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Tiberio Natalucci
Studi sulla storia di
TREVI
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Foligno, Tipografia Campitelli - 1865
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| Lo scrittore prega i suoi rispettati Concittadini a non iscorgere in questo povero lavoro che un segno di patrio amore, e un tentativo di ricercare cose vere. - Tiberio Natalucci |
[Note: Nella trascrizione è stata rispettata larcaica punteggiatura originale. Il testo tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all'atto della trascrizione. Tra parentesi acute < > in formato minore è riportato il numero della pagina: se non cè spazio con la parola che precede significa che essa è stata divisa e risulta parte nella pagina precedente e parte in quella immediatamente citata]
_____________________________________________________Sulla vetta e sulle pendici occidentali di uno dei Colli più spiccanti ed ameni che dallestreme falde del basso Appennino protende ad internarsi quasi nel mezzo della tanto celebrata Valle Umbra sollevasi appariscente la Città di Trevi avente sul capo una verde corona di quercie, faggi, viti ed ornelli, circondata dai suoi duecentomila Olivi, nel mezzo ad un territorio disseminato per ogni dove di case di Villaggi, di antiche castella, rallegrato dalle ridenti rive del sottoposto Clitunno, abbellita da fabbricati prominenti e ragguardevoli, cinta da valide mura e longobardiche torri [Secondo studi più recenti le mura non sono attribuibili allepoca longobarda], non ultima fra le Città Umbre per importanza, e forse la prima per temperato clima, incantevole prospettiva, e salutifere condizioni.
Positure le più favorevoli per poter respingere facilmente le nemiche aggressioni, materiale ottimo da fabbricare, stabilità perfetta del suolo, sorgenti tenui ma perenni, e diverse di eccellente acqua potabile, sicurezza di non soggiacere ai disastri delle inondazioni, ai danni dellumidità e delle nebbie, ai perniciosi effetti di paludose esalazioni, un terreno in vece aprico formato da materia calcarea alluminea con terra vegetale mirabilmente adatto a ad ottenere la squisitezza di vini, di olii, farine, frutta, carni, latte, selvaggina, salati, erbaggi, vegetazione felice di piante di ogni specie, magnifica vista del rinomato cratere, sono tutti pregi da segnalare facilmente e dar la preferenza a questa su di altre località.
<4> Non è quindi meraviglia che antichissime genti vi prendessero stanza. Poco lungi dallodierna Trevi presso ad una limpida sorgiva esisteva un Tempio sacro al più antico Nume dItalia a quel buon Re Giano che seppe cangiare i ferini costumi di genti selvaggie nella beata età delloro. Si ha da memorie autentiche che fino al 1600 vi si videro i ruderi di una Chiesa cristiana che chiamossi S. Giovanni di Giano e che era stata eretta sulle rovine di un antico delubro pagano, in cui quella Deità veneravasi; Attraverso di tanti secoli restò ancora al fonte e alla valletta il nome di Giano, e giunse sino a noi e conservasi in una sala municipale [ora nella Raccolta dArte di S. Francesco] una testa di grandezza maggiore del vero scolpita in marmo, avente due faccie simili di uomo barbato, e che formava certamente parte di una Statua ben grande di un Giano bifronte. Se gli Umbri derivano da quella prima immigrazione giapetica che fu trovata già stanziata in Italia (al dir di Erodoto) quando vi giunsero i Lido-tirreni di stirpe semitica, se il Japhet degli Ebrei, il Giapeto dei Greci fu dagl'Italiani adorato col nome di Giano, questo culto che Trevi rendeva a quel primitivo Padre, Re e Dio omonimo lo mostrerebbe della più remota antichità.Di fatti sul vertice dellantica nostra Città esistette pure un gran Tempio consecrato ad una delle più remote credenze pagane: a Diana. Questa mitica Regina del Cielo, della Terra e dellErebo, che aveva il barbarico culto nella Tauride, selvaggio fra i Druidi, gentile in Efeso, questa Dea di tutto, come il nome Diana si crede esprimere, era la Diva tutelare dei Trevani.
Restano ancora ad attestare la grandezza di quella mole due grandi capitelli uno in breccione rossastro del paese e laltro in pietra calcare senzabbaco. La proporzione di tali capitelli darebbe alle colonne unaltezza di 12 a 13 metri, e quindi ledificio era di una grandezza cospicua. Questi due massi furono trovati presso lattual Chiesa di S. Emiliano [secondo altri studiosi, dallinterpretazione del cronista sincrono Francesco Mugnoni, ritengono che tali capitelli provengano dal luogo ove sorge la chiesa di S. Martino] quando nel 1465 si prese ad ampliarne ed innalzarne le mura, e quindi fanno credere che nello stesso luogo o poco lungi sorgesse il pagano edificio. Dellesistenza di esso grandezza e posizione si
<5> ha pure un'altra prova nella Lezione Bollandistica del 24 gennaio da cui si apprende che quando S. Feliciano, che fu chiamato lApostolo dellUmbria, venne a Trevi (sul fine del II o III secolo) vi trovò un gran Tempio ( ingens fanum) dive i Trevani adoravano Diana come loro Dea tutelare e che nel medesimo luogo fu costruita una Chiesa Cristiana ad onore dellaugustissima Triade. Ebbene lantichissima chiesa della Trinità era appunto quella di cui avvenne laccennato ampliamento. Essa fu innalzata quando gli Ostrogoti fecero disparire interamente i resti del gentilesimo che lImperator Giuliano aveva tentato di far rivivere.La sua Architettura è simbolica, e le foggie sono dello stile bizantino. I tre absidi formanti un solo corpo che abbracciavano tutto il lato orientale, e la parte più venerata del Sacrario alludono evidentemente al mistero del Dio uno e trino di nostra Fede.
È poi notabile che quando coll'accennato ampliamento questo bello e raro mistico edificio rimase in una parte angolare e secondaria si volle innalzare appositamente un ben adorno Sacello in capo alla nuova Chiesa per conservare la primitiva invocazione
[nella chiesa del 1465, rifatta poi nella seconda metà del 1800, laltare a tribuna dedicato alla Trinità era opposto allingresso attuale, nel luogo ove ora è il passaggio per la sagrestia, il cui soffitto ancora conserva la decorazione del 16° secolo].Nella casa dellantichissima famiglia Lambardi (oggi Ubaldi) eravi pure un iscrizione riportata nel codice Natalucci che diceva
OLIM . TRIVIAE . TEMPLUM [Liscrizione esiste tuttora sullarchitrave di una porta che si affaccia sul vestibolo. I caratteri sono del 16° secolo.]Quindi non sembra potersi dubitare che il gran Tempio di Diana stasse sulla parte elevata dellodierno Trevi.
Se era costume degli Umbri di costruirsi a preferenza le loro dimore ne luoghi più difendibili e con case vicine alle alture, se questa era la parte più sicura, più sana, più produttiva, quando la Valle era infestata dalle acque e daglinterrimenti, se due delle più antiche Deità dItalia avevano templi ed altari in queste posture elevate può ragionevolmente ritenersi per cosa certissima che i primi Trevani abitassero sui nostri stessi clivi si queste medesime vette.
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Ma un culto ed assai più rinomato ebbe pure in questa contrada il Fiume Clitunno del cui marmoreo tempio resta fortunatamente in piedi un prezioso avanzo. Anche nella prossima Bovara eravene un altro dedicato a Giove Boario del quale restano altresì le colonne dentro lattuale Chiesa di S. Pietro [?] e due teste bovine sporgenti sullalto della facciata: un quinto pure se ne vuole a Giunone, dove oggi si venera la Madonna di pietrarossa o de pede Trevii.Queste tre fabbriche stanno sullestreme digradazioni del monte e sulla riva destra del Clitunno. Quelle di Bovara e Pietrarossa vedute nella pianta parcellare non sono distanti da Trevi neppur due chilometri, anzi vi si possono dire quasi congiunte con gruppi di altre case intermedie; quindi anco li due tempii di Giove e Giunone furono innalzati certamente dai Trevani forse in tempi meno remoti, e quando gli Umbri datisi spontaneamente ai Romani, dopo che videro debellati gli Etruschi loro nemici poterono sotto legida di quella invincibile potenza darsi tranquillamente a bonificar le pianure, a dilatare la coltivazione, e lindustria. Frequentissime eran le reciproche invasioni tra Umbri ed Etruschi prima di questepoca (Strabone V.) onde non è verosimile che queste due Divinità romane avesser templi, ed i Trevani discendessero verso la pianura prima della vittoria di Q. Fabio Rulliano (308 avanti lera Cristiana.)
Anco il tanto famoso tempio del Clitunno è di epoca romana come indica leleganza dellarchitettura, luso dei più belli marmi, di pietre amatistine, e la squisitezza degli ornati ed intagli, che alllinfuori dei timpani sostituiti, son tutti della prima costruzione. Questo monumento che Plinio II. trovò già antico (priscum) che il Palladio volle illustrare, che inspirò le vivaci stanze del Byron, che tutti i viaggiatori vanno ad ammirare stava nel territorio di Trevi, come lillustre Presidente delle antichità romane Ridolfino Venuti scrisse, e come vien provato dal documento A annesso a questo scritto e dalla nota relativa. Forse la venerazione per un fiume di acque limpidissime, di una scaturigine pittoresca, di un amenissimo corso apportatore
<7> di molti e reali vantaggi precedette la costruzione del tempio stesso; ma poi la scaltrezza profittò della credulità di popoli semplici, e della vergine loro fantasia per attribuire fatidici responsi ad un Nume presente, il prodigio di render candidi i Bovi che bevessero di quellacqua: collevidente scopo di chiamar molti visitatori, aver molte vittime, continue oblazioni. Spogliato però anco del velo soprannaturale di cui lornarono i Poeti latini italiani ed esteri il Fiume Clitunno sì limpido, il suo tempio tanto grazioso, i suoi margini straordinariamente ameni, le contermini alture tutte vestite di allegre dimore, una campagna fresca e profumata dalle vitali esalazioni di un rigoglioso alberato, procurano in tutti un immancabile e grande piacere. Plinio II. che ebbe in Roma i primi offizii, fu proconsole e viaggiatore, provò tanto diletto nel visitar questi luoghi che gli dolse di non averlo fatto prima, ed eccita lamico Romano a recarvisi.Né solo le accennate cinque moli dimostrano lantica importanza di Trevi, ma più Sacelli come vide lo scrittore romano erano dattorno, esisteva un vecchio teatro, un altro si dovette innalzare nel I.° secolo, un circo di fiere par che vi fosse sui primi del III.° quando S. Emiliano fu martirizzato.
Svetonio nella vita di Tiberio scrive che lImperatore non volle concedere ai Trevani di trasferire o distornare una somma legata per edificare un nuovo Teatro ai lavori di una Strada piacendogli che fosse rispettata la volontà del testatore. Secondo questo documento esisteva già un Teatro e dovette costruirsene un secondo. Combina infatti colla testimonianza della Storico un iscrizione esistente in un bel piedistallo di marmo greco che sosteneva una Statua.
In questa epigrafe si parla di Scabillarii del Teatro che con danaro raccolto fecero erigere quel monumento di onore a Lucio Succonio personaggio illustre della famiglia Prisca che era Decurione, Consolo, Pontefice, di Trevi. Il buon Abate Giorgetti nel suo opuscolo del 1782 su Trevi, e la Madonna delle Lagrime riportando la iscrizione Succoniana, già pubblicata <8> dal Fabbretti, dal Marangoni, dal Doni Coletti ec. Credette che i Scabillarii veteres a scaena fossero i Presidenti Anziani e deputati agli scanni del Teatro. Questa spiegazione fece credere a taluno che Trevi non potesse avere un Teatro di proporzioni così vaste da richiedere che una deputazione agli scanni fosse costituita in decurie; però quando la parola Scabillarii voglia spiegare secondo il suo vero significato, e riconoscere in esso un corpo di Musicisti e mimi, che avevano sotto il piede destro uno Strumento a percossa fatto a forma di scabello al di cui suono univasi quello delle tibie ed altri strumenti giocati colle mani, quando riflettasi alla voga che aveva preso questo genere di musica e di trastullo sotto Caligola che volle dilettarsene anchesso, al carattere sacro che gli si dette fino ad attribuirle il potere di placare lo sdegno dei Numi , come Arnobio ci dice, non può recar meraviglia che alcune decurie di tali persone sollazzassero anche i Trevani in epoche di mollizie e piaceri recata dalla stessa generale prosperità e grandezza del vastissimo impero.
Esistevano lungo il margine del Clitunno ville di piacere; nel tratto sacro del fiume godevasi dellalterno gioco delle barche ; vi erano secondo il Venuti giuochi Clitunnali, si mandavano da questi pascoli famosi alla gran Roma Bovi di una razza così scelta che vestiti di fiori venivan recati nelle pompe trionfali come maxima victima, aveva Trevi tutte le doti dei Municipii, quindi non può supporsi che gli mancassero i Scabillarii necessarii ai ricordati spettacoli ed allesercizio delle varie religiose cerimonie.
Benché pubblicata più volte amo di riportare qui lepigrafe del cippo Succoniano come trovasi scritta in bei caratteri ottimamente conservati con talune osservazioni fatte sul sasso,
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L . SVCCONIO . L . F . PAL PRISCO . IiiI . VIR . I . D . Q . A . OMNIUM . CORP . PATR ITEM . TREBIS . DECVR . PONT IiiI . VIR . I . D . PATRON . MUN DECURIAE . IIII . SCABILLAR VETERES . A . SCAENA AMANTISSIMO . SVI EX . AERE . CONLATO . H . A . I . R. |
Manca sul lato destro, ed in ogni altra parte il nome dei Consoli, ma sembra che il contesto stesso del monumento ne indichi lepoca; si tratta di tempi in cui tutte le dignità erano concentrate in un unico illustre personaggio, a cui quattro decurie di Scabillarii innalzarono una Statua, quindi non può molto errarsi nel congetturarla.
Nella prima metà della quinta linea la superficie marmorea è stata indubitatamente escavata fino al punto di poter far disparire le cifre scolpite in origine, ed incidere di nuovo nel piano rozzamente abbassato le iniziali delle parole quatuorviro jure dicundo nella stessa precisa forma che trovansi già scritte nella seconda riga. Fra la indicata prima metà corrette della quinta linea e le parole intatte patrono municipii evvi pure una laguna col piano egualmente escavato. Se questa innegabile alterazione sia stata una correzione fatta dal primo ovvero una viziatura posteriore fatta da un altro scalpello non oserei dirlo.
A me sembra che se quel grande della famiglia prisca ebbe in due Città lautorità quatuorvirale I. D. che nei Municipii corrispondeva alla consolare non sarebbesi omesso di porre il nome della prima, come si legge scolpita la parola Trebis e molto meno posso ammettere al Doni che il cippo sia stato trovato a Terni, e parli di quel Municipio, giacché lo credo un puro equivoco di nome che avviene continuamente fra Terni e Trevi; mentre questo masso che raggiunge laltezza
<10> di m. 1,20 contro cent. 80 di larghezza nella parte sporgente non sembra verosimile che da Terni sia stato trasportato sulla cima di Montefalco dove nel 1782 il Giorgetti lo vide, e non può essere che se alludeva al Municipio ai Consoli alle corporazioni ai Scabillarii di Terni non vi si leggesse affatto nominata quella città. Il Coletti lo crede trovato in agro Mevaniensi; ma non sembra possibile che i Cittadini dellantichissima Mevania permettessero che si asportasse a Montefalco un monumento importante. Daltronde è noto che Caligola si recò a consultare loracolo del Clitunno, e secondo Svetonio (43) procedette fino a Bevagna ad visendum nemus flumenque Clitumni Mevaniam processisset.Da queste parole molti hanno creduto che il bosco sacro, il culto del Clitunno, la Città Lucana stasse presso Bevagna.; ma ciò si oppone alla irrefragabile prova dei fatti. Presso Bevagna il Clitunno ebbe in tutti i tempi il nome di Timia. Strabone scrisse Mevania preter quam labitar Tineas et hinc parvulis schafis collectos in agro fructus devehit in Tiberim; immensi sono i documenti posteriori ed anche il Venuti conferma che il Clitunno prende il nome di Timia nel territorio di Bevagna; la stessa parola processisset indica che lImperatore procedette fino a Bevagna a vedere lameno corso del Fiume ed il bosco sacro che con ogni probabilità doveva estendersi dalla Città Lucana fino a Bevagna, giacché tutte le acque della Valle sembra che andassero col Clitunno nello stesso canale a traverso di boscaglie , prima che fosse formato il gran recipiente Teverone.
Ma se il cippo fosse stato trovato e la Statua eretta in un'altra Città, maggiore forse sarebbe lonore per Trevi, giacché tra le dignità di Succonio fu espressa quella di appartenere allordine Decurionale di Trevi, di esservi Pontefice, e Quatuorviro.
Altre anticaglie sonosi in varie epoche scoperte in diversi punti del Territorio Trevano.
Fino dal principiare del XVI secolo il dotto e ricco signore Benedetto Valenti ebbe la gloria di esser uno dei primi in Italia (come il Tiraboschi osserva) a raccogliere oggetti antichi e farne una collezione nel suo Palazzo di Trevi che soffrì qualche
<11> perdita ma fu sagacemente a nostri giorni riordinata dal Sig. Conte Filippo di tal nobile prosapia. Alcuni oggetti di questa raccolta furono indubitatamente trovati lungo le rive del Clitunno presso Bovara, ed appartennero come scrisse il Venuti ai Sacelli che circondavano il Tempio. Cippi iscrizioni e teste antiche si riunirono con ottimo divisamento, e si vanno con diligente cura radunando nel palazzo comunale: qualche reliquia rimane ancora in mano dei privati, come non pochi frammenti di marmo scolpito sono stati sconsigliatamente adoperati nei fabbricati posteriori. Presso la Chiesa di Pietra rossa sotto linterrimento di circa tre metri, si discopersero lunghi ruderi di antiche mura , pavimenti a grandi lastre, scalinate, e basi di colonne, grandi massi, tegole antiche, ossa, carboni. Nel 1751 si videro tre grosse basi di colonne: e frammenti ad ogni scavo si trovano.Anco nello scorso autunno 1864 in occasione dei lavori per la Ferrovia si scoprì un pavimento formato da piccolissimi mattoni murati a coltello, un muro in cui stava incassata una lapide evidentemente romana che il Liberto Filemo fece innalzare a Cajo Lafrenio della Tribù offentina, un pezzo di cornice avente nella faccia intagliata la riguardevole altezza di quasi 30 centimetri senza le parti che mancano. Essa dovette appartenere a cospicuo edificio per essere in marmo statuario di grossezza rimarcabile, ricca di ornati, disegnata con gusto e scolpita diligentemente anco con trafori.
Queste ultime scoperte, delle quali è certissiomo il luogo, confermano la verità di quanto leggesi nel codice Natalucci sugli scavi dello scorso secolo, ed aggiungono fede alla tradizione, ed ai documenti, che dicono avere esistito sulla riva destra del Clitunno nella plaga detta di Pietra rossa una antica Città romana distinta col nome di Lucana Trebiensis, la quale secondo le cronache Gualdensi fu esterminata fin dai tempi di Valente e Giuliano (361 378) Tempore Jualiani Apostatae et Valentis Imperatorum fuit exterminata Lucana Treviensis.
Fu essa Città dimportanza? Qual periodo ebbe di vita?
Se riguardasi la estenzione dei ruderi scoperti nel 1745 la
<12> grandezza delle tre basi di colonne vedute nel 1751, le grandi lastre di pavimento e di scalinate, se voglia credersi col Giorgetti che nei portici della Chiesa di Pietra rossa si conservassero varie antiche lapidi, ed allopinione che dentro glinformi sproporzionati pilastri possano essere state murate le natiche colonne del tempio di Giunone, se a questa fabbrica vogliasi attribuire la bella cornice di marmo scavato nel 1864 ed anco la pietra di color rosso porfido perforata nel mezzo in cui leggevansi cifre enigmatiche, e che ebbe tanto pregio da esser conservata, e dare il nome alla contrada, può anche da questi pochi avanzi a congetturarsi che considerevole fosse il tempio, rilevante il numero dei fabbricati, estesa la loro periferia tanto che saliva anche sopra la Flaminia, tanto che il lungo muro scoperto nella metà dello scorso secolo stava nel terreno allora spettante al D. Emiliano Parriani.Non sembra che tali edifizii possano risalire al di la della dominazione romana, come già si accennò, e che abbiano durato oltre alla metà del IV Secolo; ma qualunque sia il giudizio su questo riguardo sarebbe troppo arrischiato nella mancanza di documenti sicuri.
Fu questa la vera Città di Trevi in antico, dal di cui abbandono venne il Castello di Trevi che dilatato più volte formò poi lodierna Città? Alcuni lo scrissero e molti lo ripeterono. A me sembra che non possa essere.
Si è veduto che sulla fine del II o principio del III Secolo avevano ancora i Trevani il Tempio della loro Diva tutelare sul vertice del colle: che allepoca di Virgilio e Plinio II era nel suo apogèo il culto del Clitunno, ed il commercio dei celebrati candidi Bovi. Nellattual villaggio di Bovara surse una mole assai grande sacra a Giove, come laltezza delle colonne rimaste che vanno anche sotterra addimostra. Sembra quindi più verosimile che anche in questa epoca della maggior prosperità e grandezza rimanesse ancora nella primitiva ed elevata Trevi il nucleo della popolazione col tempio della loro Diva tutelare, e con quello remotissimo di Giano, e che da questo centro si distendesse la popolazione alle due equidistanti contrade di Pietrarossa e Bovara pittostoché supporre che formassero la vera
<13> e principale Città i fabbricati di Pietra rossa col tempio di Giunone distante da Bovara cinque a sei chilometri [a sei depennato con inchiostro nero, come quello della dedica, quindi probabilmente depennato dallAutore stesso], e dal tempio del Clitunno e parte sacra del Fiume, otto.Ma questi sono argomenti di probalità
[sic] e presunzione che non possono indurre di certo in un convincimento a fronte dei ruderi esistenti e delle opinioni ripetute di successivi scrittori.
Sunt qui velint hanc Trebiam appellatam aliquando fuisse Lucanam Treviensem ejusque desolata rudera conspici 500 circiter passibus ab existenti Treviensi castro distita ( Coleti Tom.X. fog.175).
Sembra al mio piccolo intendimento che la stessa parola Lucana Trebiensis o Treviensis indichi e supponga un altro luogo da cui siale derivato questo appellativo , come il Castrum Treviensis porta alla medesima induzione. Ma qual era questo nome da cui, e la Città bassa ed il Castello trassero il loro appellativo? Molti credono Trebia, alcuni Trivium, altri Trebula; sembra che il cippo Succoniano possa togliere ogni dubbio. In esso leggesi chiarissimamente Item Trebis DecurioniPontifici; se la parola Trebis, non è che ablativo plurale locativo di Trebii-orum o Trebiæ-arum sembra tutto spiegato e può accordarsi ogni opinione ogni documento. Plinio nel suo Libro di Geografia non da un nome particolare di Città, ma nomina i Trebiates, Plinio II che percorse tutto il tratto del Clitunno, mentre parla delle ville di piacere che sorgevano lungo i margini del Fiume, e del bagno che il Divo Augusto aveva concesso ai Spellani, non fa cenno di una Città speciale bagnata dalle famose acque, Arnobio parla di Dei Trebani, il frammento di lapide citato dal Marangoni parla della repubblica Trebianorum Svetonio nella vita di Tiberio dice Trebianis, nellItinerario gerosolimitano si usò pure lespressione di caso plurale locativo come nel piedestallo Trebis: con questa stessa parola lo scoliaste di Giovenale indica la Città che il Clitunno bagnava.
"Clitunnus Fluvius qui Trevis Civitatem Flaminiæ interluit (alia exemplaria interfluit) "
Sembra quindi che tutto coincida a provare che i Trevani avessere
[sic] un nome collettivo e che dalle originarie posizioni elevate <14> scendessero e si dilatassero a misura della crescente prosperità e sicurezza nelle parti inferiori.A sostegno di questa opinione sta pure lautorità di molti dotti scrittori. Il Lucenzio nellItalia Sacra f. 1524 scrive "Trebia unde Trebiates Umbriae populi apud Plinium celebres Civitas in colle sita inter Spoletum et Fulgineum populo frequens et familiis nobilitate claris. Il Coleti nella nuova impressine dellItalia sacra dellUghellio Tom. X. F. 175 Castrum in Umbria vulgo Trevi intr Filgineum et Spoletum in edito colle situm urbs olim fuit non ignobilis trebia sicta a qua Trebiates Umbriæ populi apud Plinium celebres.
Bandran nel Lexicon geogr. Trebia quoque urbs Umbriæ de qua mox Trèbiates Trèbiani Ausonio populi Umbriae quorum Urbs Trebia in libris conciliorum et ex Arnobio, episcopalis olim in colle inter Fulgineum et Spoletum novem Millia Passus. Il Bollandio 28 Jan. Tomo II. foglio 833. Trebia urbs est Umbriæ quæ nunc vulgo Trevi inter Spoletium et Fulgineum in edito colle sita haud procul ab amne Clitunno. Il Cellario nelle Notizie del mondo antico Lipsia Lib. 2. Cap. 9 fog. 749 Civitas Trevis Trebia unde Plinii Trebiates in Hierosolimitano Trevis idest Trebis hodie Trevi in colle inter Fulgineum et Spoletum.
Molti altri latini scrittori ed italiani potrei citare che hanno creduto la Trevi odierna essere stata la medesima Città vescovile della quale si parla nei libri dei Concilii; ma di ciò mi propongo trattare in un secondo studio relativo alla nuova era che la Fede Cristiana fece sorgere anche per Trevi tra il sangue dei martiri e la ferocia dei persecutori, la fermezza dei nuovi fedeli e lincredulità che rodeva il paganesimo, le splendide virtù e abnegazioni dei neofiti, ed i vizi le lascivie dei corrotti pagani.
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