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Ricomposizione dell'Altare del Sacramento
nella chiesa di S.Emiliano

 

[ I numeri in colore  tra parentesi acute <  > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

 

 

 

RICOMPOSIZIONE DELLA CAPPELLA

DI MAESTRO ROCCO DA VICENZA
ESISTENTE IN S. EMILIANO
A TREVI

 

RAPPORTO

DEI SOPRAINTENDENTI AL LAVORO


FOLIGNO
STABILIMENTO GIO: TOMASSINI

1891

 

 

 

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Trevi 10 Giugno 1891

Nella speranza di far cosa gradita al mio paese, previa la richiesta autorizzazione, divulgo per la stampa il Rapporto finale inviatomi dai Signori Sopraintendenti alla scomposizione e ricostruzione del Monumento di Rocco da Vicenza, Rapporto da me stesso richiesto, non appena fu compiuto il lavoro.

I particolari e le notizie in esso raccolte, e sopratutto i criteri seguiti nella delicata impresa coronata da felice successo, parmi utile siano a cognizione, non solo de' miei concittadini, ma di tutti coloro cui stanno a cuore le nostre artistiche memorie.
 

D. Giuseppe Agostini
Priore della Collegiata
di S. Emiliano.

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Reverendo

Sig. D. Giuseppe Agostini

Priore della Collegiata di S. Emiliano in Trevi.

 

Foligno 7 Giugno 1891

A secondare il desiderio manifestatoci dalla S. V. con pregiato foglio del 2 corrente col quale c'invita a riferirle se i criteri da noi seguiti nella ricostruzione di già compiuta degli altari di Rocco da Vicenza, furono sempre i medesimi indicati nella nostra relazione che precedette il lavoro, seguendo l'ordine della relazione stessa, ci facciamo un dovere significarle che non ce ne allontanammo mai, informandola in pari tempo di qualsiasi altra cosa concerna la scomposizione e ricomposizione degli altari.

Ella come ben rammenterà, inviò il nostro progetto al Ministero della Istruzione pubblica, chiedendone l'approvazione,
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ma il Ministero non si pronunciò in proposito, senza prima sentire il giudizio della Commissione Provinciale per la conservazione dei monumenti, residente a Perugia.

Questa Commissione emise il suo giudizio favorevole al nostro progetto, ne riferì al Ministero, e questo alla sua volta conforme al voto della Commissione con lettera del Decembre 1890 alla S. V. inviata, dava il suo assenso. In conseguenza di ciò, la S. V. dopo notificato il tutto agli interessati della fabbrica del Duomo, fece por mano alla demolizione degli altari.

Quattro cose principalmente vennero notate nel nostro progetto, e innanzi tutto, la necessità di ricollocare al posto le parti traslocate senza nessun criterio artistico, nella parte centrale del basamento. Lo che venne diligentemente fatto, ed ora che le cornici e le formelle furono tutte rimesse al loro posto, ed ora che le linee architettoniche ricorrono in tutta la larghezza del monumento, l'effetto è sodisfacentissimo, perchè appunto esso risponde al pensiero dell' autore della Cappella.

Visto pertanto che la parte la quale subì maggiormente inopportune modificazioni, fu quella centrale; innanzi di incominciare la scomposizione, fu nostra cura, non solo di studiare il monumento, ma di assumere tutte le informazioni possibili circa quanto in esso venne operato in epoca relativamente recente, e interrogare la tradizione del paese su quanto venne fatto in tempi lontani, persuasi che tutto avrebbe potuto giovare affinchè la ricomposizione avesse a riuscire il meglio possibile.
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Non ci sembra ora inutile narrare alla S. V. il risultato di queste ricerche.

Sembra adunque che circa 150 anni fa, epoca di decadenza generale nelle arti, i sacerdoti di S. Emiliano nell'amministrare il Sacramento eucaristico, non potessero fare uso delle ostie racchiuse entro il Ciborio in pietra, collocato sopra l'altare di mezzo della Cappella, perchè quelle per l'umidità si corrompevano. — E con ragione a ritenersi esser stato quello il tempo in cui si pensò di togliere il ciborio di pietra, di rimuovere gli scalini sottoposti all'altare per acceder con agio al sacrario, di amputare i piedi agli Angeli preganti ai lati, che impedivano il facile collocamento dei candelieri, di sostituire in fine una Residenza di legno dorato, con tutti quei fastosi e barocchi ornamenti tanto accarezzati a tempo delle parrucche e dei codini.

Per moltissimo tempo le cose dovettero proceder così, ma finalmente per un fortunato caso occorso circa 40 anni or sono, quei barocco arnese di legno venne tolto, e reintegrato nel proprio domicilio l'artistico Ciborio di. Rocco da Vicenza.

L'egregio Ing. Sabatino Stocchi di chiara memoria cultore appassionato ed intelligente dell' arte, trovandosi un giorno presso un tal Gasperino fornaio di Trevi, avvertì fra la cenere un qualche cosa d'artistico, qualche cosa insomma che gli rammentò subito lo stile degli altari di S. Emiliano.

Era precisamente l'elegantissimo Ciborio barbaramente esiliato.
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La tradizione dice anche che nel Ciborio stava un piccolo sportello dorato avente un calice per simbolo, quindi per argomento d' induzione è da credere non fosse stato possibile allo Stocchi ricuperare il detto sportello.

Si sa infatti che quell' oggetto metallico, fu venduto a un tal Carlo Antonio Petrolini di Trevi campanaro, e non si rischia andar lungi dal vero, supponendo sia stato fuso per le campane.

In ogni modo il benemerito Ing. Stocchi ottenne venisse rimossa la barocca Residenza, più, fece rimettere a posto il Ciborio antico. Garantì che le ostie non si sarebbero più corrotte facendo lasciare fra il ciborio e il muro uno spazio per la circolazione dell'aria, lo che abbiamo constatato coi nostri propri occhi durante la demolizione degli altari, ottenne in breve di ripristinare le cose se non interamente, il meglio certo che era possibile in quel tempo, lo che onora la memoria di lui.

Il Madami scalpellino di Assisi, venne chiamato a prestar l'opera sua, e questi rinnovò il fregio del Ciborio, che il fregio antico era andato forse smarrito, vi scrisse con caratteri non di antico stile, — O sacramentum pietatis, — ricostruì con pietra detta carnagione di Assisi il basamentino ove posano gli angeli, e rifece loro in gesso alla meglio di Dio quei piedini di cui deplorammo la barbara amputazione, non che qualche emblema della passione lungo i pilastrini che stanno al di dietro del Ciborio.

Proseguendo ad interessarci di questo monumento, non ;son molti giorni ci sembra aver ritrovato in un fondo ad
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uso di legnara nella casa del Sig. Antonio Belli, la parte. centrate del basamentino antico sostituito dal Madami, in cui si scorgono le tracce del Calice e una decorazione 1aterale conforme allo stile del monumento. Esso è in pietra caciolfa, e siam certi che verrà gelosamente custodito, perchè ove un giorno si amasse fare un restauro, quel frammento potrebbe servire di grandissimo lume. (1 )

Fu intorno a questa epoca che sia pure con le più pure intenzioni del inondo d'arrecar vantaggio al monumento, si pensò, ma si pensò male a ripulire gli altari. anneriti dal fumo delle candele.

La tinta color bronzo che l'intera Cappella ebbe sia dall'origine, le brillanti dorature a mordente di cui eran ricoperti tutti gli ornamenti, vennero con acque forti e con ferri cancellate e raschiate, e la nuda e cruda pietra ricomparve sconsolata, dolentissima di essere stata spogliata delle ricchezze che ebbe in eredità dal padre suo Maestro Rocco.

Non restano intatte se non le due grandi statue e il grandioso Calice di cui in seguito terremo parola. Ma proseguiamo.

E detto nella nostra perizia, che il muro antico su cui era poggiato il monumento, formava in pianta una linea. spezzata; mentre il muro su. cui si sarebbero dovuti appoggiare gli altari nella loro ricostruzione, è perfettamente in linea retta, quindi si previde che ai fianchi sarebbesi

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(1) Questo ritrovamento è principalmente dovuto al Sig. Carlo Santacroce di Trevi cultore dell' arte.


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verificato un aggetto dal muro di pochi centimetri maggiore dell'antico, la qual cosa come ognuno può constatare, si è appunto verificata, ed ecco il perchè della continuazione per qualche centimetro delle cornici dei fianchi; in cemento.

Circa alle fondazioni, fu detto nel progetto esser necessario costruire un arco, precisamente nel vuoto delle sepolture innanzi al monumento, ma nell'atto pratico si potè risparmiare l'arco, perchè si rinvenne il sodo ove non si poteva supporre, non essendosi, prima di un largo sterro, potuto effettuare una esplorazione completa.

La diminuzione di questo lavoro, fu però con usura compensata nella costruzione del contraforte della parete esterna sulla quale venne costruito.

Il fondamento per questa costruzione, non fu potuto rinvenire se non a quattro metri di profondità. Ciò forse perchè sotto le grondaie del tetto della chiesa, si soleano un tempo scavar sepolcri per seppellire cadaveri dei non credenti, o de suicida, o degli ebrei.

Comunque ciò sia, furono indispensabili oltre 28 metri cubi di murato, e per tale rinforzo si ottennero due vantaggi notevoli, 1° quello di dare solidissimo appoggio al monumento, 2° quello di sostenere efficacemente il nuovo muro della nuova, chiesa non troppo ben costruito. Anzi nella parte inferiore tanta era la debolezza di questo muro, e così evidenti i rigonfiamenti prodotti dal ricalco di esso, che non fu possibile rimuover gli stipiti della vecchia porta pel giustificato timore di recar ruina alla parete.

Proseguendo sempre coll'ordine dell'approvata perizia,
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si è pure detto in essa dell' inopportuno collocamento del grandioso Calice finamente intagliato come il resto della Cappella, in preta alba (caciolfa.), opera contemporanea al monumento.

Ogni persona, non. diciamo dilettante delle arti belle, ma ognuno che abbia il senso comune, conviene che quel simbolo di dimensioni così notevoli, non fu al certo fatto per stare immediatamente sopra al Ciborio, come lo si è da noi trovato, e quel che è peggio, non fu certo fatto per essere posto al domicilio coatto in una pietra, merce un inopportunissimo incasso, ed ivi appiccicato con calce e gesso, quasi a fingere un bassorilievo, come se Rocco non avesse saputo al pari del resto, modellarlo da un solo masso.

Ciò posto, ne deriva subito questa domanda.

Ove in origine trovavasi questo Calice?

Se ben si osserva l'estremità. della cimasa che sormonta nel centro la trabeazione, ivi è collocato un piccolo piedistallo, destinato a reggere qualche cosa, come tutti i piedistalli del mondo.

Avrebbe forse potuto sostenere una statua? No, perchè per le sue meschine dimensioni sarebbe sembrata un burattino.

Un vaso? No, perchè il. carattere del monumento non avrebbe permesso un finale da giardino.

Dunque, noi siamo convinti che il piedistallo venne fatto per reggere appunto il Calice in questione.

Per tal modo questo simbolo, eminentemente esplicativo del concetto cui è informato l'altare dedicato al Sacramento, completa a meraviglia il monumento di Rocco.
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L' aureola dei nove calici che sotto l'arco della mensa di mezzo corona il nome di Gesù, la scritta che si legge nel fregio, sum panis vivus qui de Caelo descendo, la forma istessa del Calice, ci indussero a toglierlo dai luogo ove a disagio trovavasi, e ricondurlo a casa, compiendo in tal guisa una doverosa opera di misericordia.

Il fatto, come alla S. V. è ben noto, suscitò dell'opposizione, ma in verità, ad onta che siasi invocata nella tesi l'autorità del Padre Eterno, nessun argomento di valore artistico venne in proposito enunciato per farci cangiare d'avviso, anzi non è fuor di luogo lo aggiungere che allorquando alla presenza di persone rispettabili del paese, il Calice venne tolto dal domicilio coatto, si trovò nella parte posteriore e superiore di quello, il canale per una grappa, evidentemente praticato, affinchè non avesse traboccato in avanti, laddove nella parte inferiore, nessun segno di grappe si rinvenne, appunto perchè naturalmente posava sovra il suo piedistallo.

Potrebbe anche essere che mai quel simbolo sia stato collocato al posto. E che perciò?

Avendo avuto il compito di vigilare la scomposizione e ricomposizione di questa stupenda opera d'arte, c'incombeva lo stretto dovere di nulla trascurare, paerchè gl'intelligenti e studiosi non avessero a rimproverarci madornali errori. Considerando poi che nella nostra relazione approvata dall'Eccellentissimo Ministero dell'Istruzione Pubblica, ove con disegni e con schiarimenti, venne proposta la remozione di questo famoso Calice, senza averne avuto osservazioni di sorta, ne da parte del Ministero stesso,
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nè da parte dei Reverendi di S. Emiliano allorquando venne loro fatto conoscere il progetto ; non potevamo in nessun modo esimerci dall' operare come operammo, senza urtare in una stupida contradizione, compatibile soltanto nelle persone idiote.

Veniamo ora a trattare delle pretese conseguenze di questa remozione.

Si legge nella nostra perizia quanto appresso:

«È pure importante far pratiche, per sapere con precisione il livello del pavimento della Chiesa, ideato dall'architetto Carimini, non potendosi ciò desumere da nessuna parte della fabbrica»

Or bene queste pratiche come Ella ben sa, non condussero a nessun risultato certo, e più che altro per la deplorevole morte repentina dell'architetto della nuova Chiesa.

Misurando e rimisurando con tutta diligenza lo spazio lasciato dal Carimini per collocare gli altari di Rocco, venimmo nella persuasione che quello mancava presso a poco di tanti centimetri, quanti sarebbero stati necessari per ricollocare il Calice sopra il suo piedistallo.

Forse che il Carimini non avvertì il vero posto del Calice?

Forse si riserbava stabilire il livello del pavimento della Chiesa, non appena si sarebbe posto mano a ricostruire l'antico monumento?

Non sapremmo che rispondere.

Il fatto è che nella parte superiore della parete destinata agli altari, cammina l'architrave della trabeazione del tempio, ed ecco il punto che non era lecito oltrepassare di troppo.
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Tenuta sempre ferma la necessità, artistica di collocare il Calice come finale superiore degli altari, lo spazio deficiente lo si doveva trovare per amore o per forza sterrando il suolo della Chiesa.

Così operando, si fece nessun danno nel senso dell'arte? Nessuno, nel campo economico?

Danno artistico no, perchè in una Chiesa in cui i supporti costituiti da pilastri e piè dritti delle arcate, formano un perimetro di metri 8,20 (! !) mentre l'altezza dei pilastri senza considerare i loro capitelli è di metri 7, 7; (! ! !) e l'altezza totale del tempio dalla navata centrale al suolo è di metri 14,80, tanto più viene abbassato il livello del pavimento, ed altrettanto si sviluppano i supporti, e di altrettanto tien diminuita quella inevitabile pesantezza che è conseguenza immediata del non aver tenuto conto di certe proporzioni; della qual cosa non intendiamo in nessun modo accagionare chicchessia., e molto meno l'illustre architetto Carimini, cui forse non fu possibile invigilare sempre di persona l'andamento della fabbrica, in caso diverso siam certi che egli stesso avrebbe ordinato l'abbassamento del suolo, non solo in riguardo al monumento di Rocco, ma anche pel migliore effetto artistico dell' opera sua, e per non esser costretto a creare scalini o dentro, o fuori della chiesa.

E poichè il creare scalini nell' interno tanto per salire che per discendere, è cosa che tutti giustamente cercano dì evitare, e poichè esternamente quando trattasi come nel caso nostro che la porta sta innanzi non ad un largo, ma ad una. via angusta, gli scalini stessi riuscirebbero incomodi, così non avemmo difficoltà d' indicare alla S. V. il nostro
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 pensiero, di partire cioè dal livello della soglia della porta principale di S. Emiliano, per istabilire definitivamente l'altimetria del pavimento, altimetria che ci permise di ricollocare intera la Cappella, collo scalino sotto il basamento, come trovavasi prima della sua scomposizione, ci permise altresì render agevole l'accesso nella chiesa.

La S. V. compresa della ragionevolezza del progetto, dette il suo consentimento.

Se poi si considera il fatto dal punto di vista economico, nemmeno per questa parte è il Caso di allarmarsi, perchè non trattasi di altro che di atterrare le volte dei sepolcri, sottoposti all'attuale piano della chiesa. Facile operazione che si può in gran parte effettuare senza tra-sporti di terra, operazione che renderà assai saldo il pavimento del tempio, che per avere un sotto suolo forte e compatto, sarà rimossa ogni cagione di avvallamenti, senza contare l'utile del materiale di laterizi che si recupereranno collo sterro. Tutto si riduce a riempire di terra le vuote sepolture.

Se finalmente piacesse aggiungere un altro scalino per sollevare ancor più il monumento, del che noi non vediamo il bisogno, non sarebbe nemmeno preclusa questa via, ed ecco come: abbassando il pavimento ancora di 12 o 15 centimetri, e abbassando di altrettanto la porta principale del tempio, si potrebbe, senza danno, anzi con vantaggio del-l'effetto generale della nuova fabbrica, ottenere l'attuazione di questa proposta. Ma dirà taluno : scalzando ancora per 15 centimetri i piloni e i muri di telaio, non si correrà, rischio minacciare la solidità del tempio?
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A meno che le fondamenta di questi piloni che hanno un perimetro di metri 8, 20. e dei muri della Chiesa, non siano di ricotta, non è possibile che le leggi statiche ne abbiano a patire detrimento. Ma ripetiamo che pur ritenendo il progetto possibile, non crediamo necessario attuarlo.

Non è parlando del pavimento del tempio, che ci siam permessi intrometterci in un campo non compreso nel nostro mandato, fu necessità delle cose da noi non create, delle quali per lo stretto rapporto che hanno col ricollocamento degli altari antichi, dovemmo di necessità occuparci.

Nella nostra perizia approvata dall' amministrazione della fabbrica, non che dal Ministero e dalla Commissione provinciale per la conservazione dei monumenti, si fece cenno anche della scelta degli artefici per la decomposizione e ripristinamento della Cappella monumentale.

Ed a lavoro compiuto, ci è grato significare alla S. V. che l'opera degli scalpellini Sig.i Guglielmetti, riuscì di piena nostra soddisfazione, tanto nel lavoro di scomposizione, quanto nella ricostruzione degli altari.

Furon sempre diligentissim i e prudenti. Anzi osiam dire che il monumento, per la maniera con cui venne ricomposto, si avvantaggiò non poco in solidità.

Cemento e calce di ottima qualità vennero messe in opera per connettere i blocchi. di pietra, sottili laminette di piombo furono collocate sotto le colonne e ovunque i ricalchi avrebbero potuto produrre danno alle varie parti della Cappella.
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Delle grappe in ferro ben fissate con piombo e zolfo e collegate al muro, ne fu messo in opera un numero di gran lunga maggiore delle antiche. Ed anche da questo lato non abbiamo che lodarci dei diligenti artefici, e siam certi che siano stati mossi non da lucro, ma dal nobile sentimento dell' amor proprio e dell' arte. Nè sarebbe giusto tacere della parte muraria che venne condotta con amore e diligenza somma.

Se mai taluno volesse prendersi diletto di esaminare il lavoro compiuto, il metodo per trovare il pelo nell' uovo è il seguente.

Si paragoni la fotografia prudentemente fatta fare prima della scomposizione degli altari, con quella degli altari ricostruiti che fra breve verrà pubblicata dai fratelli Alinari di Firenze, e il giuoco è fatto.

Questo è il metodo più certo ed efficace per illuminare per così dire anche i ciechi, fatta beninteso eccezione per coloro che non volendo vedere, impugnano la verità conosciuta, aggravando così la loro coscienza di un peccato contro lo Spirito Santo.

Ed ora, innanzi di por fine a questa ormai troppo lunga lettera, ci sia permesso trattenerla ancora sopra due altri punti, relativamente importanti, che in qualche modo si collegano coll'argomento principale.

I residui dell' affresco (La fuga in Egitto) ritrovatisi nel muro ove nel 1522 s' incominciarono a costruire gli altari di Rocco, come di certo non è sfuggito alla sua sagacia, hanno importanza storica ed artistica, che si connette come dicemmo colle memorie della monumentale Cappella;
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ci piace quindi cogliere la circostanza per farle calda raccomandazione affinchè quel dipinto venga distaccato e diligentemente conservato.

In secondo luogo, saremmo a lei tenuti se volesse indicarci il tempo in cui si dovrà intraprendere la costruzione in gesso del nuovo altare, da dedicarsi al Protettore della Città, come verbalmente si è convenuto, tanto per aver tutto l'agio di far compiere le riproduzioni di quei calchi, dei quali non abbiamo che la sola forma e per i quali s' incontrò una ragguardevole spesa.

Sorvolammo per non tediarla su tanti particolari, ma ove la S. V. avesse volontà di conoscerli, non mancheremo e a voce o in scritto ragguagliarla in tutto e per tutto del nostro operato.

Sembrandoci per tal nodo, il meglio che per noi si è potuto, d' aver corrisposto al suo desiderio, non ci resta che congratularci con la S. V. per aver condotto a fine un' o-pera eminentemente civile, restituendo integra al paese una importantissima opera d' arte, e di estendere simili congratulazioni a tutti coloro che la coadiuvarono nel nobilissimo proposito.

Intanto con rispettosa osservanza ci abbia suoi

Devotissimi

PROF. CAV. TITO BUCCOLINI

Direttore della Scuola profeosionale di Foligno
R. Ispettore degli Scavi e Monumenti

ING. ERCOLE ABBIATI

Professore di costruzioni

 

 

 

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