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La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

XVI     LA PORTA MAGGIORE

 

 

(Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 - pagg. da 141 a 155)

[ I numeri in grassetto  tra parentesi acute <  > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

 

 

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Nel contratto stipulato per la costruzione della chiesa con M°: Antonio di Giorgio Marchisi, non è fatto cenno di speciali lavori per la decorazione della porta principale. Né dalle «Riformanze» di quegli anni risultano trattative preliminari con l'artefice che scolpì la bella porta. Però pur mancandoci i precedenti abbiamo in copia, che credo contemporanea, il contratto che gli «operai» delle «Lagrime» stipularono con lo scultore. Darò in appendice il testo del documento (1), di cui qui riassumo le clausule principali. Fu stipulato il 16 aprile 1495 tra Giovanni Giampietri o di Giampietro, da Venezia, «lapidarius», da una parte e Pierfrancesco Lucarini, Giovanni Protasi, e Marco del fu Nicola, per le «Lagrime», dall'altra. Si convenne dare a cottimo al Giampietri il lavoro di una porta di pietra ben lavorata, secondo il disegno che era presso l'artista e «scritto». di mano del cancelliere del Comune. Unica modificazione da farsi era che in cima alla porta si facesse un angelo, al posto di altro ornamento («alterius designi») che era stato progettato. Ma non sappiamo che cosa fosse. Il Giampietri si impegna di ben eseguire il lavoro e portarlo a compimento, mentre gli «operai» delle «Lagrime» si obbligano pagargli «190 Fiorini» di 40 «bolognini»; nonché dargli l'alloggio per lui e fornirgli la pietra sul luogo del lavoro. Non altro.

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(1) Appendice. Documento N° 4.


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Come si vede, per quanto si trattasse di opera di molta importanza, che doveva restare nei secoli, pure il contratto era concepito, come quasi sempre allora, in termini assai semplici. La fiducia era reciproca. Ma vedremo poi che le cose non andarono così liscie, come potrebbe supporsi, data, appunto, la quasi ingenuità del contratto.

 

* * *

Nonostante l'esistenza di questo documento e degli altri di cui tra poco dovrò occuparmi, in tutti gli scritti, anche recentissimi, che trattano di questa chiesa viene fissata al 1511 la data dell'esecuzione della porta. L'errore è cosi grave e così frequentemente ripetuto, che occorre non solo correggerlo, ma anche ricercarne l'origine.

E questa fu una pubblicazione del compianto Adamo Rossi, di Perugia, il quale venuto a conoscenza del contratto stipulato il 4 Gennaio 1511 tra D. Eugenio, procuratore delle «Lagrime» e un maestro Giovanni scalpellino per la fattura di un cornicione, interpretò equivocando, essere questo il contratto per il portale della chiesa. E così all'opera di Giovanni di Giampietro attribuì senz'altro quella data.

Ora del contratto per il cornicione ho già parlato a suo tempo (1) ed ho detto come questo dovette essere a coronamento dell'intera costruzione e girare tutt'intorno alla sommità della chiesa. Dissi anche essere stato questo cornicione demolito nel 1703, perché danneggiato dai terremoti. Nulla, quindi, ha che fare con la porta. Bastò però l'affermazione del Rossi per mettere fuori di strada tutti coloro che, dopo di lui, ebbero occasione di occuparsi di quest'opera d'arte; fatta eccezione di qualcuno che poté indicare la vera data dell'esecuzione di questo monumento (1495) dopo che io ne pubblicai per la prima volta la notizia documentata nel 1898 (2).

Oltre di che, nel contratto per il cornicione troviamo soltanto il nome di un «Giovanni scalpellino»; ma non è detto che questo debba identificarsi con il Giampietri, che a quell'epoca non figura più nei documenti trevani.

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(1) Cfr: sopra, pag: 77.

(2) «La Torre di Trevi», Anno I°,1898, N° 9 (La chiesa delle Lagrime - Articolo a firma «Il topo dell'archivio») Anche il Bragazzi accenna alla vera data dell'esecuzione della porta; ma senza documentazione; (Cfr: La Rosa dell'Umbria, cit: pag. 200) onde gli scrittori posteriori hanno preferito la data assegnata dal Rossi perché - apparenza - documentata, e dell'affermazione del Bragazzi nessuno ha tenuto conto.


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Chiunque esamina il contratto per quest'opera d'arte non può a meno di rilevare la modestia della somma pattuita con l'esecutore. Ma era quello l'andamento dei tempi, e chiunque ha avuto occasione di leggere contratti, anche con artisti sommi di quell'epoca e di altre anteriori, sa quanto miti fossero i compensi che si davano agli artisti d'ogni genere. Vero è che del valore della moneta d'allora non possiamo farci un concetto esatto; ma in ogni modo, le cifre non erano favolose: mentre lo erano certamente quelle degli stipendi e delle cointeressenze date ai funzionari di tutte le corti, incominciando da quella di Roma.

Per la spesa occorrente alla esecuzione della porta il benemerito cittadino trevano Antonio Petroni lasciò 100 «fiorini» nel suo testamento, di cui fu rogato il notaio Galeazzo Pauloni nel 1486. Questo fatto dimostra che prima ancora che s'incominciasse la costruzione della chiesa di cui la prima pietra fu posta nel 1487 c'era chi pensava a voler decorato il futuro tempio di una porta monumentale, quantunque non esista di ciòalcuna traccia negli atti consiliari. Ma non è azzardato supporre che il lascito Petroni fosse la prima spinta e la più efficace alla decisione degli «operai» delle «Lagrime», visto che la somma lasciata da lui rappresentava più della metà del prezzo dell'opera d'arte.

 

* * *

E qui sorge spontaneo il desiderio di avere notizie biografiche dall'autore di così prezioso lavoro; ma, purtroppo, di questo Giovanni di Giampietro o Giampietri, da Venezia, poco o nulla sappiamo. Di lui e delle sue opere tacciono gli archivi, e i libri poco ci dicono. Il già citato Adamo Rossi ne diede un breve cenno, rammentando un altro lavoro del Giampietri nella chiesa di S. Maria Nuova, di Perugia (1). A questa nessun'altra notizia poté aggiungere il Bertolotti, che scrisse degli artisti veneti con tanta erudita pazienza (2).

Dell'opera del Giampietri a Perugia, che è un monumento sepolcrale del giureconsulto Baldo Bartolini, di quella città morto nel 1492, si occupò anche il Lupattelli (3); e da esso apprendiamo che il monumento trovasi ora nel museo medioevale di quella università.

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(1) «Giornale di erudizione artistica» - Vol; 2°, pag: 254, 255.

(2) A. BertolottiArtisti veneti in Roma - Miscellanea pubblicata dalla R..Deputazione di Storia Patria - Venezia, 1885 - Serie 4 - Vol: III°.

(3) Cfr: «L'Unione liberale», Perugia - Anno 54° - 8 Febbraio 1915 - N° 31.


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Successivamente lo stesso Lupattelli scriveva del nostro artista più ampiamente, sempre a proposito di quel monumento, ricordando che questo fu commesso al Giampietri con atto 16 Febbraio 1492, già pubblicato dal Rossi (1).

Ma, nonostante l'esistenza del documento, si è voluto in questi ultimi tempi, togliere al Giampietri il merito di questo lavoro ed attribuirlo ad Ubaldo da Cortona (2).

Inutile dire che, di fronte ad una prova documentaria così solenne, come è un atto notarile, questa nuova gratuita attribuizione non si potrebbe giustificare che dimostrando non aver avuto effetto il contratto col Giampietri e che un altro ne sia stato stipulato col da Cortona.

Il Giampietri poi incredibile, ma vero ! ritenuto autore di opere d'arte.... che non sono mai esistite! E queste sarebbero le «ricche, eleganti, bellissime, ecc: decorazioni in pietra che ornano le cappelle interne della chiesa delle «Lagrime», come si esprimono il Guardabassi, il Lupattelli ed altri (3).

Vedremo tra poco che queste cappelle non hanno nessuna decorazione in scultura. Sono tutte costruite in mattoni e stucco e decorate soltanto di modeste pitture! Né è da supporre che coloro che così scrivevano avessero equivocato tra le cappelle e i monumenti sepolcrali esistenti in questa chiesa. Basti dire che il più antico di essi è posteriore al 1552! Non è ammissibile che il Giampietri a quell'epoca vivesse e lavorasse ancora. Senza dire che nessuno dei monumenti ricorda neanche lontanamente lo stile e la maniera del Giampietri. Si tratta, dunque, di uno dei tantissimi errori che su questa chiesa sono stati detti e stampati!

Per chiudere il discorso circa la vita e le opere del Giampietri, dirò che tra le affermazioni del Lupattelli di solito diligente ricercatore e studioso tenace, fino ai suoi ultimi anni mi sembra tutt'affatto arbitraria e senz'ombra di fondamento l'ipotesi che il Giampietri sia stato prima alla «bottega» del Donatello a Padova nel 1444, quando questi modellava colà la statua del Gattamelata;

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(1) A. Lupattelli Il sepolcro marmoreo del giureconsulto Baldo Bartolini da Perugia in «Pagine d'arte» Anno III.  N° 16 (Ottobre 1915) pag: 129 ss.

(2) Briganti - Magnini Guida di Perugia ivi, Bartelli, 1910. (L. V. BERTARELLI) Guida del Touring Club Italiano Italia Centrale 2° Vol: Milano, 1922 pag: 326.

(3) Mariano Guardabassi Indice guida dei monumenti pagani e cristiani dell'Umbria Perugia, Boncompagni, 1872, pag: 346. A. Lupatelli in Pagine d'arte cit:.


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poi a Venezia col Verrocchio, quando questi eseguiva il monumento del Colleoni. Con queste e con le altre cervellotiche attribuizioni alle quali accennavo, si verrebbe a concludere che il Giampietri avrebbe dovuto vivere almeno 130 anni!

Il Fausti, di Spoleto, occupandosi del nostro artista pubblicava alcuni documenti (1) dai quali risulta che Giovanni Giampietri aveva un fratello che si chiamava anche lui Giovampietro, come il padre. Nei documenti pubblicati dal Fausti è parola di un «Johampietro da Venetia», che lavorò un «ciborio dell'altare grande» nel duomo di Spoleto, per 52 «ducati». Completava pure nel 1485 nello stesso duomo, sull'altare del Crocifisso, un altro ciborio, incominciato a lavorare da un tal Maestro Pencia di Marianillo. Nell'anno successivo, 1486, fece per 25 «ducati» un altro tabernacolo per l'altare di S. Gregorio nel duomo suddetto. E nel 1489 acconciò anche alcune pietre che dovevano servire per il selciato della chiesa. E infine lavorò un cippo di pietra, per l'opera del duomo, destinato a raccogliere le offerte per le zitelle povere della città. Di Mastro Giampietro a Spoleto non si hanno notizie oltre il 21 Marzo 1490; o morì o se ne andò tanto vero che il lavoro del cippo fu da lui lasciato incompleto e lo condusse a termine suo fratello Giovanni.

Inutili sono state le mie ricerche nell'archivio di Trevi per ulteriori notizie. Del Giampietri non parlano neanche le biografie generali di artisti, per quanto in certi dizionarii si faccia, invece menzione di nomi pressoché sconosciuti nella storia dell'arte.

 

* * *

Però se nei nostri archivi mancano documenti che valgano ad illustrare la vita e le opere del Giampietri, altri ne abbiamo che possono essere sufficienti a farci conoscere le vicende dell'opera da lui eseguita per le «Lagrime». Infatti in un frammento di un libro di conti, che va dal 14 Aprile 1495 al 7 Decembre 1499 (2) troviamo che il camerlengo e depositario dei denari delle «Lagrime» pro tempore pagò in più volte alcune somme a Maestro Giovanni da Venezia per il lavoro della porta; nonché ad un tale Miliano (Emiliano) di Gasparo, detto «Patiolo», per il trasporto della pietra dalla cava alle «Lagrime».

Nel successivo anno 1486, dal 16 Marzo in poi, troviamo frequenti

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(1) D. Luigi Fausti Di un'antica opera d'arte oggi perduta nel Duomo di Spoleto, in «Il Risveglio», Anno VIII°, N° 410, Spoleto 14 Marzo 1915.

(2) Archivio delle 3 chiavi Trevi N° 165.


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annotazioni di somme versate al Giampietri in conto dell'opera sua. Era allora depositario un Giovanni Antoniuzzi.

A lui successe Bartolomeo Lucarini, che continuò le note di spese. Risulta da queste che al Giampietri, come sempre si usava, furono dati, oltre ai denari contanti, anche generi alimentari. Così troviamo notato che il 31 Agosto furono pagati 2 «fiorini» a M: «Joanni da Venetia per vino che tolse dal figlolo (sic) de Vannicto». E per lui si pagava anche l'alloggio: «Fiorino uno a Pierluigi Juvenale per la pessione de casa». Successivamente, nel Maggio e Giugno ebbe in tre volte «5 coppe» di grano. E più tardi altre 4 «coppe» (1). Dopo di che null'altro trovo nei registri, purtroppo assai incompleti e frammentarii, che delle spese per le «Lagrime» abbiamo nel nostro archivio. Dò in appendice la nota delle somme versate al Giampietri (2).

Il lavoro della porta dovette riuscire molto più lungo e molto più faticoso di quello che il Giampietri stesso aveva preveduto. Infatti soltanto nei primi mesi del 1498 era terminato. Onde l'artefice volle chiedere maggiore compenso per l'opera sua. Il caso non era nuovo allora, come altrettanto più o meno in buona fede! si verifica con gli assuntori di lavori ai giorni nostri. Da ciò sorse una vertenza tra il Giampietri e gli «operai» delle «Lagrime».

Col buon senso che li distingueva, i nostri avi non pensarono nemmeno a mettersi sulle difese, né ad inalberare la bandiera del «summum  jus». Ma per definire pacificamente la questione, ricorsero all'arbitrato di persona competente.

E qui torna in scena un altro artista: M°: Andrea di Giacomo, da Fiume, che già vedemmo arbitro nella vertenza tra il comune e l'architetto Marchisi (3). Neanche di lui mi è riuscito avere notizie, che potessero soddisfare la giusta curiosità dei lettori. Accettiamo, dunque, il fatto compiuto così com'è: e più non dimandiamo.

M°: Andrea assunse l'incarico affidatogli: ed il suo lodo, emesso il 24 Aprile 1498, può riassumersi così poichì M°: Giovanni da Venezia ha fatto nell'esecuzione della porta alcune migliorie sul progetto

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(1) Il Comune teneva sempre una provvista di grano, poiché era esso che forniva il pane al pubblico. Nel palazzo comunale era un magazzino a tale scopo e si chiamava la «camera del grano». Questo non poteva essere utilizzato che per la panificazione ad uso del pubblico; ma si fece eccezione per tutti coloro che lavoravano alla fabbrica delle «Lagrime», con deliberazione del Consiglio generale del 21 Agosto 1488.

(2) Appendice t. - Documento No 5.

(3)Vedi sopra: pag. 71.


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primitivo, ha diritto ad un maggiore compenso. Perciò gli si diano altri 8 «fiorini».

Erano presenti all'atto, celebrato nella cancelleria del comune, Benedetto di Gregorio Petroni e Ippolito di ser Tommaso Gabrielli (1).

Parrebbe, dunque, che con ciò tutto fosse accomodato e la vertenza finita. Ma non fu così Poiché M°: Giovanni, che, lì per lì aveva accettata la liquidazione, avanzò altre pretese. In conclusione esso diceva a quanto pare che gli 8 «fiorini» dovevano considerarsi come compenso per il lavoro in sé ma un altro compenso speciale egli voleva per il tempo impiegato a condurlo a compimento!

Alquanto cavillosa era questa richiesta, che ora ci apparisce come un'applicazione pratica del moderno detto: il tempo è moneta!

Sempre allo scopo di evitare questioni, gli «operai» delle «Lagrime» rimisero la faccenda ad altri arbitri; questa voltascelti tra persone che non erano dell'arte, ma soltanto di provata rettitudine.

 

 

Il 30 Aprile 1498 si adunarono nella solita cancelleria del comune D. Marcello Petroni, priore di S. Emiliano e il P. Salvato, dei Minori, guardiano del convento di S. Martino, con l'intervento di due testimoni che furono Giovahni Antoniuzzi e Pierdonato Maccaroni.

Gli arbitri, udite e discusse le ragioni di ambo le parti, ma specialmente vista la domanda di M°: Giovanni che voleva essere risarcito «de tempore», invocato il divino aiuto, sentenziarono che al detto M°: Giovanni si dovessero dare 25 «fiorini», compresi, però gli altri 8 liquidatigli da M°: Andrea da Fiume. E condannarono gli «operai» a pagare detta somma entro quattro giorni. Il lodo fu accettato dalle parti, e il cancelliere del comune, Lucangelo Alavolini, da Roccacontrada (ora Arcevia) ne redasse il verbale (2).

Con questo supplemento, il prezzo totale pagato per la porta delle «Lagrime» fu di 207 «fiorini» oltre l'alloggio all'artista!

Ed ora, che ne abbiamo conosciute le origini e la storia, ammiriamo di questa splendida opera la molte bellezze.

 

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Osservando l'insieme di questo «vero modello di gusto e di eleganza» (3) (Fig: 8) si rimane innanzi tutto colpiti dall'armonia delle sue proporzioni architettoniche (dimensioni massime: m. 10 X 6) tanto più che la calda intonazione, quasi di avorio antico, che la pietra

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(1) Archivio delle 3 chiavi N. 168 f. 17.

(2) ivi.

(3) Guardabassi, Indice guida, cit.


Fig. 8  -La porta


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— un travertino a grana finissima — ha col tempo assunta, dà una così gradevole impressione, che l'occhio, anche profano, si sofferma, si riposa — — quasi — in questa elegante e grandiosa visione, anche senza studiarne e gustarne subito i molti e magnifici particolari.

Credo far cosa utile descrivendo con la scorta delle illustrazioni le singole parti che costituiscono questo gioiello quattrocentesco.

Incominciando dal basso, troviamo ai lati due leoni affrontati, eseguiti con qualche ingenuità e con pietra (breccione) diversa da quella del rimanente della porta.

É facile trovare dinanzi alle chiese romaniche questi simbolici animali che, secondo taluno, dovrebbero ricordare il Leone di Giuda ma non è altrettanto frequente vederli in costruzioni di epoche più recenti, come questa.

Non oserei dire che i due animali fossero indispensabili, né che contribuiscano all'eleganza della insieme. Ma in ogni modo, non disturbano, e furono messi qui come a figurare di sorreggere sul loro dorso l'intero portale soprastante.

Dinanzi ad essi vediamo piantati in terra due tronchi di colonne di marmo, che sono stati qui collocati in epoca certamente posteriore. E non credo di andare errato avanzando l'ipotesi che ciò sia avvenuto nel 1622, quando purtroppo fu demolita la primitiva cappella costruita nel 1486, della quale, secondo me, queste colonnine sarebbero il misero avanzo (1).

Le lesène laterali sono ornate da elegantissime candeliere, non identiche però nella fattura. La simmetria non è qui ostacolo alla varietà Infatti quella di sinistra poggia sopra un tripode, dal quale parte la decorazione a patère ed anfore, suddivisa in quattro riprese. Alla prima: due uccelli (Ibis) e sovr'essi pendono leggeri due nastri. Alla seconda: un mascherone (Sole) fiancheggiato anch'esso da due Ibis, che beccano serpentelli. Segue un'anfora, dalle anse della quale pendono due siringhe. Sopra di essa, fogliami palustri; ed in cima un paniere con uva e frutta, sormontato da tre cassule di papaveri (Fig.: 9).


Fig. 9 - Particolare della porta

 

Termina il tutto con un capitello d'ordine composito di fattura straordinariamente originale ed elegante. (Fig: 10).

La riproduzione che per la prima volta ne dò, è sufficiente a fornire un'idea della geniale trovata dell'artista. In mezzo a foglie d'acànto, sopra nicchi e conchiglie, sono due delfini affrontati e tra essi un tridente.

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(1) Cfr: più avanti: pag: 176.

 


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Ai lati quattro cornucopie riboccanti di frutta e di spighe di grano e terminanti nel mezzo del capitello con foglie d'acanto. Il tutto così sobrio e, ad un tempo, così ricco e decorativo, da lasciare veramente ammirato chi osserva e studia.

Tra le lesène e gli stipiti gira la fascia, ornata per ogni lato di 14 gruppi di frutta, (Fig: 11) di spighe di grano e di granoturco che figurano appesi ad una corda, uno sotto l'altro. L'artista, come spesso si faceva, qui ha voluto quasi scherzare e presso taluno dei gruppi di frutta ha insinuato graziosamente tartarughe, chiocciole, serpentelli, lucertole e pesci, che l'osservatore paziente può facilmente trovare.


Fig. 10 - Capitello della porta
 

 


Fig. 11 -Particolare della porta

 

 

 

Nel fregio il motivo decorativo è a festoni parimenti di frutta: quattro in tutti. Sopra ognuno di essi è un paniere, anche questo ricolmo di frutta. Due targhette ai lati, un'anfora nel mezzo riempiono gli spazi tra i festoni.

Sull'architrave sono sei testine di serafini: e nel mezzo lo stemma di Trevi, in uno scudo «a testa di cavallo». Sopra l'architrave poggia il cornicione ad uovoli e dentelli, magistralmente eseguito.

La candeliera che decora la lesèna di destra, differisce soltanto in qualche particolare dall'altra. Nella fascia, invece, gli animali ornamentali sono distribuiti in altro modo; e vediamo tra essi una lucertola, una chiocciola, una cicala, un'ape, una limaccia; e poi pesci e serpentelli, come dall'altra parte.

Termina il portale con una cimasa ad arco tondo, intorno al quale gira una tenue decorazione a ricci o «corridietro». Lateralmente poggiano due gruppi di fogliami uscenti da due rosoncini. Sul colmo dell'arco sta in piedi un angelo, di non bella fattura a dir la verità e in posa non elegante, scolpito in pietra diversa da quella del portale; talmente che per tutte queste ragioni non è azzardato ritenerlo opera di altra mano. Basta osservare la perfetta modellatura delle testine di serafini che sono sul fregio, per convincersene confrontando.

C'è anche chi vorrebbe ritenere di epoca posteriore tutta la cimasa; ma se questa impressione può esser data dalla diversità del materiale impiegato per i due gruppi di fogliami laterali o di altro, non è però giustificata da documenti; e noli concorda con quelli che conosciamo. Infatti, poiché alla sommità di tutta la decorazione troviamo quell'angelo che fu convenuto nel contratto col Giampietri doversi sostituire ad altro ornamento «loco alterius designi» che era nel primo progetto, e poiché l'opera fu collaudata dopo condotta completamente.


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a termine, dobbiamo esser certi che essa fu eseguita, senza interruzione dal 16 Aprile 1495 al 30 Aprile 1498.

 

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Resta a dire qualche cosa intorno allo stile al quale questa costruzione così artistica è ispirata. Perché essa è anche così nuova e di un gusto così schiettamente personale, che lascia perplessi sulla scuola alla quale decisamente attribuirla; non bastando l'origine veneziana del suo autore per assegnarla senz'altro a quella scuola, che di quei tempi coi Bregno, i Lombardi, i Rizzo, lasciava così luminose tracce e così splendidi esempi.

Il nostro Giovanni Giampietri si discosta dalla maniera di tutti questi e lasciando a Trevi la migliore delle opere sue ci fa pensare ad un artista quasi eclettico, che dalla Venezia, dalla Lombardia, dalla Toscana abbia tratto per l'arte sua ispirazione e lume.

É questa l'impressione che molti riportano nell'osservare questo lavoro. E, tra tanti, ricordo l'illustre senatore Pompeo Molmenti, benemerito e profondo conoscitore di cose veneziane. Egli dopo vedute le riproduzioni fotografiche di questa porta, mi scriveva esser questa «opera veramente notevole» e «che arieggia la maniera lombardesca» (1)
Ora, questa constatazione, oltre al valore che le viene dalla autorità del Molmenti, trova una conferma anche nelle parole del Muntz (2), il quale scrive che «in Venezia la scultura, pur ignara degli studi profondi e spoglia delle ambizioni della scuola fiorentina presenta però un complesso svariatissimo di opere interessanti ed attraenti al massimo grado». Ed aggiunge che gli artisti veneziani nel lusso dei particolari «concordavano coi loro vicini, i lombardi, dai quali derivavano assai». E ricorda appunto i Lombardo, i Rizzo, i Leopardi.

 

 

É da questa armonica fusione delle diverse tendenze, delle va-rie ispirazioni che sboccia l'insieme così completo, così gustoso, così fine della nostra mirabile porta.

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Questa ed il monumento Bartolini a Perugia hanno rappresentato fino ad ora, tutta la produzione artistica del nostro. Dico «fino ad

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(1) Lettera indirizzata allo scrivente, datata da Monnìga sul Garda 5 Maggio 1915.

(2) E. Muntz,«L'età aurea dell'arte italiana» Milano, Tip. «Corriere della sera» 1895, pag. 410.

 


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ora»: perché nessuno, a tutt'oggi aveva pensato ad attribuire al Giampietri un altro magnifico portale, cioè quello che adorna la facciata della piccola chiesa pievana del castello di Mevale, in comune di Visso, ora provincia di Perugia, già di Macerata.

Spetta al Dott. Cesare Amantini, ispettore dei monumenti a Visso, il merito primo di aver saputo intravedere in quel lavoro la nano dello stesso artista che eseguiva la porta delle «Lagrime». L'Amantini ebbe la cortesia di comunicarmi questa sua impressione (1); ed io fui ben lieto di fornirgli tutte le notizie che potevo, recandomi anche sul luogo, per convalidare con accurati raffronti la giusta constatazione fatta dall'Amantini, per la quale è da attribuirsi al Giampietri anche le porta della chiesa di Mevale, visto che quel lavoro può considerarsi come una quasi identica riproduzione di questo di Trevi.

Più modeste le dimensioni in quello di Mevale, che sono di m: 3,60 x 7,10; ma ugualmente accurata l'esecuzione (Fig: 12). I leoni alle basi delle lesène non sono affrontati come quelli delle «Lagrime», ma addossati. Però più solida, per quanto non perfetta,. ne è la modellatura, più viva l'espressione di fierezza.


Fig. 12 - Porta della chiesa di Mevale

 

Così gli ornati delle candeliere sono alquanto più complessi, come più abbondanti sono i gruppi di frutta che adornano la fascia, mentre ad essi da ambo i lati in basso, danno graziosamente vita e brio due nidiate di uccellini, eseguite con gentile maestria e verità invidiabile. (Fig: 13).

Meno ricchi, ma ispirati allo stesso motivo che a Trevi, sono a Mevale i due capitelli delle lesène. Identica la decorazione del fregio a festoni e panieri di frutta, come l'architrave è medesimamente ornato di teste di serafini.

Una notevole differenza è nelle basi delle candeliere, che a Mevale figurano sorrette da sei gamberi, che poggiano a terra le loro branche, mentre le code sono rivolte in alto. Ma occorre dire che, nonostante la finezza dell'esecuzione, la «trovata» non è felice, sia per la posizione data a quei crostacei, sia per l'assoluta inverosomiglianza che pur bisogna evitare anche in simili espedienti decorativi nell'adibirli a tale uso.

 

Gli stipiti della porta in calcare nummolitico, sono ornati da

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(1) Lettera allo scrivente in data 1. Gennaio 1925. L'Amantini mi favoriva anche le fotografie, finora inedite, che qui riproduco, con la sua gentile autorizzazione, di cui lo ringrazio vivamente.

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sei guide di fiori (rose canine ?) disposte orizzontalmente, sei per parte. Decorazione che appare, per lo meno, superflua.


Fig. 13 - Porta della chiesa di Mevale (particolare)

 

Sono questi ultimi i piccolissimi difetti che turbano leggerissimamente la squisita eleganza dell'insieme, che, ciò nonostante, è quanto di più classicamente decorativo si possa imaginare; per quanto nessuno si aspetterebbe di trovare lassù in quel pittoresco, ma remotissimo nido d'aquile un simile capolavoro, che qualunque metropoli potrebbe invidiare.

Ma l'arte italiana fu

«fatta da Dio, sua mercé tale»,


che poté in tutti secoli, con regale munificenza prodigare e diffondere i suoi tesori negli angoli più remoti, come sulle vette più eccelse di questa nostra Patria divina!

 

* * *

Migliore a parer mio in confronto di quella delle «Lagrime», è la cimasa ad arco di tutto sesto che termina l'opra di Mevale. Mancano qui i due gruppi di foglie con i rosoncini laterali, che vediamo alle «Lagrime»; quindi più semplice e più elegante l'insieme; tanto più che manca alla sommità la non bella statuina d'angelo che abbiamo a Trevi.

Nella lunetta, che alle «Lagrime» è vuota, a Mevale invece vediamo un gruppo in pietra, rappresentante la Madonna assisa in trono, col Bambino ritto sul ginocchio sinistro di lei, in atto di benedire. L'insieme di queste figure si presenta assai armonico. Sobria la composizione, giuste le proporzioni, eleganti i panneggi, abbastanza bene modellate le mani; ma difettose le teste, specialmente per la forma sbagliata degli occhi, che sono in parte fuori dell'orbita e mal protetti dalle palpebre quasi edematose. Come pure non bene riuscita è la figura del Bambino di cui il corpo è male modellato ed inelegante la posa.

Ma sono stati appunto questi difetti nelle figure che mi hanno indotto a concludere con certezza essere anche questa opera del Giampietri. Poiché gli stessi difetti di modellatura noi troviamo nella statuina di angelo che sovrasta alla lunetta del portale delle «Lagrime». Anche qui il torso e le gambe sono male modellati; anche qui la testa è goffa e gli occhi sporgono dalle palpebre enfiate. Che se anche si vuol ritenere che l'angelo di Trevi e il gruppo di Mevale non siano opera dello stesso Giampietri, è certo che provengono da utn medesimo artista, chiunque esso sia, e che col Giampietri lavorò sia a Trevi che a Mevale.


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Un altro sicuro termine di raffronto trovo negli ornatini a traforo che sono tra l'uno e l'altro dei dentelli del cornicione. Alle «Lagrime», come a Mevale vediamo questo minuscolo particolare, appena visibile nelle illustrazioni, il quale ci autorizza a concludere in modo definitivo che alla bella produzione del Giampietri devesi senz'altro aggiungere il portale della chiesa pievana di Mevale.

Di questo nessuno ha scritto fin qui. Nell'Elenco degli edifici monumentali della provincia di Macerata al portale è appena accennato ed è assegnato al sec: XVI (1). In un altro Elenco simile, redatto per il Mandamento di Visso dal Padre Pietro Pirri, già ispettore di quei monumenti, si legge: «l'erezione (della chiesa di Mevale) rimonta a circa la metà del sec: XIII; a tre navate sostenute da colonne poligonali di pietra... La facciata anteriore è rivestita di cortina ed è ornata di uno stupendo portale con decorazioni in alto rilievo, rappresentanti cherubini, festoni di frutta, uccelli, pesci e molluschi, curati nei più percettibili particolari. La lunetta sovrastante all'architrave conserva una statua in pietra a tutto tondo della Vergine seduta in trono, col Bambino di proporzioni poco minori del naturale; opera del XV (fine) o dei primi del XVI secolo».

Di questa opera d'arte fa cenno il professore Pietro Sensini di Firenze in un suo scritto pubblicato nel 1902. Egli scrive: «a Mevale nel comune di Visso, a 757 metri sopra il livello del mare dove sorgeva il castello più meridionale del ducato Varanesco di Camerino, si ammira in mezzo a poche e misere case di contadini e di boscaioli, una chiesa parrocchiale, opera di Duccio Fiorentino (sic), autore del bellissimo e singolarissimo oratorio dedicato a S. Bernardino di Perugia» (2).

Ora se è merito del Sensini l'aver segnalato questa magnifica opera d'arte quattrocentesca bisogna anche riconoscere che è indubbiamente errata l'attribuzione che egli ne fa a un Duccio Fiorentino. Egli intendeva forse dire Agostino di Antonio di Duccio, che è il vero autore delle porte e degli ornati del S. Bernardino di Perugia. Ma oltre che uno scultore Duccio Fiorentino non figura nella storia dell'arte, basta anche uno sguardo superficiale e profano per riconoscere che il portale di Mevale non ha alcuna somiglianza con

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(1) Elenco  ecc: Pubblicazione ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione; Roma. «Grafia», 1923, pag:106.

(2) P. Sensini, Una Castiglia italiana [l'Umbria] in Rassegna Nazionale, Anno XXIV, 1902, Vol: CXXiX, pag: 378.


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quello del S. Bernardino. un genere di arte tutt'affatto diverso che se come già osservai risente anche della scuola toscana, presenta troppe caratteristiche e tanto diverse, da non giustificare in nessuno modo l'attribuzione del Sensini.

Questa è tutta la letteratura a quanto io so relativa al magnifico lavoro. Altri che scrissero di questa chiesa come l'Angelini Rota, nel suo pregevole «Spoleto e dintorni», non fanno cenno del portale.

 

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La qualità della pietra adoperata nella porta della chiesa di Mevale è un calcare bianco e poroso delle cave locali. L'ubicazione. della chiesa, che è in cima ad un altissimo colle (m: 757 sul mare) ed esposta a tutti i venti ed a tutte le intemperie, ha fatto sì che i bassorilievi, specialmente delle candeliere, abbiano perduto alquanto della primitiva freschezza, onde in essi non vediamo più come le osserviamo alle «Lagrime» certe finezze di particolari che ci permettono di vedere ancora le prime traccie dello scalpello, oltre alla perfetta conservazione della superficie e dei contorni.

Se il Giampietri abbia eseguito prima l'opera di Trevi o quella di Mevale non saprei decidere con assoluta certezza. Non ho avuto modo di ricercare le eventuali documentazioni che potrebbero trovarsi nell'archivio della Pieve di Mevale, od in quello del comune di Visso, od in altri della regione. Resta quindi a stabilire l'epoca precisa del lavoro di Mevale; ma credo possa essere più probabilmente della fine del '400, che non del principio del '500. Infatti sappiamo che il Giampietri fu a Spoleto dal 1485 al 1490; e che dal 1495 al 1498 fu a Trevi (1). Ora tutte le probabilità sono a favore della ipotesi che negli intervalli il Giampietri abbia eseguita l'opera di Mevale. E se si vuol notare che questa di Trevi è per più riguardi a ritenersi più perfetta dell'altra; cioè starebbe quasi a segnare un progresso nella maniera dell'artista: e si potrebbe venire alla conclusione che il Giampietri operasse a Mevale dopo che a Spoleto e prima che a Trevi, ciò negli anni dal 1491 al 1495.  É certo, in ogni modo, che tutte

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(1)  Un Giovan Pietro, veneziano, figura tra gl'intagliatori in legno che da Venezia si trasferirono in Sicilia, ai primissimi del '500. (Cfr: Gioacchino di Marzo I Gagini e la scultura in Sicilia nei seco: XV e XVI, Palermo, 1880). Ma da questa omonimia non saprei trarre una qualche seria deduzione per identificare in quel Giovan Pietro il fratello od il padre del nostro artista.


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e due queste opere d'arte hanno uno spiccato carattere quattrocentesco, sia per quanto riguarda l'elemento architettonico, come per le decorazioni a rilievo.

Quali altri lavori esistano del Giampietri non sappiamo; ma sono lieto di aver potuto con la collaborazione del collega R°: Ispettore Dott: Cesare Amantini mettere meglio in luce il Giampietri, artista di eccezionale buon gusto e coscenzioso esecutore.

Che se qualche altra opera di lui potesse essere identificata, noi trevani saremmo ben grati a chi sapesse farci meglio conoscere il valoroso artista che ha dotato la nostra piccola città di un vero capolavoro d'arte decorativa, che molti c'invidiano.

 

 

 

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(Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 - pagg. da 141 a 155)

 

 
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