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Memorie di un filodrammatico - 2
Luigi Biagi e Giovannina Aliprandi
 

(Augusto Bartolini, Memorie di un filodrammatico, Assisi, Porziuncola, 1971)

 Il Teatro Clitunno
 La Filodrammatica e i gruppi
 Teatro a Trevi: storia e tradizione
 Premio Città di Trevi

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<16seg.>Fu proprio lui [Vincenzo Fontana] che seppe approfittare di un avvenimento, che segnò un nuovo indirizzo dell'attività Filodrammatica, quale fu l'arrivo a Trevi nel 1912 di due illustri attori Luigi Biagi e Giovannina Aliprandi, i quali, venuti per un periodo in villeggiatura, innamoratisi del posto, decisero di stabilirvisi, dal momento che, giunti ad una certa età, avevano cessato la loro partecipazione attiva al Teatro Italiano, dove avevano mietuto numerosi allori. Luigi Biagi, che aveva lasciato da poco il suo posto di maestro di recitazione alla Scuola di S. Cecilia in Roma, era stato un eccellente attore drammatico, seguendo in Italia e all'estero i più importanti capocomici della seconda metà dell'800: Tommaso Salvini, Bellotti Bon, Tessèro, Pasta ecc. Purtroppo la sua dimora a Trevi fu molto breve perché l'anno appresso recatosi a Roma non so per quale ragione vi moriva l'11 aprile 1913.


Giovannina Aliprandi

Giovannina Aliprandi invece, fatta oggetto di viva simpatia da parte dei cittadini di Trevi e specialmente dagli amanti del Teatro, trovato di suo gusto l'ambiente, vi rimase. La sua presenza a Trevi per circa un decennio<17>fino alla sua morte, e la sua partecipazione attiva alle manifestazioni Filodrammatiche di quel periodo, e la influenza positiva che esercitò il suo insegnamento anche nel periodo seguente la sua scomparsa, meritano che di Lei si diano in questi miei ricordi alcuni brevi cenni biografici.

Nata da Luigi Aliprandi e Giuseppina Zuanetti, attori del Teatro dei Fiorentini di Napoli, nel 1850, crebbe, si può dire, sullo tavole del palcoscenico e cominciò presto a recitare nelle) stesso teatro con la compagnia del capocomico Alberti di cui sposò il figlio. Passò poi ad altre compagnie in varie città d'Italia dal 1870 al 1880 conquistando il favore del pubblico. Un critico di un giornale dell'epoca ce ne dà il ritratto fisico : “É bionda, di un biondo delicato e gentile. É alta, ben proporzionata e molto graziosa. Gli occhi cilestri, luminosi e pieni di fascino, promettono tesori di affetto”. Che queste parole corrispondano alla verità e non siano un complimento adulatorio ce lo dimostra il ritratto a smalto dell'attrice fatto nella sua gioventù ed apposto nella sua lapide tombale nel cimitero di Trevi dove Ella riposa. Quanto alle sue qualità artistiche ne troviamo conferma in un giudizio del valente critico Yorick che nel 1883 scriveva fra l'altro : “Ha una intelligenza squisita che le permette d'indovinare appuntino il carattere umano del suo personaggio, sempre al suo posto, nell'attitudine giusta, nell'intonazione esatta, nella misura di passione corrispondente appuntino il suo carattere”.

Tra il 1883 e il 1892 si distinse nelle compagnie di Emmanuel, Pietriboni, Pasta e Cesare Rossi. Fu mentre era con quest'ultimo che ebbe il primo incontro con Eleonora Duse. Questa giovane attrice, che doveva diventare la più grande delle nostre scene, si affermava <18> allora, non senza contrasti, nei teatri d'Italia, introducendo un modo tutto nuovo di presentare i suoi personaggi che sconcertava gran parte del pubblico. Singolari alcuni articoli dei giornali toscani che mi son capitati sotto gli occhi (per es. Il Ferruccio di Firenze del 17 maggio 1883) che le preferivano proprio la nostra Aliprandi per il suo modo di recitare più legato alla buona tradizione. Il cosidetto naturalismo prima e il seguente spiritualismo poi doveva trionfare con la potente personalità della Duse, che tuttavia apprezzò l'Aliprandi e la ebbe come seconda donna (1887-1888) per qualche tempo.

Dal 1892 fino a quasi al termine della sua carriera fu prima donna nella compagnia di Gustavo Salvini, figlio del grande Tommaso Salvini, ottimo attore anche lui. Fece eccezione una breve tournée con Ermete Novelli con il quale andò in Ungheria nel 1900. Ma c'era già stata con Salvini nel 1897 che vi portò il suo Amleto affidandole la parte della Regina. Lasciò la compagnia di Salvini quando questi andò con la sua compagnia in America ed ella non si senti in grado di seguirlo a causa della sua salute un po' compromessa. Ma lo aveva seguito nel 1904 in Ispagna dove aveva recitato in Otello, in Pamela Nubile di Goldoni e nel Tartufo di Molière; e nel 1905 in Egitto con Edipo Re e Gli Spettri di Ibsen nelle quali Lei impersonava i personaggi femminili di Giocasta e Signora Aldwig. Gli applausi e le accoglienze trionfali che riceveva in Italia e all'estero, dimostravano che era giunta all'apice della sua carriera artistica, ma la sua salute un po' scossa e la consapevolezza di aver esaurito in gran parte quelle giovanili energie che aveva generosamente sacrificate al fuoco dell'Arte, le fecero prendere la grande decisione di abbandonare le scene. In seguito l'altra decisione di ritirarsi a Trevi insieme a Luigi Biagi <19>col quale era legata da profonda amicizia, ne fu la logica conseguenza.

Fin dai primissimi tempi della sua dimora in Trevi, Giovannina Aliprandi, a dimostrare che la fiamma dell'amore per il Teatro era soltanto attenuta e non spenta, aderì volentieri alla proposta che le fece subito il Cav. Fontana di gettare le basi per organizzare una Scuola di Recitazione, diretta dall'illustre attrice e da finanziarsi con le recite della Filodrammatica ricostituita nuovamente, e da contributi di soci benemeriti e ordinari. Questa Scuola, inquadrata in un bel preciso regolamento che reca la data del giugno 1914 aveva in origine ben 64 soci, di cui però soltanto un terzo costituivano la parte attiva della Filodrammatica. Fra le finalità, si proponeva l'insegnamento gratuito ai bambini delle Scuole Elementari, ed altre cose belle ed utili. Ma purtroppo, fondata più su previsioni ottimistiche che su basi solide, la Scuola ebbe vita breve, mentre riceveva un notevole impulso la nuova Filodrammatica chiamata ora “Luigi Biagi” in onore dell'illustre ospite scomparso.

 

Nei primi tempi dopo il suo arrivo a Trevi, l'Aliprandi partecipò a qualche spettacolo di beneficenza a Foligno o a Trevi con la declamazione di qualche poesia e con la presentazione di qualche bozzetto, “Mater Amabilis” di Alfredo Martelli, nella parte di una comprensiva Madre Superiora. Soltanto due volte accettò di sostenere una parte di due recite del gruppo Filodrammatico che ormai era sotto la sua direzione, e fu prima nell'8 dicembre 1912 quale Teresa nella “Donna e lo Scettico” di Paolo Ferrari (in una serata a beneficio degli italiani espulsi dalla Turchia al tempo della guerra italo-turca) e una seconda volta in piena guerra mondiale il 10 ottobre 1915 quale Contessa Lamberti nel Romanticismo rappresentato <20>a beneficio del Comitato di Mobilitazione Civile. In queste due parti veramente adatte alla sua figura ed alla sua età Ella fu veramente degna della sua fama. Ma furono le ultime sue comparse sulla scena, dopo le quali si limitò al suo compito di Direttrice. Alle due recite partecipò come protagonista maschile il Cav. Vincenzo Fontana che per il suo temperamento ed i suoi mezzi riuscì in modo eccellente. Tanto l'una che l'altra recita furono ripetute due volte; il “Romanticismo” a Spello, nel 17 ottobre del 1915 in un clima di fervente patriottismo.

 

In quei tempi, fra i dilettanti di Trevi, oltre ai nominati Vincenzo Fontana e Luigi Cecchini, c'erano Antonio Sebastiani e Fausto Marcelloni; tutti e due adatti a sostenere parti comiche o come dicevano i teatranti di allora, brillanti. Il primo si esibiva anche come cantante di canzonette buffe; del secondo, esperto musicista, riparleremo quando ci capiterà di ricordare i suoi tentativi di produrre un paio di operette in musica. Altri dilettanti di allora erano Dante Falchetti ed Angelo Simoncelli fra gli uomini; Marietta Merli e Apollonia Sebastani fra le donne.

Ma come doveva accadere anche in seguito, la presenza di villeggianti nella stagione estiva forniva nuovi ed attivi elementi per il gruppo filodrammatico. Primi fra tutti i fratelli Gizzi, Romolo e Ninetta Gizzi, romani, ma nati da madre Trevana. Erano due elementi preziosi, il primo, giovane laureato in legge, fornito d'ingegno, doveva poi dedicarsi al cinema, scrivendo copioni per films comico-sentimentali sotto lo pseudonimo di Luciano Doria. Lei aveva recitato per un po' di tempo la Scuola di recitazione di Santa Cecilia ed aveva un'ottima dizione e riusciva bene nelle parti che richiedessero grazia e femminilità. Tutti e due dimostravano sulla scena compostezza,<21>senso della misura e soprattutto spontaneità. Il maggior sforzo di Lei fu nella parte di Anna Lamberti nel Romanticismo, interpretazione degna di rilievo, soprattutto in considerazione che una parte così fortemente drammatica era non proprio connaturale al suo temperamento.

Nell'immediato anteguerra e nel primo anno della guerra 1915-18, la nuova Filodrammatica con elementi locali ed altri forniti dai villeggianti, specialmente con i due Gizzi, e con un certo Adriano Piacitelli anch'esso dotato di una notevole comicità, rappresentò una serie di commedie piuttosto leggere e graziose quali “l'Amore che passa” dei fratelli Quintero, che andò in scena il 19 ottobre 1913, e fu preceduta da una commemorazione del Maestro Luigi Biagi ad opera del Cav. Fontana; “La Scelta di una Sposa” di Adamo Alberti; "Il Principe Azzurro” di Sabatino Lopez; “Il passaggio di Venere” di Mariani e Tedeschi, ed altri piccoli lavori moderni in un atto, come “Pace in Famiglia” di George Courteline (tradotto da Romolo Gizzi), il delicato quadretto; “Suor Speranza” di Guelfo Civinnini, “Fuoco al Convento” di Greville, ed a completare i vari programmi alcune farse, fra cui “La Sposa e la Cavalla” di Tettoni, “Un Ballo in Provincia” di Paolo Ferrari nonché alcuni monologhi ed esibizioni musicali. Si era già in piena guerra, come è stato detto, e non mancò qualche bozzetto patriottico, come “Sulle Rive dell'Isonzo” che ebbe protagonista Vincenzo Fontana, il quale chiuse con esso il suo curriculum filodrammatico, restando però sempre sostenitore ed animatore del movimento. In questo periodo non mancò mai la partecipazione di Luigi Cecchini, ormai decisamente entrato nel ruolo di caratterista ed apprezzato molto dall'Aliprandi e dal pubblico.

<22>Ma la guerra diventava ogni giorno di più una realtà tragica e preoccupante; la disfatta di Caporetto e l'invasione del Veneto ridestarono nella Nazione la coscienza della propria responsabilità e la decisione disperata di resistere ad ogni costo. Mentre si preparava la gloriosa rivincita di Vittorio Veneto, la Filodrammatica “Luigi Biagi” sospese la sua attività in attesa di tempi migliori. E questi vennero finalmente con il famoso armistizio del 4 novembre 1918 dopo la vittoria delle armi italiane e la conseguente disfatta degli Imperi Centrali.

A questo punto, avendo esaurito quanto ho potuto raccogliere dalla tradizione e come spettatore, queste memorie diventano prevalentemente personali. Prima perciò di parlare del mio debutto al Teatro Clitunno avvenuto il 25 aprile 1919, mi piace rievocare alcuni ricordi della mia fanciullezza e adolescenza connessi con questa mia passione che mi accompagnò tutta la vita.

Nella mia prima fanciullezza, trascorsa lontano dai genitori che vivevano a Roma, nella vecchia grande casa dei Nonni a Trevi, ricordo di essere stato condotto più volte al Teatro Clitunno, o al Teatrino del Collegio Lucarini e di aver preso tanto gusto agli spettacoli, che poi a casa mi mettevo ad imitarli divertendo moltissimo gli zii scapoli e la nonna. Venivano poi in casa dei conoscenti con ragazzi e ragazzine della mia età con i quali organizzavo rappresentazioni improvvisate che altro non erano se non imitazioni di spettacoli già veduti al Teatro. Più tardi quando fui mandato a Roma dai miei per frequentare il Ginnasio Superiore, con le mie sorelle e qualche cugino organizzavo recite in famiglia. Ricordo due lavoretti di Goldoni minore: La Favola dei tre gobbi e la Bottega del caffè. E più tardi la inevitabile Partita a scacchi di Giacosa del quale autore rappresentiamo con <23>un notevole sforzo di messa in scena anche il Trionfo d'aurore. Mi accorgevo fin d'allora che la mia passione per recitare sorpassava quella degli altri e tanta era la voglia di far il meglio possibile, che diventavo insistente e insensibile alle proteste dei coetanei e delle coetanee che partecipavano alle recite e che ad un certo punto si stancavano delle troppe) ripetute prove. Ci voleva tutta la mia energia e tutto il mio entusiasmo per costringere le mie vittime ad andate avanti. Povere sorelline, afferrate spesso per le trecce ed obbligate a ripetete più e più volte le stesse frasi finché non mi sentivo soddisfatto ! E povera Mamma che si disperava nel veder metter a soqquadro tutta la casa per utilizzare alla meglio tutto quello che ci poteva servire : mobili, vestiti, tendaggi, oggetti vari ecc.!

Ma gli ultimi due anni impegnativi del Liceo e poi la guerra alla quale cominciai a partecipare poco dopo compiuti i 19 anni, mi fecero lasciar da parte la mia passione per il Teatro. Quando però la guerra fu finita ed io fui libero da impegni. militari chiesi ed ottenni di far parte della Filodrammatica “Luigi Biagi”. Proprio in quell'anno un sacerdote di Trevi, Don Aurelio Bonaca, aveva scritto un dramma storico intitolato “Francesco Manenti”. Studioso di storia locale, il Bonaca aveva scritto un lavoro che voleva essere un quadro delle lotte tra i Comuni ed i ,Signori dell'Umbria del '400, con l'intreccio di una tenue storia di amore. Così come era stato scritto, il lavoro rivelava scarsa conoscenza del teatro ed era poco rappresentabile, ma Giovannina Aliprandi, valendosi della sua lunga esperienza teatrale, lo rimaneggiò in modo da poterlo presentare con discreto successo, prima a Trevi il 25 aprile 1919 e poco tempo dopo al Teatro Massimo di Spoleto. Ricordo la viva emozione che provai nel presentarmi in casa del l'Aliprandi <24> per provare da solo a solo la parte che mi era stata assegnata, breve, ma di contenuto fortemente drammatico ; e la mia gioia quando l'attrice mi giudicò favorevolmente. Mi sembrò di essere entrato in un mondo che avevo prima tanto sognato e realizzato soltanto in tentativi fanciulleschi. Alle prove ero il più assiduo, ascoltavo avidamente tutte le osservazioni e i suggerimenti che la signora Aliprandi prodigava a tutti gli attori, irritandomi dentro di me con quelli che non s'impegnavano come avrebbero dovuto o non riuscivano ad imbroccare l'intonazione giusta e un atteggiamento adatto. Quando entrai in scena, la prima volta davanti ad un pubblico pagante, non solo mi sentii svanire come per incanto quel batticuore che mi aveva preso pochi momenti prima, ma mi parve di essere veramente e soltanto quel personaggio nel costume dell'epoca, esprimente sentimenti di cupo dolore e di odio per la strage che avevano fatto della sua famiglia. Mi accorsi di aver molto viva la facoltà di suggestionarmi e di entrare in un personaggio anche se diverso dal mio carattere, e di dare a chi mi ascoltava la sensazione della verità.

Ben presto però i miei studi mi riportarono a Roma dove frequentavo l'Università e, diciamolo pure, spesso anche i Teatri di prosa. Ma la preparazione agli esami e la frequenza alle lezioni non mi impedirono di rappresentare a fine d'anno in casa, due commediole in un atto “O bere o affogare” di Castelnuovo e “Amore al buio” dei Fratelli Quintero, completando lo spettacolo famigliare con un po' di musica e recitazione di poesie romanesche. Naturalmente attori ed attrici erano le mie sorelle ed alcuni cugini.

Nell'estate del 1920 la Filodrammatica di Trevi si apprestava a mettere in scena il dramma “Ferréol” di <25>Sardou ed io, trovandomi libero per le vacanze estive, ebbi affidata dall'Aliprandi l'importante parte del Marchese di Boismartel, magistrato integerrimo, che nel corso dell'istruttoria di un processo da lui diretto come Presidente del Tribunale, scopre che la sua diletta moglie è seriamente indiziata nel delitto di cui si ricerca l'autore. La mia più viva aspirazione nell'interpretare questa parte sotto la guida dell'Aliprandi fu di piacere alla mia Maestra, quindi fui veramente felice quando, il giorno dopo l'esecuzione, mi disse che, tranne lievi appunti, le ero piaciuto per l'interpretazione composta, dignitosa e profondamente sentita del personaggio. Le prove di questo dramma erano durate circa due mesi e furono quelle prove a darmi la sensazione del lavoro paziente, estenuante ma anche intelligente che bisognava fare per essere un buon direttore artistico, termine che pochi anni dopo passò di moda per essere sostituito con quello più moderno di regista, mutazione che ha portato non soltanto una parola nuova nel vocabolario, ma anche un diverso concetto della funzione direttiva, divenuta sempre più personale e complessa e destinata ad esercitare un'influenza sempre più profonda nei confronti dell'attore considerato non più come singola personalità ma come elemento duttile da plasmare secondo una interpretazione personale ed una veduta dell'insieme da parte del regista.

Dopo il discreto successo del Ferréol, la mia impaziente voglia di recitare non mi permise di attendere che la Filodrammatica organizzasse un'altra recita, tanto più che un mio tentativo era fallito a causa delle solite beghe fra i dilettanti locali e mi aveva già fin d'allora fatto comprendere che senza un'infinita dose di pazienza, di opera di persuasione, di diplomazia per smussare angoli, piccole <26>invidie, io non sarei riuscito a nulla. Mi rivolsi ancora una volta alle mie sorelle e ad un giovanissimo studente, Filippo Arredi (discendente da un altro Filippo Arredi filodrammatico nell'800) ed organizzai la rappresentazione di una commedia di Giacosa: “Chi lascia la via vecchia per la nuova" che ebbe luogo in un salone in casa degli amici Paglioni con invitati, e direzione artistica di Giovannina Aliprandi, che gentilmente prestò la sua opera di Maestra dell'arte di recitare. Le mie due sorelle si fecero abbastanza onore e la commedia piacque, così perdurando la mia posizione di distacco con la Filodrammatica locale che restò inattiva, feci altri tentativi sempre in privato con un paio di lavori, che data la scarsezza dei mezzi e dei personaggi adatti, riuscirono anche meglio di quello che si poteva sperare.

Passato un altro anno di studio a Roma, tornai a Trevi dove fui lieto di vedere che gli screzi fra i dilettanti locali erano stati superati e quindi si poteva mettere in scena un lavoretto scelto dall'Aliprandi: “La Dote” di Ettore Dominici; una commedia all'antica nella quale la Direttrice mi affidò la parte di uno zerbinotto galante con la quale divertii il pubblico e divertii me stesso. Era l'estate del 1921.

Al cominciare dell'inverno l'Aliprandi si ammalò. Ricordo che nelle mie frequenti apparizioni a Trevi andavo a visitarla e che in quell'inverno si provavano in casa sua alcuni lavoretti che avremmo dovuto recitare al Clitunno. La vecchia attrice era a letto e già un po' abbattuta, ma quando, durante le prove, si entrava nel vivo della Commedia, la sua passione per il Teatro le faceva dimenticare il suo male e si infervorava e si animava nel gesto e nella voce come se fosse nel pieno vigore delle sue forze.

<27>Fu in quell'epoca che un giorno mi mostrò, commossa, un telegramma ricevuto da Eleonora Duse che, memore dei tempi passati, con affettuose parole, la pregava di accettare una parte nella nuova commedia di Tommaso Gallarati Scotti “Così sia” che la grande attrice si preparava a rappresentare in Italia per poi portarla in una tournée in America, come infatti fece. L'Aliprandi, come era da aspettarselo, rispose negativamente, adducendo la ragione della sua malattia; e a me espresse la sua tristezza per il fatto che la Duse, vecchia anche lei, dopo aver lasciato da vari anni il Teatro, riprendesse a recitare, probabilmente perché stretta dal bisogno. Ma il destino era segnato sia per l'una che per l'altra. Giovannina Aliprandi morì verso la fine di quell'inverno del 1922 e la Duse due anni dopo a Pittsbourg in America il 20 aprile 1924.

Io ero a Roma per gli studi quando appresi con dolore la notizia della morte di Giovannina Aliprandi. Un particolare degno di nota è che l'attrice prima di morire si fece promettere con giuramento che non avrebbero toccato il suo cadavere altro che per involgerlo in un semplice lenzuolo. Molte congetture vennero fatte per spiegare la ragione di questa sua ultima volontà, ma a me questa ragione è divenuta chiara quando, leggendo alcune vecchie memorie del grande Tommaso Salvini poco tempo fa, appresi che anche questo grande attore, che l'Aliprandi venerava in modo particolare, aveva lasciato, morendo, la stessa disposizione.

La Filodrammatica Luigi Biagi, in seguito a una mia proposta, decise di far apporre una lapide sulla tomba dell'attrice sepolta nel poetico cimitero di Trevi, con un'epigrafe dettata dalla figlia dell'attrice Alberta Alberti Aliprandi con la quale ebbi uno scambio di corrispondenza <28> e che inviò quella bellissima fotografia a smalto della Madre nel fulgore della sua giovinezza della quale fotografia ho già parlato e che io feci apporre sulla lapide a perpetuo ricordo.

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