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L'altare di Mastro Rocco

nella chiesa di S.Emiliano

 

[ I numeri in grassetto  tra parentesi acute <  > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

 

 

D. AURELIO BONACA

 

 

L'ALTARE DI MASTRO ROCCO DI TOMMASO DA VICENZA

NELLA CHIESA DI S. EMILIANO IN TREVI

 

 

(CON DOCUMENTI INEDITI ED ILLUSTRAZIONI)

 

 

 

PERUGIA TIPOGRAFIA ECONOMICA 1934 - XII

 

 

Estratto dal Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria, per l’Umbria - Volume XXXI

 

ALLA VENERATA MEMORIA
DEI MIEI GENITORI

CON AFFETTO DI FIGLIO

 

 

 

Indice

   

I

L’Altare

Pag
 7
 
II

Quando e da chi fu costruito l'Altare.

11  
III L’autore delle statue 16  
IV Convenzioni tra la Confraternita e il Capitolo di S. Emiliano 18  
V Il doratore dell’Altare. Francesco Bernardini da Montefalco 20  
VI Decreto del Card. Maffeo Barberini 20  
VII Deturpazione dell'Altare 21  
VIII La porticina del Ciborio 21  
IX Come fu ritrovato il Tabernacolo di pietra 24  
X Ricostruzione del Tabernacolo 25  
XI Ricostruzione della Chiesa di S. Emiliano 27  
XII L'Altarino di S. Maria di Pietrarossa 32  
XIII Conclusione - Documenti 33  

 

 


 <7>

I.

L’Altare.

 

A sinistra di chi entra nella Chiesa Collegiata di S. Emiliano in Trevi e precisamente sotto una delle grandi arcate che sorreggono la cupola, è posta una Cappella, o, come si disse per il passato, un Tabernacolo, con ornati di straordinaria finezza. È opera di gran pregio di Mastro Rocco di Tommaso, da Vicenza.

L’intero monumento misura m. 7,26 di lunghezza e m. 8,83 di altezza; è diviso in tre scomparti, ognuno dei quali comprende un Altare; il principale, che sta nel centro, è dedicato al SS. Sacramento, quello a destra alla Madonna e quello a sinistra a S. Giuseppe. I due laterali formano avancorpo e sono alquanto più piccoli di quello centrale.

Il basamento di ogni Altare è formato da tre specchi ornati a bassorilievo con testine e con figure di mostri fantastici, deità marine, sirene, delfini, ecc. Ornati a piccolo rilievo formano la cornice di questi riquadri. Tutti gli specchi sono diversi, nè le figure e gli ornati di uno rassomigliano a quelli di un altro. In quest’opera meravigliosa, l'artista ebbe cura di non ripetersi mai e le singole parti, perfino le più minute, variano sempre le une dalle altre.
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Dal piano delle mense si elevano quattro colonne di ordine corintio, che sorreggono la trabeazione degli Altari laterali. Queste colonne sono decorate con bassorilievo damaschinato così fine da dare quasi l'impressione che esse siano rivestite con lavori usciti dalle mani della più provetta ricamatrice. Ogni colonna ha decorazioni del tutto proprie. La base lateralmente ha dei bassorilievi, ma sulla faccia anteriore sono riprodotte delle figure a mezzo busto; nell’Altare di destra sorridono le delicate figure di due fanciulle, mentre in quello di sinistra appaiono le figure di due giovanetti. Le colonne sorreggono un timpano poggiato sopra una cornice a dentelli. Tra l'una e l'altra poi si aprono due nicchie, che accolgono a destra la statua della Madonna e a sinistra quella di S. Giuseppe. Le due nicchie terminano con arco a tutto sesto; la calotta di destra ha prospettiva lacunare, mentre quella di sinistra è divisa in scomparti geometrici con rosoni.


TREVI - Chiesa di S. Emiliano
Altare di Mastro Rocco di Tommaso da Vicenza

 

Le due statue sono policromate e dorate e furono scolpite nella stessa qualità di pietra degli Altari, ma, come vedremo, non sono opera di Mastro Rocco. Lo zoccolo su cui poggiano le statue e che forma lo sfondo degli Altari ha finissimi bassorilievi.

Tra i timpani dei due Altari e la trabeazione sorretta dalle colonne gira una grande fascia, che attraversa anche l'Altare centrale e sulla quale è incisa la seguente iscrizione:
HAS TREIS SACELLI ARAS ET NVMINVM IMAGINES COLLEGIVM DEITATIS HVMANAE PIIS MANIBVS FACIENDAS CVRAVIT.

Il chiamare “aras” gli Altari, “numina” le immagini della Madonna e S. Giuseppe ed infine “Collegium Deitatis Humanae” la Confraternita del SS. Sacramento è indice sicuro che fu un umanista a dettare l'iscrizione.

L'Altare centrale è il più grande e il più riccamente ornato. Sopra uno zoccolo a bassorilievo si eleva quello che costituisce la vera Cappella o Tabernacolo.
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Un pochino dietro alle colonne interne degli Altari laterali e ben distinti da esse si elevano due pilastri terminanti con capitelli di ordine corintio e finemente ornati.

Nel centro dell’Altare vi è il Ciborio, che ha forma di tempietto. Due colonnine corintie sorreggono il timpano, sotto il quale sono incise le parole: O SACRAMENTVM PIETATIS. Intorno alla porticina sorridono otto testine di Serafini disposte in modo da apparire tre per ogni lato; quattro Angioli oranti, bellissimi per l’espressione e per le movenze, stanno ai fianchi del tempietto.

Lo sfondo al di sopra del Ciborio è diviso in tre scomparti da quattro pilastri, i due più interni dei quali portano tutti gli emblemi della Passione del Signore. In ognuno dei due scomparti laterali vi sono tre magnifiche testine di Serafini alati; e altre due figurano in quello centrale, mentre in origine in quello spazio campeggiava il magnifico Calice che fu malamente relegato in altra parte del monumento e del quale parleremo più avanti. Le testine sostituite al Calice sono brutte, una è perfino di stucco, e stanno malissimo vicino alle altre che sono veramente belle.

La lunetta superiore è divisa in nove raggi o scomparti decorati con Calici con Ostia sovrapposta ed altrettanti Serafini alati; i Calici ed i Serafini fanno bella corona al Nome di Gesù, che sta nel mezzo. Nell'archivolto della lunetta sono dei riquadri a rosoni e ricciute testine di Serafini alati.

Due graziose figure muliebri, incorniciate da bellissimi ornati, riempiono gli spazi tra la cornice della lunetta e due pilastrini che sorreggono due cornici, tra l'una e l’altra delle quali si leggono queste parole:

SVM PANIS VIVVS QVI DE CELO D.

Il tutto termina in alto con una cimasa in cui campeggia la figura benedicente dell’Eterno Padre.


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In quest'opera di Mastro Rocco domina il numero tre e ritengo che l’artista abbia voluto adombrare nel suo lavoro il Mistero della SS. Trinità. Tre sono gli Altari, ma essi formano un sol corpo, un solo Tabernacolo. Tre specchi diversi tra loro formano l'unità del basamento di ogni Altare. Tre sono gli scomparti nell'Altare centrale, al di sopra del Ciborio, e in ognuno dei due laterali sorridono tre testine di Serafini, ma tutto serve a far corona al Ciborio, e, quando c'era, al Calice. In ogni lato della porticina del Ciborio sorridono tre Serafini alati. La lunetta al di sopra dei tre scomparti ha nove Calici e nove Serafini, ma essi sono là come per mettere in gran risalto il Nome di Gesù. In cima a tutto questo, come ultima sintesi, come espressione ultima di tutta l’opera sta la figura di Dio Padre, Dio Uno e Trino. É evidente quindi che Mastro Rocco, nell'eseguire un Monumento che doveva accogliere il Corpo del Signore, volle dare all'opera sua un’impronta mistica, un significato tale da glorificare uno dei Misteri principali di nostra Religione.

Quest’opera meravigliosa ebbe anch'essa le sue vicende e il posto in cui oggi si ammira non è quello in cui il suo autore la pose. Mi è sembrato perciò interessante radunare tutte le notizie che a questo Monumento si riferiscono, anche per dimostrare come i miei concittadini abbian sempre tenuto alla conservazione dell’opera, con quel senso artistico, che li ha sempre distinti nel corso dei secoli (1).

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(1) Le notizie che seguono sono state tratte, in massima parte, dall'Archivio della Confraternita del SS. Sacramento. Nel gennaio del 1917 feci la proposta di formare un «Archivium Ecclesiasticum» con tutto il materiale, spesso interessantissimo, conservato nelle varie Sacrestie. Per ragioni diverse l’iniziativa non ebbe attuazione, ma ho fiducia che la presente pubblicazione faccia apparire l'importanza che avrebbe un “Archivium Ecclesiasticum”, e che la mia proposta del 1917 sia riesaminata ed attuata, sia pure da altri.

 
<11>

II.
Quando e da chi fu costruito l'Altare.

 

Nel 1503, nella Chiesa Collegiata di S. Emiliano, fu eretta la Confraternita del SS. Sacramento per opera del Padre Ambrogio da Mortara, Canonico Lateranense e Superiore del Convento detto della Madonna delle Lacrime presso Trevi (1). Essendo cura principale della nuova pia istituzione il culto del Santissimo Sacramento, coloro che ne erano a capo pensarono fin da principio al modo di erigere una Cappella, o almeno un Altare in cui il Corpo del Signore potesse trovare degna residenza. Difficoltà non ne dovettero certo mancare, sia perchè la Confraternita non aveva i mezzi per far fronte alla spesa, sia perchè era necessario salvaguardare i diritti del Capitolo della Collegiata. Ma tutto fu superato.

Già prima del 1520 una pia signora (2) di nome Virginia Procacci lasciò, con suo testamento, trecento fiorini alla Confraternita per la costruzione di una Cappella. I Frati Francescani di S. Martino, istituiti eredi, versarono la detta somma in più volte.

Mi è stato impossibile trovare il testamento della pia donatrice, anche perchè, non esistendo nell’Archivio Notarile

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(1) La Bolla di erezione si conserva nell’Archivio della Confraternita.

Per il Santuario della Madonna delle Lacrime vedere lo splendido libro del Conte Dott. TOMMASO VALENTI, La Chiesa monumentale della Madonna delle Lacrime a Trevi (Umbria), Editori Desclée e C., Roma, 1928.

(2) In un antico libro conservato in Archivio e intitolato: Libro di memorie et ordini della Compagnia del SS. Sacramento in Trevi e contradistinto con la lettera A, a pag. 24 è scritto: “Circa l’anno 1520 ovvero... la signora Virginia ossia Eugenia di Niccolò di Protasio lasciò alla Compagnia del SS. Sacramento fiorini trecento per fare una Cappella per testamento del notaro Messer Francesco di Messer Gregorio. Li Frati di S. Martino furono istituiti eredi dalla suddetta e sborsarono in più volte la d. somma”.


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di Trevi gli atti di un notaio di nome Francesco di Gregorio, che fu quello che raccolse le ultime volontà della Procacci, non ho saputo dove rivolgere le mie indagini. Negli atti del notaio trevano Francesco Lucarini(1) trovo però che al 24 ottobre 1519 i Frati di S. Martino nominarono il loro procuratore nella persona di Perdonato Macharoni per prender possesso della eredità ed è detto che il notaio che rogò il testamento si chiamava Ser Francesco de Canutis, ma non si accenna nemmeno alla nostra Confraternita. In ogni modo dall'atto del Lucarini si ricava che la donazione era avvenuta già prima del 1519 e che il vero nome della testatrice è quello di Virginia Procacci.

Venuta ormai in possesso della rilevante somma di fiorini trecento e risolta così in parte la prima difficoltà, in data 19 agosto 1521, la Confraternita, per mezzo dei suoi rappresentanti, stipulò un contratto con Mastro Rocco di Tommaso, da Vicenza, che allora dimorava in Foligno. La Confraternita era rappresentata da tredici persone, alcune delle quali appartenenti alle più nobili famiglie di Trevi. Luzi, Petroni, Poli, Chini, Origo, Valenti eran famiglie nobili per discendenza, per censo e per le numerose aderenze di cui godevano. Alcune sono ora estinte, altre emigrarono in altre città; a Trevi presentemente rimane solo la illustre Famiglia dei Conti Valenti.

Mastro Rocco era allora «habitator Civitatis Fulgineae», come dice il contratto rogato il 19 agosto 1521 per mano del notaio Ser Andreangelo di Piermarino(2). L’illustre scultore aveva già eseguito lo splendido Altare in S. Maria

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(1) Archivio Notarile di Trevi, Atti di Ser Francesco Lucarini, Tomo  442, pag. 78 a tergo.

(2) Questo contratto fu pubblicato in parte nel Giornale di Erudizione Artistica dal Prof. ADAMO Rossi in uno studio intitolato Mastro Rocco nell'Umbria. Ho creduto però opportuno parlarne qui e riportarne il testo in fondo a queste memorie, per presentare al lettore un quadro completo di quel che riguarda il Monumento di Trevi.

 


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di Spello, e la fama di quest'opera, giunta fino a Trevi, era stata forse la ragione per cui egli fu chiamato ad eseguire il progettato lavoro. Nessuna notizia ci rimane intorno alle trattative corse tra gli interessati e lo scultore; non ci resta altro che il contratto. Ci manca perfino qualsiasi accenno sull'esecuzione del lavoro e sulla permanenza di Mastro Rocco a Trevi. Quindi dobbiamo credere che le condizioni stabilite nel contratto siano state fedelmente eseguite e che nulla di notevole abbia segnato il tempo in cui lo scultore fu in questa nostra città.

Mastro Rocco si impegnò di costruire un Altare grande con due Altari aderenti «secundum quoddam designum et cum columnis intagliatis in preta alba, quae preta sit secundum ciborium factum in S. Maria de Spello». Questa pietra bianca non è altro che la pietra di Assisi, chiamata volgarmente caciolfa. Nel contratto è indicato anche chiaramente il luogo in cui il Monumento doveva sorgere, e precisamente “in loco ubi extant capella D.ni Thomae Dorii et capella juspatronatus haeredis D.ni Gregori D.ni Petroni de Trevio». Il posto preciso non può oggi stabilirsi, perchè la Chiesa di S. Emiliano fu ricostruita, non conservò l'antica forma e l'Altare di Mastro Rocco ebbe una collocazione diversa da quella di prima. Sembra ad ogni modo che gli Altari siano stati presso a poco dove oggi sorge il Monumento votivo al Redentore.



TREVI - Chiesa di S. Emiliano
Particolare dell' Altare di Mastro Rocco di Tommaso.

Il prezzo pattuito tra Mastro Rocco e la Confraternita fu di 630 fiorini e fu stabilito che il lavoro non dovesse esser terminato oltre i quindici mesi, che il trasporto della pietra fosse a carico dell’artista, il quale doveva osservare anche questa condizione: «Compositio dictarum columnarum et aliarum rerum necessariarum ad dictas capellas fiat per ipsum magistrum Rochum eo semper praesente”. Le parole «eo semper praesente» fanno intendere come Mastro Rocco fosse circondato da artisti da lui dipendenti, ai quali era affidata la esecuzione dei lavori disegnati dal «Magister».


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E che così fosse, oltre quanto diremo a proposito delle due statue di S. Giuseppe e della Madonna, lo denota il fatto che fu ritenuto a spese della Confraternita “unus magister longobardvs”. Chi era questo artista? Notizie precise non ne possiamo dare, ma possiamo stabilire che fosse un bravo scultore, visto che Mastro Rocco se ne servì e gli affidò il finissimo lavoro che oggi ammiriamo. Egli apparteneva certamente a quella schiera di Lombardi che fin dal secolo precedente percorrevano la nostra regione per esercitarvi la scultura e l'architettura(1).

Le condizioni di pagamento pattuite tra la Confraternita e Mastro Rocco furono le seguenti: la Confraternita aveva facoltà di far collaudare il lavoro da due tecnici, e se questi avessero stimato che la somma stabilita era troppo alta, Mastro Rocco avrebbe avuto quello che dicevano questi due: «si minus extimaretur quam dictum est, illud habeat» se però il parere dei tecnici avesse stimato una somma superiore, allora si doveva stare al contratto: «si plus extimaretur non habeat nisi illud quod supra inter nos conventum». La Confraternita poi riteneva cento fiorini da pagarsi dopo il collaudo, ma «post perfectam capellam”. Era poi in facoltà della Confraternita poter pretendere «depositum pro praedictis

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(1) Opere di questi artisti lombardi sono certamente i magnifici portali e le belle finestre cinquecentesche che ancora si conservano, come in alcune case dei Conti Valenti, in casa Bartolini, in quelle Natalini, Giovannini, Fioretti, ecc. Alcuni camini molto ben lavorati, come quelli nelle case Centamori, Maggiolini, ecc., devono essere attribuiti, secondo me, ad essi.

Fin dal 26 novembre 1470 Mastro Baldassarre di Giorgio da Como aveva stipulato il contratto per la costruzione del Convento di S. Martino. Più tardi, nel 1629, Mastro Antonio e Mastro Pietro Giacomo, lombardi anch'essi, costruirono la bella porta della Chiesa Parrocchiale di S. Lorenzo presso Trevi. Nel 1640 apparisce a capo dei lavori di quella porta un Maestro Diofilo, pure lombardo, il quale riscuoteva i danari anche per conto dei compagni. (Dai libri di amministrazione della Confraternita del SS. Sacramento in S. Lorenzo).


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 observandis in civitate Fulginei vel Terra Trevii”. A carico della Confraternita era solamente «magisterium facere suis expensis», cioè le spese di messa in opera. Mastro Rocco si obbligava a fare anche il chiusino per la tomba da costruire.

Eran condizioni un po’ forti che venivano fatte a Mastro Rocco, ma se egli le accettò è da supporre che era sicuro che la somma pattuita era giusta.

L'insigne scultore ricevette dalla Confraternita il denaro un poco alla volta; egli accettava in conto anche generi alimentari, come olio, uova, formaggio, grano, cose diverse e vino (1).

Quanto tempo fu impiegato per compiere l'Altare? I quindici mesi stabiliti nel contratto furono sufficienti ? Se i piccoli acconti ricevuti dall’artista e per i quali rilasciava quietanza dovessero esser la prova del tempo impiegato per il lavoro, dovremmo concludere che non bastarono cinque anni; infatti l'ultima quietanza, che ci rimane, è del 2 giugno

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(1) Archivio Notarile di Trevi, Atti del notaio Piermarco di Marco Ulmi, Tomo 230, f 54; id., f. 79 e f. 91 a tergo; id., Tomo 232, f. 96. Il Sig. Conte Dott. Tommaso Valenti, appassionato ricercatore di cose storiche trevane, ha ritrovato, nell’Archivio Notarile di Trevi tra gli Atti del notaio Ulmi, ben dieciassette ricevute rilasciate da Mastro Rocco.alla Confraternita. Mi è grato porgere all'illustre studioso i più vivi ringraziamenti per la cortesia usatami indicandomele. Queste ricevute però non sono tutte; l'ultima è del 2 giugno 1526, nel qual giorno Mastro Rocco aveva complessivamente ricevuto 599 fiorini e due bolognini; dall'insieme apparisce chiaro che la Confraternita aveva rinunziato a trattenere i cento fiorini da pagarsi dopo il collaudo. Manca la ricevuta finale; quelle che rimangono sono le seguenti: Atti notaio Ulmi, 26 marzo 1523, Tomo 230, f. 46 a tergo; 1° aprile 1523, id., f. 62; 3 marzo 1524, Tomo 231, f. 35 e 36; id., f. 40 a tergo; id., f. 42 a tergo; id., f. 54; id., f. 61 a tergo; id., f. 62; id., f. 79; id., f. 91 a tergo; id., f. 92; id., f. 100; id., f. 101; id., f. 132 a tergo; id., Tomo 232, f. 96; id., f. 108; id., Tomo 225, f. 163. Risulta che, secondo l'uso del tempo, Mastro Rocco ricevette in conto anche olio, vino, uova, formaggio, ecc.


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1526. Ma molto probabilmente l'opera fu compiuta in molto minor tempo e lo scultore si contentò di prendere il danaro un poco alla volta, quando la Confraternita poteva dargliene.

 

III

L’autore delle statue.

 

Si è ritenuto fino ad oggi che le due statue della Madonna e di S. Giuseppe, la prima posta nell'Altare di destra e l'altra nell'Altare di sinistra, fossero opera dello stesso Mastro Rocco. Veramente all’osservatore attento saltano subito in evidenza alcune particolarità che fanno sospettare che ad altra mano ed altro scalpello si debbano attribuire quei due lavori. Però fino ad oggi sono mancate prove sicure per stabilire l'autore delle due statue ed è questa la ragione per cui si è seguitato a ritenere che a Nastro Rocco dovesse attribuirsi la paternità del lavoro o almeno del disegno.

Diciamo subito che le due statue non sono due capolavori. Sono scolpite nella stessa qualità di pietra dell’Altare e misurano m. 1,80 di altezza.

La Madonna ha un volto grossolano e siamo molto lontani dai bei visi che in quel secolo furono tanto bene riprodotti. Ha la pettinatura alla maniera usata nel 1500, veste una tunica succinta con sopra un ampio manto; ai piedi porta i sandali. Il Bambino che la Madonna tiene sulle braccia è nudo e non è bello.

S. Giuseppe è raffigurato piuttosto giovane con barba. Si appoggia ad un bastone, veste una tunica ed un mantello che gli arrivano fino al ginocchio ed ai piedi porta i calzari, in modo però che buona parte della gamba rimane nuda. L'espressione del volto è fredda; la statua si direbbe rappresentare un pastore piuttosto che S. Giuseppe.


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Ma chi è adunque l’autore di queste statue(l)?

Il 20 giugno 1524, nella piazza di Trevi, di fronte alla porta della Cancelleria, che corrisponde ali’odierno Archivio Notarile, si radunarono Felice Luzi e Petronio Petroni in rappresentanza della Confraternita del SS. Sacramento e «Magister Mathias magistri Gasparis de Como». Oltre i testimoni ed il notaio era presente anche Mastro Rocco quale garanzia fra i contraenti. Fu stabilito che Mastro Mattia (in qualche atto si legge Matteo) (2) facesse due statue «in lapidibus scultas», una. della Madonna ed una di S. Giuseppe oppure di S. Giovanni, a volontà dei due rappresentanti la Confraternita. La pietra doveva esser cavata e trasportata a cura della Confraternita, ma prima del trasporto lo scultore “tenetur sgrossare sive sbrozare taliter quod portavi possint». Il lavoro doveva esser finito dentro l'anno e qualora la peste, che in quel tempo infieriva, avesse impedito di poter lavorare tranquillamente, le pietre dovevano essere trasportate “in loco non suspecto”. Il prezzo pattuito fu di 18 ducati d'oro per la statua della Madonna e di 12 ducati d'oro per l'altra, da pagarsi a lavoro compiuto. Inoltre la Confraternita si obbligava “dare et tradere dicto magistro cameram et lectum et unam barile vini quolibet mense». Mastro Rocco garantiva che il lavoro sarebbe stato eseguito bene e regolarmente pagato. A margine dell’atto è aggiunta una clausola che contempla il caso in cui lo scultore venisse a morire prima della fine del lavoro.

In seguito, nonostante la garanzia di Mastro Rocco e benchè la Confraternita avesse anche dato degli acconti,

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(1) Anche l’atto stipulato tra la Confraternita e Mastro Mattia mi fu indicato dalla squisita cortesia del Sig. Conte Dott. Tommaso Valenti. Quest'atto fu rogato dal notaio Piermarco di Marco Ulmi, Tomo 231, f. 92 e seg. (Archivio Notarile di Trevi).

(2) Detto Archivio, Atti del notaio Piermarco di Marco Ulmi, Tomo 231, f. 133; Atti del notaio Giammaria De Angelis, Tomo 471, f. 251 e seg.


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Mastro Mattia sembra dovesse dubitare della solvibilità della: Confraternita stessa, la quale il 30 settembre dovette regolarmente depositare dei pegni presso il Priore di S. Emilian D. Ottaviano di Giovenale (1).

Tale in breve è il contratto, ma da esso non si apprende davvero chi fosse “magister Mathias de Como». Il contratto lo dice “in arte peritus», ma questa espressione può soltanto indicarci che egli era notoriamente conosciuto come bravo artista. Nella ricevuta rilasciata alla Confraternita il 3 luglio 1524 (2) è detto “scultore et scarpellinus” ed in altra del 17 settembre (3) “sculptor et carpentarius”, ma nessun altra notizia ci è dato poter ricavare. Certo è che egli non era solo, ma aveva con sè, oltre alcuni di quegli artisti lom bardi, di cui abbiamo già parlato, anche il fratello Bene detto che troviamo nominato in parecchi documenti (4) e che lavorò certamente con Mattia intorno alle statue.

Per quanto non trattisi di grandi artisti, pur tuttavia essi non sono disprezzabili e le due statue, benchè non raf finate e poco espressive, non disdicono alla bellezza e alli severità dell'opera monumentale di Mastro Rocco.

 

IV
Convenzioni tra la Confraternita e il Capitolo di S. Emiliano

 

La Confraternita del SS. Sacramento doveva costruir( in casa altrui, cioè nella Chiesa Collegiata di S. Emiliane e quindi era necessario stabilire dei patti chiari con il Capitolo

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(1) Atto del notaio Gianmaria De Angelis, Tomo 471, f. 251 e seg

(2) Atto di Piermarco di Marco Ulmi, Tomo 231, f. 101 e 102.

(3) Id., f. 133.

(4) Stesso notaio e stesso Tomo, f. 79, ricevuta di Mastro Rocco del 26 maggio 1524; id., f. 101, ricevuta di Mastro Rocco del 3 luglio 1524: id., f. 101 a tergo e f. 102, ricevuta di Mastro Mattia rilasciata nello stesso giorno.


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prima che si cominciasse a mettere a posto il nuovo lavoro. Fu certamente discusso tra Capitolo e Confraternita, e in data 19 settembre 1522 furono definitivamente fissate le convenzioni in precedenza stabilite (1).

Prima però di questo atto, altre condizioni dovevano essere state stipulate, ma a noi non ne rimane altro che un cenno nel documento che stiamo esaminando, nel quale è detto: “Cappella erigenda et construenda sub nomine et titolo Sacratissimi Corporis Christi fiat et erigatur et construi debeat in dicta Ecclesia S. Emiliani in loco descripto, posito et citato et alias concesso, prout patere dicitur manu ... pub. not. inde rogati». Manca il nome del notaio, che forse era ignorato dagli stessi interessati; ogni altra ricerca riesce quindi vana.

Con l'atto del notaio Valerio De Septis furon pertanto stabiliti “voluntate, commissione et consensu R.mi in Xto Patris D.ni Francisci Eruli Episcopi spoletane dioecesis” i seguenti patti:

Il Santissimo doversi conservare sempre nell’Altare costruito da Mastro Rocco; il Capitolo dover mandare un Chierico ad accompagnare il Santissimo quando si porta agli infermi; la Confraternita poter costruire una tomba avanti all'Altare e poter tenere una cassetta per raccogliere elemosine ad esclusivo suo vantaggio, eccettuati i doni in comestibili da mandarsi a beneficio del Capitolo; la Confraternita poter nominare un Cappellano ed il Capitolo dover concedere una camera per le adunanze dei Confratelli.

Dopo fissati questi punti, è da credere che tra la Confraternita ed il Capitolo non ci fosse altro da dire per quel che riguarda il nostro Monumento.

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(1)Atti del notaio Valerio De Septis, Tomo 305, f. 197 e seg. Gli Atti sopra citati esistono tutti nell’Archivio Notarile di Trevi.


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V

Il doratore dell’Altare.
Francesco Bernardini da Montefalco.

 

In un vecchio e sgualcito libro del 1579 nel quale sono scritte memorie, partite di amministrazione, ecc. conservato nell'archivio della Confraternita, troviamo notizia che il Tabernacolo intero fu anche ornato con dorature. Non si può stabilire se era nella mente di Mastro Rocco far dorare il suo lavoro, ma è certo che nel 1579 si dovette fare cosa non indegna del monumentale lavoro, a giudicare almeno dalle poche dorature rimaste, quali sono quelle delle due statue degli Altari laterali e quelle del magnifico Calice confinato proprio nella parte più alta della Cappella. Il doratore si chiamava Francesco Bernardini o Berardini; di lui sappiamo soltanto che era di Montefalco, che percepì 86 scudi e che fece il lavoro in tre riprese.

 

 

VI
Decreto del Card. Maffeo Barberini.

 

Nell'anno 1610, il giorno 27 settembre, il Card. Maffeo Barberini, Vescovo di Spoleto e poi Papa col nome di Urbano VIII, venne a Trevi per fare la Sacra Visita. Egli vide il monumentale Altare, esaminò il Ciborio, constatò che per l'umidità le Sacre Specie si corrompevano ed ordinò che si costruisse un nuovo Ciborio in legno per conservare il Santissimo (1).

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(1) La maggior parte del Decreto riguarda le Processioni. Si conserva ancora l'originale con la firma ed il bollo del Cancelliere nell'Archivio della Confraternita.


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Il Decreto ordinava di “tirare inanti” e di “ingrandire la muraglia” e ciò indica chiaramente che anche in questo caso il Barberini seguiva quei concetti che eran propri dei suoi tempi e che gli fecero rovinare tante opere belle. Ma per allora l’altare di Mastro Rocco non sembra sia stato molto rovinato; i dirigenti la Confraternita si limitarono a coprire il magnifico Ciborio di pietra con un altro di legno. Infatti il 18 aprile 1612 risulta soltanto la spesa per fissare il Tabernacolo di legno mediante “una cavicchia di ferro”.

 


VII.
Deturpazione dell'Altare.

 

Ma anche contro l'opera di Mastro Rocco doveva infierire la barbarie e questo avvenne nel 1733. Nel 1612 si era posto avanti al Tabernacolo di pietra un altro Tabernacolo di legno, ma si rispettò tutto; unico insulto apportato allora al Monumento fu l'amputazione dei piedi degli Angioli preganti ai lati del Ciborio di pietra; il barocchissimo Ciborio di legno doveva trovar posto assolutamente, anche se si fossero dovute distruggere completamente quelle stupende figure ! Ma nel 1733 fu addirittura sfregiato il magnifico Monumento. Il vecchio Ciborio di legno non piacque più e se ne volle fare un altro più grande e, nell'intenzione di chi faceva eseguire il lavoro, più bello e maestoso, ma in realtà forse più barocco e più brutto del primo. Il Ciborio di pietra, di costruzione così bella e fine, fu tolto via insieme alle parti ad esso soprastanti, e questo delitto fu commesso per costruire una nicchia in cui collocare un Ciborio di legno. Nel libro di amministrazione del tempo si legge: “A dì 1 luglio 1733 si è speso per fare una nicchia nella Cappella del SS.mo Sacramento baj. sessanta otto e anco fare lavare la medema cappella per collocarci il ciborio novo
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«come apparisce da bolletta sottoscritta”. Non furon contenti i massacratori di quell'opera meravigliosa di asportarne una delle parti più belle, vollero anche lavare la Cappella. E questo deve certo significare che furon portate via la tinta di bronzo che la Cappella ebbe fin dal principio e le brillanti dorature a mordente che Francesco Bernardini vi aveva profuso nel 1579.

Il Cav. Prof. Tito Buccolini, Direttore delle Scuole Professionali di Foligno, e l'Ing. Ercole Abbiati nel Rapporto che fecero al Rev. D. Giuseppe Agostini, Priore della Collegiata di S. Emiliano, in merito alla ricomposizione degli Altari dopo ricostruita la Chiesa, credono che le dorature fossero opera dello stesso Mastro Rocco e che siano state asportate nel 1851 (1). Ma abbiamo visto già chi fu il doratore, il quale operò parecchi anni dopo chee il lavoro fu compiuto, e possiamo affermare con sicurezza che nel 1851 nulla si fece che non tornasse di decoro per un'opera così insigne.

In una memoria manoscritta del Can. Francesco Mariani si legge che “qualche parte dello Altare della Madonna e della Cappella principale essendo stata in tempo antico colorata di rosso e qua e là irregolarmente dorata produceva nell'insieme un disaccordo». E il disaccordo lamentato dal Can. Mariani devesi appunto al fatto che con la lavatura del 1733 furon soppresse molte dorature e colorazioni, ond'è che sembrava poi che la doratura fosse stata fatta irregolarmente. Data la somma rilevante spesa nel 1579, dato il lungo tempo impiegato da Francesco Bernardini nel porre le dorature, non si può supporre che siasi allora fatta

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(1) Ricomposizione della Cappella di Mastro Rocco da Vicenza esistente in S. Emiliano a Trevi. Rapporto dei sopraintendenti al lavoro, Foligno, Stabilimento Giov. Tomassini, 1891.


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una cosa irregolare. Certo è quindi che fu il 1733 l'epoca in cui furon tolti via quasi tutti gli ornamenti in oro(1).

Ma quali possono essere state le ragioni per sopprimere quelle ricchezze di colori e di dorature? «Per collocare il ciborio novo» dice il citato libro di amministrazione, e quelle parole stanno ad indicare che volevasi ad ogni costo dare gran risalto al nuovo Ciborio che con i suoi fregi barocchi e pesanti, con le dorature vivissime doveva sembrare un qualche cosa di meraviglioso al depravato gusto artistico di quei tempi.

Il nuovo Ciborio costò scudi 38 e baiocchi 98, come rilevasi dal libro di amministrazione, somma certo rilevante per quei tempi. Autore ne fu un tal Gioacchino [Grampini?] da Foligno, che è detto scultore, ma che doveva essere piuttosto un intagliatore.

Quando nel 1851 si riparò, come vedremo, allo sfregio apportato al monumentale lavoro di Mastro Rocco, il Ciborio di legno fu venduto per scudi 14,75, come afferma il Can. Mariani, all'Ospedale di Trevi e fu collocato nella Chiesa di S. Domenico. Si può ancora oggi vedere nella Cappella del pio Istituto.

  
VIII.
La porticina del Ciborio.

 

Nel Ciborio di pietra asportato esisteva una porticina di metallo, ed è facile supporre che dovesse essere molto ben lavorata, perchè opera dello stesso Mastro Rocco. Nel 1761 fu venduta ad un fonditore di campane.

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(1) Nel 1851, sotto la guida dell’Ing. Sabatino Stocchi, al fine di dare all’Altare una colorazione uniforme e per cancellare i resti dei guasti fatti nel 1733, si lavò ogni pezzo con una soluzione di acido nitrico molto diluita. Certo sarebbe stato meglio rimettere allo stato primitivo anche le dorature, ma la Confraternita non aveva mezzi e dovette contentarsi di scoprire con l'accennata lavanda “il colore naturale della pietra”. Vedi la citata Memoria del Can. MARIANI.


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«A di 10 maggio 1761. Ricavati scudi sei e bajocchi novanta delli sei candelieri d'ottone antichi ed alcuni rotti venduti con licenza delli Visitatori del Vescovo e detti candelieri pesorno libbre trenta sette meno tre once venduti a Carl'Antonio Pietrolini Campanaro (1) per il prezzo di bajocchi quindici la libbra, come anche gli fu venduta una porticina d’ottone del Tabernacolo Antico di pietra, che detta porticina pesò libre nove ed oncie tre il tutto pesato in presenza del Sagrestano Giuseppe Gradoni, che in tutto furno libre quaranta sei d'ottone al sud.° prezzo, dico in tutto scudi 6,90. E del sud.° danaro sono stati fatti altri sei candelieri, come si dice a libro d’uscita a carte 15»

 

Così ci narra il libro di amministrazione del 1761 e in tal modo scomparve un gioiello quale doveva essere certamente quella porticina.


IX
Come fu ritrovato il Tabernacolo di pietra.

 

Le pietre tolte dall' Altare furono portate nel fondo di uno stabile della Confraternita e quivi dimenticate; fortunatamente non furono distrutte, come tante volte è avvenuto. Quello stabile fu venduto il 17 dicembre 1805 ad un tal Gaspare Cruciani da Trevi(2). Il contratto dice che quello stabile era posto «in contrada S. Bartolomeo presso la strada», e che fu venduta al Cruciani anche «una stanza ad uso legnara separata dalla casa, ma poco distante ». Nel

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(1) In Trevi è esistita fino ad una trentina di anni fa una fonderia di campane. Questa fonderia, come si vede, era antica e doveva essere di una certa importanza; sarebbe interessante ricercarne la storia. Esiste ancora una strada denominata Via della Fonderia.

(2) Archivio Notarile di Trevi, Atti del notaio Filippo Mascitelli


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1837 il Cruciani volle ripulire la sua legnara e pensò di portar via i sassi e le pietre che vi erano stati accumulati. Visto però che alcune di quelle pietre erano ben lavorate, chiamò ad esaminarle l'esimio Ing. Sabatino Stocchi da Trevi, uomo studioso ed amante di quanto potesse tornare a decoro della patria sua. L’ottimo Ingegnere aveva più volte cercato (come ce ne assicura il Canonico Mariani) l'antico Ciborio e perciò fu lietissimo di poterlo ora trovare in quelle pietre che il Cruciani gli mostrava. Corse immediatamente ad avvisare del fatto il Priore della Confraternita, che era appunto il Can. D. Francesco Mariani, il quale si dette subito premura per ricuperare quel prezioso materiale, dando al Cruciani «una tenue regalia».


X.
Ricostruzione del Tabernacolo.

 

Il Can. Mariani, affezionatissimo alla Confraternita di cui era Priore, ci lasciò una minutissima relazione di quanto poi si fece per rimettere a posto le pietre ritrovate, relazione che è necessario trascrivere nella parte più interessante (1):

“Il prenominato Sig. Ingegnere, dopo quella epoca,non cessò dallo insistere che il rinvenuto Ciborio si riponesso al suo luogo e ricompletare così la magnifica opera dello esimio artista Rocco da Vicenza, addimostrando che ciò (!) mediante un tempietto di legno da esso ideato sisarebbe ottenuto il Ciborio scevro da quegli inconvenienti,che avevano dato causa alla sua remozione. Siccome lo

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(1) Memoria sul grandioso Tabernacolo ossia Cappella del Sacramento nella Chiesa Collegiata di S. Emiliano di Trevi, manoscritto conservato nell’Archivio della Confraternita. Il Can. D. Francesco Mariani fu per lunghissimi anni l'affezionato Priore della Confraternita; morì il 1° luglio 1880.


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intero prospetto del Ciborio dopo ricollocato al suo posto non avrebbe potuto in alcun modo rimuoversi per applicarvi posteriormente un credenzino di legno, così lo Ingegnere Sig. Stocchi ideò il modo di comporre nel vano del muro posteriormente conformato una cassetta di legname di pianta ottagona con tanti pezzi da introdursi dal vano della porticina che trovasi aperto nel pezzo principale del prospetto di pietra. Laonde premessa la risoluzione della Compagnia dell’8 novembre 1850 e la debita approvazione di S. E. R.ma Mons. Sabbioni Arcivescovo di Spoleto del 27 decembre di detto anno colla opera del Marmista Francesco Madami di Assisi fu ricollocato al suo posto il famigerato Ciborio, il quale consiste in un prospetto di Tempietto ornato di due colonne di ordine composito; che chiudono tra loro otto graziosi Serafini disposti in giro attorno alla porta. Il prospetto è coronato da un Fronte spizio, sul culmine del quale torreggia un grande Calice parimenti di pietra abbellito di ornati finemente intagliati e sormontato dalla figura di una grande Ostia operata anche questa in pietra (1).

La spesa prevista per eseguire tutti questi lavori era di scudi trenta, come è detto in una lettera del 27 dicembre 1850 diretta al Vescovo di Spoleto, ma in realtà si spese molto di più. Il contratto che il Priore e gli Ufficiali della Confraternita fecero col marmista Francesco Madami di Assisi stabilisce scudi cinquanta da dare solamente a costui (2).

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(1) Le parti descritte dal Can. Mariani sono precisamente quelle corrispondenti alle pietre che erano state asportate e che furono ritrovate nella legnara del Cruciani. Più avanti parleremo anche del Calice nominato dal Mariani.

(2) Nella citata Relazione del Prof. Buccolini e dell’Ing. Abbiati è detto che il Madami “rinnovò il fregio del Ciborio, chè il fregio antico era andato forse smarrito, vi scrisse con caratteri non di antico stile - O Sacramentum pietatis -, ricostruì con pietra detta carnagione di Assisi il basamento ove posano gli Angeli, e rifece loro in gesso alla meglio di Dio quei piedini di cui deplorammo la barbara amputazione, nonchè qualche emblema della passione lungo i pilastrini che stanno al di dietro del Ciborio.

 Proseguendo ad interessarci di questo monumento, non son molti giorni ci sembra aver ritrovato in un fondo ad uso di legnara nella casa del Sig. Antonio Belli la parte centrale del basamentino antico sostituito dal Madami, in cui si scorgono le tracce del Calice e una decorazione laterale conforme allo stile del monumento».

In una nota è detto che questo ritrovamento fu principalmente dovuto al Sig. Carlo Santacroce di Trevi, cultore d’arte.


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Ho ritrovato le note delle varie spese fatte per il ricollocamento del Ciborio e le trascrivo qui nei risultati finali:

 

Al marmista Francesco Madami.

scudi

50,00

Per il Ciborio in forma di Tempietto da mettersi nell'interno, eseguito da Benedetto Gasparri.

 

»

 

10,30

Foderatura e ferratura.

»

14,40,5
All’Ing. Stocchi assistente.

»

10,00
Per una Crocetta cesellata ed indorata.

»

  1,20
Per demolire l'antica nicchia.

»

  5,90
Uno sportello di legno intagliato.

»

  2,00
Doratura dello sportello

»

  1,20

Totale

scudi 95,00,5

 


XI.

 Ricostruzione della Chiesa di S. Emiliano.

 

Ma le vicende del lavoro di Mastro Rocco non erano terminate ancora. La Chiesa di S. Emiliano era cadente, brutta, architettonicamente malfatta. Più volte i cittadini di Trevi avevano espresso il desiderio di vedere ricostruita ex novo la Chiesa principale della Città, dedicata per di più al santo Patrono, ed io ho ritrovato nell'Archivio della
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Collegiata di Trevi un importante documento, col quale il popolo di Trevi domandava al Capitolo il ristoro della Chiesa di S. Emiliano. Il documento non porta data, ma si può facilmente arguire il tempo in cui fu scritto perchè vi si parla di Pio VI come felicemente regnante e del celebre Architetto Valadier presente allora a Spoleto. Ma i voti dei buoni Trevani non furono esauditi e solo molti anni più tardi la Chiesa di S. Emiliano fu riedificata quasi ex novo.

Era veramente necessario dar nuova forma a quella Chiesa e il 27 gennaio 1854 se ne cominciò a discutere con serietà dal Capitolo (1), il quale ottenne poi la sanzione pontificia il 16 luglio 1856. L’esecuzione del lavoro fu affidata, dopo qualche vicenda, all'Architetto Carimini di Roma. Secondo il disegno da lui fatto doveva demolirsi il muro su cui era eretto l'Altare di Mastro Rocco, che sarebbe stato ricostruito in altra parte della nuova Chiesa. Prima di por mano ai lavori passò molto tempo sia per radunare i mezzi necessari, sia anche per le discussioni e per le divergenze che nacquero in merito al progetto Carimini. Intanto avvenne il cambiamento di Governo e dell'Altare di Mastro Rocco cominciò ad interessarsene anche l'Autorità Civile. Il 23 novembre 1869 la Commissione Consultiva Conservatrice di Belle Arti ordinò che “il lavoro necessario all'indicato traslocamento dovrà essere fatto con la maggior cura e con l'assistenza personale dello Architetto Sig. Carimini».

Il Can. Mariani, Priore della Confraternita, non vedeva di buon occhio la scomposizione dell'Altare e mal soffriva che gli si volesse dare un altro posto. Rispondendo perciò in data 30 novembre 1869 al Sindaco di Trevi, che gli aveva comunicato l'ordine della Commissione Conservatrice di Belle Arti, espresse il dubbio che quanto si aveva in

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(1) Vedi gli Atti del Capitolo della Collegiata di S. Emiliano dell’anno 1854.


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animo di fare potesse riuscir male. Il 18 febbraio 1870 il Sindaco di Trevi comunicava che «la Commissione Consultiva di Belle Arti ha determinato che si debba sospendere qualunque lavoro di scomposizione e trasporto del Monumento di Rocco da Vicenza» ed’ordinava «la più rigorosa custodia del Monumento stesso», e si riservava di mandare una Commissione sul posto.

Non trovo che il Can. Mariani abbia risposto a questa lettera, ma è certo che i lavori furono sospesi e che furonomandati a Trevi alcuni delegati consultori per esaminare e per riferire se era possibile o no il trasloco dell'Altare. In data 30 maggio 1871 il Sindaco di Trevi mandò la copia della Relazione, che porta le firme di Guglielmo Ciani, Mariano Guardabassi e Coriolano Monti. Questi signori riconobbero giusto il desiderio di rifare la Chiesa, perchè quella vecchia, era «veramente sconcia e irregolare»; constatarono che la posizione del Monumento era “infelice” e che ben si sarebbe provveduto a porlo in un luogo migliore; per questi ed altri motivi, elencati nella Relazione, dettero parere favorevole al traslocamento, imponendo però l'osservanza di alcune condizioni, e specialmente che prima di cominciare la scomposizione dell'Altare, fosse terminata. la parete nuova su cui doveva farsi la ricostruzione e che almeno da quella parte fosse ultimata la volta.

Ma l'aver dato parere favorevole non significò che la scomposizione potesse effettuarsi subito, anche perchè la Commissione Consultiva di Belle Arti non approvò il progetto del Carimini, il quale ne dovette fare un altro.

Nel verbale della seduta che gli Ascritti alla importante Congregazione del Suffragio di Trevi tennero il giorno 11 novembre 1886 per discutere di un debito da. farsi per terminare la costruzione della Chiesa. di S. Emiliano tra l'altro si legge: «Attesa la parrocchialità del Sacro Tempio, Municipio e Governo avrebbero dovuto concorrere alla esecuzione dell’opera. E difatti il Municipio ha concorso
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per Lire 2500. Il Governo ha solo promesso la spesa per il traslocamento dello stupendo Altare del XVI secolo scolpito in marmo bianco di vago disegno e di perfetta esecuzione. Ma la promessa non è stata ancora adempiuta dal Ministero della Pubblica Istruzione, e urge che il trasloco sia effettuato perchè altrimenti non si può proseguire nei lavori». La stessa cosa è ripetuta nella lettera del 18 novembre 1886, con la quale la Congregazione del Suffragio domandava al Procuratore del Re di Ancona la facoltà di contrarre un mutuo di ventimila. lire per ultimare la Chiesa.

Come si vede, la ricostruzione del Tempio procedeva lentamente ed in mezzo a difficoltà. Nella seduta dei Confratelli della Congregazione del Suffragio del 29 novembre 1888 Mons. Luigi Brunmonti, rappresentante della Commissione per la Fabbrica della Collegiata, comunicò, per mezzo di una lettera, che il Capomastro Tommaso Zenobi minacciava di citare per la somma di lire diecimila per lavori già eseguiti. Si dovette fare un prestito provvisorio e lo Zenobi fu tacitato, ma i lavori rimasero sospesi. Finalmente nella seduta del 14 novembre 1889 il Priore della Congregazione del Suffragio, D. Giuseppe Agostini, potè comunicare ai Confratelli che era stata ottenuta, il 6 agosto di quell’anno, l'autorizzazione per contrarre il mutuo per ultimare la Chiesa di S. Emiliano. I lavori furono ripresi e condotti finalmente a termine (1).

Intanto il Priore della Collegiata, che era lo stesso D. G. Agostini, aveva dato incarico, come abbiamo visto, ai signori Prof. Tito Buccolini, Direttore delle Scuole Professionali di Foligno ed Ispettore dei Monumenti, e Ing. Ercole

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(1) Veramente non si ricostruì, non saprei dire perchè, il Campanile, che pur era compreso nel progetto Carimini. Fu iniziato più tardi; a causa della guerra i lavori furono sospesi, ma furono testè ripigliati e condotti a termine per merito dell’attuale Priore di S. Emiliano, R.mo D. Francesco Peticchi.

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Abbiati, professore di costruzioni, di compilare un progetto in merito al traslocamento dell'Altare di Mastro Rocco. Il progetto fu inviato dal Priore Agostini al Ministero della Pubblica Istruzione, il quale, sentito il parere della Commissione Provinciale per la conservazione dei Monumenti, diede il suo assenso con lettera del dicembre 1890. Il Priore D. G. Agostini comunicò tutto alla Commissione incaricata per la costruzione della Chiesa (Commissione voluta dalla Bolla Pontificia del 16 luglio 1856 con la quale il Pontefice Pio IX regolava i lavori da farsi) e poi ordinò la demolizione degli Altari. Tanto al lavoro di demolizione prima e di ricostruzione poi presiedettero i due nominati signori Prof. Buccolini ed Ing. Abbiati. I criteri da essi seguiti nel non facile lavoro sono esposti nella relazione che fecero al sullodato Priore e della quale abbiamo fatto cenno altrove (1).

In merito alla collocazione dell'artistico Calice, che il Can. Mariani, come abbiamo visto, lasciò scritto essere collocato al di sopra del Tabernacolo, e che invece il Prof. Buccolini e l'Ing. Abbiati vollero mettere nella parte più alta della Cappella, tanto si disse e si scrisse all'epoca della ricostruzione, che credo inutile tornarvi sopra; dirò solamente, con tutto il rispetto dovuto al Prof. Buccolini e all'Ing. Abbiati, che poteva essere giustificata la collocazione del Calice in qualunque altra parte dell'Altare, ma non potrà convenirsi che esso debba stare là dove essi lo hanno collocato. Al tempo in cui l'Altare fu costruito, la Liturgia era conosciuta anche dagli Artisti, e quindi non può supporsi che il segno della Redenzione sia allora stato posto o ideato per esser messo sopra la figura del Padre Eterno. Mi sembra che qualunque argomento in contrario debba cadere di fronte a questa semplice osservazione.

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(1) I documenti riguardanti quanto abbiamo esposto si conservano negli Archivi della Congregazione del Suffragio e della Confraternita del SS. Sacramento.


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XII
 
L'Altarino di S. Maria di Pietrarossa.

 

Mastro Rocco da Vicenza scolpì anche un piccolo Altare per la Chiesa di S. Maria di Pietrarossa, l'antica Chiesa posta nel piano di Trevi, nella località in cui, secondo me, sorsero certamente delle terme (1). Per quanto di modeste proporzioni, tuttavia si riconosce subito che è opera di mano maestra. Ogni ricerca da me fatta per conoscere qualche notizia intorno alla storia di questo Altarino è riuscita vana. E se non fossero la finezza del lavoro, il disegno, la perfetta esecuzione, tutte cose che rivelano l'Autore, non si saprebbe nemmeno che a Mastro Rocco appartiene quell'opera eseguita per una delle più antiche Chiese della nostra pianura. Io ritengo che qualche pia persona abbia fatto costruire quell’Altarino come un ex voto, così come tanti altri fecero dipingere in quella Chiesa tante immagini della Madonna.

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(1) Intorno alla Chiesa di S. Maria di Pietrarossa furono trovati dei sarcofaghi, dei cippi, delle iscrizioni, ecc. che rivelano essere stato qui uno di quei luoghi di soggiorno lungo il Clitunno nominati da Plinio il Giovane nella lettera a Romano. Che l'attuale Chiesa sia stata un tempio di Giunone è cosa affermata da molti, ma argomenti in sostegno di questa tesi non ve ne sono. Si tratta però certamente di Chiesa antichissima, come fa fede anche il livello del piancito che è circa un metro più basso del terreno circostante e il materiale di cui la Chiesa è costruita. Vi fu venerata e vi si venera ancora una miracolosa Immagine della Madonna. Errata è l’opinione di coloro che pongono l'antica Trevi dove oggi è la Chiesa di Pietrarossa; gli Itinerari degli antichi Pellegrini pongono Trevi dove sta oggi; infatti la distanza segnata tra Forum Flamini e Trebia o Lucana Treviensis corrisponde perfettamente a quella che si può controllare ancor oggi. Del resto Plinio il Giovane ci parla di ville, tempi, terme esistenti lungo il Clitunno, ma non fa cenno di alcuna città. Le mura romane ancora esistenti in Trevi stanno a sostegno della nostra tesi. Vedi in proposito quanto pubblicai nel 1926 in Le Memorie Francescane di Trevi, Vallecchi Editore, Firenze.


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XIII.
Conclusione.

 

Oggi che l'Altare del SS. Sacramento in Trevi è integralmente ricostruito, chiudo queste brevi mie note con l'augurio che non abbiano mai più a tornare i tempi nei quali il senso dell’arte si abbassi fino al punto da far rovinare o distruggere ciò che è veramente bello per sostituirlo con lavori da fare pietà.

D. AURELIO BONACA

 

DOCUMENTI RIGUARDANTI LA CAPPELLA ESEGUITA DA MASTRO ROCCO DI TOMMASO DA VICENZA

 

Contratto stipulato tra Mastro Rocco di Tommaso e la Confraternita del SS. Sacramento.

In Dei nomine Amen. Anno Domini millesimo et quingentesimo vigesimo primo Indictione nona tempore Pontificatus Sanctissimi in Christo Patris et D.ni nostri D.ni Leonis Divina Providentia Papae Xmi die vero decimanona mensis Augusti dicti anni.

Constitutus personaliter coram me notario et testibus infrascriptis Ser Petrus D.ni Matthei, uti Prior societatis Corporis Xpti, D.nus Felix Angelus Lutius, Ser Valerius Egidii, Ser Benedictus de Petronibus, Petrus Donatus de Poliis, Benedictus quondam Antonini, Marsilius Eugenii, Ser Marcantonius Chinus, Bernardinus Sergilii, Perhieroninius Contutii, Benedictus Urigus, D.nus Petronius de Petronibus, Ser Vincentius de Valentibus omnes de Trevio ex una et magister Rochus magistri Thomae de civitate Vicentiae habitator civitatis Fulgineae et praesens
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per se ex altera, venerunt ad invicem ad infrascriptam conventionem et pactum et transaetionem videlicet quod dictus magister Rochus magistri Thomae de civitate Vicentiae scienter promittit et solemni stipulatione se convenit praefatis hominibus vocatis prout apparet manu ser Mariantonii Chini supradicti, costruere, de novo facere et fabricare unam capellam Corporis Xpti cum duabus capellis adhaerentibus praefatae capellae secundnm quoddam designum subscriptum manu mei notarii (et cum columnis intagliatis in preta alba quae preta sit secundum ciborium factum in S. Maria de Spello) existens in manibus dicti ser Petri Prioris, in ecclesia Sancti Emiliani cathedrali dictae terrae in loco ubi extant capella D.ni Thomae Felicis Dorii et capella juris patronatus haerediuln D.ni Gregori D.ni Petronii de Trevio pro pretio et nomine pretii sexcentum et triginta florenorum ad rationem quadraginta florenorum (1) pro quolibet floreno monetae marchiae currentis cum paetis et conditionibus quod praefatus magister Rochus teneatur perficere dictam capellam per tempus spatium quindecim mensium et quod dicta preta debeat conduci et asportari ad locum sumptibus et expensis dicti magistri Rochi, et si contingerit. quod per dictam societatem aliquid conduceret de dicta preta, debeat excomputari in sopradieto pretio cum pacto etiam quod compositio dictorum columnarum et aliarum rerum necessariarum ad dictas capellas fiat per ipsum magistrum Rochum eo semper praesente; tamen expensis dictae societatis retineatur unus magister longobardus, et perfectis dictis capellis, si placebit dictae societati, facta extimatione duorum peritorum in arte, quod si minus extimaretur quam dictum est, illud ha beat, et si plus extimaretur non habeat nisi illud quod supra inter eos conventum, quae pecunia debeat per praefatos homines solvi et de dicto pretio eidem magistro Rocho satisfieri secundum opus per ipsum factum et semper post perfectam capellam, possint de dicto pretio retineri centum floreni quos teneantur dicti homines solvere ad eius terminurn et petitionem, qui hornines praefati

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(1) Evidentemente è un errore; dovrebbe dire: «quadraginta bolenenorum».
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et magister Rochus promiserunt scienter etc. solvere pretium dictorum sexcentum et triginta floren. ut supra, pro quibus observandis obligaverunt se et omnium eorum bona sub poena duplici quae poena etc. qui iuraverunt etc. obligaverunt etc. renuntiaverunt etc. dederunt licentiam etc. extendatur in forma cum clausolis opportunis. Et si placebit dictae societati teneatur dare depositum pro praedictis observandis in civitate Fulginei vel in terra Trevii et teneatur facere juxta dictam capellam unam petium quadrum dictae pretae pro pilo fiendo juxta dictam capellam pro compagnia. Et quod dicta societas ultra concimen et compositionem teneatur magisterium facere suis expensis.

Actum Trevii sub voltis palatii dominorum Priorum dictae terrae in banca cancellaria iuxta sua latera etc. praesentibus D.no Thomantonio de Petronibus et Aloisio Placti et D.no Benedicto D.ni Gregorii testibus.

(Archivio Notarile di Trevi, Atti rogati nel 1521 dal notaio Ser Andreangelo di Piermarino).

 

 

Contratto con l'autore delle statue della Madonna e di S. Giuseppe.

In Dei nomine amen. Anno Domini millesimo quingentesimo vigesimo quarto Inditione duodecima tempore pontificatus santissimi in Christo Patris et domini nostri domini Clementis divina Provvidentia dignissimi Pape septimi die vero vigesima mensis junii dicti anni. Actum in terra Trevii ante hostinm Cancellerie dicte terre presentibus Joanne Caroli et Gradito Marii de Trevio, testibus vocatis habitis et rogatis. Universis et singulis pubblicum sit et notorium qualiter excellentissimi viri dominus Felix Lutius et dominus Petronius de Petronibus de Trevio nomine Fraternitatis Corporis Christi in terra Trevii ex una et magister Mathias magistri Gasperis de Como partibus Lombardie, parte ex altera sponte etc. venerunt ad infrascriptam conventionem et pactum quod cum dicta Fraternitas facere
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intendat in cappella diete Fraternitatis in ecclesia Sancti Emiliani in lapidibus scultas unam inmaginem Dive Virginis Marie cum Filio in brachio et aliam inmaginem vel sancti Joseph vel sancti Joannis ad electionem prefatorum domini Felicis et domini Petronii in scultura ad totum relevum: dominus magister Mathias in arte peritus promisit superfatis facere dictas figuras pretio infrascripto. Taliter et tante perfectionis quam judicabunt valere... pretii alias etc. infrascriptis tamen convenctionibus et pactis sub intellectis quod dictus dominus Felix et dominus Petronius dicto nomine teneantur et obligati sint cavare dictas massas lapideas de lapidibus... et saxo firmo sumptibus
ipsorum quos lapides et massas dictus magister Mathias suis sumptibus et expensis tenetur sgrossare sive sbrozare taliter quod portari possint.
Item superfati dominus Felix et dominus Petronius tenentur facta sgrossatione seu sbrozazione portare facere in terram Trevij sumptibus dicte cappelle. Quo facto dictus magister laborare tenetur continue more magistrorum stante sanitate et finire dictas imagines et sculturas inter anno et per totum mensem novembris futuri. Et si pestis impedimento laborare non possit dicti dominus Felix et dominus Petronius tenentur dicto nomine portare facere dictas lapides in loco non suspecto in territorio Trevij ubi dictus magister laborare possit et laborare teneatur. Item conveniunt quod facta una dictarum inmaginarum bene ut supra dictum est superfati dominus Felix et dominus Petronius teneatur pretium solvere quod pretium sit pro inmagine dive Virginis cum Filio in brachio ducatos decem et octo aurii, aliam inmaginem supradictam ducatos duodecim aurij. Quod pretium ex pacto convento dicti dominus Felix et dominus Petronius solvere promiserunt solvere (bis) perfecta opera de una inmagine et perfecta altera similiter pretium infrascriptum solvere sine aliqua exceptione. Et ultra domini supradicti conveniunt quod teneantur dare et; tradere dicto magistro cameram et lectum et unum barile vini quolibet mense durante tempore quo dicte inmagines erunt perfette per totum mensem novembris. Que quidem partes volentes una alteri predicta et respective servare se ad invicem obligaverunt etc. promiserunt etc. juraverunt etc. renunptiantes etc. Pro quibus pactis respective magister Roccus in forma depositi
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animo in se novandi obligavit et promisit se factnrum quod dicti pro Fraternita solvent ut supra et quod dictus magister semper et omni tempore id quod solverint erit bene solutum et bonum faciet in computum, alias de suo reficere promisit obligavit et juravit omni meliori modo.

A margine: Et si mors interveniret ad ulteriora dictus magister non teneatur et pro laboritio facto suis heredibus ditti dominus Felix et dominus Petronius solvere teneatur pro rata.

(Archivio Notarile di Trevi, Atti di Piermarco di Marco F Imi, Tomo 231, f. 92 e seg.).

 

 

Convenzioni tra il Capitolo di S. Emiliano e la Confraternita del SS. Sacramento.

Die 19 septembris 1522. Actum Trevii in camera Prioris S. Aemiliani sit. in Canonica d. Ecclesiae quae est depicta juxta bona d. ecelesiae praesentibus R.dis patribus donno Marco Felitiani, donno Antonio Citeroni, donno Berardino Perdominici et Marsilio Ugenii de Trevio et donno Urbano de colle marchionis Canc. R.mi D.ni Episcopi Spoleti ut testibus.

Constituti personaliter infrascripti R.di patres Prior et Canonici collegiatae ecclesiae S. Aemiliani de Trevio videlicet R. Pater D.nus Optavianus de Petronibus Prior praefatae ecclesiae, Do.nus thomas antonius d.ni gregorii, do.nns jacobus antonius perangeli, dom.nus Franciscus johannis andreae, do.nus hieronimus petri romaldi canonici d. ecelesiae capitulariter congregati absentibus tamen domno Jo. baptista nicolai de Lucarinis, Donno Constantino Antoni Caroni de numero dictorum canonicorum; dicta die et Nora legitime citati et relati domi per dominum Berardinum Perdominici sacristam d. ecelesiae ad praedicta deputatum per dictum capitulum dictae ecclesiae, sono eampanae et more solito et consueto in supradicta canonica et de voluntate commissione praesenta et consensu R.mi in Xto Patris D.ni Francisci Eruli Episcopi Spolet. Dioecesis studiose ad praedicta et infrascripta existens parte ex una et
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d.nus petronius de petronibus de trevio prior sotietatis et fraternitatis Corporis christi, et d.nus felix lutius coadiutor praefati prioris et d.nus Franciscus Accorombonus de eodem electi et deputati per dictam societatem ad praedicta et infrascripta ex altera, venerunt dictae partes ad infrascripta pacta, capitula, conventionem et concordiam inviolabiliter observandam et observandas cum infrascriptis decreto auctoritate interposita praefati R.mi D. Episcopi, videlicet quod cappella erigenda et construenda sub nomine et titulo Sacratissimi Corporis Xpi fiat et erigatur et construi debeat in dicta ecclesia S. Emiliani in loco descripto posito laterato et alias concesso prout patere dicitur manu Ser    (lacuna nel testo) pub. not. inde rogati cum infrascriptis capitulis, pactis et conventionibus. Videlicet:

In primis quod perpetuis futuris temporibus Sacramentum resideat in cappella d. societatis in dicta ecclesia et non alibi, adeo quod semper desumatur de dicta cappella pro qualibet persona communicanda.

Item quod teneantur d.ti Prior et canonici et capitulum mittere unum clericum seu puerum cum turribulo ad sotiandum sacramentum qualibet vice intus Trevii usque ad infirmum, extra vero terram usque ad portam d. terrae.

Item quod dicta sotietas possit et valeat habere et construi facere unum sepulcrum seu pilum ante et subtus altare ipsius cappellae pro sepeliendis confratribus d. sotietatis volentibus in eo seppelliri.

Item quod d. sotietas possit retinere in dicta cappella vel juxta eodem unum cippum seu cassettam muratam vel affixam pro colligendis elemosinis pecuniariis ibi erogandis fiendis dictae cappellae, de quibus nil possint vel debeant habere et percipere d.ci Prior, Canonici et Capitulum, nec aliqua persona visi solum et dumtaxat ipsa sotietas.

Item quod introitus et oblationes candelarum parvarum panis et euiuscumque alterius rei comestibilis fiendi et ponendi in disto altare cappellae praedictae sint et esse debeant ipsius capituli, aliae vero oblationes sint ipsius cappellae et sotietatis. Item quod dicta sotietas possit et valeat eligere Cappellanum in dicta cappella ad sui libitum de corpore d. ecclesiae ad officiandum in d. cappella dumtaxat perpetuis temporibus.


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Item quod dictum capitulum Prior et canonici teneantur commodare dictae sotietati unam cameram seu stantiam pro decem annis positam in logia canonicae, juxta cameram Prioris depictam pro congreganda d. sotietate et pro orando ad eorum libitum.

Quae praedicta omnia et singula praefatae partes promiserunt sibi ipsis ad invicem et vicissim et mihi Valerio notario pub. infrascripto uti pub. personae praesent. stipulant. et recipient. nomine et vice omnium quorum interest, intererit et interesse poterit in futurum semper et omni tempore attendere et observare et contra non venire nec veniri facere aliquo quaesito colore de jure vel de facto per sese nec per alium seu alios; renuntiaverunt exceptionibus non facti dicti contracti conventionis et capitula et omnibus aliis exceptionibus eis in hoc facto competentibus et competituris quomodolibet etc. et juraverunt praefati Prior et Canonici in pectore more clericali et praefati d.nus Petronius, d.nus Felix et d.us Franciscus corporaliter manu tactis scripturis praedicta omnia et singula attendere et observare ut supra obligaverunt sese et omnia eorum bona praesentia et futura et dederunt mihi licentiam praedictum contractum conventiones extendi in forma juris valida ad sensum sapientis.

Praefatus Franciscus episcopus spoletanae dioecesis ad corroborationem omnium praedict. praedictis omnibus et singulis pro tribunali existen. in dicta camera, quem locum ad praedicta pro tribunali loco elegit et deputavit sua et dicti episcopatus auctoritate pariter et decretum interposuit.

(Archivio Notarile di Trevi, Atti del notaio Valerio De Septis, anno 1522, Tomo 305, pag. 197 e segg.).

 

 

 

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