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Memorie di un filodrammatico - 6
Bazzani, i Bonaca e Virgilio Marchi

(Augusto Bartolini, Memorie di un filodrammatico, Assisi, Porziuncola, 1971)

 Il Teatro Clitunno
 La Filodrammatica e i gruppi
 Teatro a Trevi: storia e tradizione
 Premio Città di Trevi

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<72 seg.>Intanto a Trevi era sbarcato un tipo strano e originale, che insieme ad altre prerogative aveva una forte passione per il Teatro, che aveva fatto del cinematografo ed aveva persino scritto qualche commedia. Si chiamava Guido Bazzani ed era laureato in Lettere e Filosofia nell'Università Cattolica di Milano. Senza dilungarmi troppo a parlare <73>di questo personaggio fuori dell'ordinario, dirò soltanto che dopo aver fatto l'allevatore di scrofe e di pecore, dopo aver espletato la carica di Sindaco Apostolico in un monastero di monache, e dopo aver partecipato alla seguente rappresentazione ed anche ad altri nostri tentativi di metter in scena altri lavori impegnativi come “Gli Spettri” e “La leggenda di Ognuno”, colto da un'improvvisa crisi di coscienza manifestò la vocazione di ritirarsi dal mondo e fondò un ordine di monaci di cui divenne superiore col nome di Fra Colombano Bernardo.

Fatta conoscenza con lui, sapendo che io mi occupavo anche di Teatro, mi propose di fare qualche cosa insieme ed io accettai.

E fu così che decidemmo di metter in scena «Il Bugiardo» di Goldoni, convenendo che, la direzione organizzativa e la scelta delle parti sarebbe stato mio compito e lui si sarebbe occupato della regia ed infine avrebbe assunto la parte del protagonista, mentre io avrei provato a far rivivere Pantalone. Era sempre l'estate dell'anno 1948 quando iniziai con grande impegno il mio lavoro. Convinsi l'avv. Zenobi ad accettare la parte di Arlecchino e ad occuparsi delle scene, affidai a mia moglie ed alla mia figliuola Giovanna le parti delle due sorelle figlie del Dottor Balanzoni che fu Gaspare Santoni. Giorgio Cecchini ebbe la parte del timido e innamorato Florindo, mentre il fratello Gastone accettò la parte di Ottavio e Mario Loretoni quella di Brighella; l'astuta Colombina fu Ninì Di Tomaso che nella seconda edizione di un anno dopo fu sostituita dall'altra mia figlia Cecilia, perché la Di Tomaso era assente. Le ultime due piccole parti, quella del vetturino napoletano e quella del giovane di negozio, furono affidate rispettivamente a mio figlio Francesco e a Giuseppe Tosi.

<74>Le prove procedevano alacremente perché il Dottor Bazzani vi si dedicava con molta energia e, devo ammetterlo, con notevole capacità. Io rispolveravo la mia parlata veneziana, reminiscenza della mia permanenza nel Veneto durante la guerra '15-18, facendomi correggere qualche difetto di pronuncia da una ragazza veneta, nipote di un parroco delle vicinanze.

La scena esterna fu ideata e costruita dall'avv. Zenobi e riuscì molto bene col suo bravo terrazzino sulla casa del Dottore, la locanda e la veduta sul canale. Per l'interno utilizzammo uno dei vecchi fondali con una buonissima prospettiva che si prestò egregiamente. Costumi e parrucche provennero da due fornitori specializzati di Roma.

Fu una delle migliori nostre esecuzioni. Nella parte di Lelio il Bazzani fu veramente a posto, lezioso, sfacciato e mentitore. Quanto al mio Pantalone credo che fu la mia migliore interpretazione. Mi si prestavano la mia figura alta e magra e la voce alla quale diedi un timbro particolare da vecchio mentre il mio parlar veneziano scorreva abbastanza spontaneo, anche a giudizio di alcuni veneti che assistevano ad una delle rappresentazioni. Io ho sempre amato il Goldoni, di cui ho letto tutte le commedie in una bella edizione del '700 che ho la fortuna di possedere; ed in modo particolare il personaggio di Pantalone mi è riuscito sempre molto simpatico. Tutti gli altri, tanto le donne che i giovani innamorati, dimostrarono di aver preso bene il carattere con la grazia un po' affettata dei personaggi del '700. Molto apprezzato fu l'avv. Zenobi nella sua veste di Arlecchino di cui rese a perfezione il carattere tradizionale a base di sberleffi e salti da ginnasta suscitando grandi risate. Un po' meno vivace il Brighella di Loretoni che pure fece <75>del suo meglio, e un poco freddino il Santoni che pur possedeva mezzi vocali e figura adatti per la parte del Dottor Balanzoni.

Il “Bugiardo” fu rappresentato la prima volta il 6 dicembre 1948 in un teatro gremito di spettatori e fu molto applaudito e favorevolmente commentato dagli spettatori di Trevi e di fuori. Ne demmo altre due repliche di cui una gratuitamente agli alunni delle scuole di Trevi e del Collegio Lucarini il Giovedì, l'altra, la Domenica, a pagamento. Ma fra tutte e due, è inutile dirlo, non riuscimmo a far il pareggio con le spese che erano state assai rilevanti.

Visto il successo del lavoro, nella speranza di rimediare al deficit finanziario, l'anno seguente, in occasione della permanenza a Trevi di un folto gruppo di allievi della Scuola Sottufficiali. di Spoleto, presentammo altre due repliche, precisamente il 23 e il 24 luglio 1949. Effettivamente questa volta recuperammo le spese e ci fu anche un certo margine per la consueta cenetta. Ma voglio ricordare quello che avvenne alla rappresentazione di Domenica. Quella sera il Dottor Bazzani, di cui ho già accennato la bizzarra personalità, ci aveva tutti un po' frastornato con le sue stranezze, avendo, fra l'altro, riempito il palcoscenico di alcuni suoi invitati, di modo che in mezzo a tutte quelle distrazioni gli attori e le attrici si sentivano un po' “smontati” ed io ero particolarmente irritato. Come conseguenza di ciò i primi due atti si svolsero senza infamia ma anche senza molto calore e vennero seguiti con un po' di freddezza da parte del pubblico. Ciò non fece che aumentare la mia irritazione, Quando però al terzo atto si giunse alla famosa scena in cui Pantalone viene a scoprire tutte le malefatte del suo bugiardissimo figliolo, e il Bazzani nella veste di Lelio,<76>mi girava intorno con le sue leziosaggini un po' esagerate e le sfacciate menzogne, la mia irritazione fece sì che io mi investii a tal punto della mia parte, che la mia lunga battuta fu una esplosione di improperi detti con tanta veemenza e verità che il pubblico finalmente si scosse ed applaudì a scena aperta. Questo episodio dimostra ancora una volta quanto sia necessario, affinché gli attori dilettanti facciano presa sul pubblico, che siano liberi in tutta tranquillità prima di entrare in scena di pensare senza distrazioni unicamente alla loro parte. Quanto agli attori professionisti la cosa è un po' diversa, perché la lunga pratica e le molte repliche rendono talmente automatica la loro recitazione che riescono benissimo a dissimulare al pubblico una eventuale non partecipazione interiore.

Prima delle ricordate repliche della commedia Goldoniana ho da parlare di un'altra nostra recita che fu rapidamente allestita dopo la prima rappresentazione del “Bugiardo” e presentata il 27 gennaio 1949.

Era stata da me scelta una scherzosa commedia di Umberto Mordicchio “L'indimenticabile Agosto del 1935”, che era stata concessa in esclusiva all'attore Gilberto Govi, dal quale ottenemmo con atto di vera cortesia il permesso di rappresentarla nel nostro Teatro Clitunno. Questa dunque era una commedia un po' farsesca come tutte quelle che facevano parte del repertorio del grande comico genovese ora scomparso. Un uomo perseguitato dalla sfortuna, a cui l'ironia della sorte ed i suoi genitori hanno posto il nome di Felice, a causa di una omonimia, viene improvvisamente creduto erede di una vistosa fortuna, lasciatagli da una ricca benefattrice. Quest'uomo dapprima incredulo, si adatta poi alla circostanza, inventando una romanzesca avventura di un salvataggio da lui <77>effettuato per spiegare il ricordo dell'indimenticabile agosto del 1935 menzionato nel testamento. Si nota intanto un rapido cambiamento di umori e di trattamento nella sua famiglia. La moglie e la suocera che lo tiranneggiavano e lo schernivano diventano affettuose con lui, i figli diventano obbedienti e premurosi, le donne conoscenti cominciano a considerarlo sotto un aspetto interessante, insomma tutti lo portano in palma di mano, finché come era da prevedersi viene fuori il vero erede che gli soffra l'eredità e lo sbalza dal piedistallo. Ma nel frattempo erano accadute due cose: un buon matrimonio per la figlia, e una sua proficua sistemazione di lavoro, così tutto si risolve nel migliore dei modi.

Questa leggerissima trama era tenuta su da una serie di macchiette ricche di una semplice e sana comicità. Intorno al personaggio centrale di cui mi sforzai di mettere in evidenza il complesso d'inferiorità e la temporanea infatuazione, si muovono : la moglie autoritaria e la suocera bisbetica impersonate rispettivamente da mia moglie e dalla signora Anita Ortolani ; la figlia infatuata che sogna il cinematografo (Ninì Di Tomaso) il figlio patito per lo sport (Gastone Cecchini), la servetta un po' pettegola (Adele Di Tomaso), una ricca vedova sensibile al fascino dell'uomo riabilitato dalla fortuna (Laura Listanti), l'innamorato timido e balbuziente (Carlo Zenobi) ed altre figure minori tutte colte dal vero che diedero alla vicenda una sana e schietta comicità e divertirono moltissimo il nostro pubblico che trascorse due ore di distensione e di allegria.

A un anno di distanza, e precisamente il 6 gennaio 1950 rappresentammo “Madre Allegria” di De Sevilla e Sepulveda, interpretato in Italia dalla indimenticabile Dina Galli.

<78>Era una commedia nella quale svariati personaggi caratteristici si muovevano nell'ambiente particolare di un istituto per trovatelli retto da alcune suore, e determinavano una vicenda che aveva per suo motivo principale la dedizione amorosa di una suora (che per il suo carattere gioviale veniva chiamata Madre Allegria) verso quelle creature che per cagione dell'abbandono da parte dei loro genitori, crescevano con un senso di amarezza e di solitudine nel cuore.

Italia Falasca fu Madre Allegria e diede il meglio di sé stessa per tratteggiare con spontanea vivacità la figura di quella suora che aveva dedicata tutta la sua vita all'educazione dei trovatelli sentendosi madre di tutte quelle creature che crescevano sotto la sua vigilanza amorosa. Fu veramente efficace e toccante nella scena del distacco da una delle amate sue figliole che andava sposa. Proprio in quella scena ella doveva scontrarsi con un altro personaggio, la madre della ragazza, una mondana, che dopo una vita avventurosa veniva a riprendersi la figlia. Questa donna, che è l'unico personaggio drammatico della vicenda, ascoltando non conosciuta le parole amare della figlia contro chi, dopo averla messa al mondo, non aveva accettata la sua esistenza abbandonandola al suo destino, si convince che la cosa migliore che può fare è di non farsi riconoscere dalla figlia, e se ne va sotto il peso di un cocente rimorso e di un cupo dolore. Mia moglie in quella parte fu abbastanza convincente e suscitò commozione fra gli spettatori.

Una nota di vivace allegria veniva data dalle ragazzette educande dell'Istituto. Ninì di Tomaso era Gloria, la prediletta di Madre Allegria, dolce di carattere ma ferma nei suoi propositi; Adele Di Tomaso era Mariettina, una fanciulla bizzarra, in continuo contrasto tra la <79>sua spensieratezza ed il suo buon cuore. C'era poi la parte del vecchio Nemesio che scelsi per me, un factotum dell'Istituto, bonario, affezionato alle ragazze, sempre in lite con Suor Martina, Suor Brontolona come la chiamava lui, un tipo comicamente arcigno impersonata da Annita Vicarelli Ortolani. Altre due figure comiche, Curro, il fidanzato campagnolo di Mariettina, e sua madre Consolazione furono caratterizzate da Mario Loretoni e da Armanda Arredi Zappelli.

La commedia piacque e fu applaudita dal pubblico. Devo raccontare un particolare interessante. Assisteva allo spettacolo proprio una ragazza madre la quale fu così profondamente impressionata dalla vicenda della commedia e dalle parole di Madre Allegria che decise di riprendersi il suo bambino che aveva affidato ad un Brefotrofio. Un'opera buona, dunque.

Questa notizia mi diede molta soddisfazione e scemò il dispiacere di aver dovuto leggere in un giornale lo scritto di un adolescente saputello che aveva stroncato in tono cattedratico sia il lavoro che l'esecuzione di esso. Non ho mai parlato prima di ora dei commenti della stampa alle nostre rappresentazioni, perché il tono uniformemente elogiativo di essi mi pareva privarli di un vero interesse, ma questa non era quella critica costruttiva che io avevo sempre auspicato. Erano giudizi avventati con diverse inesattezze su di un lavoro degno di ogni rispetto anche per quel senso di moralità che se ne poteva trarre, e che aveva infatti prodotto su di una figlia del popolo, come ho detto prima, un effetto veramente edificante. Sarebbe stato facile ribattere le molte inesattezze dovute all'incompetenza di quel giovane contestatario ante litteram, non privo d'intelligenza, ma impreparato assolutamente in fatto di Teatro. Ma non volli iniziare una di quelle polemiche <80>che mi facevano spesso sorridere nelle edizioni dei giornali di provincia. Cosicché sia per la soddisfazione avuta dai commenti favorevoli di altri giornali, sia per una lettera in mia difesa scritta al giovane dal mio amico ed emulo cortese Mario Bonaca che me ne mandò una copia, tutto finì lì.

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