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Francesco Francesconi (1823-1892)

Alcune lettere di Maria Alinda Bonacci Brunamonti

 

 

(Angela Zucconi, Lettere di Maria Alinda Brunamonti al Prof. Francesco Francesconi,

 in Rassegna Nazionale – Ottobre-novembre 1936-XV

 

 

Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina: se non c’è spazio con la parola che segue significa che essa era stata divisa e nel testo originale risulta in parte nella pagina precedente.
Nella trascrizione sono stati corretti gli evidenti errori materiali e gli accenti secondo la grafia moderna.

 

Maria Alinda Bonacci, tra il marito Pietro Brunamonti e il padre Gratiliano Bonacci (a sinistra). Dietro il Bonacci, Francesco Francesconi.
Foto Brighi, Perugia.

(da: Maria Raffaella Trabalza, Fiori di campo, amici miei di M. Alinda Bonacci Brunamonti. Foligno, 1992.)

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 «Questo intollerabile abuso di ricerche indiscrete e di pubblicazioni pettegole», scriveva Maria Alinda Brunamonti nelle sue Memorie, «farebbe pensare che l'ultima delle sventura umane sia la gloria... Si concedono talvolta ai raspatori d'aneddoti, di date, di notizie vere o false, gli archivi domestici e si lasciano pubblicare anche gli scritti infantili con gli spropositi sfuggiti di fretta. Anzi gli spropositi spiccano con quello sfacciato e orgoglioso sic col quale l'editore significa che ne sa più dell'autore e che saprebbe insegnargli la grammatica e l'ortografia» (1).

Ditemi ora come potrò avere il coraggio di presentare al benigno lettore, queste lettere di Maria Alinda Brunamonti senza trincerarmi dietro lo solite scuse del commentatore indiscreto. «Non v'e bisogno ch'io ve lo dica, certamente», scriveva al Prof. Francesconi Maria Alinda Brunamonti, «ma tuttavia permettetemi ancora che io vi raccomandi la custodia o la distruzione di questo foglio per ogni qualunque eventualità avvenire».

Eppure, in fondo, non è così malvagia l'usanza dei «raspatori d'aneddoti». un modo come un altro di trattare gli uomini grandi alla buona; i monumenti sono tutt'al più decorativi, ma non dicono niente al cuore della gente che passa. A volte un'indiscrezione qualunque serve a rianimare l'uomo grande condannato a restare tra i vivi come un uccello impagliato con gli occhi di vetro e le ali guastate dai tarli e dalla polvere.

Ma nel caso della Brunamonti c'e di mezzo pure un'opera buona.

Saliamo fino alla sua casa di Porta del Sole a Perugia: nel salotto, fiori e gabbiette di uccelli, ritratti a matita e albums di fotografie, scaffali di libri e mensole di piccoli doni; il vento gonfia le tende dell'ampia finestra che guarda la piana del Tevere (2).

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(1) M. A. BRUNAMONTI, Ricordi di viaggio (dal suo Diario inedito,a cura del marito Pietro Brunamonti) Firenze, 1907.

(2) V. Nello studio di Maria Alinda Bonacci Brunamonti di S. Kulczycki ne La vita Italiana. Roma, 1894.

 

<2>   La Brunamonti che in vita ebbe la commossa amicizia dello Zanella e dello Stoppani, del Maffei e del Dupré, l'ammirazione del Fogazzaro(1) e la profonda stima del Salvadori(2), l'omaggio del Re, della Regina, e quel che è più strano del Carducci, la Brunamonti oggi è affatto dimenticata(3).

E ora scendiamo al Casco dell'acqua: una grande casa bianca, giorno e notte vegliata dalla cascata di un antico mulino. Quanta farina macina il Clitunno. La sera la signora Santina suona la campanella e vengono i contadini a dire il rosario nella piccola cappella sul fiume... Da un angolo della biblioteca ingombra di libretti colonici e di opere di filosofia, sorride il languido volto della bella Marchesa Florenzi che fu per quarant'anni amica di un Re di Baviera, e vicino in aperta antitesi, il domestico sorriso di Maria Alinda Brunamonti, con un'aria di robusta serenità che ricorda il pane di casa...

Il Francesconi dunque grande patriota e filosofo umbro, carissimo amico del Tommaseo, del Rosmini, del Gioberti, del Mamiani, e forse pure del Manzoni, intimo confidente del Cardinal Antonelli e della Marchesa Florenzi, titolare della prima cattedra italiana di filosofia della storia, il Francesconi è una figura completamente sconosciuta (4).

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(1) Il Fogazzaro nella Roma letteraria (anno XL n. 4) scriveva:«Io tengo che a lei, poeta, spetti un bel posto presso lo Zanella, poco più sotto di lui; ma lei scrittrice di prosa metto, per l'italianità insigne sì della veste che delle concezioni, per la maestà degli atteggiamenti, molto più su dello Zanella, accanto al maggior nostro maestro, al Carducci, non dirò degli scritti polemici e critici, ma dei discorsi accademici».

(2) Il Salvadori parlò di M. A. Brunamonti ne La Favilla di Perugia e in Vita e Pensiero qualche anno fa. Vedi: G. Salvadori, Liriche e Saggi a cura di C. Calcaterre, vol: III, Ed. Vita e Pensiero. Milano, 1933.

(3) V. ne La Favilla di Perugia (anno XXII) tra l'altro un articolo di L. Tiberi a proposito di una certa visita del Carducci alla Brunamonti. Il Carducci si trovava a Perugia in funzioni di commissario regio per gli esami al liceo. Vestiva di nero con una fascia rossa intorno alla vita... tuttavia pare che non disdegnasse i peperoni allo spiedo... un giorno trovò la B. sulla porta di casa, intenta a non so quale faccenda. Entrarono e si misero a parlare di Goethe e di Leopardi. Su Leopardi non si trovarono d'accordo. Per il Carducci Leopardi «era destinato a passare».

(4) Mi riservo di trattare più ampiamente la figura di Francesco Francesconi a proposito della sua corrispondenza con il Rosmini e il Tommaseo. Mi varrò soprattutto di alcuni preziosi inediti che devo alla cortese accondiscendenza della famiglia e particolarmente del signor Carlo Francesconi, saggio custode dell'archivio di famiglia a Casco dell'Acqua, presso Trevi dell'Umbria.

 

 

<3>   Le prime lettere, e le più interessanti risalgono alla primavera del 1862. Maria Alinda Bonacci (non ancora Brunamonti) ha poco più di vent'anni. e il Francesconi è ormai vicino alla quarantina.

Don Fausto Bonacci di Recanati, zio della futura poetessa, aveva conosciuto e apprezzato l'ingegno precoce del Francesconi, giovane convittore del Collegio Lucarini a Trevi, ottenendo in seguito dal padre del ragazzo il permesso di condurlo a Perugia dove avrebbe coperto la carica di prefetto nel Collegio della Sapienza. «Oltre il vitto ed il servizio avrà in danaro 36 scudi annui» scriveva il Bonacci «ed avrà il comodo di fare tutti questi studi che eleggerà».

Le speranze di Don Fausto non andarono a male: «Cecchino» a ventitre anni era gia laureato in filosofia e matematica, diritto civile e canonico, teologia e sacra scrittura, professore di filosofia a Perugia e a Spoleto, segretario particolare del Cardinal Antonelli a Roma... «pensate se abbia goduto di un dolcissimo piacere», gli scriveva il Bonacci, «all'udire che subito vi siete messo in posto molto onorato ed utilissimo per trovarvi al centro del movimento civile e politico, dove potrete ampiamente svolgere i talenti che Dio vi ha dati...».

Carissimo amico di Rosmini, cerca di conciliare Rosmini e Mamiani; tiene informato il Tommaseo degli avvenimenti romani, aiuta la causa di Venezia e «col pericolo d'essere arrestato e fucilato andò fin là a portare non lievi soccorsi al pietoso amico»(1).

«Amerò pure di sapere come vi riusciranno i colloqui con Mamiani», scrive ancora il Bonacci, «e vi esorto, anzi vi prego di non esser ritroso a seguire le vie che possono condurvi alla cattedra di filosofia nell'Ateneo Romano...».

Ma la brillante carriera del giovane fu ostacolata e forse stroncata dal dissidio con il Cardinale Antonelli e dalle tenebrose persecuzioni del piccolo Clero che dominava la vita politica di Perugia.

A soli ventisei anni si ritirò a vita privata nella sua casa del Casco dell'Acqua in riva al Clitunno, e soltanto undici anni dopo tornò in veste ufficiale a Perugia, rettore, al posto del Bonacci nel Collegio della Sapienza dove allora insegnava

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(1) G. AGOSTINI, Memorie del Cavaliere Professore Francesco Francesconi. Foligno, 1892.

 

<4>   lettere il Prof. Gratiliano Bonacci fratello di Don Fausto e padre di Maria Alinda, uomo di una serietà spirituale che rasentava la pignoleria, autore di un trattato di estetica lodato dal Giordani e dal Borghi.

Maria Alinda non ebbe altro maestro all'infuori del padre, il quale tentò felicemente un'ardita esperienza didattica: a otto anni Maria Alinda vestiva da uomo, leggeva la Divina Commedia, i Sepolcri, i Fioretti di S. Francesco, le lettere del Gozzi, studiava greco e latino, italiano e francese, storia, geografia e matematica.

Nel 1856 il professor Gratiliano pubblicò i primi versi della figlia appena quindicenne. Offrì una copia del libro al Rettore e il Rettore volle conoscere l'autrice, oppure il Francesconi apparteneva a quel gruppo di amici che avevano conosciuto «l'ammirabile precocità» come scriveva il Tenca, di Maria Alinda Bonacci.

Le nostre lettere ad ogni modo, presentano il Francesconi come un vecchio amico, il migliore amico ed il più fidato consigliere della giovine poetessa.

La Brunamonti si trovava a Recanati, dove il padre, che aveva lasciato l'insegnamento per ragioni di salute, si era trasferito poco prima del 1860.

«Oh Recanati, Recanati, tu m'assassini». Tutto il giorno non si sente che suonare a morto. «Tanto e viver qui a Recanati come in un deserto dell'Arabia, e chi ha bisogno di espansione e di vita, se non la domanda al proprio cuore o alle cose inanimate, può far conto di dover morire sconsolato». «Recanati paese degli asini e gufi... Recanati caverna del polo antartica....». Caro signor Francesconi è inutile «patrocinare la causa di questo malaugurato paese».

E pensare che i poveri Recanatesi nel 1885 l'andranno a prendere alla stazione con la banda e daranno in suo onore un ricevimento a base di vino e ciambelle(1). Più tardi un indulgente biografo della Brunamonti scriverà: «Di Recanati parlava con una tenerezza filiale».

Un continuo rimpianto per la vita e gli amici di Perugia, accompagna le lettere che Maria Alinda scrive quasi tutte le settimane al filosofo del Casco [dell'Acqua].

Questa copiosa corrispondenza che va fino ai primi anni del matrimonio con il Prof. Pietro Brunamonti di Perugia, matrimonio in cui ebbe tanta parte il Francesconi, gira sempre intorno a due perni: il ricordo di una adolescenza disperata, e

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(1) V.  M. A. Brunamonti, Op. cit.

 

<5>   il pensiero di Pietrino; nell'insieme rivela una Brunamonti ignota perfino alla minuziosa perspicacia del marito che ne raccolse le memorie e offre allo psicologo la sincera testimonianza di una difficile esperienza giovanile.

 

 

 

1.

 

Carissimo Francesconi

Ben tornato a voi da Trevi !... Sabato a mattina mi giunse il pacco dei ritratti e vi sono infinitamente grata delle premure vostre per ispedirlo. Vi sono anche grata della vostra lettera del 4 luglio piena di savie riflessioni e di ragionevoli consigli i quali mi sembrano verissimi e giustissimi e solo qualche volta si trovano un poco discordanti da me perché il cuore sente e non ragiona, ama e non discute, soffre e non giudica, gioisce e non considera bene a fondo le cause ne del gaudio né del patire né dell'amare. Tremendo mistero è l'abisso del cuore ne mai può scrutarsi pienamente senza trovarsi annegati prima di venirne a luce: e guai a quella persona le cui fibre sono così vivamente sensitive, così irritabili, così commosse, che per necessità poi l'intelletto, la fantasia e ogni altra potenza ne resta vinta e dominata. Compatitemi, Francesconi mio, e permettetemi che io vi porti come ad un bivio che mi sta davanti e dove mi è forza scegliere una strada e camminare. Consigliatemi così quella che devo eleggere dove io mi possa trovar meno infelice.

C'e la via di quelle che seguiterò a chiamare illusioni cioè gioie speranze e affetti che hanno poco fondamento di realtà e che sono perfezionate ingrandite, illuminate dalla immaginativa e dal cuore. Fin quanto esse durano voi ne cogliete piaceri veri e una vita convulsa sibbene, ma vivace, e poche gioie, ma profondamente sentite, e molti dolori ma esilarati di care lacrime e non privi anch'essi di una voluttà vera quale è quella che viene da un dolore previsto, aspettato e sofferto con rassegnazione. Così almeno la vita è intrecciata di fiori e spine, e l'ortica è compensata da qualche rosa; così almeno nei tuoi anni di giovinezza godi il piacere di assistere ad una lanterna magica senza anticipare la fredda e monotona apatia della vecchiezza.

Per l'altra parte la via è ignuda di fiori e uccise tutte le speranze, tolto il velo e il mistero che fa bello ai giovani l'avvenire, ti si mostra la vita quale ell'è: vanità e dolore; e il palpito del primo affetto si confonde col palpito dell'agonia. Avete veduto mai sul ponente le nuvole un momento prima che il sole si nasconda? Se le rischiara un ultimo raggio, brillano un istante color di porpora e la terra riflette quel puro vermiglio: è un'illusione !... le riguardate dopo un minuto eccole color di cenere e preludio di notte fosca e di più fosco domani. Oh quante volte in quelle nuvole ho veduto l'immagine della vita e 

<6>   della gioventù! E quella vista mi ha fatto piangere e mi ha dato all'anima uno scoramento segreto. Io ho provato ambedue queste sensazioni anche nella vita. Vi fu un momento che io rinunziai a tutti i sogni e mi chiusi nella cerchia di una fredda ragione e affogai nel lago del cuore tutti i palpiti della vita fantastica e della poesia: ed allora la poesia, questa divina amica e compagna e consolatrice de' miei giorni mi abbandonò e mi lasciò cadavere insensibile: distruzione di questa poesia in me e distruzione di vita, e morte! E parlo vero sapete! Tutte le bellezze della natura, dell'arte, degli studi divennero morte per me e appena seppi più quello che fosse amore. Ultima e somma disgrazia non poter godere non poter patire, ne saper piangere. Ma ho pregato Dio che mi svegliasse da cotesto disgustoso assopimento e mi rendesse la sventura e la dolcezza d'inebriarmi di lacrime. Dio buono me la rese e fui contenta.

E queste cose a nessun altro fuor che a voi io le direi, perché difficilmente da altri sarei compresa e forse ne riderebbero. Ma voi siete prudente, sono sicura che non ne riderete, anzi mi compatirete anche non sapendomi approvare.

E di più considerate voi ch'io non avrei potuto rivedere con tanta gioia la mia Perugia se non l'avessi amata, sognata e dipinta con i più vividi colori. E la luna sugli elci del Frontone non mi sarebbe parsa così bella se non mi fosse stata antipatica la luna di Recanati.

Del resto poi scendendo (direbbe un seicentista) dalle soffitte della fantasia al pianterreno della ragione, vi dico che ciò nonostante io sto bene e serena d'animo e contenta del passato del presente e del futuro, e coteste chiacchiere che ho scritte leggetele per ridere non per impensierirvi della mia salute. Vi ringrazio però di questa vostra gentile e delicata premura e credete pure che io so osservarla ed esservene molto riconoscente.

Lo zio mio qui presente vi manda un saluto pieno di carissimo affetto per voi la cui benevolenza gli è molto cara e gradita: vuole che. salutiate Brunamonti in nome suo e mio. Salutate ancora per me ai nostri gentili conoscenti a Palmucci, al Prof. Galanti, al Prof. Buschi, Antinori ed altri che credete voi.

Addio e credetemi aff.ma

 Maria Alinda Bonacci

Recanati 8 luglio 1862.

 

 

 

 

 

 

2.

 

Carissimo amico,

Vi ringrazio della vostra lettera del 3 agosto, nuovo segno della vostra gentilezza e bontà per me: vi ringrazio anche dei pensieri penosi che avete avuto per conto mio credendo che stessi male: benché mi dispiacciano i dispiaceri vostri, tuttavia in questa parte ed in un

<7>   certo senso sono costretta a rallegrarmene perché mi sono un indizio che mi volete bene dacché vi prendete così cortese pensiero per me. Vorrei scrivervi un po' allegra e rianimata e così temperare la malinconia di quella storia che vi avevo promesso, ma vi dico il vero, questo dovere scrivere sempre con i tristi auspici delle campane che mi suonano a morto sull'orecchio da tutte le parti è una cosa che mi fa morire d'inedia. Quando io muoio voglio lasciare per testamento che suonino a festa e così rallegrare gli uomini morta, giacché viva gli ho dovuti sempre rattristare con le mie nenie elegiache. E sapete che, Francesconi mio? tante volte la piglio con me, e temo che gli amici mi diano proprio il nome, di campana a morto, e non so quel che farei per mutare registro che infine infine annoia me pure, ma parlando sul serio del bel concetto in cui mi fate tornare presso di me, giacché avendovi io scritto che mi pareva di essere una larva strana e fantastica e un essere creato a traverso avevo detto così proprio con l'intenzione di screditarmi affatto, ma siccome io credo alle vostre parole più che alle mie, così credo ancora che non sia vero, e me ne consolo di: cuore. Perché a dirvi il vero, amico mio, è una gran triste cosa dover rivolgere gli occhi sopra sé stessi e dire: a che mi han ridotto le mie stramberie, l'esaltazione della mia povera testa! anzi vi ho a dir di più ?... quella parola ce l'avevo messa a posta per sentire quello che mi avreste risposto voi, poiché gia lo sapete se io fo conto della vostra schietta e leale sincerità.

E un destino che io non ho potuto mai scongiurare da me, di dover contristare i miei più cari amici e i più intimi conoscenti con le mie tristi e sconsolate lettere. Perciò dovevo dirvi per regola vostra dapprima quando m'usaste la cortesia di cominciarmi a scrivere: aspettatevi tedio e malinconia in ricambio del vostro affetto e tanto mi vorrete bene, tanto più per gratitudine contentatevi ch'io vi compensi con nenie e noie. Scusatemi questo parlar franco, e permettete che io qui vi prevenga e mi aspetti un gentile rimprovero da voi che metterà il (?) alla vostra cortesia.

Ora pero vi ripeto parlo delle malinconie come di cose passate e solo rimemorate per. legare la storia del passato a quella del presente, e forse dell'avvenire: sono state pene orrende a soffrirsi per anni lunghi e angosciosi! nelle quali angustie se io non sono morta è stato un miracolo del cielo e forse un soccorso della mia stessa complessione che sortii dalla natura robusta e sanissima. Altri non avrebbero resistito al primo sorso di quell'amara tazza che dovevo tracannare tutta d'un fiato sentendomene avvelenate le viscere. Alcuni dispiaceri intimi esagerati un poco dalla mia stessa immaginativa mi esulcerarono l'anima fieramente e mi fecero disperare di tutti: ho considerato il mondo come non vorrei considerarlo mai più: un inferno dei vivi! e in questo stato contro natura io mi trovavo spaventata e quasi pazza. Ho detto uno

 

<8>stato contro natura perché vi giuro, e credetelo pure come cosa certa; io sono nata per amare non per odiare: sono nata per amare il genere umano e amarlo con un amore onnipotente e terribile, non per considerarlo come una razza di vipere e di draghi: questo pensiero mi faceva inorridire e aborrire la vita e desiderare la morte, e cercarla e... non dico altro: m'intendete..: sono stata sul punto e alla viva alternativa o di uccidermi o d'impazzire.

A mano a mano pero io mi sono riscossa lentamente da quel sogno penosissimo; e una notte cotanto nera ha dato luogo a una discreta luce di giorno: sicché vedete che devo sperar bene per l'avvenire considerando quanto si è guadagnato in meglio da quanto era per lo addietro. Ma basti, basti così. Siamo proprio nel caso del naufrago alla riva: è vero però, e voi dite benissimo che un certo sfogo anche dei mali passati, giova sempre se non altro per alleggerire il peso delle memorie che ci gravano sul cuore. É dolce e santa cosa nella vita fra amici e fratelli barattarsi a quando il fardello che ci è imposto e fare ad aiutarsi l'un per l'altro. Ho sempre pensato così, e ho ragione non è vero ?

Addio: salutatemi Perugia. ...

Lo zio vi saluta e vi dice che per conservarvi nella sua benevolenza e affetto vivissimo non era bisogno certamente di questa nuova occasione che oggi ci lega anche più; ma avendovi sempre amato oggi ci è più giocondo per le continue occasioni di scrivervi e conversare insieme.

M. A. B.

Post scriptum.

Ora vi metto l'ingegno alla tortura se volete rispondermi !

La storia che dissi di narrarvi nella sua intimità, ho bisogno di narrarla al cuore di Francesconi, non a Francesconi in persona, e perciò ve ne scrivo così riservatamente pregandovi, se mi rispondete su di ciò, ad adoprar quei modi generali, e quei tocchi evasivi che non fanno capir nulla ad altri e a me fanno capir tutto: è una storia d'amore io amavo a tredici anni con una precocità d'intelligenza incredibile, e amavo disperatamente e inutilmente: anzi forse derisa e dispregiata in cotesta mia non compresa passione. Alla partenza da Perugia che fu stabilita quasi apposta per divagarmi da quella che dicevano pazzia sottentrò un'irritazione nervosa e un'alterazione di salute che fino allora avevo avuto sempre straordinariamente forte e robusta. Quello sconcerto non cessò più: io fui sul punto d'impazzire come vi ho narrato già nella lettera e disperai del mondo, odiai gli uomini, le cose, odiai la vita e me stessa e mi abbandonai a tutto l'orrore di una situazione infernale. Un riso di sarcasmo da colui che aveva calpestato i miei primi affetti mi stava davanti a torturarmi la fantasia e il cuore, mi pareva di sentire per un momento quello che non ho  sentito mai più in tempo di vita mia: l'odio cosa per me orribile quando si rivolge 

<9>  contro persona. D'allora in poi sono stata più o meno sempre infelice fino a oggi, fino cioè alla mia ultima venuta a Perugia.

Poiché prima essendo quasi disperata anche dell'affetto di quell'Angioletto che ho amato perché buono. ingenuo, semplice come una colomba e incapace di lasciarmi. Assicurata dell'amor suo oggi mi trovo contenta e posso dire felice.

Non vi posso dire il nome della persona a cui si riferiscono i miei primi affetti perché non avendolo confidato mai a nessuno fuori che a mia Madre, tremo e sudo freddo a nominarlo. Verrà tempo però (io spero) che nel cuore vostro depositerò tutto tutto perché vi ho conosciuto e vi voglio bene come vero amico, e permettetemi che io lo dica, come fratello.

Ma se ha da esser ciò, sarà a voce, non mai per iscritto. Me lo concedete è vero? Non vi dispiace che vi chiami così?

Io vi voglio bene anche perché con i vostri aiuti e consigli e le cure vostre amorevoli io sono rinata ad una nuova vita e costì a Perugia ho risentito e ho gustato anche più profondamente le gioie care, dell'amor mio per Colui... quel bon figliolo e un tesoretto per il mio cuore, io l'amerò sempre. Ma ditemi perché pianse nell'accomiatarsi perdonatemi questa frivola curiosità, frivola per chi non ama, ma voi che avete esperienza del mondo e del cuor mio sapete che di certe piccolezze ho bisogno anch'io di tenerne conto. Se mi rispondete fatelo come di cosa vostra; senza accennare che io ve ne abbia dimandato, anzi fatelo pure liberamente da che ve ne ho scritto nella lettera, senza mistero, e scusatemi di nuovo amico mio !.,. Perdonatemi e lasciate che io vi sia sempre amica sincera e affettuosissima.

 

 

 

 

3.

 

Mio carissimo amico,

Quando il mio scrivere vi fosse venuto a noia, come potreste più liberarvene? A quest'ora ci siete, e bisogna che sia così: colpa la vostra troppa bontà. Questa mattina ho avuto la vostra carissima del ...  io ho cercato la data e non c'è. Poco male.

 

...

Volete sapere più minutamente le sofferenze del tempo passato? Oh elle,furono gravi più che non si creda, e più gravi perché non intese e perciò non commiserate da anima viva, e più gravi perché sofferte in una età in cui la prostrazione del dolore e l'angoscia dell'animo lottava in me con un estremo bisogno di vita, di giovinezza, di illusioni, di gioie, e tanto più gravi perché nuova affatto ai patimenti della vita, e uscendo appena da una spensierata e allegrissima fanciullezza, era troppo paurosa quella scena di dolore che mi si apriva all'improvviso davanti. E 

<10>   infatti quanto più imprevista e inaspettata tanto più arriva profonda e acuta al cuore la punta del dolore. Non vi dirò perciò come ne restassi io sgomenta e contristata, come si presentasse agli occhi un avvenire lugubre e funesto.

L'estate del 1858 fu orribile per me: il sonno fuggiva dagli occhi miei in quelle notti angosciosissime per vigilie desolate e paurose. Chiusa in me stessa io vagavo la notte per casa come smemorata e stupidita parlavo fra me, piangevo a dirotto e scrivevo scrivevo a lungo, continuamente; qualche volta tutta la notte; e mi coricavo all'alba in preda a un letargo penoso. Qualche volta la stanchezza e il sopore mi vinceva e a tarda notte mi trovavo addormentata sul pavimento. Quelle pagine scritte da me in quel tempo sono dettate da una disperazione senza conforto; e sono propriamente essenza di fiele e di arsenico attossicato. Qualche volta laceravo gli stessi miei scritti in cui avevo temperato un'anima contristata, riconoscendo la più tremenda delle verità umane, la vanità del dolore, e quando si arriva a questo, credetemi, è un miracolo se si sopravvive.

Eppure questo non era il peggio. Alcun tempo dopo io perseverai per più mesi nello indefesso studio della lingua greca per soffocare nel cuore le lacrime, e divagare la mente da quei pensieri strazianti. Il rimedio fu peggior del male. Fu come se in queste ore di solleone bruciante, dopo avervi tenuto cinque ore al sole vivo, vi seppellissero in una fossa di ghiaccio. Come vi trovereste?... Imaginatevi come mi potevo trovar io dopoché in grazia di quello studio gelato mi veniva tolto il conforto misero delle lacrime come a quei traditori nell'inferno di Dante, a cui il pianto si aggelava nel ciglio e gli negava quell'unico sfogo. Il mio vocabolario greco è tutto segnato di note dolorose.

Oh, ma per amor di Dio lasciamo la mestizia di questi discorsi! Ma ditemi: mi avete ora capito bene? vi basta così? vi occorrono altre spiegazioni? è generica la mia storia, ovvero la è specifica abbastanza? Oh chi mi avesse detto una volta quando passeggiando noi fuori la porta di Fuligno per la via romana, v'incontravo nella vostra carrozzina, chi mi avesse detto allora che sareste stato il mio amico e confidente a Perugia, e mi avreste continuato tanta benevolenza e cortesia?

...

Addio: se a me date licenza di scrivervi, l'ho caro. Non voglio però e mi dispiacerebbe se vi prendeste soverchio pensiero di rispondermi anche a costo o delle vostre brighe, o del vostro sonno, o delle vostre passeggiate. Non voglio nuocere a nessuna di queste tre cose: e perciò senz'altro nel giorno occupatevi tranquillamente dei vostri affari; alla sera ristoratevi con una lunghissima passeggiata (che buon pro vi faccia) e poi andate a riposare senza il pensiero di rispondere a me. Scrivere ai poeti e ai malinconici vien sempre a tempo... e qui vorrei dire per non 

<11>   immalinconire, e per non impazzire, ma non credo di dir saviamente !.. quando però mi scrivete vi serva di regola che mi procurate sempre un piacere. Addio.

Recanati 11 agosto 1862.

P. S. Mi avete fatto delle altre domande alle quali mi son dimenticata di rispondere, vi avverto che lo faro un'altra volta perché m: manca la carta.

 

 

 

4.

 

Carissimo Francesconi. Vi scrivo di questa sera quattordici agosto ma non sperate però che la mia testa sia con voi lì in Collegio; se la volete trovare v'é necessario che la ricerchiate a Monteluce dove mi portano i pensieri e gli affetti della mia prima e allegra fanciullezza. Care memorie! Ton posso ridurle alla mente senza piangere: ma pur troppo è una necessità! non si può esser sempre fanciulli; né istessi diletti goduti in quei dolci anni infantili si trovano a paro dell'età, quando si arriva a vent'anni!

Poveri anni miei ludibrio delle illusioni e dei fantasmi! Lasciatemi dire uno sproposito: povera me dannata da questa disperazione che si chiama poesia ad una vita fantastica e strana. Mi pare d'essere una specie di commediante, con questo di peggio che la tragedia recitata mi fa patire come fosse vera, e vedo che in fine in fine dovrà andare e finire con una morte vera, invece d'una finta.

Ma non crediate che per questo io sia triste e malinconica. No certo amo però di ridere un po'a spese mie, giacché questa testa che Dio mi ha posto sulle spalle, e il cuore che mi batte nel petto mi ha fatto piangere assai. Senza dubbio mi sembra però che Iddio soltanto per nostro continuo martirio ci abbia dato questa potenza lucida di creare fantasmi e viver di quelli. Altrimenti non si spiega il mistero dei dolori umani veri e non veri: cioè che son veri solo in relazione di chi più o meno li sente. Quando uno può liberarsi da cotesto fastidio con una scrollatina di testa, e può camminare a piede libero per le vie più piane della vita, senza bisogno di precipitarsi giù per i rompicolli delle fantasie, allora beato lui e la cosa va liscia. Ma quando un'anima sventurata ha una fatalità che la trascina per i sentieri più sghembi e più arrampicati della vita, allora poco più o poco meno, é scritto che costei deve essere infelice.

Siamo al caso presente (o meglio vorrei dir passato perché oggi sono interamente tranquilla). Quando la mia povera testa veniva a lite colla ragione e duravano una battaglia ostinata e crudele, chi ci andavi di mezzo?... io. Quando la mia smania ardentissima era quella di riveder Perugia, e ritornare indietro due o tre anni, e la ragione mi rispondeva che l'era cosa impossibile, chi ci andava di mezzo ?... io, Quando lasciando Perugia la notte del 6 gennaio 1856, quell'aria diletta

<12>  mi fuggiva inesorabile, ed io la ricercavo come un moribondo la ricerca nell'agonia, e la ragione mi diceva che io ero pazza e desiderare altrimenti, giacché era necessario partire, chi ci andava di mezzo ?... io, io e sempre io, e non altri che io: cioè la mia salute, la mia gioventù, la mia pace, la mia vita. Ma voi potete dirmi: e voi perché vi mettevate in quelle esagerazioni di sentimenti ?... Vi potrò rispondere che ero passiva interamente e quasi da una fisica forza sospinta.

Son tornata savia adesso ?..: non so: io credo che voi mi direste di no, e noti ve lo domando nemmeno per non sentirmelo dire. Amo però sentirmi dire: vi compatisco, e le benevole parole degli altrui consigli e conforti mi sodo una medicina che io non saprei prepararmi da me stessa. Io non ho misurato le mie forze per vedere se le sarebbero ristorate e vigorose a combattere quando l'assalto della tristezza tornasse a darmi guerra. Ho paura di interrogar me stessa e di tentarmi. So questo solo: che oggi sono sana, tranquilla e bastantemente coraggiosa e serena nei pensieri dell'avvenire. Non è poco. Ma non mi fido di me. Quando l'affanno tornasse griderei: Francesconi mio, aiutatemi che io affogo! datemi una mano, sollevatemi. E voi lo fareste, non è vero? Dacché vi ho conosciuto, in niuna persona quasi ho posta più fiducia che in voi. Mi ricordo quel che mi diceste: quando vi sentite l'anima contristata e bisognosa di sfogo scrivete a me, e infatti uno sfogo di lacrime e di parole con un vero amico, e un ristoro che non ha pari. E delle volte in certe ore che la malinconia tornava a sussurrarmi le sue lugubri parole, (di raro veh) specialmente alla sera, anzi alla notte, ho preso la penna per iscrivere a voi e ho scritto quel che mi dettava la tristezza. Alla mattina pero colla mente rasserenata pienamente, ho lacerato lo scritto, perché a mandarvelo sarebbe stato un contristar l'amico senza ragione, senza scopo, senza bene, ne mio ne vostro. Cosi è ita più d'una volta.

Mi domandaste giorni sono in qual modo Perugia avrebbe conosciuto l'amor mio dopo ch'io fossi morta, e credevate ch'io avessi dei scritti riservati per quel tempo. Ciò propriamente non è per anche vero, ma può esserlo nell'avvenire. Ho un pensiero in mente: e se mi basta il vigore dello spirito, e se la vita ornai stanca mi regge più oltre, vorrei attuare un concetto che idoleggio da lungo tempo. Per ora non saprei dirvi altro. ...

 

Addio

aff. M. Alinda B.

Riservata. Volete un nome? il nome che si lega alla storia dei miei dolori? Amico mio siate certo che voi sarete l'unico nel mondo al quale io lo dirò: ma io vi prego per quanto avete di più caro al mondo a scusarmi dal dirvelo oggi e per lettera. Pero ho bisogno di farvi qui alcuna dichiarazione forse necessaria. Non sono state le mie, storie

<13>straordinarie e avvenimenti da romanzo: un fatto semplicissimo e solo grava per me. Quel tale a cui si riferisce, non credo che neanche più se ne rammenti. Amavo, fui amata, forse per un momento, o mi parve, ma fra noi non corse alcuna dichiarazione fuorché cogli occhi. Si dimenticò prestissimo di me, credo che ne ridesse, e tutto è finito. Ecco qui la storia. Se Dio vorrà che io abbia a rivedervi e parlarvi, non avrò difficoltà di dirvi quel nome. Per parte di lui la cosa andò liscia come va liscia sempre a quei giovani che hanno il grazioso vezzo di amare oggi l'una, domani l'altra, e tenerne a bada dieci, e non amarne nessuna in fondo in fondo. Ma per parte mia che non sapevo, e non so quel che vuol dire amar per burla la cosa andò bene altrimenti. Oh caro amico mio! che tempeste ho passato! come mi è parsa orrenda la vita! quanto ho sofferto! e di qui procede questa irritazione alle fibre del cervello (credo io) che tiene la mia vita nell'incertezza, e in uno stato poco meno che sempre penoso. Una abitudine al dolore mi fa salvatica e mi trascina alla malinconia e alla solitudine, un istinto di amore nel senso il più puro e il più santo della parola, mi sforza ad amare e a ricercare esseri viventi a cui comunicar me stessa e questa potenza d'animo che Dio mi ha dato. Si Dio me l'ha data una potenza d'animo nel cuore che mi bolle come un vulcano. Ed è così proprio così: non crediate che ombra di esagerazione sia nelle mie parole, esagerazioni le sono in me nel modo di sentire non nel modo di esprimermi.

Anche di una cosa vi prego: non vogliate, ve ne supplico intender male le mie espressioni. e travedervi sotto qualcosa di più riprovevole, che certamente non v'è. Vi dico così perché non so se nella foga dello scrivere mi sfugge qualche cenno che possa dare ombra di male al mio dire e al mio sentire. Ve ne ho solo prevenuto perché una volta mi accadde e la mia lettera fu intesa e spiegata a rovescio e capita in senso ch'io non volevo. Colpa mia che non avevo saputo significar bene il mio pensiero. Del resto oggi sono tranquilla e non è poco tranquillissima poi nel pensiero d'amore, d'un amore che oggi Dio mi consente felice perché semplice e quieto. Quel giovinetto mi ama assai. Mi scrive lettere così passionate, così amorose, così candide ch'io vi leggo un'anima d'angelo pura ed ingenua. Lo amo ancor io: ma tranquillamente nel pensiero dell'avvenire e con fiducia in lui che la merita. Addio.

 

* * *

La Brunamonti, nel suo Diario, ancora oggi in gran parte inedito, «né io riconosco più me stessa, scriveva, né trovo in me traccia nessuna di quella fanciulla pallida, magra, nevrotica, sognatrice, ritrosa».

In questo senso le nostre lettere scoprono una Brunamonti del tutto ignota. Il padre severo impose alla figlia fin dalle

<14>prime poesie, un rigido schema letterario, una tecnica forse troppo grave per la linfatica ispirazione della fanciulla «pallida e magra».

Che cosa ci dice per esempio quell'«Addio al paese natale» che il Prof. Gratiliano pubblico nel volumetto dei primi canti, dopo aver saputo da queste lettere quale nostalgia lascio nel cuore della fanciulla, il ricordo di Perugia?

«Non si avverte in lei la necessità di scrivere», dirà il Croce(1); eppure queste lunghe, appassionate lettere al professor Francesconi, rivelano un'urgente necessita di scrivere, un vero dissidio interiore, che forse non si sarebbe risolto così facilmente senza l'autorità del Prof. Gratiliano e la prudente amicizia del Prof. Francesconi: dissidio complicato dal male sottile dei letterati, quel male che il Petrarca battezzava col nome tecnico di acedia, quella «vanità del dolore» di cui parla la Brunamonti in una lettera al Francesconi.

«Codesta malinconia è stata l'amica, la compagna, la maestra, la consigliera della mia vita e dei miei studi e non posso rinunziare ad essa o rinnegarla», scriveva ingenuamente in un'altra lettera al Prof. Francesconi la giovine poetessa.

Con gli anni l'autorità del padre, malato e ormai fuori dell'ambiente letterario, si fece più debole, e il Francesconi calmo temperamento filosofico, influì molto su una serena liquidazione delle vecchie tristezze. «Se a Perugia, io sono rifiorita alla vita della speranza e della gioventù, in gran parte lo devo a lei, ai suoi amorosi consigli, alle sue più che fraterne premure».

L'equilibrio scosso dalle bufere dell'adolescenza, si ristabilisce completamente; il suo modo di scrivere perde il carattere di «urgente necessità» e si riveste di un tono ufficiale, sempre più estraneo alle esperienze personali, sempre più aderente alla tradizione colta delle donne letterate; al Francesconi non rimane altro che una parte, diremo così, di amministratore spirituale.

Nel 1868 Maria Alinda Bonacci sposerà Pietro Brunamonti, professore di diritto all'Universita di Perugia. Anche dal punto di vista semplicemente biografico, le nostre lettere presentano un certo interesse.

«Pietrino» nei lunghi anni di fidanzamento e nei primi anni di matrimonio, appare, ben diverso da quella figura di affettuoso compagno di lavoro, di consorte vigile e solenne, ufficialmente consacrata dalle poesie e dal diario di Maria Alinda.

___________

(1)     B. CROCE - Letteratura della Nuova, Italia - II pp. 357 -Bari 1921.

 

<15>Nella prima lettera il Brunamonti è il «pesciolino del Clitunno» l'«angioletto» («e così piccolino per se stesso che se si nasconde ancora volontariamente, non lo si ritrova più») «un'animuccia bellina e amorosa», «un buon figliolo» che «partecipa del bimbo di sette anni e dell'uomo maturo di settant'anni: l'età di mezzo l'ha scavalcato netto, netto».

Nell'ultime, circa due anni dopo il matrimonio, la Brunamonti scriveva: «è per una parte cosa da ridere, Francesconi mio! (e qualche volta fa sdegno !...) che le notizie le più interessanti per il mio avvenire, io le sappia più facilmente dall'amico che dallo sposo! Io ne sono grata a voi di tutto cuore; ma vi confesso che qualche volta mi bisogna di farmi un poco violenza per tollerare questa trascuraggine che mi fa danno e pena: qualche volta io me ne affliggo profondamente perché penso ch'egli voglia avvezzarmi così assai per tempo a tenermi soggetta sotto un dispotismo assoluto e cieco! Che ne dite voi, caro amico? parlatemene a cuore aperto sicuro che le vostre sagge e moderate osservazioni faranno sempre bene quali esse sieno all'anima mia spesso arida e sconsolata di non trovar nella vita altro che tedio e disinganno!

«Oh potessi ragionar un poco a lungo con voi! Oh potessi narrarvi a voce tutto quello che da due anni porto serrato nel cuore! Vi giuro che nulla tanto mi alletta e m'innamora quanto la schietta e giovanile confidenza di un'anima candida e sincera nulla tanto mi disgusta quanto la taciturna asprezza d'uno spirito impenetrabile che vuole avvolger di mistero le cose più semplici e così tenermi o indietro o sotto i piedi!...».

E in un'altra lettera forse dello stesso tempo: «Ha un benedetto vizio colui che è cupo e impenetrabile quanto l'abisso. Non v'e mai pericolo che discorrendo meco gli esca verbo dalla bocca che possa farmi partecipe dei suoi timori o delle sue speranze !... Pazienza però !... e poi a quest'ora, mio caro amico, ho imparato a mie spese che costa troppo abbandonare il cuore a violenti desideri e trasporti di giovanili speranze. Nella foga del correre è troppo facile urtare e cadere. Forse in questo modo la Provvidenza vuole lentamente ammaestrarmi a non fidarmi soverchiamente di me e della mia indomita fantasia e così forse mi prepara un avvenire meno infelice!... Oggi mi sembra di esser più rassegnata, una contradizione impreveduta. mi farebbe meno sgomento, una speranza svanita mi darebbe meno dolore».

La corrispondenza fra la Brunamonti e il Francesconi si fece sempre più rada con gli anni. Neppure una volta ricorre il nome del Francesconi nel voluminoso diario di Maria Alinda Brunamonti.

 <16>Il filosofo «poco prima del 1870 partì per sempre da Perugia... e si raccolse a vita privata nel suo paese nativo vicino a Trevi... fu poco conosciuto.., tanto è vero», scriveva il povero Agostini, «che queste memorie riusciranno nuovissime e inaspettate anche ai suoi intimi...».

La sua piccola grande amica intanto faceva strada nel mondo, alla conquista di una breve e luminosa celebrità. Molto breve, soprattutto! Chi legge più le poesie di Maria Alinda Brunamonti? Ci sono due o tre inni alla Madonna che oggi ancora il popolo canta nelle sere del mese di maggio, senza saper davvero niente della Brunamonti che li compose tra i quindici e i sedici anni, all'alba della sua tormentata adolescenza.

Eppure, oggi, ripensando dalla riva dei tempi nuovi, agli entusiasmi e alle speranze della Brunamonti, scopriamo in lei lo spirito e il cuore della prima donna italiana, addirittura nel senso voluto dal Fascismo: dotata di «un'intelligenza profonda» (il che, detto dal Senatore Croce, non è poco) vediamo che il Carducci «la trovò sulla soglia di casa intenta a non so quale faccenda!». Fervente cattolica, non esitò unica fra le donne italiane a votare per l'annessione delle Marche e dell'Umbria ai Savoia, e prima fra le donne italiane sognò la Conciliazione tra lo Stato e la Chiesa. Madre orgogliosa, cantò le culle speranza dei popoli e i figli primavera della vita. Anima candidamente aperta a ogni entusiasmo per le umane conquiste, cantò il telegrafo e il treno, le scoperte e le scienze sperando nel progresso l'avvento di tempi migliori. Sinceramente patriotta ebbe un fiero disprezzo per «le discordi ciance dei Parlamenti» e le ire dei politicanti di provincia. La sera del 27 marzo 1887, al Teatro Comunale di Perugia, davanti a un'immensa folla, Maria Alinda Brunamonti commemorò i morti di Dogali.

E la poesia offerta alla moltitudine colpita dal dolore come una suprema speranza nei destini della patria, alla luce dei tempi nuovi s'accende di ardore profetico, assume il carattere sacro di un eroico vaticinio.

Angela Zucconi

 

Il Personaggio

da: Carlo Zenobi, Storia di Trevi, 1746-1946 (pagg.252-264)

Foligno, 1987

 

 

 

La vita e le opere

Don Giuseppe Agostini, Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo e Cittadino Benemerito.

Foligno, Tip. S. Carlo, 1892

 

 

 

 

 

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