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Trevi - Monastero di S. Chiara

IL MONASTERO SANTA CHIARA IN TREVI


Da un manoscritto di Carlo Zenobi, fotocopia dell'originale a suo tempo consegnato alle monache di S. Chiara.

La famiglia religiosa il 5/10/2005 si è trasferita nel convento di S. Martino.

Il vecchio Monastero di S. Chiara è attualmente occupato da un'altra comunità

In amena posizione proiettata in vista della Valle Spoletana, della quale Francesco di Assisi cantò il "Nihil jucundius vidi", laterato a nord e ad ovest dalle poderose mura urbiche medievali, si stende l'ampio e soleggiato Monastero S. Chiara, nel quale lo scorrere dei secoli ha lasciato le diverse tracce che pur si incrociano e si fondono in quella armonia tipica dei complessi che il tempo ha visto via via dilatarsi. Così, ai severi resti duecenteschi in pietra, si accostano le robuste arcate claustrali in cotto e gli ampliamenti cinquecenteschi puntualizzati dallo snello torrione rotondo dalle finestre aperte sulla valle e con veranda svettante nell’alto, cui si accede con una ininterrotta, e pur riposante, scala elicoidale in ariosa muratura. E poi le seicentesche facciate dell'ingresso e della chiesa, nell’interno della quale lasciò robusta impronta il gotico nell'ultima fase della sua espressione: il tutto ben legato dalle più moderne strutture di ampliamento e restauro, che sottolineano l'ininterrotto lindore monacale e annunciano la mistica oasi di pace e di preghiera riversantesi sugli orti e sui giardini.

Del Monastero S. Chiara in Trevi non si conosce l'anno di fondazione, né si sa da chi sia stato fondato. L'unico antico documento, salvato dalla dispersione napoleonica dell'archivio, è la bolla del 7 aprile 1298, in originale con sigillo integro, con la quale il Papa Bonifacio VIII ammetteva i monasteri delle Clarisse a godere di tutti i privilegi, grazie ed esenzioni riconosciuti ai Frati Minori. Con la bolla e conservata la copia della stessa 17 settembre 1405 per notaio Angelo del fu Pietro da Foligno; il che sta a dire quanta cura si avesse in monastero della bolla papale e le precauzioni prese per la memoria di essa.

Durastante Natalucci, nella sua Historia Universale di Trevi, ritiene la data di emissione della bolla come quella di fondazione del monastero[1]. Questa volta non siamo d'accordo con l'illustre storico trevano, ritenendo che, per la stessa presenza della bolla nel monastero, e per quanto osserveremo in seguito, la data della fondazione debba essere portata indietro nel tempo di alcuni decenni.

É tradizione che il monastero sia stato fondato dalla stessa Chiara di Assisi. Non intendiamo ancorarci a tale suggestiva ipotesi, ma non escludiamo che il monastero sia sorto ancora vivente la Santa, nel periodo in cui i monasteri delle Clarisse fiorivano numerosi in Umbria, come tante aiuole di invitante misticismo. Siamo indotti a far risalire intorno alla metà del sec. XIII la fondazione del nostro monastero, anche per l'esistenza in esso di alcune strutture databili entro la prima metà del secolo. Aggiungasi poi che le mura urbiche del 1265, lo includono nei fabbricati protetti, fasciandolo nei lati nord e ovest.

Ma la nostra opinione si fonda soprattutto sul fatto dell’esistenza in Trevi di un primo convento di Frati Minori, che affermasi essere stato fondato, nel 1213, dallo stesso San Francesco[2]. La prima memoria storica della sua esistenza l’abbiamo in ogni caso in un breve di Alessandro IV del 1258[3]. Il Convento di S. Francesco è documentato anche dalla bolla di Onorio IV dell’anno 1285[4], con la quale il Papa demanda al guardiano del detto convento l’assoluzione dei Trevani dalla scomunica (in cui erano incorsi per aver aiutato Perugia, ribellatasi alla Chiesa, nella guerra contro Foligno). Dobbiamo ritenere per vero che tale importante incarico e soprattutto la preferenza alle altre autorità ecclesiastiche del luogo, presuppone che il Convento dei Minori era assurto a notevole importanza, e ciò non avviene normalmente se non in cospicuo lasso di tempo, e i 27 anni dal breve di Alessandro IV sono veramente un po’ pochi per salire a tanto prestigio. Quindi anche la data del 1258 (che certifica la sola esistenza) va portata indietro di qualche anno.

Se dunque a Trevi nella prima metà del sec. XIII era così vivo il movimento francescano in campo maschile, dobbiamo supporre che tale doveva essere anche in campo femminile. Riteniamo dunque che il convento e il monastero siano sorti entrambi, se non vivente il grande Santo, almeno in quella atmosfera di fervore che divampò subito dopo la di lui morte, dando la priorità al Convento dei Frati Minori e ritenendo questi i fondatori del Monastero che da loro dipese sino al 1567.

Sotto la “Regola di Santa Chiara”, approvata da Papa Innocenzo IV il 9 agosto 1253, viveva dunque il primo nucleo delle “Sorelle Povere”, in assoluta obbedienza alla Chiesa, senza alcunché di proprio, e in castità, "mandando con fiducia per l'elemosina", recitando le Ore, lavorando secondo le personali capacità e possibilità, possedendo il monastero il solo terreno necessario per il conveniente isolamento, e coltivando il medesimo ad orto per il sostentamento della comunità (Regola).

Queste prime Sorelle Povere furono chiamate con vari nomi: talvolta “Sorelle”, talaltra "Signore", spesso "Monache" o "Povere Rinchiuse dell'Ordine di S. Damiano". Non intendiamo ripercorrere la complessa storia della legislazione costitutiva dell'Ordine di Santa Chiara, al fine di poter seguire più da vicino le prime suore del nostro monastero. Vogliamo solo specificare che a tale Regola sono adattate le Costituzioni Generali, le quali, riviste e aggiornate nel volgere degli anni - e tenuto conto anche di quanto trattato dalla XXV sessione del Concilio di Trento, 4 dicembre 1563, circa la riforma dei regolari e delle monache - vigono nel testo ultimamente approvato con Decreto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, il 13 maggio 1988.

Nel riferire le notizie rinvenute nelle nostre ricerche seguiremo, per quanto possibile, l'ordine cronologico perché in questo meglio si rispecchia l'evolversi della vita del Monastero, Non divideremo quindi la narrazione in capitoli; e per la individuazione dei singoli argomenti, ove interessi, rimandiamo il lettore all'indice analitico.

Troviamo documentato il Monastero S. Chiara in Trevi nella notizia del 1355 che si riferisce alla risoluzione, a favore del monastero, della divergenza avuta con il Comune, circa l'esenzione da alcune collette[5]. È documentato cioè quando alla povertà iniziale era seguita l'acquisizione di quei terreni a cui si riferiscono le contestate tasse, ingiustamente pretese dal Comune di Trevi. La notizia non contraddice in alcun modo quanto più sopra osservato circa la vetustà della fondazione.

Il Monastero S. Chiara è ulteriormente documentato nell’anno 1363, nella notizia della morte di Valente Valenti, il quale "aveva fatto vari legati pii, in specie ai monasteri di S. Maria Maddalena e di S. Chiara"[6].

Anche se non troviamo particolarmente ricordato il nostro monastero in eventi di rilievo, lo dobbiamo però ritenere coinvolto in tutti quei fatti che riguardarono la popolazione trevana, della quale le nostre claustrali sorelle facevano e fanno parte. Con ciò non scorreremo particolareggiatamente la storia di Trevi; diremo solo che il dominio della Chiesa sulla nostra città fu interrotto talvolta dal sempre agognato libero governo, e talaltra da quei, non infrequenti, passaggi al dominio altrui, seguenti a sanguinose aggressioni. Vogliamo ricordare qui per tutte, l’aggressione e il sacco del 1353, dati improvvisamente a Trevi, da fra’ Monreale di Alberno di Provenza, ribellatosi al cardinale Albornoz (cioè alla Chiesa). Ammoniti da tale luttuoso e dannosissimo evento, che trovò impreparati i Trevani, questi, temendo per l'avvenire, si misero a fortificare ed armare le torri e le mura[7], un tratto delle quali faceva in qualche modo parte del monastero. Lasciamo immaginare al lettore le ansie e i disagi patiti dalle nostre monache in tutti gli eventi bellici nei quali le mura prendono sempre parte tra i protagonisti.

Altri eventi comuni, e dai quali nessuno poteva rimanere estraneo, furono i periodi di peste, tanto ricorrenti nei secoli passati; e ricordiamo che i conventi e i monasteri erano in continuo contatto con la gente più esposta al contagio: i poveri ed i pellegrini in continuo ricambio avanti alla porta, nell' attesa, mai vana, della mano benefica che spesso significava la sopravvivenza. Aggiungiamo le particolari veglie di preghiera (che si univano spesso a quelle dei fedeli) per chiedere al Signore misericordia per l’afflitta umanità così pesantemente oppressa: e questa incessante preghiera è la vera grande parte della storia dei nostri monasteri.

Con la peste ricordiamo anche le carestie (spesso origine della peste).

Non proseguiamo con elenchi, date e annotazioni, perché sarebbero uggiosi anche per la loro quantità.

Durante il sec. XVI, nell'atmosfera creata dal subdolo serpeggiare di deliranti teorie, e in una generale crisi, la morale e i costumi ebbero un diffuso rilassamento, dal quale non seppero sottrarsi anche molti istituti religiosi tradizionalmente di integerrimo comportamento. Ed a questo disordine non si sottrassero i Frati Conventuali di S. Francesco in Trevi e forse, di conseguenza, il Monastero S. Chiara che da quelli dipendeva. Ed inizia il triste periodo tutto da dimenticare, ma del quale bisogna pur parlare per la verità che richiede la storia. Leggiamo negli Annali di Ser Francesco Mugnoni[8] che il 22 febbraio 1502, fu a Trevi frate Egidio Delfini d'Amelia, ministro generale dell’Ordine Francescano, che tra l’altro si riprometteva di sedare le divergenze tra gli Osservanti e i Conventuali e riformarne i costumi, piuttosto rilassati anche a Trevi.

Ridusse quindi "i Frati Conventuali di S. Francesco a vita e abito come i Frati di S. Maria degli Angeli”, tutti a vita comune, senza eccezioni. Le monache di S. Chiara ebbero forti rimproveri (…e forse qualcosa di più!). Il Ministro Generale prescrisse loro "grande astinentia de vestire e de conversazione con seculari", e l’obbligo di non poter parlare con essi se non in presenza di testimoni. Sembrò che le cose tornassero al loro posto. Ma non fu per molto tempo. Infatti, nel 1549, il Consiglio Generale del Comune di Trevi (che per norma statutaria doveva interessarsi anche della disciplina interna delle comunità), elesse tre deputati con l'incarico di far tornare le monache sulla retta via[9]. Ma gli effetti ottenuti non soddisfecero troppo gli amministratori, che infine operarono in modo che il monastero fosse tolto dalla dipendenza dei Frati Conventuali e passasse sotto l'obbedienza del Vescovo di Spoleto; come infatti avvenne nel 1567[10]. Il Wadding[11] riporta il breve apostolico con il quale viene affidato al Vescovo di Spoleto la cura del Monastero S. Chiara in Trevi, rimossi i Conventuali. E tutto tornò alla perfetta osservanza della Regola in obbedienza, pietà, umiltà, povertà. Da allora il Monastero fu tenuto a pagare al Vescovo di Spoleto, ogni anno, libre tre di cera (come altri monasteri)[12].

Dall'anno 1358 il Comune di Trevi iniziò ad aggiungere alle mura urbiche i "fortalizzi” [torrioni][13]. Quello "quadrato che si gode dalle monache di S. Chiara" fu costruito nel 1521[14]. Attualmente il torrione termina nel sommo con un ameno, silenzioso terrazzo (raggiungibile dal sottostante orto con una comoda scala esterna), adattissimo per l'incontro con "Chiara e Francesco"al fine di centellinare, magari in uno dei tanti sfumati, iridescenti tramonti, il Cantico delle Creature.

Nel 1575 il Comune concesse al Monastero un altro torrione "affinché vi potessero fabbricare il palombaro"[15]. Si intensificava infatti all'epoca la costruzione delle palombare, che si erano rivelate di prezioso apporto, sia quantitativo che qualitativo, al nutrimento umano, mentre il guano era utilissimo per le sue alte qualità di fertilizzante: proprietà tutte non disprezzabili, anche per il loro basso costo di produzione.

Il Comune di Trevi si dimostrava abbastanza generoso con il Monastero S. Chiara (così come lo era con gli altri monasteri). Nel 1602 concesse l'acqua per la cisterna[16], dono prezioso e privilegio concesso a pochi, stante l'annosa penuria dell'acqua pubblica.

Per la festa di S. Chiara, lo stesso Comune interveniva con donativo di cera[17]; ed all’occorrenza elargiva elemosine[18], quantunque -osserva il Natalucci - il Monastero fosse piuttosto ben messo anche quanto a beni mobili e immobili. Infatti da un inventario che esisteva nell'archivio del Monastero, risultava che questo possedeva "molti beni stabili, censi e luoghi di monti, che li costituiscono il valzente di circa scudi 40 mila, compreso quello del suolo trevano”. Possedeva altresì un terreno nel territorio di S. Giovanni che, nell’anno 1704, fruttò scudi 549. 43. 1 [19]. Il capitale dell'agro trevano era, nel 1577, di libre 1126. 4 [20]. Il tutto era certamente frutto di donazioni e delle doti delle monache. Circa la dote delle monache sappiamo che questa, nel 1620, era di scudi 300[21].

Quanto alla chiesa del Monastero, il Natalucci dice: ”…la sua bella chiesa, di competente grandezza, che, lasciata la vecchia per il coro, stato illustrato con volta e novo altare il 1739 (Arch. Mon. S. Clarae in lib. exspens. ad d. an. ) restò fabbricata circa il 1666 e compita con volta, dui organi e sette ben adorni altari, con colonne e ornamenti di stucco intorno alle loro immagini, il maggiore dei quali è ancora indorato. È ricco di argenti e preziose suppellettili e devoto per varie reliquie di santi[22] . L'interno è ornato di stucchi di un barocco ormai decadente[23].

Attualmente gli altari non sono più sette ma tre: quello di destra con quadro delle Stimmate di S. Francesco e statue in gesso di S. Carlo Borromeo e S. Bonaventura; nel fastigio l'immagine, pure in gesso, del Risorto; sotto un cartiglio che dice:

SIGNASTI, DOMINE, SERVUM TUUM FRANCISCUM
SIGNO REDEMPTIONIS NOSTRAE.

L'altare di sinistra con quadro dell'Assunzione della Vergine con statue in gesso di David e Salomone; nel fastigio, l’immagine in gesso dell'Eterno; sotto un cartiglio che suona:

TOTA PULCHRA ES MARIA ET MACULA ORIGINALIS NON EST IN TE

Il catino dell'abside, coperto in ogni parte di cornici, lacunari, statue e angeli, ha nello sfondo una tela raffigurante la gloria di S. Chiara. Nel fastigio del frontone, tra cornici e volute, un grande coloratissimo stemma del card. Facchinetti, con sotto un cartiglio con iscrizione commemorativa che dice:

D. O. M. CAESAR. CARD. FACCHINETTO EPISC.

AUSPICANTE TEMPLUM HOC A FUNDAMENTIS ERECTUM

MONIALES HOC STEMMATE DECORARUNT AN. SAL. 1666

REST. M. ALTARE 1793,

cioè:

Eretto questo tempio dalle fondamenta per interessamento del card. Cesare Facchinetti vescovo nell'anno della salvezza 1666 -restaurato l'altare maggiore nell'anno 1793, le monache lo decorarono con questo stemma -

Riteniamo opera della stessa epoca il grazioso campanile a vela dalla singolare forma triangolare, con tre piccole campane, bene intonate e dal timbro festoso.

 

Fino al 1666 fungeva da chiesa del Monastero, la Cappella della Madonna delle Grazie, che si stendeva. però negli attuali vani dell'ingresso e del parlatorio.

E circa la Cappella della Madonna delle Grazie, riteniamo doveroso riferire quanto avvenne il 29 luglio 1739.

Il fatto è narrato nella memoria coeva conservata nel Monastero. L’mmagine della Madonna delle Grazie - che tradizionalmente ritienesi affresco della scuola giottesca - rappresenta la Madonna con il Bambino lattante, ed era da tempo oggetto di fervida devozione popolare specialmente da parte delle novelle mamme, e dicevasi che tante grazie erano state elargite. L’appellativo dice tutto! Aperta al pubblico la nuova chiesa ed ivi trasferita ogni officiatura, l'area della cappella venne ridotta per dare luogo al vano uso parlatorio; ma, compiuti i lavori, l'immagine non risultò più in vista dallo spazio riservato al pubblico, con conseguenti logiche lamentele. Si addivenne dunque al proposito di distaccare L’affresco, segando ed ingabbiando - come si faceva all'epoca - la parte di muro necessaria per il trasporto dell'immagine. Senonché, scrostato il muro, questo apparve costruito in pietra e non in mattoni, come ci si aspettava. Gli artigiani che dovevano compiere il lavoro del distacco ritennero questo impossibile, tanto più che l’immagine era già lesionata da una vecchia fenditura. Nel Monastero si stava svolgendo un corso di esercizi spirituali predicato dal gesuita P. Giambattista Cancellotti, uomo santo e tanto efficace predicatore, che aveva anch'esso caldeggiato il trasporto dell'immagine tanto amata e reclamata dal popolo. Gli operai ribadivano le loro paure e perplessità, ma il padre Cancellotti l'invitò a proseguire nell'opera, mentre in chiesa venivano innalzate fervide preghiere perché nulla di sinistro accadesse. Ed avvenne il miracolo: tale infatti fu ritenuto il felicissimo distacco e trasporto dell'immagine ancor oggi tanto venerata.

Dalla relazione della visita pastorale del 1713 veniamo a sapere che nel Monastero di S. Chiara erano in numero di 29 tra monache, converse ed educande.

Sicuramente bella, serena, in perfetta risposta d'amore si svolgeva la vita nel Monastero, allorché anche sopra di esso cominciarono ad addensarsi le nuvole della tempesta napoleonica.

Le notizie che seguono, verranno tratte dalla "Storia di Trevi 1746-1946", tratta a sua volta, per la gran parte, dai documenti dell'archivio storico di Trevi, al quale pertanto si rimanda come fonte, salvo diversa indicazione. Gli avvenimenti che riguardano il Monastero verranno inquadrati, sommariamente, nella storia nazionale per meglio comprendere le cause e l'evoluzione degli eventi stessi.

Nella marcia d'invasione dello Stato Pontificio, nel febbraio 1797, i Francesi giungono a Foligno e ben si comprende quale possa essere lo stato d'animo di chi si sente vicino l’invasore, dal quale già sa di non potersi aspettare altro che opera di disgregazione, nello spettro della violenza, anche fisica, spesso associata alle non sempre controllate penetrazioni militari.

Il 15 febbraio 1798 viene dichiarato decaduto il potere temporale del Papa, e Pio VI, ottantenne, malaticcio, è così arrestato e tradotto in Francia. Comincia l'agonia del nostro monastero.

 

Il 6 Fiorile, Anno VII dell’Era Repubblicana (25 aprile 1798) il Ministro dell'Interno comanda alla Municipalità di Trevi di procedere alla soppressione dei conventi e monasteri del Cantone. Si ordina nella lettera: "… fate inventario di tutto, e di tutto rendetemi conto. Ogni monaca porti via tutto ciò che è di sua proprietà nella sua cella… Allorché tanto i frati che le monache evacueranno il proprio monastero, fate loro prestare individualmente il giuramento che niente è stato occultato o distratto".

II 26 Fiorile stesso, il Ministro faceva pervenire alla Municipalità di Trevi quest'altra lettera: "Avendo presa in considerazione il Cittadino Ambasciatore della Repubblica Francese la soppressione del Monastero di S. Chiara in Trevi, esistente in codesto Cantone, è d'uopo che sospendiate nel momento l'esecuzione della soppressione stessa fino a che dal lodato Ambasciatore siano state fissate su di tale oggetto le determinazioni opportune". Non si conosce la ragione di tale intervento a così particolare e inatteso favore del Monastero S. Chiara; ma è certo che tale intervento, nonostante l'autorevolezza della fonte, rimase lettera morta perché risulta dagli atti che 40 pezzi di terreno del "soppresso Monastero di Santa Chiara in Trevi" andarono subito a far parte dei "Beni Nazionali" e furono ceduti "al cittadino Valerio Travaglini Procuratore della Compagnia Annonaria di questo Comune in soddisfazione di tanto pane somministrato e da somministrare per servizio dell'Armata".

Altro proclama che ci interessa da vicino è quello del Generale di Divisione Gouvion S. Cyr: "Dal Quirinale il 22 Fiorile, Anno VI Era Repubblicana (18 maggio 1798)-Art. l-Contando dal giorno della pubblicazione della presente legge, non potrà più riceversi verun novizio dell'uno e dell'altro sesso. Art. 2 - Si accorda ai novizi attualmente esistenti in detti chiostri un termine di giorni dieci, per restituirsi nelle rispettive famiglie". Nella stessa legge si statuisce che non sono più riconosciuti i voti religiosi, e si impone l'immediata "sortita dal territorio della Repubblica di tutti i religiosi nati fuori del territorio stesso".

La legge 2 Messifero, Anno VI  (4 settembre 1798), estende la soppressione alle "Confraternite, Università, Oratori, Congregazioni e qualunque altra Incorporazione o Unioni di Persone Laiche". Si aggiungono altre leggi severe e angarianti contro gli ecclesiastici. Ma forse proprio in conseguenza delle stesse, il clero non rimaneva quieto, tanto che il vescovo Francesco Maria Locatelli inviava al clero una notificazione raccomandando la subordinazione alle autorità per evitare mali peggiori. La notificazione non porta la data, ma senza dubbio è di questo periodo, nel quale ormai cominciavano a serpeggiare sollevazioni e rifiuti, anche perché il Re di Napoli, che mal sopportava la presenza dei Francesi nella Repubblica Romana (cioè nell'ex Stato della Chiesa), d'accordo con gli Inglesi, Russi e Turchi, si accinse alla guerra. Nel novembre 1798 i Napoletani entrano in Roma, ed i Francesi, ritiratisi, trasferiscono la Sede del Governo a Perugia. Poi tornano a combattere per il riacquisto di Roma, e vi riescono.

In questo andirivieni di truppe, con ancora spogliazioni e angherie e, possiamo aggiungere, sotto le finestre del nostro monastero, è facile immaginare lo stato d'animo delle povere monache, forse riparate, almeno in gran parte, negli abitati vicini.

Nell'agosto del 1799 anche Trevi fu liberata dall'invasore e riteniamo che il monastero si sia subito riorganizzato in qualche maniera.

Il 29 dello stesso mese, era morto prigioniero a Valenza, Pio VI ed il conclave indetto a Venezia, il 13 marzo 1800, aveva eletto Pio VII, che fu a Foligno il 27 giugno. Il 30 mosse per Spoleto attraversando il territorio di Trevi, e senza dubbio le nostre monache, dalle finestre del monastero, seguirono il corteo papale transitante nella Via Flaminia, a circa 400 metri da loro.

Segue un periodo di quiete, ma che diviene subito denso di apprensioni, perché Napoleone era sceso nuovamente in Italia e vi aveva ristabilito la Repubblica Cisalpina. Attendeva solo un pretesto per invadere di nuovo lo Stato Pontificio. Il pretesto lo crea e nel febbraio 1808, annette le Marche e manda a Roma il generale Miollis per installarvi l'Amministrazione Francese. Proteste di Pio VII. Il Bonaparte, con un decreto emanato da Vienna, sopprime il potere temporale dei Papi. Pio VII lancia la scomunica: viene arrestato e condotto prigioniero a Savona.

Anche Trevi (ed il Monastero S. Chiara) torna sotto il governo francese: ricomincia il martirio delle nostre monache.

Con decreto 28 maggio 1810, vengono nominati i commissari per la soppressione dei conventi, monasteri e corporazioni religiose. A Trevi furono soppressi: il Monastero S. Chiara, il Monastero delle Benedettine di S. Lucia, i Conventi dei Francescani di S. Francesco e di S. Martino, di S. Domenico, dei Cappuccini, di S. Pietro in Bovara, i Canonicati di S. Emiliano, e le Cappellanie.

Alle monache venne impartito l’ordine di togliere l'abito religioso e di tornare al paese di origine entro il 30 giugno. Ad esse venne assegnata una pensione a carico degli enti disciolti (secondo la possibilità degli stessi … e il comportamento delle singole monache). Le pensioni però, per evidenti motivi, tardarono a venire, o non vennero mai.

Il Monastero S. Chiara trovavasi nella giurisdizione della Parrocchia di S. Croce in Piaggia: il parroco di questa, don Nicola Lupacchini (per molti anni cappellano e confessore delle nostre monache) fu deportato in Corsica perché non volle giurare fedeltà ali'Imperatore Napoleone Bonaparte.

Dal 20 al 22 settembre 1810 vennero posti in vendita tutti i beni dei conventi e dei monasteri, fabbricati, terreni e bestiame.

Le monache lasciarono il loro monastero; la tradizione ci dice che quante non trovarono agevole il ritorno in famiglia, vennero accolte da famiglie trevane.

Ma intanto l'astro napoleonico si andava offuscando, ed alla fine del gennaio 1814, i Francesi abbandonarono il nostro compartimento. Il Venturini[24] ci fa sapere che appena Napoleone venne esiliato nell'isola d'Elba "gli ordini religiosi vennero richiamati a nuova vita". Ma ancora un sussulto alla tranquillità delle monache lo dette la notizia che Napoleone, il 5 marzo 1815, era fuggito dall'Elba e il 20 dello stesso mese aveva riacquistato il potere.

Pio VII fugge a Firenze. Gioacchino Murat, con le truppe napoleoniche, invade lo Stato Pontificio; occupa le Romagne e giunge sino a Ferrara. Gli Austriaci lo respingono e lo inseguono, passando anche per il territorio trevano. Le nostre monache, con il cuore in gola, vedono ancora scorrere truppe nella tanto vicina Via Flaminia. Ma il 18 giugno 1815, l'astro napoleonico tramontò definitivamente a Waterloo. E le tanto provate monache poterono finalmente tornare con fiducia alla quotidiana attività di realizzazione della propria vocazione offerta al servizio della Chiesa e al bene del prossimo, in opere di pietà, apostolato e carità. L’amarezza e forse anche il terrore delle passate vicende si stemperò così in calda preghiera di ringraziamento, e nel riordino di quanto i tristi eventi avevano sovvertito.

 

Il 22 agosto 1826, entrò nel Monastero Annunziata Andreucci, nipote di don Nicola Lupacchini, parroco di S. Croce. Prendiamo le notizie dalla "Vita" che di lei scrisse padre Policarpo Passionista, Vita che riteniamo dover qui appresso riassumere, come pagina luminosa entrata nella storia del Monastero S. Chiara.

Annunziata era nata a Visso il 24 novembre 1805 da agiata famiglia. Da giovanetta sembrò accennare a vocazione religiosa; ma poi mostrò più spiccata tendenza per la vita piuttosto mondana. I genitori la mandarono a Trevi, presso lo zio prete perché questi la persuadesse ad accettare una delle proposte di matrimonio da lei stranamente respinte, ma ritenute vantaggiose dalla famiglia a seguito delle mutate condizioni economiche.

Dopo tante incertezze, e forse non pochi affanni dati dalla vocazione che tornava a far capolino, Annunziata decise per il monastero; e lasciato un laconico biglietto allo zio, entrò in S. Chiara. Era abbadessa M. Costanza Ciccaglia, le cui virtù conquistarono subito la probanda, che per di più, si immise con tutto il fervore nella singolare e calda devozione al S. Cuore di Gesù che allora si praticava nel monastero. Esemplare nel probandato e nel noviziato, il 10 settembre 1828, emise i voti solenni. Fu poi meravigliosa maestra delle educande. Ebbe come direttore spirituale mons. Ignazio Cadolini, vescovo di Spoleto, mentre era protettore del Monastero il prestigioso cardinale Giacomo Filippo Franzoni. Alle virtù che Annunziata possedeva in alto grado, si aggiungeva quella particolare sensibilità e grazia che fa prevedere eventi futuri e fa vivere eventi presenti. Singolare memoria si conservò nel Monastero, dell'episodio che riguardò l'assassinio del buon parroco di Parrano di Trevi, don Alessandro Virgili, fervente devoto di S. Vincenzo Ferreri, dal quale le otteneva vistose grazie in continuazione.

Tre malfattori, complice la vecchia fantesca del parroco stesso, ritenendo questi molto ricco per i doni che la chiesa riceveva, e che don Alessandro custodiva in casa per timore dei ladri, nella notte tra l’8 e il 9 febbraio 1828, lo sopraffecero nel suo letto e lo strangolarono. La sera dell'8, Suor Annunziata era con le sue educande alla ricreazione, e ad un certo momento, sembrò assopirsi e, come se si trovasse in uno stato tra il sonno e la veglia, prese ad esclamare: "Ahi povero Curato! Guardate, figlie! Ah! Quella miserabile serva che si rende complice di così orrendo delitto! Povera la sua anima! … Lo uccidono…” Insomma descrisse la tragica scena come se vi assistesse. Immagini il lettore la reazione delle educande, che attribuirono il tutto a un brutto sogno della loro Maestra. Ma immagini il lettore anche la meraviglia quando, al mattino, il priore Lupacchini, venuto al monastero per celebrarvi la Messa, riferì il raccapricciante misfatto.

Per tutte le sue virtù ed anche per questa singolare grazia, Suor Annunziata era salita in altissima considerazione non solo tra le educande, ma anche presso tutte le consorelle. Aggiungasi ora la guida di una attivissima e santa abbadessa, perché tale era la Ciccaglia, per dedurre quale autentica fucina di fervore e santità fosse divenuto il nostro monastero.

Il card. Giovanni Maria Mastai Ferretti (il futuro Pio IX) fu arcivescovo di Spoleto dal 1827 al 1832 ed ebbe così modo di vedere in Suor Maria Annunziata la monaca ideale per l’affidamento, anzi l'erezione di un nuovo istituto, quello per Adoratrici Perpetue del S. Cuore di Gesù, che il card. Mastai, divenuto arcivescovo di Imola, si era proposto di attuare in Lugo. Mise in atto quindi tutte le cure per poter ottenere i vari con sensi necessari per il trasferimento di Suor Annunziata. E la partenza di Suor Annunziata da Trevi per Lugo avvenne il 29 marzo 1840, tra il pianto di tutte le monache, lo sgomento delle educande e il rincrescimento di non piccola parte dei Trevani. Maria Annunziata aveva trascorso in S. Chiara 14 anni della sua intensa vita.

 

In Lugo fondò, auspice il card. Mastai Ferretti, il primo Istituto delle Adoratrici Perpetue del S. Cuore. Conquistò il cuore di tutti, tutti infervorando, mai dimenticando l'amato monastero S. Chiara, dal quale aveva portato il fuoco del suo apostolato.

Morì il 13 gennaio 1842 a soli 36 anni e giorni 20, e a soli mesi 21 trascorsi in Lugo. Sulla sua tomba non tardarono a fiorire prodigi.

Ed entra nella storia del nostro monastero anche quanto segue: l'abbadessa Ciccaglia piangeva la dolorosa morte di Suor Annunziata, quella "santa sua figlia” come usava chiamarla. "Stavasene sola nella sua camera, avvilita, prostrata di spirito, pensando appunto alla sua Annunziata, ed ecco se la vede davanti in persona, tutta raggiante di luce e di gioia”… “ Provai - ella disse a mons. Cadolini - una dolcissima incredibile consolazione". Voleva dirle tante cose, ma comprendendo essere quella una apparizione fugace, raccomandò alla cara figliuola se stessa, il suo monastero, altre persone; "e mentre voleva ancor dire, la Madre Annunziata si era dileguata. Da quel momento non provò più pena, anzi provò grande felicità …"[25]

 

Il 13 gennaio 1832 un fortissimo terremoto coinvolse tutta la valle umbra ed anche Trevi riportò molti danni. Le scosse replicarono più o meno fortemente sino al 15 marzo e furono ruinose. (Cadde anche parte della Basilica di S. Maria degli Angeli). I danni subiti da Trevi ammontarono a scudi 52.000, somma, per i tempi, veramente ingente. Non sappiamo se, in tanto sfacelo, anche il monastero abbia riportato danni (alcuni speroni lo porterebbero a credere); ma l'evento è di tale rilevanza che lo abbiamo voluto ricordare perché, anche se fortunatamente non associato a qualche danno, sicuramente memorabile deve essere stato, per lo spavento e l'ansia delle nostre monache.

Il 4 settembre 1841, Papa Gregorio XVI, alle ore 10,30, giunse nel nostro territorio e fu ricevuto dai Trevani nel punto in cui la strada per Bovara si congiunge alla Flaminia, dove venne eretto un grande arco di trionfo. Certamente le nostre Sorelle non poterono andare ad inginocchiarsi ai piedi dell’amato Vicario di Cristo, ma nulla ci vieta di immaginarle incollate ai vetri delle finestre, anzi volate sull'altana del bel torrione rotondo sotto il quale si stende, visibile, per lungo tratto la Via Flaminia, per la quale proseguì il corteo papale, diretto al Santuario di Loreto.

Il 22 febbraio 1842, Gregorio XVI emanava l’enciclica con cui invitava tutta la cristianità a pregare per la Spagna, dove la persecuzione contro la Chiesa aveva raggiunto una violenza inaudita: conventi e monasteri chiusi, sacerdoti barbaramente Uccisi, vescovi esiliati, i gesuiti espulsi, le chiese saccheggiate. Immaginiamo quanto fervide si innalzassero al Signore le preghiere dal nostro monastero, dove non era ancora spento il triste ricordo della persecuzione napoleonica.

Abbiamo più sopra accennato alla concessione dell'acqua da parte del Comune; ma ci è d'obbligo precisare che questa venne a mancare in frequenti periodi, e specialmente nel 1842, allorché l'acquedotto si impoverì in maniera impressionante. Per fortuna il monastero era, ed è fornito di due capaci cisterne. Ma anche il Monastero S. Chiara poté ritenere risolto il problema annoso e angoscioso dell’acqua potabile, con l'entrata in funzione, nel 1928, del nuovo acquedotto comunale che si alimenta da una delle limpidissime sorgenti del fiume Clitunno.

Nel 1848, nel parlatorio del Monastero, avvenne un fatto del quale riteniamo dover parlare perché riguarda un santo e operoso sacerdote trevano, don Ludovico Pieri, che fu sempre tanto vicino alla vita del Monastero S. Chiara. Figura complessa che fece tanto parlare di sé, per la sua vita costellata di visioni, ispirazioni e rivelazioni. Sta di fatto però che presso di lui convergevano, per averne consiglio e guida, molti giovani sacerdoti di particolari e meravigliose attività; due di loro sono ascesi agli onori degli altari: Placido Riccardi e Pietro Bonilli.

Ludovico Pieri frequentava sin da ragazzo, la chiesa del Monastero, prestando quei piccoli servigi propri dell'età, ricevendone elemosina di pane, ben prezioso per l'estrema povertà della famiglia. Nel 1848 lo troviamo, allora semplice chierico, a coprire l'incarico di sacrestano della chiesa di S. Chiara. Ludovico era in grande prostrazione perché il Vescovo gli aveva fatto sapere che non l'avrebbe mai accettato in seminario, ritenendo (e così gli avevano riferito) che aspirava al sacerdozio, non per vera vocazione, ma solo per trovarvi rimedio alla sua povertà. Traggo il racconto da uno scritto del Pieri medesimo (scritto che, con altre sue carte, trovasi nell'archivio episcopale di Spoleto): "Mi portai alla sera, per la solita funzione del Sacro Cuore di Gesù, in S. Chiara. Terminata la sacra funzione, mi chiamarono secondo il solito, in parlatorio per cenare. Posta la cena alla ruota, la portinaia si ritirò, giacché era l'ora del coro. Chiuse le porte ed andiede. Era vicina l'ora dell'Ave Maria della sera e mi metto al tavolino, per mangiarmi la solita carità. Nel mentre mangiava, sento picchiare alla porta esterna del parlatorio. Mi alzo e vado. Aperta che fu la porta, mi si fece avanti una donna forestiera, e mi disse: "Quando il Signore chiude una porta, apre un portone. Dunque, fatti animo, giacché il Signore non ti abbandonerà". Io rimasi sbalordito ad un tal parlare; gli offrii un pezzo di pane. "No - mi disse ella -. sei povero anche tu". Io, fortificato da un tal parlare improvvisato, terminato di cenare, ritorno alla Collegiata per governare la lampada dell'Addolorata, di cui ero custode". Per brevità riassumiamo il resto del racconto. Avanti alla porta della Cattedrale incontrò un sacerdote giunto proprio allora da Spoleto, che gli riferì che il Vescovo lo voleva presto in seminario; e per di più il Vescovo aveva detto che se non avesse potuto far fronte al pagamento della retta, perché povero, avrebbe pensato a tutto lui stesso. Quanto gli aveva annunciato la donna misteriosa (rimasta sempre tale) era dunque la consolante verità. Il "portone" poi era veramente grande, perché superare la questione dell'impossibilità del pagamento della retta doveva ritenersi all'epoca quasi un miracolo. E Pieri divenne il don Ludovico dalla portentosa attività, sempre tanto devoto e grato al Monastero S. Chiara.

 

1848: nubi tempestose, nuovi timori, tristi previsioni, particolarmente tristi (la storia insegna) per i nostri perseguitati monasteri. Roma si leva in tumulto contro Pio IX. Il 15 novembre viene assassinato il capo del governo pontificio. Si punta un cannone contro il Quirinale (allora residenza del Pontefice). Colpi di fucile vengono sparati contro le finestre e uno dei colpi ferisce mons. Palma, segretario del Papa. Pio IX fugge a Gaeta per mettersi sotto la protezione del Re di Napoli. I rivoltosi indicono le elezioni per il governo che dovrà sostituire quello pontificio. Anche a Trevi giungono proclami ed incitamenti alla rivolta. Il 9 febbraio 1849 viene dichiarato decaduto il potere temporale del Papa, ed è proclamata la Repubblica Romana. Agitazioni ovunque. Il generale francese Oudinot viene in aiuto del Papa, e il 3 luglio ristabilisce il governo pontificio. A Trevi, il governo pontificio viene ristabilito il 28 luglio ed una compagnia di soldati spagnoli è fatta stazionare in città. Pio IX rientrò a Roma il 12 aprile 1850.

Il 7 maggio 1857 Pio IX è a Trevi, nel viaggio per il suo stato ed i sudditi trevani lo festeggiano nel Borgo. Alle nostre monache è dato però solo di seguire il tutto dalle finestre (o dalla altana del torrione) e cercare di scorgere, troneggiante sopra tanta gente, l’amato Pontefice sostare e transitare a poche centinaia di metri da loro. Immaginiamo poi l'agitazione e la gioia di quelle monache che avevano conosciuto Pio IX quando era arcivescovo di Spoleto!

1860. Altra rovinosa tempesta sta per abbattersi anche sul Monastero S. Chiara.

Le guerre che mirano ad unire al Piemonte gli stati proliferati nella penisola italiana, e tra questi lo Stato Pontificio con capitale Roma, mettono in agitazione i fautori e i contrari. Profonda è la paura e l’ansia nel monastero, anche perché già ben si immagina la fine decretata per le istituzioni religiose.

Il 13 settembre le truppe piemontesi conquistano Perugia. Il 15 entrano nella vicinissima Foligno. Il 16 passano per il territorio di Trevi, per portare l’attacco a Spoleto, che alle ore 20 si arrende. Il giorno 18 passa lungo la Via Flaminia, direzione Spoleto-Foligno (e pensiamo sotto gli occhi atterriti delle nostre monache) una colonna di circa 400 prigionieri, tra i quali trovasi anche mons. Pericoli, che sarà l'ultimo delegato apostolico a rappresentare nella provincia umbra l'autorità temporale del Papa.

A Perugia si insedia il Regio Commissario per le Provincie dell'Umbria, Gioacchino Napoleone Pepoli, che l’11 dicembre emana il decreto n. 168 con cui sopprime " tutte le Corporazioni, gli Stabilimenti di qualsiasi genere degli Ordini Monastici e delle Corporazioni regolari e secolari; i Capitoli delle Chiese Collegiate; i Benefizi semplici; le Cappellanie ecclesiastiche; le Cappellanie laicali; le Istituzioni designate con il nome generico di fondazioni o legati pii, patrimoni ecclesiastici e simili". Si danno 40 giorni ai frati e alle monache, per lasciare i loro conventi e i loro monasteri. A tutti, secondo la entità della rendita degli enti soppressi e, a seconda della condotta tenuta, verrà data una pensione. Si obbligarono i parroci a consegnare i libri parrocchiali dei battesimi e delle morti. A Trevi vennero soppressi il Monastero di S. Chiara e quello di S. Lucia; i Conventi di S. Martino, dei Cappuccini e dei Liguorini (il convento di S. Francesco si chiuse definitivamente con la soppressione napoleonica); i 16 canonicati, le 5 dignità, le 4 prebende e l’opera della Sacristia di S. Emiliano. In forza del citato decreto gli oggetti d'arte degli enti soppressi dovevano passare all'Accademia di Belle Arti del Circondario; ma poi il Regio Decreto 21 aprile 1862 concesse la proprietà degli oggetti d’arte ai singoli Comuni (Rif. 1867, f. 159). Con il Regio Decreto 17 dicembre 1860, l'Umbria venne annessa al Piemonte ed in luogo del Papa avemmo come Re Vittorio Emanuele II.

Dal verbale di valutazione delle opere d'arte incamerate dallo Stato, risulta che nel Monastero S. Chiara non furono rinvenuti oggetti d'arte di pregio. Dobbiamo ringraziare il perito governativo, perché così il Monastero S. Chiara ha conservato, nella chiesa, i quadri di S. Chiara, di S. Francesco e dell'Assunta e, nell'interno del monastero, una quindicina di tele iconografiche di Santi da distribuirsi tra i sec. XVII e XVIII, senza dubbio di non grande qualità artistica, ma neppure disprezzabili e che in ogni modo costituiscono un arredo sobriamente intonato all'ambiente monastico.

Dal Venturini[26] veniamo a sapere che al monastero vennero espropriati, oltre al fabbricato e annessi, anche i terreni consistenti in sette poderi.

Non conosciamo il numero delle monache presenti al momento della chiusura del monastero, né conosciamo dove le stesse andarono a rifugiarsi nel tornare allo stato laicale. Ipotizziamo però che, come avvenne per il vicino Monastero Benedettino di S. Lucia, esse siano riuscite a rimanere, almeno in parte, nel monastero avuto a titolo di locazione dal nuovo proprietario, il Comune di Trevi, sino a quando questo, nell'anno 1899, non mise all'asta il fabbricato e annessi. Acquirente figurò Pietro Giusti di Trevi. Una epigrafe marmorea (ora posta sul portoncino della Cappellina dell'Addolorata nel giardino interno) così recita: " Pietro Giusti di Trevi, che nell'anno 1899 con pia munificenza redense questo Monastero, avrà da noi perenne tributo di benedizioni e preghiere". Pietro Giusti morì nell'ottobre 1911 e la sua tomba (Famiglia Giuliani) si trova vicina a quella del Monastero S. Chiara nel cimitero urbano.

Le nostre monache così, superata quella che deve essere stata una vera tragedia collettiva e singola, poterono tornare a riprendere la vita di clausura, ma in povertà estrema, vissuta piamente nelle mani della Provvidenza, sempre nella stima e nell'affetto della popolazione. Le ricorrenti ondate di anticlericalismo mai le sfiorarono. In una notte del 1874 alcuni ignoti sacrileghi appiccarono il fuoco e quasi distrussero la porta principale della Chiesa di S. Croce, contigua al monastero; ma le monache non patirono, né allora, né mai, alcun affronto.

Nel 1935 la Chiesa di S. Chiara si rese inagibile, per la minaccia di caduta di una parte del soffitto. Fu allora che don Aurelio Bonaca, parroco di S. Croce e cappellano del Monastero, fece costruire il cavalcavia che unisce il monastero stesso alla Chiesa di S. Croce, perché le monache potessero ivi ascoltare la S. Messa e partecipare alle liturgie comunitarie.

La Chiesa di S. Chiara venne riparata alla fine dell'anno 1943 e inizio del 1944 ed il 3 febbraio del detto anno, fu consacrata da mons. Pietro Tagliapietra, arcicescovo di Spoleto. La dichiarazione dell’evento venne immessa nel sepolcrino della pietra sacra dell'altare maggiore unitamente alle reliquie di S. Francesco d'Assisi e dei SS. Ponziano e Severo martiri.

Ma la protratta estrema povertà aveva privato il Monastero anche di altre necessarie opere di manutenzione. Infine, a più riprese dal 1946, anche dietro l'intervento del sindaco apostolico che provvide al finanziamento, vennero effettuati lavori di riparazione e di ristrutturazione che riguardarono le celle, la cucina, i bagni, il salone allora utilizzato per il lavoro, ed altri locali.

Le ristrettezze economiche (che dal 1935 cominciarono ad attanagliare l'Italia) si fecero sentire e, sempre più aspre, anche nel nostro monastero, e le monache furono costrette ad inviare all’esterno, la classica coppia di religiose, per la questua del vitto, che talvolta non raggiunse neppure la minima sufficienza; e più di una volta, le Monache soffrirono la vera fame. Ascoltate il racconto così come uscito dalla viva voce di una di esse: “In quegli anni, c'era molta povertà dappertutto, anzi si direbbe miseria. Questa faceva pesare i suoi momenti ‘di punta’ anche sul piccolo gruppo delle Sorelle Povere di S. Chiara, qui in Trevi. Ricordo che, a quel tempo, qualche vetro delle finestre era sostituito con un cartone o uno straccio, fermato da qualche puntina, sempre un riparo per l'aria fredda specialmente nell'inverno! In molti vani il pavimento era tutto sconquassato e i grandi lastroni alquanto sfessurati e traballanti, non permettevano di eseguirne agevolmente la spazzatura. Spesso, alla sera, per cena, c'erano pochi bocconi di pane, dei fichi secchi, un'acciuga, o un mestolo di legumi. Eravamo però contente di quest'esperienza: sempre una grande gioia, una forza d'animo e di volontà, indicibili, ci erano segreto di slancio, per ricominciare ogni giorno a ripetere il nostro ‘’ al Signore Gesù, povero e crocifisso, che ci chiamava alla sua sequela. E le parole della Madre Santa Chiara ci risuonavano in cuore:’Egli vi ha rese eredi del regno dei cieli’. Mi vengono in mente certi episodi simpatici, che si potrebbero chiamare i ‘nostri fioretti’. Ricordo quando, in pieno inverno, non c'era il riscaldamento e, nel giro di poche ore, l'acqua calda lasciata nella brocca, diventava un pezzo di ghiaccio! Ognuna si portava dietro, dappertutto, il suo scaldino, che era un piccolo recipiente di coccio o di ferro, con un manichetto da infilare nel braccio, ripieno di carboncini e cenere calda! Né potevamo evitare l’inconveniente dell'odore di bruciato, quando stando sedute, spesso il fiocchetto del cingolo si adagiava su quel fuocherello e cominciava a fumare! Il tragico del momento era sempre unito a qualche risata che non riuscivamo a trattenere! E pensare che questo scaldino ce lo portavamo anche a letto, per poterci addormentare con un po’ di tepore, specialmente dopo l’alzata per l'Ufficio notturno.

Due nostre Sorelle, che avevano il permesso di uscire per la questua, avevano di che raccontarci al ritorno, per le avventure del breve viaggio affrontato su di un carretto tirato da un asinello! Non ci sembra vero aver potuto superare tanti disagi! Certo, eravamo giovani. Il Signore ci ha comunque veramente guidate, con la sua provvidenza, magnifica e imprevedibile. Una cosa molto bella da ricordare e la fiducia e l'insistenza dell'abbadessa e della comunità, in quel periodo, a voler rimanere qui in località di Piaggia, senza volersi trasferire, come ci avevano consigliato, nella Villa dei Moretti, in Trevi alta, dove lo stabile era in migliori condizioni, ma meno soleggiato! Una grande riconoscenza dobbiamo a don Luigi Sturzo, che si interessò per far iscrivere la chièsa del monastero all'Ente dei Beni Culturali. E così, con piccoli e frequenti con tributi che man mano ci arrivarono, fu possibile riparare i tetti e rimettere in sesto i pavimenti, tra cui quello della chiesa. Contemporaneamente si moltiplicarono gesti di bontà, di attenzione, di carità in ogni senso da parte di benefattori, che permisero alla comunità di affrontare e sostenere le spese necessarie per continuare i lavori necessari anche in altri ambienti del monastero".

Dobbiamo riconoscere che è un racconto che non stonerebbe affatto tra "I Fioretti".

 

Il 5 maggio 1943 entrò nel Monastero S. Chiara Antonietta Lesino, che morì tragicamente in una strada di Brescia nel 1962, in concetto di santità, e della quale è in corso il processo di beatificazione e canonizzazione. Non possiamo quindi non parlare, sia pure sommariamente, anche di questa figura francescana che ha attraversato la storia del Monastero come una meteora silenziosa, della quale si percepisce la luce dopo il passaggio. Prendiamo le notizie sulla Serva di Dio, dalla "Vita” scritta da un Padre Francescano e soprattutto dagli "Articoli" prodotti dal Postulatore nella causa di beatificazione e canonizzazione.

Antonietta era nata a Milano l’11 ottobre 1897 da Enrico Lesino, artigiano cesellatore e Zelmira Cerosa, stiratrice. Cresciuta in famiglia di notevole religiosità, sin dalla adolescenza si mostrò entusiasta altruista. Compiuta la scuola elementare ed appena in grado di essere accettata, entrò in fabbrica in qualità di operaia, già rimasta orfana del padre e con la madre di cagionevole salute. Nel 1926 si iscrisse al Terz’Ordine Francescano. Nel 1932 entrò a far parte della "Piccola Famiglia Francescana". Tale Istituto secolare ebbe origine nel 1929 nella sede del Terzo Ordine di S. Gaetano in Brescia, per opera di P. Ireneo Mazzotti ofm (futuro padre spirituale della Serva di Dio) e venne eretto in Associazione di perfezione evangelica, propria dei Frati Minori, con Decreto della Sacra Congregazione dei Religiosi, in data 8 dicembre 1961. Antonietta, per poter più e meglio donare le sue cure, si iscrisse ad un corso serale per infermiere, e ne conseguì il diploma.

Il suo ardente desiderio di consacrarsi interamente al Signore in un monastero francescano fu frenato dalla necessità di essere vicina alla mamma sempre più malata. Perduta la stessa, Antonietta, allora all'età di 46 anni, volle recarsi a Roma per avere la benedizione del Santo Padre, e poi al ritorno, il 5 maggio 1943 entrò gioiosamente nel Monastero S. Chiara in Trevi, così vicino ad Assisi. Subito si immerse nell'atmosfera francescana come, da tanto tempo, desiderato.

Divampava tremenda la seconda guerra mondiale e il 14 luglio, a seguito delle terrificanti notizie dei massicci bombardamenti sulla città natale, Antonietta tornò a Milano per avere notizie dei suoi e prestare loro eventuale aiuto.

L'assenza dal monastero doveva essere di breve durata; ma, tagliata in due l'Italia dagli eserciti belligeranti, non poté tornare prima del 28 ottobre 1945. Il 17 settembre 1946, festa della impressione delle Stimmate di S. Francesco, vestì l'abito assumendo il nome di Suor Chiara Giuseppina del Bambino Gesù.

L'anno successivo emise la professione dei voti semplici, nelle mani della Madre Abbadessa Suor Celeste Magrini. Nel monastero esercitò l'ufficio di aiuto segretaria e di aiuto infermiera. Correva ancora quel lungo periodo di povertà estrema "e non ebbe paura di compiere l'atto di umiltà di uscire per la questua, servendosi di tale occasione per illuminare, incoraggiare e istruire i benefattori. L'esercizio della questua fu per lei atto di umiltà, di obbedienza, atto di apostolato. Secondo la testimonianza unanime delle consorelle che l'accompagnavano alla questua, la Serva di Dio nel suo comportamento era veramente edificante, sempre con il sorriso sulle labbra, suscitando ottima impressione nella gente che avvicinava, per il modo di trattare riservato e per il suo animo sempre sereno, anche se erano anni di miseria nera, vissuta dalla nostra Antonietta, e da tutte le consorelle, in spirito di obbedienza, di sacrificio, di silenzio, di umiltà e soprattutto in spirito di preghiera.

Riferirà la Madre Abbadessa al Postulatore circa il comportamento di Suor Chiara Giuseppina: "È passata nel nostro monastero nel nascondimento completo. Essa pregava sempre". Così dicono di Antonietta alcune consorelle che hanno deposto nel processo: "Un'anima umile, paziente, caritatevole, eroica nell’esercizio delle virtù". Le virtù di Antonietta "erano così spiccate che la distinguevano da tutte le altre".

Un giorno Suor Chiara Giuseppina fu comandata di recarsi ad Assisi per alcune commissioni. Mentre scendeva a piedi verso San Damiano, un viandante si fermò avanti a lei e le disse:"Tu cambierai divisa; lascerai questo abito ed aprirai una nuova casa". Suor Chiara Giuseppina si fermò stupita e quando rialzò lo sguardo verso il viandante, questi non c'era più.

Episodio enigmatico, ma che si rivelerà profetico pochi anni dopo.

E venne la malattia: una malattia non saputa diagnosticare dai medici, e che ridusse la nostra Antonietta "un filino"; per di più si ritenne la malattia di pericolosa natura infettiva, e si decise il severo isolamento dell'ammalata. È veramente superfluo dire con quanta serenità ed edificazione Sr. Chiara Giuseppina sopportava così crudele sventura.

Di fronte alla impossibilità di praticare una oculata, efficace terapia, si decise per il ritorno della paziente a Milano per il ricovero all'Ospedale Maggiore.

Il 20 luglio 1950, nella immensa tristezza di tutte le consorelle ed accompagnata da una di esse, avvenne la partenza. All'Ospedale Maggiore di Milano, la malattia, pur grave, non risultò infettiva, e dopo poco più di due mesi di degenza, l'ammalata fu dichiarata guarita.

Nel frattempo Antonietta aveva avuto la gioia di ritrovare il suo direttore spirituale, il francescano padre Ireneo Mazzetti, per obbedienza al quale, scaduto il tempo dei voti, ritornò definitivamente tra le Sorelle della Piccola Famiglia Francescana.

La predizione del misterioso viandante incontrato nella strada per San Damiano, sta ora per avverarsi. Infatti l'1l ottobre 1950, Antonietta apriva, per obbedienza al Padre Fondatore dell'Istituto (suo direttore spirituale), nei pressi di Brescia, nella Frazione di Valle d'Ome, una Casa per giornate di ritiro, di studio, di esercizi spirituali. Antonietta, dimenticando di essere convalescente, si mise subito al lavoro. Trovò la vecchia casa di campagna da trasformare, spoglia di tutto, e la mobiliò con suppellettili abbandonate dalle truppe tedesche in ritirata.

 

Trovò benefattori e rese sempre più accogliente e funzionale la Casa, lieta di vederla riempita di consorelle della Piccola Famiglia Francescana, di capigruppo, di giovani di Azione Cattolica: insomma di vederla divenuta, in breve tempo, un vero Cenacolo, dispensatore di tanta benefica spiritualità. Fra tanto lavoro, senza riposo, fra tante preoccupazioni, esercitò tutte le virtù, e tutte in grado eroico. Tutti l'amavano, tutti accoglieva nella sua luce, tutti la ritenevano una santa; sempre in compagnia di Madonna Povertà: si professava sempre una Clarissa, mai dimentica del Monastero S. Chiara in Trevi.

Il 24 febbraio 1962, accompagnata da una Sorella del Cenacolo, Antonietta corse a Brescia. C'era da servire un’ammalata (… ne aveva tante!) in procinto di lasciare l'ospedale. Occorreva riordinare il modesto appartamento e prepararvi quanto necessario per la convalescente, priva di ogni altro aiuto. Compiuto il lavoro, le due Sorelle tornano all'ospedale, per rassicurare e incoraggiare la convalescente; e poi, via di corsa, per prendere la corriera per Ome. Nell'attraversare un passaggio pedonale, furono investite da un'auto sopraggiunta in velocità, dopo il sorpasso di altre due macchine. Erano le ore 18,40, ora crepuscolare, asfalto umido, bagliore di luci e di riflessi: il conducente non notò la striscia pedonale, scaraventò da una parte la compagna, gravemente ferendola, ed investì in pieno Antonietta, uccidendola sul colpo.

La fama di santità che accompagnò la Serva di Dio durante la vita terrena, non scemò dopo la morte. I funerali furono l'apoteosi di quella "anima che in vita non ebbe altro scopo che dare Gesù" e che, come S. Francesco "non cercava di essere amata, ma di amare".

Le molte grazie operate per sua intercessione, sollecitarono l'avvio del processo di beatificazione e canonizzazione di questa singolare clarissa del Monastero S. Chiara in Trevi.

Nell'anno 1965 fu inaugurato il bel Coro contiguo alla Chiesa e con questa comunicante attraverso due grate e una porta. Nello stesso anno fu ristrutturata la foresteria: 9 camere (17 letti) e saloncino-refettorio, ove trovano decorosa ospitalità i parenti delle monache, in visita.

Dobbiamo tornare a parlare della travagliata intestazione catastale del Monastero, che, acquistato da Pietro Giusti nel 1899, fu posto a nome di alcune monache in proprio.

Il 18 aprile 1910, per atto del notaio Misici di Trevi: Lupi Barbara, Bianconi Maria, Satrini Lucia, Pergolari Sperandia, Lollini Epifania e Cancellotti Veridiana - tutte religiose in S. Chiara - vendono a Giuseppe Benedetti Valentini, i fabbricati e annessi del monastero. Tale finta vendita fu effettuata per evitare che il fabbricato e terreni annessi passassero, per successione e per quote, agli eredi delle singole religiose, frazionando così all'infinito la proprietà e senza possibilità di alcuna valida garanzia per la gratuita retrocessione e godimento futuro dei beni. Era il Benedetti Valentini Giuseppe uomo onestissimo e pio, sempre benefico nei confronti del monastero. Nel 1926 il Beinedetti Valentini ammalò di grave malattia e nella infausta prognosi, il 25 giugno 1926, per atto dello stesso notaio Misici, trasferiva a Bianconi Maria, Fratini Assunta, Di Pellegrino Cecilia, Satrini Lucia, Mantucci Marta, Lollini Stella, Brizi Maria e Baliani Maria - tutte religiose in S. Chiara - che figurarono acquirenti in proprio, i beni che gli erano pervenuti con l'atto di cui sopra. Per evitare il trasferimento dei beni per singole successioni pro quota, si precisava nell’atto che l'acquisto della proprietà doveva ritenersi fatto esclusivamente a favore di quella, fra le acquirenti che sarebbe sopravissuta alle altre sette.

Nel frattempo, dopo laboriose trattative, tra la Santa Sede e il Regno d'Italia, l’11 febbraio 1929, si pose fine alla "Questione Romana” sorta a seguito dei ben noti eventi. Con il "Concordato" venne fissata e regolata la posizione della Chiesa in Italia. E proprio in virtù del detto Concordato, con Decreto del Presidente della Repubblica 28 gennaio 1950, n. 635, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, n. 198 del 30 agosto 1950, pag. 2467, su proposta del Ministro per l'Interno, veniva riconosciuta la personalità giuridica del Monastero S. Chiara, con sede nel Comune di Trevi, e veniva autorizzato il trasferimento a favore del medesimo, degli immobili da esso posseduti "animo domini", da epoca anteriore al Concordato con la Santa Sede ed intestati a terzi. Il Decreto fu registrato alla Corte dei Conti il 21 agosto 1950.

Delle otto monache che avevano acquistato i beni del Monastero, con il patto di accrescimento tra loro, era rimasta in vita solo Suor Margherita, al secolo Brizi Maria, la quale, con. atto del notaio Clorindo Vitti di Trevi, 25 novembre 1950, rimasta unica intestataria dei beni, riconosceva essere questi di esclusiva proprietà del Monastero S. Chiara, riconoscendo di non avere essa in realtà alcun diritto da far valere in merito ai medesimi.

Aveva così fine l’annosa, paurosa tempesta dei residui beni del Monastero S. Chiara. Ma quante angustie, quante spese, quante apprensioni e quanti tormenti erano costati alle povere monache!

Fino all'apertura dei cimiteri pubblici, la sepoltura dei defunti avveniva normalmente nelle chiese. E così, fino al 1908, quando il Monastero S. Chiara ebbe assegnata una tomba nel cimitero di Trevi, le monache trovarono sepoltura nella Cappella della Madonna delle Grazie. Nella chiesa, costruita dalle fondamenta nel 1666, non furono ricavate le consuete tombe perché il pavimento della stessa chiesa poggia sulla volta di copertura del sottostante locale, nel quale si apre il passaggio per le "Fonti", un loca, le abbastanza grande, dove un tempo, vi erano delle vasche ed ivi le monache usavano lavare a mano i panni. Oggi, queste vasche non ci sono più e questo locale, essendo al coperto, viene usato come stenditoio, specialmente durante l'inverno. Queste "Fonti" permettono poi di passare all'orto del monastero.

Quando nel 1970 fu ristrutturato il parlatorio e con esso la Cappella della Madonna delle Grazie, venne effettuata la generale riesumazione, e i resti delle defunte furono trasferiti nella tomba comune del cimitero urbano. Esaurita la capienza di questa, nel 1977 il Monastero acquistò un lotto di dieci loculi nello stesso cimitero. Annotiamo peraltro che alcune monache hanno avuto sepoltura nel luogo di origine, per volere delle singole famiglie.

 

Nel febbraio del 1991 ebbero inizio gli ultimi lavori di riparazione della chiesa: riguardarono il tetto, l’intonaco, il pavimento e parti varie, ed ebbero il contributo della Soprintendenza ai Monumenti. Spostato l'altare maggiore, nel presbiterio venne installato un piccolo Coro per le monache, delimitando la clausura con una cancellata in ferro, dando così possibilità alle religiose di poter partecipare alle liturgie insieme ai fedeli. I lavori furono compiuti nel luglio 1992 e nel giorno 11 dello stesso mese, dopo lungo intervallo, nella chiesa tornò ad essere celebrata la S. Messa.

Nel successivo 11 agosto dello stesso anno 1992, solennità di S. Chiara di Assisi, il nuovo altare fu consacrato, con solenne cerimonia, da S. E. Mons. Antonio Ambrosanio, Arcivescovo di Spoleto-Norcia, il quale, alle reliquie di S. Francesco di Assisi, di S. Ponziano e S. Severo martiri, rinvenute nel sepolcrino del precedente altare, aggiunse quella di S. Chiara di Assisi.

I nuovi banchi della chiesa, l'organo elettronico e una prima nuova tovaglia per l'altare furono donati da parenti delle monache e da amici del Monastero. Il nuovo confessionale fu acquistato con la somma legata dal compianto don Giovanni Rossi, parroco di S. Croce e dal settembre 1954 cappellano del monastero, improvvisamente deceduto il 26 settembre 1988.

Nell’occasione della riapertura della chiesa, furono restaurate, a totale spesa del monastero, le tele degli altari di S. Chiara, delle Stimmate di S. Francesco e dell'Assunzione di Maria Vergine.

Attualmente nel Monastero S. Chiara - nei secoli vivo in santità, povertà e sacrificio, due volte aggredito e disperso da vorace persecuzione, ma sempre risorto in alacrità di vita e fede adamantina, orgoglio della Città di Trevi - vivono trenta religiose tra professe, novizie e postulanti (non esiste più la distinzione tra corali e converse). Oggi vi pullula vita novella: molte giovani infatti (alcune con laurea, altre con diploma) tutte di bella intelligenza e attivissime, attratte dalla inestinguibile luce di Francesco e di Chiara di Assisi e dal loro universale amore, sono entrate gioiosamente nel monastero per offrirsi a Dio integre ostie in umiltà e volontaria povertà; e, nel canto incessante dell'inno di grazie, invocano clemenza, PACE e BENE per il mondo così tristemente malato e profondamente inquieto.

Seguiamole in una loro giornata qualunque: la campana suona la sveglia alle 5,40 - ore 6 Lodi e meditazione - ore 7,30 S. Messa e Terza - 11,40 S. Rosario e Sesta - Ore 15 Nona - Ore 18 Vespri - meditazione - Ufficio di Lettura - Ore 21 Compieta. Intermezzi: dopo la colazione hanno inizio le diverse attività. C'è un capitolo della loro Regola che dice: “Le Sorelle alle quali il Signore ha dato la grazia di lavorare, si dedichino al lavoro dopo l'ora di Terza, con fedeltà e devozione, applicandosi a lavori decorosi e di comune utilità, in modo tale che bandito l'ozio, nemico dell'anima, non estinguano lo spirito della santa orazione e devozione, al quale tutte le cose temporali devono servire".

C'è quindi chi si occupa della cucina, chi delle pulizie, chi dell'orto e chi del giardino, chi del cucito e del ricamo, della corrispondenza epistolare, chi di piccole "recenti produzioni in gesso e legno" (che vi assicuriamo sempre tanto ben riuscite);ci so no poi le prove del canto per l'animazione della liturgia, c'é un tempo per lo studio (con ritmo più intenso per probande e novizie), o lezioni per tutta la comunità.

Dopo cena c'è anche un tempo per la ricreazione, durante il quale le Sorelle si ritrovano tutte insieme, come in una famiglia,per raccontarsi un po’ come vanno le cose, per fare qualche lavoretto libero, ed anche, perché no?, per cantare e giocare.

In alcune occasioni di solennità e festività, le Sorelle comunicano ai fedeli intervenuti il loro particolare programma, permettendo loro di partecipare così a suggestivi momenti di preghiera.

È insomma un alveare in cui nulla indulge all'ozio ed è soprattutto una preziosa catena rotante che unisce la Terra al Cielo.

Care e venerate Sorelle, quanti nutrono nel cuore speranze di immortalità vi ammirano, vi amano, e vi ringraziano.

 

Carlo Zenobi

Trevi, agosto 1994



[1] Natalucci, 1985, c.265

[2] (Wadding, Annales Minorum, I, 153 – Jacobilli. Vita dei SS., tomo 2, f. 104 e tomo 3, f. 60, e Cronaca di Sassovivo, cap. 51, f. 227)

[3] Archivio Convento di S. Francesco nel breve di Alessandro IV, n. 5 e 31 - Natalucci, 1985, c.183

[4] Arch. 3ch. busta I, n. 3

[5] Natalucci, 1985, c. 265

[6] Natalucci, 1985, c. 1105

[7] Natalucci, 1985, c. 459

[8] Mugnoni,1921, c. 146 r.

[9] Arch. 3ch., Riformanze, 1549, f. 58 e 59.

[10] Natalucci, 1985, c.267

[11] Wadding, Annales Minorum, anno 1567

[12] Natalucci, 1985, c. 265

[13] Natalucci, 1985, c. 26

[14] Arch. 3ch., Riformanze, 1575, f. 301

[15] Arch. 3ch., Riformanze, 1575, f. 173, 180.

[16] Arch. 3ch. Riformanze, 1602, f. 292.

[17] Natalucci, 1985, c. 266

[18] Arch. 3ch. in Riformanze. 1567, f. 147

[19] Arch. 3ch. n. 249

[20] Ex Cat. Vet. f. 23

[21] Arch. 3ch. n. 66.

[22] Natalucci, 1985, c. 266

[23] Il giudizio negativo sul barocco, risente della critica locale che fino a dopo metà sec.XX considerava un regresso l’arte dopo il Rinascimento classico. Vedi Bonaca, S. Francesco, ecc. (nota apposta all’atto della trascrizione)

[24] Memorie, c. 56

[25] Dalla “Vita” citata

[26] Venturini, memorie, c.5

   
   

Bibliografia

Anonimo, Antonietta Lesino, Ist. Tipografico del Franciscanum, Brescia, 1964.

A. Bonaca, Le Memorie Francescane di Trevi, Vallecchi Editore, Firenze - Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n. l.

A. Cairoli O. F. M., Articuli seu Positiones ad Processum Ordinarium Causa Brixiensis Beatificationis et Canonizationis Servae Dei Antoniettae Lesino Virginis - Instituti Saecularis Parvae Familiae Franciscanae, Brixiae, Franciscanum, 1969.

F. Mugnoni, Annali 1416-1503, a cura di Pietro Pirri, Unione Tipografica Cooperativa, Perugia, 1921.

D. Natalucci, Historia Universale dello Stato Temporale ed Ecclesiastico di Trevi - 1745 - a cura di Carlo Zenobi -Edizioni Arquata, Foligno, 1985.

P. Policarpo, Vita di Suor Maria Annunziata Andreucci, Fondatrice delle Adoratrici Perpetue del S. Cuore, Valle di Pompei, Tip. Pontificia, 1912.

E. Venturini, Memorie, ms. Archivio Capitolare di S. Emiliano in Trevi.

C. Zenobi, Storia di Trevi dal 1746 al 1946, Edizioni Arquata, Foligno 1987.

Altre Opere citate nel Testo

 

Abbreviazioni

Arch. 3ch - Archivio delle Tre Chiavi in Trevi.

Arch. St. Com. - Archivio Storico Comunale di Trevi.

Cat. Vet. Eccl. - Catasto Vecchio Ecclesiastico.

Hist. - Historia Universale di Trevi.

Lib. Expens. - Libro delle Spese (del Monastero)

Rif. – Riformanza


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