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La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

4     I MIRACOLI

 

 

(Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 25 a 30)

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Per giustificare e spiegare l'entusiasmo del popolo verso la nuova devota imagine e, più che altro, per dar ragione, anche storicamente. delle vicende tutte di questo monumento, credo necessario ed interessante riferire qui ciò clic di prodigioso si attribuì, fino dai primi tempi, alla imagine, così misticamente rivelatasi agli occhi dei buoni trevani.

Di solito, chi, per scopo ascetico, scrive di simili soggetti, accoglie molto facilmente ogni voce, che dica di fatti miracolosi e li narra con lusso di particolari, spesso senza valore storico. Ma io per questo mio studio non farò che riferire ciò che narra il più volte ricordato cronista trovano, Francesco Mugnoni. I lettori giudichino; poiché io non ho veste, né autorità per dire ad essi: credete!

Ma, d'altra parte, non irrìdano gli scettici a queste ingenue narrazioni. Poiehé il miracolo di fede che si compieva dinanzi alla povera edicola campestre, per il quale i devoti credettero, a conforto delle loro sventure, a tutto ciò che di prodigioso veniva propagato di bocca in bocca, fa parte della storia di quei tempi; così ingenui, così sentimentali,

«or feroci, or gentili, e pur mai sempre

di nostra fiacca età più venerandi;»
come a ragione disse la nostra poetessa Alinda Bonacci Brunamonti.

Facciamoci anche noi per un momento un animo misticamente medioevale, riportiamoci a quei tempi, e rispettiamo dei nostri avi la cieca fede, pensando che essa fece bene a molti, male a nessuno,


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Come sempre accade quando si accende nel popolo un improvviso entusiasmo verso qualche sacra effigie, di cui la voce dei credenti diffonde la fama taumaturgica, chi non ha saputo o potuto trovare ai suoi mali altri rimedi, ricorre alla nuova invocazione, come all' ultima speranza di salvezza. Né occorre risalire nella storia dei secoli per constatare questo fenomeno dell'animo umano. Anche ai tempi nostri vediamo correre a frotte le genti verso i nuovi santuari. Altrettanto doveva avvenire ed avvenne alla Madonna delle Lagrime.

Ma lasciamo la parola al testimonio oculare Mugnoni.

Il 22 Agosto 1485 - esso narra - la moglie di un tal Giovanni Antonio da Castiglione d'Orcia, in provincia di Siena, infermiere nell'ospedale di S. Giovanni in Trevi, era, come si diceva allora. «spiritata». A gran fatica in presenza di molta gente, la malata fu introdotta nella cappella.

La «spiritata» urlava e si contorceva, la gente gridava: Misericordia! Misericordia! E così la povera donna «fo liberata dalli dicti spiriti». Il fatto accadde in presenza di «testimoni dignissimi», come «lo magnifico cavaliere et dottore Nicolò Leli; lo preclarissimo et excellentissimo dottore messer Natinibene de Valenti e li egregi et spectabili homini» Antonio di Pierrnartino Petroni, Bartolomeo Lncarini «et altri più notabili homini digni de fede».

 

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Lo stesso giorno fu condotta alle «Lagrime» una «figliola picinina» di un tal Girardino, barbiere, da Spoleto; la quale aveva tre anni o quattro ed era quasi cieca e nel viso aveva «multe machie rosie in lato le labbra». L'accompagnavano i genitori e, subito condottala avanti 1' imagine, e «fatta lor devozione» la bambina «era migliorata et rehauto lo vedere». E camminava libera e andava «in omne loco» e le macchie del viso erano scomparse.

 

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Un'altra donna riebbe la vista in quello stesso giorno. Fu Rosata, moglie di Filippo d'Onofrio «ja da Cerreto, mo' da Trevi». La poverina era stata cieca più di otto o dieci anni. Andò, anzi «parlando più vero, fo menata alla dieta imagine et non vediva niente». Ma di lì a poco cominciò a riavere la luce. E, per far la prova che vedesse davvero, le agitavano dinanzi agli occhi «berette rosie, negre et mucichili bianchi». Ed essa li vedeva e «li ricognosciva» mentre prima non vedeva «coelle» (nulla).


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Sempre in quel giorno, 22 Agosto 1485, venne alla Madonna delle Lagrime la moglie di ser Piccinino Ricchi. di Spoleto, per voto. E disse che da circa due anni soffriva «de febre et minuitione de cervello». E suo marito Piccinino era venuto a Trevi in quei giorni; e aveva inteso «questa figura fare miracoli». Scrisse allora in una carta: Gesù, Maria, S. Francesco cioè «li nomi de tre figure depicte in dicto loco». E portò a casa quella carta; l'applicò sul capo di sua moglie malata, che cominciò subito a migliorare.

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Il 23 Agosto, Pier Agostino di Taddeo, da Bovara, presso Trevi, che soffriva da dodici anni di due piaghe in una gamba, fece voto all'imagine. E mentre prima «non se podiva con quella gamba ingenociare, senza dolore, se inginocchiò alla ditta imagine, senza passione». E le piaghe che «curavano (gemerono) assai, cessarono; et andò più libero de prima». Così egli stesso assicurava al cronista Mugnoni.

 

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Fu pure guarito un fanciullo di tredici anni, Biagio di Angelo Cappella, da Bovara. «Quanno era picino glie cadde l'acqua bullita in nella sua gamba». E ne zoppicava e gli era rimasta tesa. Venne alla Madonna delle Lagrime «et dice esse libero. Et io viddi lo segno del foco» (ossia ... dell'acqua!) E andò libero e sano «se come non avesse mai auto male».

 

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Bionda di Biagio, di Bartolo, da Campello «manigiando certa paglia, glie morsecò in nella mano certo animale venenoso». E il braccio si enfiò molto, e le dava dolore anche al petto. Mandò il figlio a cercare teriaca (1) ma non la trovò ; e allora fece voto all' imagine

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(1) La teriaca (dal greco ther, bestia, acos, medicina) era il farmaco che doveva guarire tutti i mali. Era composta, di circa sessanta, ingredienti, tra cui la «carne di vipera cotta et mundata dalle spine» impastata, poi con «pane biscotto bianchissimo polverizzato». Gli altri ingredienti erano vegetali delle più svariate specie: dalle foglie di rose rosse, allo zenzero, mescolate con miele e vino C'erano diverse «teriache». La pia antica era quella di Andromaco il vecchio, medico di Nerone. A Venezia la fabbricazione della «teriaca» era sorvegliata da magistrati addirittura, e fatta con un cerimoniale imponente! Per la triturazione degli ingredienti occorrevano ventiquattro uomini «ben gagliardi». Quando s'interrompeva il lavoro, il materiale veniva chiuso e suggellato. I campioni dalla «teriaca» erano conservati dal «magistrato della giustizia vecchia». Pene gravissime ai contravventori per «gli artificii illeciti». (Antonio De Sgobbis - Nuovo et univeraale theatra farnurecatico. Venetia, Stamperia Iuliaua, 1647. Pag. 458 segg.).


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E mandò un «braccio di cera» alla cappella. Ma il male cresceva. E la notte «stando cusì apaliginata» sentì una voce che le diceva : «Non dormire che ti farrà periculare; et va presto ad quella imagine; et quando tu sarai là, troverai là ad quilla imagine «tre fratri». E venne alla Madonna delle Lagrime. Trovò «i tre fratri». S'inginocchiò «denante alla dicta figura et facta sua devotione» fu subito «guarita e liberata. Insomma» dice il nostro buon cronista, «multi et infiniti miraculi ha fatti». E finisce col dire: «Io non scrivo più, perché sono tanti li miraculi che è cosa stupenda; però lassarò».

 

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Ma non passa molto tempo che i miracoli si rinnovano. Ed il fedel cronista non può tacerne. E ci narra che il 31 Agosto 1486, tornato lui da Norcia, il comune di Spoleto presentò alla Madonna una riproduzione in argento di quella città, perché, essendo afflitta dalla peste, ne fu subito liberata, appena il Consiglio di Spoleto fece voto di «fare la dieta ciptà de argento».

Infatti il 6 Agosto 1486 il Consiglio Generale di quella città, su proposta di Pierangelo Venanzi, deliberava che si regalasse alla nuova imagine una «città di argento» con la spesa di venti «fiorini»; e si dasse incarico ai priori, insieme a quattro cittadini di procurare in ogni modo il denaro occorrente. La proposta fu approvata all'unanimità dei 55 presenti (1).

 

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Molta impressione fece al Mugnoni un altro miracolo che avvenne il 4 Novembre di quell'anno. Venne una giovane donna a nome Contenta di Giacomo, di Antonio de «la Mactarella», località presso Ferentillo, di Spoleto. La poveretta era «spiritata». E lì, dinanzi alla Madonna «con multa devotione de circostanti, uscì «fore quillu spiritu, et buttò fore uno animale nigro, come uno dicemo noi lu spadalancia (2), et avìa la bocca tonda, come una ranochia, le branche sottilissime, mezze ròsie et colle deta soctile».

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(1) Archivio storico del Comune di Spoleto. Riformanze 1484-1487, N. 52, f. 525.

Per spiegare il significato di questo strano vocabolo, noto che anche ora nelle nostre campagne si chiama «spalancio»  la Salamandra terrestre. Una curiosa dissertazione anonima su questo rettile è nella Biblioteca vaticana, Cod. Vat, Lat. 8258.


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E il Mugnoni lo vide coi suoi occhi. E la donna «se partì sana et libera» per quanto un poco «stracca et debole per la grande ambascia et tormento glie dava quillo spiritu».

 

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Più oltre, sotto la data del 1487, leggiamo nella stessa cronaca che a Sassovivo — famosa abbazia di Olivetani. presso Foligno — un tale fu guarito da «mal caduto» soltanto con l'esser toccato con una corona, che era stata a contatto dell'imagine miracolosa. E così un bambino: «uno màmulo picinino» che giaceva immobile nel letto, fu guarito.

E molte altre persone, che per la fama di questi prodigi vennero da Foligno ai 6 di Maggio di quell'anno, videro molti miracoli.

 

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Qui finisce la narrazione del Mugnoni: né io posso aggiungere altre notizie, perché non ne ho trovate. Mi risulta però che quando si verificava qualche miracolo, ne dava segnale al pubblico la campana maggiore della torre del comune. Così nel capitolato con Buccio Pierpauli - il campanaro dell'epoca - è detto che gli si applicherebbe la multa di un «carlino» ogni volta che mancasse di suonare al mezzodì, all'Ave Maria della sera, «et ad laetitias et ad miracula» ed altre cose «necessarie». Ciò in data 14 Maggio 1486 (1).

Delle grazie ricevute dai devoti facevano fede le tabelle votive, appese attorno alla sacra imagine, le quali dovettero essere in gran numero, se fino ad un secolo fa se ne conservavano ancora più di cento. Ora non ne restano che poche, delle quali avrò occasione di parlare più oltre.

Però anche ai tempi nostri continuano i fedeli a dare testimonianza della loro gratitudine alla Madonna delle Lagrime con numerosi «voti» di argento.

Ma, a prescindere dagli avvenimenti prodigiosi dei primi giorni, altri fatti stanno a dimostrare il favore grande che la nuova devozione incontrava nel popolo. Infatti dinanzi alla Madonna delle Lagrime vollero anche i nemici riconciliarsi, come al cospetto di un nuovo giudice, di un nuovo soprannaturale testimonio. Fu così, per esempio, che il 17 Settembre 1485, presso la cappella della Madonna, una frotta di nemici, cioè Nardo di Camillo, con i suoi figli Mattia, Giovanni ed Onofrio e con i suoi nepoti Luca e Marco di Benedetto,

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(1) Archivio delle 3 chiavi - N. 159 f: 2.


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da Lapigge - frazione del comune di Trevi - da una parte, e Leonardo di Emiliano Pasqua, di detto luogo, dall'altra, vollero fare le paci; poiché tra loro era inimicizia grande, da che un fratello dei Pasqua - Bartolomeo - era stato ucciso dal Nardo e dai suoi parenti. Secondo 1' usanza del tempo, tutti costoro si rappacificarono e si perdonarono, in quel luogo nuovamente diventato sacro. Di questa commovente ceremonia, che per la prima volta si celebrava laggiù, redasse l'atto il notaio e cronista Mugnoni, che a tale «rogito» volle dare forma più del consueto solenne e prolissa(1).

 

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(1) Archivio notarile Trevi - To : 79-f: 277 - Parte 2.

 

 

 

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(Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 25 a 30)

 

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