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IL BOSCO COME FORNITORE DI RICCHEZZE.

 

Le Goff uno storico del medioevo nel suo saggio "le désert-foret dans l’occident medioval" nota che in molti testi medievali, il bosco è visto come luogo simbolo della natura, come spazio percorso da eroi o fuggiaschi, oppure come luogo di preghiera (eremitaggio).

Invece nelle opere di Alberto Magno e dell’agronomo Pietro De Crescenzi, studiosi medievali, il bosco è visto come fornitore di ricchezze: un luogo dove si raccolgono frutti selvatici, mele, legna da ardere e per costruire.

Nel bosco si raccoglievano anche radici, scorse di piante particolari che triturate servivano per una vastità di prodotti usati in medicina.

Lo stesso De Crescenzi insieme ad altri studiosi nelle loro opere si dilungano inoltre in consigli sulle tecniche da adottare per rendere il bosco sempre più utile all’uomo.

Le tecniche necessarie per questa umanizzazione del bosco selvatico sono la pulizia, la potatura e l’innesto.

Per la potatura suggerisce di tagliare i rovi e potare il bosco ceduo ogni 5 o 6 anni, non parla dell’innesto.

Per creare nuovi boschi, Pietro De Crescenzi, consiglia di far crescere le piante in un semenzaio, prima di trapiantare le varie specie nel territorio appropriato: nei monti consiglia di piantare abeti, faggi, castagni e querce; nelle vallate, salici, olmi e pioppi.

La varietà di ricchezze fornite dal bosco ha portato a parlare di età del legno.

Nel campo letterario Isidoro di Siviglia ha raccolto in un unico vocabolario i termini: silva, nemus, saltus, lucus, et aviaria, riguardanti il bosco ed usati come sinonimi.

Accanto alla terminologia classica che usa indistintamente termini diversi si notano tentativi di descrivere meglio la realtà dei boschi in modo da avere una distinzione semantica tra i termini sopra elencati.

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