica della provincia dell'Umbria (due grossi volumi) 1872.

9. Voi. XI. della richiesta agraria – (grosso volume )

10. Fausto e Gratiliano Bonacci ( Necrologia ) 1872.

Tra i manoscritti inediti, abbiam trovato un lungo corso della Filosofia della storia, che, come si é già accennato, speriamo verrà data alla luce, e un corso di lezione di metafisica, e alcune tesi di diritto pubblico.

Ebbe onorificenze e titoli a Perugia e fuori.

Nel 1854, veniva nominato procuratore presso il tribunale civile di Spoleto, e, poco appresso, anche nel tribunale ecclesiastico.

Nel 1866, fu nominato socio effettivo della società italiana di scienze naturali a Milano, presidente Stoppani.

Fu corrispondente della società umbro–sabina delle miniere. Ispettore. degli scavi e monumenti. Consigliere provinciale del suo mandamento.

Segretario della società economico – agraria dell'Umbria. Nel Settembre del 1867 fece parte del congresso internazionale di statistica a Firenze.

Nel 1884, l'opificio di colleganza tra artisti ed operai di Venezia gli offri un bel quadro con iscrizione a mosaico.

Nell'anno stesso fu nominato dal Ministero cavaliere della Corona d'Italia.

Poco prima del 1870 parti per sempre da Perugia, che amò come sua patria, e si raccolse a vita privata nel suo paese nativo vicino a Trevi. Qui fu poco conosciuto; ebbe pochi amici, ma affezionati e sinceri. Venuto a Trevi, quasi come forestiero, non fece mai ostentazione de'suoi meriti tanto vero che queste memorie riusciranno nuovissime e inaspettate anche ai suoi intimi. Beneficò il suo paese con il consiglio e con l'opera, sempre con disinteresse e con sagrificio.

 

<39>   Consigliere comunale, membro della giunta, presidente della Congregazione di canta, noi lo vedevamo più giorni della settimana, venirsene dal suo paese, né vicinissimo, né di comodo accesso, sotto la canicola o nelle intemperie del verso, con quell'assiduità e con quel buon volere, che soleva mettere in ogni suo impegno. Caldeggiò, contro tutte le opposizioni, la riapertura del collegio convitto Lucarini, favorì l'incremento delle scuole, riordinò il civico ospedale, affidandolo alle benemerite suore, e nell'amministrazione della congregazione di carata, senti la compassione pei bisognosi e fu largo di sussidi pei poveri e pei inalati.

Il lungo studio, negli ultimi anni, aveva indebolito quell'intelligenza vivace e imaginosa, ed era una pietà per gli amici vederselo venire a Trevi mal sorreggendosi nella persona, mal connettendo le idee, seguire ancora, più che la coscienza, l'istinto e l'abitudine di compiere il suo dovere, di voler tutti ascoltare, di voler fare del bene.

Fu di tanta modestia, che mai parlava di se, evitava ogni allusione sul suo passato, e, quando si accorgeva che con destrezza gli si voleva cavar di bocca qualche cosa che lo riguardasse, non dissimulava un certo disgusto, che toglieva, a chi l'investigava, ogni ardire. Al vestire, lo si sarebbe scambiato con un contadino, se non avessero tradito quelle apparenze, quasi volgari, i tratti squisitamente gentili, del più compito cavaliere. Fu d'indole mite e gioviale, e la mitezza dell'animo gli traluceva dal volto atteggiato sempre a rispetto con tutti, e sorridente; qualche volta sarcastico, ma nobilmente; di facile eloquio e insinuante; amava la discussione, e se non mostrava mai di darsi per vinto, era così pacato, che né acri parole, né scatti avrebbero mai turbata quella opposizione bonaria e delicata. Conoscitore profondo del cuore umano, compatì le debolezze; ma ebbe impeti d'indignazione quando combatté le ingiustizie. Non serbò mai rancori, neppure per chi sapeva non benevolo: fu patriota ardente, senza derider la religione o accomodarsela a suo talento: fu sinceramente, profondamente cattolico. Forte di quella convinzione, che gli venne dall'intelligenza e dai lunghi studi sulle scienze filosofiche e teologiche, si fece superiore ai pregiudizi dei mediocri e alla ostentata incredulità dei tristi e degli ignoranti. Discutendo un giorno, di religione con chi scrive queste memorie, dopo di aver

 

<40>   protratta per lunga ora la disputa, s'interruppe all'improviso, e affissandogli quegli occhi turchini pieni d'intelligenza, con una cert'aria di scherzosa ironia ci son riuscito, a farti inquietare, disse: dovevi pur ricordarti che anch'io ho studiato teologia ed ho avuto per mio compagno di studi, indovina chi? Monsignor Laurenzi! Si poteva non studiare con quel terribile competitore?"

Se non si fosse trattato di una memoria, che ha limiti troppo ristretti, avremmo qui riportato un lungo e magnifico articolo apologetico sul cristianesimo; uno di quegli articoli di vedute larghe e nuove, che non possono venir fuori se non da chi ha studiata seriamente e sente con tutta l'anima la religione. Lo scriveva il Francesconi nel Labaro

del 5 Aprile 1848, in quattro colonne, riassumendo il passato della storia cristiana e indovinandone, con molta sicurezza di giudizio, il futuro nelle sue relazioni con la vita politica, che si veniva svolgendo. Nei giorni della non breve malattia, fu più volte confortato dei sagramenti, e così in pace con Dio, cessava di vivere agli 11 di Marzo di quest'anno, lasciando di sé un desiderio tanto più acerbo agli amici, quanto meno poterono apprezzar, lui vivente, i meriti del suo ingegno versatile, e la storia avventurosa della sua vita; ai parenti, che amò più che se avesse avuto figlioli, esempi, oggi assai rari, di un'incorrotta onestà.

La sua tomba si chiuse in silenzio: un sol giornale, che io mi sappia, ebbe per il povero Francesconi parole di mesto rimpianto. (Gazzetta di Foligno, 12 Marzo 1892 ) La salma del caro estinto, riposa ora nel modesto camposanto della sua parrocchia. Trevi, che per i suoi cittadini ebbe sempre sensi gentili di riconoscenza pietosa, quando questi l'onorarono per merito di sapere o per esempio di virtù, non vorrà lasciar morir così la memoria di un uomo, che non so se più dobbiam ammirare per sapere o per modestia rarissima.

La mattina dei funerali, l'egregio Avv. Giuseppe Ubaldi pronunciò un breve discorso, che gentilmente ci ha permesso di riportare in queste memorie, come ultimo rifinimento della simpatica figura del Francesconi.

 

<41>   "Innanzi alla bara di Francesconi il cuore ci sanguina innanzi al feretro, che racchiude la sua salma venerata, gli occhi nostri si gonfiano di lagrime amare! Mio Dio! E non basta che il povero nostro paese nativo sia stato così duramente messo alla prova, in quest'anno nefasto, dalla ingiustizia e dalla immoralità degli uomini? (1) dovrà per di più subire la perdita dolorosa dei migliori suoi cittadini? Parlare degnamente di F. Francesconi non é opera pari alle mie deboli forze, giacché egli fu un cavaliere senza macchia, un cuore magnanimo, un'intelligenza superiore. Dica la famiglia di lui, in più modi generosamente beneficata ed elevata di grado e di posizione sociale, dica Perugia; dove egli passò gran parte della sua vita operosa e filantropica e ne apprezzò i meriti rarissimi: dica Trevi, la città che ebbe il vanto di dargli i natali, e che fu testimone continuo delle sue virtù publiche e private; dicano, se io esagero affermando – che uomini della tempra e del carattere di quest'amatissimo estinto non furono, non saranno frequenti tra noi, e che la sua scomparsa lascia un voto profondissimo, difficile ad esser colmato. Con tutto ciò non posso a meno di dir poche parole, che accennino almeno qual'uomo fu quello che piangiamo ora spento al nostro amore, alla nostra ammirazione!

Giovanissimo, si laureò in giurisprudenza, ma la sua natura conciliativa e mitissima lo allontanò dalle lotte aspre del foro, e lo avviò all'insegnamento e alla educazione della gioventù, e in quest'arte sì ardua egli sommamente si distinse e si acquistò la stima pienissima dei più illustri del tempo suo: a Perugia e fuori ancora si ricorda ( e mai si dimenticherà) l'opera benemerita del Francesconi come insegnante e come rettore del collegio della Sapienza, uno dei più antichi e celebrati in Italia. Prese parte attiva a tutte le vicende politiche, che condussero la patria nostra all'unità e all'indipendenza ispirato

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(1) Si allude alla soppressione illegale della nostra Pretura. Dice l'illegale, perché la circoscrizione giudiziaria che doveva esser conseguenza delle modificazioni, nell'applicazione della legge, – fu per noi il sustrato e il motivo della soppressione.

 

<42>   dal sublime ideale della sua grandezza e prosperità; ma si ritrasse da esse quando disilluso come tanti insigni, suoi contemporanei, vide che l'amor di patria serviva per moltissimi di pretesto al loro egoismo, di sgabello alla loro ambizione, e di vantaggio al loro unico e personale interesse.

Fu amico dei più rinomati uomini politici e dei più distinti letterati e filosofi della seconda metà di questo secolo in Italia e valga per tutti rammentare con orgoglio legittimo di concittadini l'intimità, che ebbe con quel grande pensatore, che fu il Rosmini, onore e gloria del nome italiano. – Abbandonata Perugia e tornato a Trevi, si dedicò con una abnegazione e con uno zelo singolare alla famiglia ed alle cose pubbliche del suo paese, che amò nobilmente, con disinteresse vero, che servì utilmente e senza vane ambizioni, ed al quale non rifiutò mai la sua azione benefica e il suo prezioso concorso. E tutto ciò senza rancori, senza rimproveri, senza ombra di personalità, sottoponendosi volentieri per il bene pubblico ai più gravi disagi e sagrifici, disprezzando il proprio comodo e non curante delle dicerie, perché fece il bene per il bene, onestamente, senza secondi fini. Francesco Francesconi coprì in Trevi molte e importanti cariche pubbliche, e tutte con onore. Come Presidente della congregazione di carità fu il principale promotore della riapertura del collegio Lucarini, fu il padre dei poveri, il Mecenate degli studiosi. Fu di animo aperto e sincero, costante nei propositi, giusto, sereno, delicato, onestissimo.

La sua amicizia era preziosa e anch'io ne ebbi la prova, perché ho avuto l'onore di averla posseduta intera e incondizionata in momenti difficili della sua vita, in ispecie quando private controversie ingiustamente. amareggiarono gli ultimi anni" della sua esistenza e furono forse la causa indiretta della sua morte.

Signori! F. Francesconi fu un'anima eletta. La famiglia e Trevi hanno perduto un grande tesoro, tesoro, che meno si valutava, mentre egli era vivo, per quella grande modestia, che fu uno dei suoi più incliti pregi e delle sue più eccelse virtù, ma che oggi più splendido e più ricco apparisce, perché più non si possiede ed é stato perduto per sempre!

Sia permesso a me giovane sopra la tomba di questo vecchio venerando esprimere un sentimento e un augurio: che la memoria sacra di Francesco Francesconi debba essere

 

<43>eccitamento efficace a noi giovani di seguirne il nobilissimo esempio per la salute e il benessere della patria nostra e valga a ristabilire fra tutti i cittadini trevani quella pace e quella concordia, che sole possono rendere un popolo prospero e felice.

E Tu riposa in pace, povero amico mio: la tua anima benedetta sotto l'usbergo di quella religione e di quel Dio, che furono la religione e il Dio dei priori tuoi e la fede, non d'ostentazione, ma di convinzione inconcussa, trovi il conforto ed il premio, che non ebbe quaggiù.

Queste poche pagine, che raccolgono per cenni e per sunti i tratti principali della vita di F. Francesconi, ho io scritte per sentimento di affetto e di gratitudine all'illustre scienziato e politico, perché mi fu padrino di battesimo; perché negli ultimi anni, che ebbi il bene di conoscerlo e di possederne l'affezione sincera, ispirò e coadiuvò l'opera mia e di altri amici per la riapertura del collegio Lucarini: perché onorò della sua amicizia e confidenza il mio povero padre, il quale ebbe, un tempo, comuni con lui gl'ideali politici; quando cioè le tristi disillusioni di certe aspirazioni, che potevano parere ed esser nobili, non avevan fatto capire ancora agli onesti che pochi erano i buoni; pochi i bene intenzionati di buona fede; moltissimi i calcolatori.

E fo una dichiarazione.

Scrivendo queste memorie, non intendo dividere col povero amico i principi filosofici, che furono la vita della sua istancabile operosità; ammiro l'ingegno di Rosmini, ma piego la fronte innanzi al caposcuola di Aquino.

 

G. Agostini

 

Il Personaggio

da: Carlo Zenobi, Storia di Trevi, 1746-1946 (pagg.252-264)

Foligno, 1987

 

 

 

Lettere di Alinda Bonacci Brunamonti

Angela Zucconi, Lettere di Maria Alinda Brunamonti al Prof. Francesco Francesconi

in Rassegna Nazionale-
Ott.-Nov. 1936

     

 

 

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Aggiornamento: 15 aprile 2016.
 

Note
1) Don Giuseppe Agostini, priore parroco della Collegiata di S.Emiliano, ebbe fama di letterato e forbito oratore. Francesco Francesconi fu suo padrino di battesimo.