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La processione dell’Illuminata a Trevi

L’evento

La sera del 27 gennaio, da sempre, alle 18,30 - anticamente, un’ora dopo l’Ave Maria - la statua del santo patrono Emiliano (o più propriamente: Miliano) viene portata processionalmente per le vie della città, preceduta dai labari, dai "cerei" e dal gonfalone, secondo un percorso e un ordine di sfilata che si ripete da secoli, pur adattandosi ogni anno ad esigenze contingenti.[1]

 

Il Santo

Nell’Europa centro meridionale sono venerati diversi santi con il nome di Emiliano.

Il Sant’Emiliano di Trevi (più propriamente: Miliano) ha come “dies natalis” il 28 gennaio al pari di un Emiliano venerato in Faenza, ma questo è tutt’altro personaggio.

Il più antico documento riferibile all’esistenza di San Miliano è la “Passio sancti Miliani martiris”, reperibile in due copie, la più antica delle quali risale all’XI secolo, sebbene alcuni autori ipotizzino che esse siano redazioni di documenti più antichi risalenti al VI secolo[2]

  

Dalla Passio apprendiamo che il Nostro veniva dall’Armenia, che fu consacrato vescovo e inviato a reggere la comunità cristiana di Trevi, che in seguito alla decima persecuzione indetta da Diocleziano fu sottoposto a vari supplizi e che fu ucciso sotto una giovane pianta di olivo. Il nome MILIANUS, che è la latinizzazione dell’armeno MILIAN fu usato fino al rinascimento e tuttora è usato dalla gente di Trevi e pertanto questo è un discrimine tra il santo locale e altri vari santi di nome Emiliano. Dalla Passio si possono rilevare altri elementi significativi, che hanno lo scopo di identificare il martire con il territorio di Trevi. Tra i luoghi del martirio vengono menzionati il circo o teatro, di cui si hanno testimonianze letterarie ed epigrafiche, il fiume Clitunno che rende fertile la vallata e l’olivo che ricopre le nostre colline.
La pianta del martirio è identificata con un olivo millenario, venerato da secoli, nella frazione di Bovara.

Trevi, Italy. Olivo di Sant'Emiliano, 1935

L'olivo di S. Emiliano nel 1934 (foto Scaringi) ...

e allo stato attuale (2005)

 

La festa in onore del patrono era a Trevi uno degli eventi di maggior rilievo[3]. Celebrata con solenni riti religiosi, era preceduta e seguita da varie altre manifestazioni profane molto spettacolari e partecipate, cadendo nel tempo di carnevale, tanto che veniva rinforzato anche il servizio di vigilanza urbana. Venivano suonatori da fuori Trevi che animavano spettacoli e balli. Il giorno successivo alla festa c’era la fiera più frequentata in tutto il periodo invernale, Si hanno notizie di concerti e rappresentazioni teatrali, ma la caratteristica più evidente e più antica è la processione dell’”Illuminata”

 

Origine della processione

Risalendo indietro nel tempo, l’inizio della tradizione ci sfugge, collocandosi al di là di ogni documento reperibile. Possiamo affermare che la processione si svolge da prima di una certa data essendo questa anteriore a qualsiasi testimonianza.

Il più antico documento su San Miliano, come sopra detto, è la “Passio”, che fu scritta per attestare la santità del martire e che non ci dà ovviamente notizie sulle manifestazioni di culto, come la processione nel corso dei secoli.

Il primo testo che fa riferimento alla processione dell’Illuminata è una “riformanza” del 1355, in cui si rammenta il precetto a partecipare alla processione del 27 gennaio “avendola sempre fatta per consuetudine antichissima.[4]

Nell’archivio del Comune di Trevi esistono vari registri delle "riformanze", atti analoghi a quelli che oggi noi chiamiamo “deliberazioni”.

Il primo è del 1338 e va dal 19 di giugno al 13 di dicembre. Il secondo raccoglie gli atti dal 16/7/1345 al 15/2/1356 e proprio in questo volume si trova il documento sopra citato.[5]

Si può pertanto affermare che tra i primi documenti della comunità di Trevi, si trova menzione della Processione dell’Illuminata.

Il riferimento alla “consuetudine antichissima”, certamente si deve far risalire tale evento a qualche secolo prima, poiché se l’inizio della manifestazione si fosse dovuto collocare nell’arco dei cento o centocinquanta anni precedenti all’atto della deliberazione, si sarebbe più facilmente potuto fissare termine meno vago essendo certamente tra i presenti qualcuno che, per tradizione orale consueta all’epoca, avrebbe potuto portare un qualche riferimento temporale.

Un indizio ulteriore dell’antichità della processione si può desumere dal tradizionale percorso che si ripete da secoli.

Dalla chiesa di Sant’Emiliano la processione gira a sinistra e percorre via della Rocca, via Carlo Amici, Piazza Mazzini, Via Roma fino all’antica “porta del Lago”, quindi prosegue a sinistra all’interno delle antiche mura, per Via Lucarini, Via Cavour, Via Dogali, Via Natalucci, Via Marconi, Piazza Mazzini, Via Riccardi e quindi rientra in chiesa.

 

Nella piantina dell’abitato si vede chiaramente (segno rosso pieno) che dal centro dell’insediamento urbano, attraversando in diagonale Piazza Mazzini (in pianta "Piazza Pubblica di S. Emiliano") si va diritti alle mura castellane per seguire il percorso interno delle mura per poi attraversare il paese e rientrare in chiesa.

La “Porta del Lago” è il principale ingresso sulle mura urbane. Essa però insiste nella seconda cerchia di mura, ampliamento alto medievale della prima cerchia romana o tardo-antica”.[6]

Osservando il circuito della seconda cerchia (segnato n giallo) nella carta del catasto Gregoriano, si individua un percorso (puntini rossi) rigorosamente a ridosso delle mura per tutto il tracciato e questo avrebbe dovuto essere l’itinerario della processione per ritornare nei pressi della porta del Lago e poi puntare diritto alla chiesa, al centro dell’abitato.

Infatti fino alla costruzione del Teatro Clitunno nel 1875 (segnato in pianta in colore celeste), la via dei Fabbri, a ridosso delle mura congiungeva la porta del Cieco con la porta del Lago.

Quindi si può affermare che la processione segue il circuito della seconda cerchia di mura e non ha più seguito i circuiti dei successivi ampliamenti. M a la terza cerchia fu costruita nel 1264 e pertanto si deve argomentare che il percorso attuale, a parte la riduzione dell’ultimo secolo dovuta all’interruzione della strada nel 1875, segue un percorso anteriore alla seconda metà del Duecento.

 

Questa data pone la processione dell’Illuminata fra le manifestazioni più antiche dell’Umbria e non solo.

 

Altri argomenti che attestano l’antichità della manifestazione sono il carattere festoso e trionfale della stessa e il percorso all’interno delle mura.

L’evento squisitamente religioso dell’omaggio al Santo patrono è attestato dalla presenza della statua e della reliquia, precedute da tutto il clero, dal vescovo e dalle confraternite e istituzioni cattoliche del comune. Ma non meno importante è la partecipazione, sancita negli statuti e nelle riformanze, di tutte le autorità e di tutte le organizzazioni civili. Le insegne, i vessilli i “cerei” e la banda ricordano più il “trionfo” dell’imperatore romano che la processione litaniante medievale.

 

Il percorso all’interno delle mura si può ricondurre al diritto germanico (retaggio della dominazione longobarda dell’Alto Medioevo) secondo cui ogni proprietario doveva percorrere ogni anno, a piedi (Flurumgänge), o a cavallo (Flurumritte), i confini dei propri campi.

 

Uno studio recente[7], fa risalire l’origine delle processioni con le reliquie dei santi all’anno 386, quando Ambrogio, vescovo di Milano organizzò una solenne traslazione delle reliquie dei santi Gervasio e Protasio, con la partecipazione dell’imperatore, il giovane Valentiniano II, in posizione subalterna. L’episodio viene inquadrato nella contesa in atto tra potere religioso e potere politico, in particolare nella contrapposizione tra ariani e cattolici ed assume una straordinaria rilevanza simbolica in quanto il corteo trionfale era un prerogativa dell’imperatore e mai avrebbe potuto essere organizzato per onorare il vescovo, ma fu facilmente accettato per glorificare i propri santi.

Negli anni successivi sono attestate numerose traslazioni di sacre reliquie, tanto che il rituale divenne di uso comune in tutto l’impero di occidente.[8]

 

Le reliquie

 

Sotto l’altare maggiore della chiesa di S. Emiliano, un’urna raccoglie i pochi resti del protovescovo martire e protettore. Ma l’attuale sistemazione risale al 1935, quando tutte le reliquie furono solennemente qui traslate da Spoleto.

Prima di quella data esisteva presso la chiesa del Crocifisso nella Piaggia il grande cippo lapideo che fu rinvenuto sotto il pavimento del duomo di Spoleto nel 1660[9]. E prima ancora, niente!

Com’è possibile che nel Medioevo si venerasse un santo martire senza neppure una sua reliquia, quando per le reliquie dei santi si combattevano addirittura guerre fra città?

Nessun documento, locale o forestiero, fa menzione di questo fatto, che pur sembra tanto straordinario.

 
Mons. Tommaso Chianella porta il reliquiario, affiancato da Mons. Bernardo Giacomettti
(rivolto indietro per controllare l'uscita della statua) e Don Giovanni Bertassi
(1982)

 

L’ipotesi più probabile e che anticamente le reliquie riposavano nella chiesa intitolata a S. Emiliano, ma nella rotta di Trevi del 1214 ad opera degli spoletini, costoro si siano appropriati delle reliquie del martire come bottino e le abbiano portate nella città di Spoleto. I sacri resti, riposti in un grosso cippo calcareo, furono seppelliti sotto il pavimento del duomo, occultati alla vista per maggior protezione, tanto che nel tempo se ne era persa memoria. Ma come segno di grande venerazione nel duomo di Spoleto fu innalzato un altare intitolato a S. Emiliano. Con le reliquie fu rinvenuta una lastrina di piombo, tuttora conservata insieme alle stesse reliquie sotto l’altare maggiore di S. Emiliano in Trevi. Nella placca è incisa una scritta in caratteri gotici che recita: “ossa s.cti miliani martiris”. La grafia ben concorda con la data del sacco di Trevi.

Quindi si può ipotizzare che anticamente – prima del 1214! – fossero traslate in processione le reliquie del martire, senza le quali la processione stessa non avrebbe avuto senso.

Successivamente, si continuò per secoli ad effettuare la processione, ma non si sa con quale simulacro

 

L’ Illuminata

L’Illuminata è l’inizio del giorno di festa.

Nella tradizione giudaico cristiana, fino a tutto i XVII secolo, secondo l’ora italica, il nuovo giorno incominciava con il tramonto del giorno precedente  e pertanto la celebrazione dei vespri era il primo momento liturgico della festa. Il segnale più appariscente della festa appena iniziata quindi era una illuminazione straordinaria degna dell’importanza dell’evento.

 

 
La processione attraversa Piazza Mazzini (1982)

Si deve considerare che nei secoli scorsi, fino al primo Novecento non esisteva l’illuminazione elettrica e nel paese le notti erano illuminate da fioche fiammelle devozionali davanti a qualche immagine sacra agli angoli delle vie. In tale contesto è facile immaginare come l’illuminazione straordinaria di fuochi e fiaccole doveva essere uno spettacolo visibile da tutta la valle. Quindi l’aspetto più evidente della processione notturna - e non soltanto entro le mura di Trevi - era verosimilmente l’illuminazione straordinaria, la così detta Illuminata.

Nei tempi andati esistevano in Trevi altre manifestazioni analoghe, come ad esempio per la festa antichissima di S. Reparata[10] e di S. Bartolomeo[11] ma tutte avevano come riferimento e termine di paragone la processione di sant’Emiliano.

Con l'avvento della luce elettrica all'inizio del secolo scorso, essendo le strade e le piazze già di norma illuminate più di quanto non sia mai stato, si ritenne necessario illuminare a giorno ogni angolo del percorso. Dopo continui aumenti potenza impegnata, nell’ultimo ventennio si è tentato di limitare l'impiego dell'illuminazione elettrica per riproporre l'antica suggestione delle fiaccole.

 

L’ordine di sfilata

Sia negli statuti che nelle riformanze, numerose rubriche riguardano la processione dell’Illuminata e in particolare l’obbligo a parteciparvi, considerato che il Comune sborsava dei denari per la decorosa riuscita della festa.

“Dovevano intervenire il Podestà ed i Priori. Anche tutti i Sacerdoti e i Chierici della Città erano obbligati ad andarvi, sotto pena di uno Scudo di multa per i primi e di 5 Giulii per gli altri. I curati della campagna, che forse trovavano poco comoda per loro questa funzione sacra, riuscirono ad ottenere dalla Congregazione del Concilio, verso la metà del secolo XVIII, di essere dispensati dall'intervenire alla Processione. Dovevano andarvi anche i frati di tutti i Conventi … Le Confraternite, le Compagnie di Città e di campagna, con stendardi, il Magistrato, i Consiglieri, gli Ufficiali o Impiegati della Comunità, gli Artigiani con un capo per arte e col cero, i Medici e i Notari: tutti dovevano andare in Processione; pena uno Scudo ai mancanti”[12]

 

 (1982)

 

 

E’ interessante confrontare la descrizione della processione vista da un colto sacerdote nel 1935

 

“I miei concittadini furono sempre devoti al loro patrono e ne celebrarono sempre la festa con grande solennità. Caratteristica è la processione, che si svolge ancor oggi, e che era detta anticamente “illuminata”, Circa un’ora dopo l’Ave-Maria comincia ad uscire dal tempio la processione; precedono le confraternite e poi seguono gli operai dei molini a olio e delle varie industrie locali e i rappresentanti di ogni arte e di ogni mestiere, e ognuno porta qualche cosa che indichi di qual genere sia il proprio lavoro. Per esempio, i falegnami portano una piccola pialla, i fabbri una minuscola incudine, i tartufari una corona di tartufi, i pescatori alcuni pesci, ecc.  In tal modo i Trevani hanno sempre mostrato di voler mettere le loro attività sotto la protezione di S. Emiliano

Il Clero interviene sempre numeroso e non è mancato mai il concerto cittadino. Da qualche anno vi intervengono di nuovo anche le Autorità Civili

Infine, seguita da molto popolo, sorretta a spalla da giovani di Trevi e del circondario, incede la magnifica statua …”[13]

 

… e da ragazzi, molto attenti e un po’ scanzonati, nel 1963.

 

Rivediamo insieme, in ordine, la processione. Prima è l’aquila impagliata, in rappresentanza dei cacciatori. Per secondo un vitello, artisticamente sventrato, vero, in carne ed ossa, della ditta Gaudenzi. Seguono quattro o cinque “ceretti” di piccolo calibro e poi il cero della ditta Zenobi, raffigurante la torre. Segue un pastificio in miniatura, portato da rappresentanti della ditta Bonaca, produttrice della famosa pasta trevana; ecco il cero della ditta Fioretti, rappresentante la Sacra Famiglia al lavoro, ecco gli agricoltori della ditta Checcarelli, con il ‘bacchio’, che più chiaramente si riferisce alla tradizione, la forma di cacio pecorino e l’urna di vero contenente pupazzi in una scena di coglitura delle olive. Ecco le numerose bandiere delle confraternite e associazioni religiose, specialmente delle Società di Sant’Antonio (protettore degli animali) portate a spall’arm con il ragazzino dietro che regge il lembo per non farlo strisciare sul terreno. Ecco le ragazze dell’Opera Mons. Bonilli e quelle delle Maestre Pie Filippini, sempre ordinate e composte nelle loro divise; segue l’Azione Cattolica, dalle “Piccolissime” alle “Effettive”. Ecco i ragazzi del collegio ENAOLI di San Martino e quelli del Collegio Lucarini, guidati dai rispettivi direttori. Ecco la banda, roba fina, venuta da fuori. Dicono che sia di Terni … Non distraiamoci: ecco l’ombrellone rosso con i tre uomini che indossano camici dello stesso colore. Ecco la sacra reliquia ed ecco la statua del Santo … Chiudiamo un attimo gli occhi ed eleviamo una sincera brevissima preghiera al nostro Protettore. Ecco che sfila il gonfalone di Trevi, scortato dal corpo delle guardie e dai rappresentanti del Comune (segretario De Sanctis e alcuni consiglieri). Dietro i rappresentanti del popolo, la parte più coraggiosa del popolo stesso [era richiesto il coraggio per partecipare perché sembra che quell’anno fosse particolarmente freddo], ad onor del vero, le chiome più canute di Trevi

 

L’antico cero dei muratori (1982)

 

 

Le finestre abbondantemente illuminate rischiarano l’itinerario della processione (ricordo dei Luminari) … Il sacro corteo rientra in chiesa. La statua è riposta sul suo palco dopo tre o quattro pericolose oscillazioni. [seguono considerazioni sul freddo eccezionale, tanto che non ci sono neppure le “merangole” (arance) ] “Un concittadino venuto da Pescara, sfidando  le condizioni proibitive delle strade, saluta i conoscenti e proclama la “bellezza di ritrovarsi nella propria città per la festa di Sant’Emiliano”[14]

 

Per garantire un regolare e ordinato svolgimento del corteo fu necessario programmare accuratamente il susseguirsi dei partecipanti. Già in tempi antichi però la precedenza nella sfilata fu considerata un privilegio, tanto che numerose riformanze comunali trattano dell’argomento.

Ed è curioso notare come nel corso dei secoli i rappresentanti di alcune “arti” che ora consideriamo meno nobili – o attualmente addirittura scomparse, come ad esempio, “i bifolchi” – abbiano vantato diritti di precedenza.

 


 La bandiera di una confraternita (1982)

 

 

Si riporta di seguito la trascrizione di una tabella, copiata negli anni’80, ora purtroppo perduta, stampata nella seconda metà del Settecento[15]

 

Ordine da osservarsi nella Processione

del Glorioso Protettore S. Emiliano la sera del 27 gennaio»

Croce della Perinsigne Collegiata di S, Emiliano

Cereo dei Barbieri e Calzolari

Cereo dei Ortolani e Molinarì a olio

Cereo dei Tavernieri, Macellari e Pizzicaroli

Cereo dei Fornari e Fornaciari

Cereo dei Calcinaroli e Stoppacciari

Cereo dei Arte Bianca e Falegnami

Cereo dei Muratori e Sartori

Cereo dei Fabbri e Calderai

Cereo dei Droghieri e Speziali

Cereo dei Cacciatori

Bifolchi

Manciano

Parrano

Bovara

Pigge

S. Maria in Valle

Matigge

Ponze

Coste

Cannaiola

Quelli che hanno stendardi e pallj

S. Lorenzo

Fabbri

Fratta

S. Luca

La Balia di S. Emiliano

La Balia di SS. Fabiano e Filippo

Compagnia della SS.ma Misericordia

Compagnia di Maria SS.ma della Colonna

Compagnia del Sacro Cuore di Maria

Compagnia del Crocifisso

RR.PP. Riformati di S. Martino

II Molto Illustre Rev.mo Clero

II Rev.mo Capitolo

I Nobili Signori Deputati alla Statua

La STATUA DEL SANTO

Gli Illustrissimi Signori:

Governatore

Gonfaloniere e Anziani.

Dopo quest’ultima voce veniva “il popolo”.

 

Da questo elenco e dalla descrizione precedente si evince come la partecipazione alla processione fosse quasi riservata a soggetti inquadrati in istituzioni, mentre il popolo (per lo più anziani, come sottolineano i ragazzi nella suddetta descrizione) era poco rappresentato. In realtà, fino a qualche decennio addietro, c’erano in piazza e lungo le vie molti spettatori che vedevano transitare la processione, segnandosi al passaggio della reliquia e della statua.

Attualmente, ridotte al minimo le “compagnie”, chiusi gli istituti e quasi tutte le famiglie religiose, - o assai ridotte, al pari del clero secolare - quasi tutti i presenti alla manifestazione si accodano alla processione.

La chiamata

La Autorità, i rappresentanti della arti e delle corporazioni, gli ordini religiosi regolari e secolari e le confraternite, ciascuno con le proprie insegne, già presenti in chiesa per assistere ai vespri, alla conclusione della liturgia sfilano davanti alla statua del Santo, posta al centro della chiesa, e si avviano lungo il percorso secolare.

Anticamente la “chiamata” era affidata ad un anziano – gli uomini validi dovevano assolvere altre mansioni più gravose - dalla voce stentorea, che proclamava i nomi dei vari gruppi nell’ordine.

Per farsi sentire da tutti si poneva al centro della chiesa, proprio a ridosso della statua del Santo.

Intorno al 1950, con l’istallazione del sistema di amplificazione sonora, essendoci allora un solo microfono in “cornu evangelii” dove l’officiante proclamava la predica, lì prese luogo il lettore.

Recentemente, per incompatibilità con i canoni liturgici, la chiamata avviene di nuovo dal centro della chiesa, con il radiomicrofono.

La Statua

Non sappiamo quale Immagine del Santo si portasse in Processione nei secoli anteriori al XVII, non essendoci in quei tempi alcuna statua, né alcuna reliquia di Sant'Emiliano. Fu soltanto nel 1613 ai 21 ottobre che il Consiglio deliberò “che si faccia l'Imagine di Sant'Emiliano di legno, ma che la spesa non passi 25 Scudi, con farvi l'arme della Comunità e che la spesa si faccia con licentia dei Signori Superiori” …. La statua di cui si parla fu compiuta nel 1615, forse a Foligno, e “condotta in Trevi con straordinaria allegrezza e sparo d'artiglieria”

Però i fedeli non erano contenti dell'antica statua, poco confacente, anche per il suo stile modesto, alla pompa solenne della cerimonia cui doveva servire. E' perciò che nel 1751 si dava commissione di un'altra Statua, a Pietro Epifani da Foligno. … Questa Statua è pregevolissima opera di stile barocco, ed in essa l'artista ha saputo molto felicemente ottenere un insieme svelto ed elegante nonostante la pesantezza dello stile.

La Statua ordinata nel 1751 fu compiuta nel 1753. Essa costò più di 500 Scudi, la maggior parte dei quali pagati dal Comune. Fu con gran solennità condotta processionalmente da Foligno a Trevi. Il Capitolo di Sant'Emiliano andò ad incontrarla sulla Piazza del Mercato, in mezzo ad una moltitudine di popolo, al suono di tutte le campane ed allo sparo dei mortari, come troviamo nelle antiche memorie Ed affinché la Statua non deperisse, l'11 febbraio 1753 il Consiglio deliberò di fare il credenzone per tenervela custodita.

Preceduta dal gonfalone, da  tutto il clero e dalla reliquia, la statua è l’oggetto più significativo e appariscente della processione.

Il gonfalone è un grosso ombrello rosso, sormontato dalla statuetta del Santo con un campanellino (tintinnabulum). Il gonfalone rosso della “balìa” di Sant’Emiliano è il simbolo del titolo basilicale della chiesa, ora semplice parrocchiale, già sede vescovile - quindi cattedrale -  “collegiata perinsigne”

Nell’accezione popolare la statua “è” Sant’Emiliano!

 


La statua appena uscita dalla chiesa

Il passaggio - critico! - sotto l’arco medievale "del Mostaccio"

 

La statua incede per le vie sorretta da dodici portatori. Per la sincronizzazione dei movimenti e per superare i punti più critici del percorso – la porta della chiesa, l’arco gotico di ingresso del primitivo castello e vari stretti passaggi per le vie medievali – è necessaria la vigile guida di un assistente che impartisce precisi comandi ai portatori. Tale delicato compito richiede una certa esperienza ed è espletato da vari anni dalla stessa persona, per tradizione di famiglia, ormai alla terza generazione.

Benedizione della campagna durante una processione in diurna degli anni ’30 (Foto Giuliani)

Sosta per la benedizione della campagna (1981)

 Lungo il percorso, in un punto felicemente panoramico da dove si domina gran parte della valle spoletana, i portatori fanno compiere alla statua dei movimenti da far disegnare alla mano del Santo un segno di croce a benedizione della campagna. E i vecchi, dalla regolarità di tale manovra traevano auspici per l’anno appena iniziato.

 

I Cerei

I "cerei" o "ceri" sono apparati, portati da una o più persone a seconda della grandezza, con i simboli o i prodotti delle associazioni e delle imprese commerciali, artigiane e industriali (anticamente delle arti e delle corporazioni).

 

In origine i “cerei” erano composti da uno o più ceri o candele con i simboli o gli emblemi della “corporazione”. Oltre all’effetto scenografico, avevano la funzione pratica dell’offerta della cera per le esigenze delle celebrazioni liturgiche e per l’illuminazione della chiesa. Prima dell’avvento dell’energia elettrica l’illuminazione avveniva prevalentemente con lucerne ad olio e con candele di cera. La candela era il mezzo più pratico, anche se più costoso, tanto che erano alla base delle dotazioni delle chiese o delle “cappellanie”.

Con il tempo, specialmente in epoca moderna, è cessata la funzione dell’offerta della cera e i “cerei” della processione si sono andati modificando: la cera è diventata la materia base per la realizzazione di statuine o bozzetti che richiamassero la peculiarità dell’”arte” e le candele servivano solo per illuminare l’opera[16]

Ultimamente, superata la funzione delle candele come fonte di illuminazione, i “cerei” della processione non hanno più alcuna attinenza con la cera, perdendo così la caratteristica precipua che ne determinò l’origine ed il nome, riducendosi quasi ad oggetti pubblicitari.

 

Le arance

Un’altra caratteristica della festa di Sant’Emiliano e della fiera che si effettua il giorno successivo (29 gennaio) sono le arance, analogamente a quanto avveniva in Foligno per la festa della “Madonna del Pianto” (14 gennaio)

Questi frutti in antico si trovavano solo in limitati periodi dell’anno e dovendo venire dalle regioni più calde erano rari e perciò costosi.

Pertanto, il giovane che offriva un’arancia (in dialetto “merangola”) ad una ragazza assumeva un preciso impegno che equivaleva ad una dichiarazione d’amore[17], da cui il detto:“Le ha dato una merangola!”. Per contro: “Ha preso una merangola” significava: “ha preso una “cotta”.

 

Pur essendo ormai superati le fiere e i mercati che anticamente erano straordinari e importantissimi eventi commerciali e di costume, tuttora, la sera della processione, si si possono trovare bancarelle con vasta esposizione di arance e gli esercizi locali addobbano le vetrine con fiori ed arance.

 

Conclusioni

  • La processione dell’Illuminata è un antichissimo evento di fede che attraverso i secoli è diventato anche una manifestazione di costume.

  • Nel quadro più vasto della festa del santo patrono, di cui è parte qualificante, ha contribuito a solennizzarne la memoria e il culto con conseguenze anche nella vita sociale e nelle arti.

  • Pur mancando ovviamente testimonianze dirette della sua origine, dai documenti più antichi e dalle modalità dello svolgimento, si può ragionevolmente ipotizzare che risale sicuramente all’Alto Medioevo e forse al tardo-antico, ponendola ben oltre a tutte le processioni antiche che ancor oggi si effettuano in onore dei Santi. Tradizioni più antiche riguardano soltanto riti processionali relativi alla Passione (Via Crucis e episodi correlati).

  • La sua validità attuale è dimostrata dal fatto che ogni anno la partecipazione è altissima, con notevole affluenza di oriundi e forestieri come avveniva nei secoli scorsi[18], e con notevole eco nei mezzi di informazione[19]

 

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[1] In caso di maltempo la processione è rimandata al giorno successivo, 28 gennaio, a mezzogiorno, dopo il Pontificale celebrato in duomo. Dall’ultimo dopoguerra tale eventualità si è verificata soltanto cinque volte.
Nel 2014 non si è effettuata né la sera della vigilia, né il giorno successivo:

[2] Zenobi, 1995, pag.139

[3] Natalucci, 1985, c.141 e seg.

[4] Zenobi, 1995, pag.170

[5] Archivio storico comunale preunitario di Trevi, 1277-1862 . Inventari a cura di Adalgiso Liberati e Laura Pennoni, reg. 25, 2005.  L’archivio comunale ora non è consultabile perché e in via di perenne sistemazione.

[6] Sensi 1974; Marchi 2002; Bordoni 2013.

[7] Kritzinger, 2011, pagg. 36 – 48.

[8] Ibidem, pag.47.

[9]Fino ai tempi nostri, una pia leggenda narrava che due pellegrini stranieri indicarono agli operai il luogo preciso dove trovavasi la tomba del martire” (Mannocchi, 1875, pag.42). In realtà il rinvenimento fu assolutamente fortuito, mentre si stavano effettuando dei lavori di straordinaria manutenzione. La relazione che il soprastante ai lavori redasse per il vescovo fu trovata e pubblicata dal Nessi – Nessi, 1970

[10] Natalucci, 1985, c. 167

[11] ibidem, c.269

[12] Valenti, 1922, pag. 57 e 58.

[13] Bonaca, 1935, pag.12

[14] Anonimo, 1963, dal giornaletto ciclostilato del Centro di lettura. Come si evince da alcuni passaggi, questa ultima descrizione si riferisce ad un anno particolarmente freddo, quando a causa del ghiaccio sulle strade, si dovette optare per un percorso ridotto, per evitare strade in forte pendio.

[15] Zenobi, 1987, pag.70 e 71, sub anno 1791

[16] (Del Ninno, 1988). A pag. 118 si trova la foto di un bell’esempio di “cereo” della prima metà del ‘900, rappresentante una falegnameria dell’epoca, portato in processione fino agli anni ‘70

[17] L’offerta delle arance, data la preziosità del frutto nelle nostre regioni, ha avuto sempre un significato gentile e galante. Folgòre da S. Gimignano, in un noto sonetto “Di Maggio”, così canta dei doni che si scambiavano i giovani innamorati:

e piover da finestre e da balconi

en giù ghirlande, e 'n su melerance.

[18] Mannocchi, 1875, pag.45, nota (2)

[19] TCI , Manuale del turista, 1984 e segg. www.folklore.it, Televideo ecc.

 

Riferimenti bibliografici

Anonimo; 1963; La processione di Sant’Emiliano, in Il Clitunno – Quindicinale del Centro di  Lettura di Trevi –Anno III – 31/1/1963.

Bonaca, don Aurelio; 1935; Religione e beneficenza in Trevi, Spoleto.

Bordoni, Stefano; 2013; Trevi comunale: dall'ideologia di appartenenza civica alla strutturazione dell'autogoverno XII-XIV sec. Relazione al convegno: Trevi 800 anni del Comune -  1213-2013.

Del Ninno, Maurizio; 1988; Vescovi, guerrieri e contadini – Umbria, in.  AA.VV Le tradizioni popolari in Italia – La festa, a cura di A. Falassi, Electa,  Milano.

Kritzinger, Peter; The cult of Saints and religious processions in the Late Antiquity and the Ealy Middle Ages, in AA.VV:An Age of Saints?: Power, Conflict and Dissent in Early Medieval Christianity, Cambridge, 2011.

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