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Famiglie Riccardi

Oltre alla più nota Famiglia Riccardi che nel 19° secolo rinunciò all'iscrizione nel ceto dei "Cittadini" e dalla quale ebbe origine Tommaso, salito alla gloria degli altari con il nome di Beato Placido Riccardi, nella prima metà del '900 ci furono in Trevi altre tre famiglie con lo stesso cognome, sebbene senza relazione di parentela tra di loro e tutte e tre senza discendenza, estintesi negli anni Cinquanta e Sessanta
 

Un Riccardi era proprietario della bella casa cinquecentesca in Via dell'Orticaro, alla fine di Via Dogali.
Trasferitosi a Roma, conservò la proprietà della casa, passata poi alla consorte superstite e poi venduta a fine secolo alla famiglia Timner-Moriconi.

 

RICCARDO, ANNIBALE e ANITA RICCARDI, fratelli, tutti e tre sordomuti, abitavano in via dell'Orticaro, ma in uno stabile distinto dalla casa suddetta.
Riccardo esercitava il mestiere di calzolaio in fondo all'attuale Largo Don Bosco, all'inizio del Vicolo del Fornaro, Annibale era operaio dell'industria e Anita era casalinga.

 

Più noti, popolari ed estroversi erano invece i fratelli Teodoro e Alfonso Riccardi

Erano proprietari di un vasta parte dell’antichissima casa Manenti a pochi metri della piazza del Comune, alienata poi nei primissimi anni Cinquanta. All’inizio del secolo scorso, quando ritornavano da Roma sfoggiavano una carrozza con “tiro a sei”, cioè trainata da sei cavalli, successivamente sostituita con l’automobile, la mitica Isotta Fraschini.

In paese erano conosciuti con il soprannome “Li Gobbi”, poiché Alfonso, detto Alfonsetto per la sua bassa statura, aveva una vistosa gobbetta, lui solo, ma per una strana proprietà transitiva la caratteristica veniva estesa anche al fratello Teodoro.

Erano valentissimi restauratori e certamente ebbero influenza determinante sulla formazione professionale del concittadino Renato Mancia.1, pioniere in Italia nell'applicazione dei sussidi scientifici, in particolare i raggi X, per l'analisi dei dipinti.

Raccontano i più anziani che Teodoro al bar del Circolo di Lettura si vantava di aver ricostruito e firmato la biga esposta al British Museum di Londra: «Se smonti il cerchio destro (o sinistro?) della biga del Museo di Londra, trovi scritto sul legno: THEODORUS FECIT»..2

L’aneddoto, per più di mezzo secolo considerato una millanteria di chi voleva sbalordire i concittadini con le sue imprese fuori paese, fu riesumato sotto una nuova luce quando, qualche decennio fa (anni '70?) la biga venne esposta dal British Museum come un falso, opera "dei fratelli Riccardi nel 1930"

Recenti polemiche sulla "Biga di Monteleone" esposta al Metropolitan di New York, hanno riportato alla ribalta i Riccardi, in qualche modo implicati nelle vicende del reperto. Sembra che una famiglia di tal nome fosse in Orvieto, un'altra di rinomati ed onesti antiquari opera tuttora in Assisi, ma i responsabili di questi restauri "disinvolti" sono identificati nei Riccardi di Firenze (Amedeo) e il cugino, il "nostro" Teodoro e quindi gli artefici della biga di Londra dovrebbero essere non "i fratelli", ma i "cugini Riccardi".

Ad onor del vero, al di là del falso sfacciato, tutti i vecchi restauratori potrebbero essere tacciati di falsari perché l'dea di "restauro filologico" non era tanto diffusa nella prima metà del '900 e pertanto il restauratore si preoccupava di risarcire le parti danneggiate o mancanti in modo che non si distinguessero dall'originale. Quindi quello che oggi passa per un falso, qualche anno addietro veniva considerato soltanto un restauro ben fatto, tanto che l'autore ne andava tanto fiero da apporvi il proprio nome. E questo potrebbe essere accaduto per la Biga di Monteleone, che dopo oltre due millenni conservava intatti i pannelli in bronzo, ma forse non altrettanto le parti in legno. Ora però, per complicare la vicenda, secondo un critico americano sembra che siano falsi proprio i pannelli in bronzo.

Dopo tutte queste considerazioni non sappiamo se Teodoro Riccardi abbia "firmato" la biga di Londra o quella del Metropolitan, cioè di Monteleone, o tutt'e due. E forse non lo sapremo mai.

 

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Aggiornamento: 15 aprile 2016.
 
Note
1) Zenobi, Carlo, 1987, Storia di Trevi 1746 -1946, pag. 354
2) Testimonianza orale di Carlo Zenobi e molti altri.