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La tipografia di Trevi e i suoi incunabuli

una ricerca di Tommaso Valenti

Estratto dalla rivista »Accademie e biblioteche d'Italia», anno V, n. I - 1933 XI
I numeri tra parentesi acute <XX> indicano le pagine dell'estratto

 

 

31Op. Cit., pag. 11 ss.

32Mercati Angelo, Frate Francesco Bartoli d'Assisi, michelista, e la sua ritrattazione, estratto della «Archivium Franciscanum Historicum», Quaracchi, 1927, pag. 47. «Seguendo il cod. 344 della Biblioteca d'Assisi, Papini, Faloci e Sabatier chiamano Francesco anche Rubee o della Rossa; dev'essere un'identificazione sbagliata, come dedurrei da Fumi (Eretici e ribelli nell'Umbria, V. 279), confrontato col continuo appellativo esclusivo Fr. Bartholi de Assisio dell'altro codice 269 della Universitaria di Bologna e del documento Vaticano (Instr. miscell. 6466)». Fin qui il Mercati. Bisognerebbe però tener conto che il Faloci Pulignani e il Sabatier dicono che al f.46 del codice di Assisi è scritto «duo fratres nobiles de Anglia… quorum unus dixit mihi fratri Francisco Bartholi Rubee de Assisio». Ora si tratta di sapere se queste parole sono di mano del Bartolio di altri. La questione parrebbe tuttora insoluta. Il Vermiglioli (Biografia degli scrittori perugini, Perugia, Bartelli e Costantini, 1828, to. I, parte I, pag. 34 n.) (sic) chiama l'autore della Ystoria: Francesco Bartolo da Rubbia (sic) assisano.

33P.S. op. cit., pag. CIV ss.

34d°: ivi, pag. CLIX.

35M.F.P., op. cit., pag. 15.

36Cfr. «La Bibliofilia», anno XXVIII, 1926, pag. 24.

Non sarebbe indispensabile per lo scopo di questo mio studio occuparmi dell'autore della Ystoria stampata a Trevi; ma – data la singolarità del caso – mi pare utile mettere in rilievo che molte notizie biografiche furono date dal Faloci Pulignaini su frate Francesco Bartoli, di Assisi31, attingendole anche dal Waddingo, dallo Sbaraglia e specialmente dal padre Papini. Da tutti questi sappiamo che il nostro studiò a Perugia (1312) e a Colonia (1316). Tornò in Italia (1317); poi si reca Parigi (1318). Dal 1320 al 1325 fu a S. Maria degli Angeli; nel 1322 a S. Damiano. La Ystoria –quella pubblicata dal Sabatier fu scritta circa il 1335; ma la stampa di Trevi non riproduce per intero l'originale, poiché ne utilizza solo 13 capitoli, ai quali dà una disposizione diversa da quella che hanno nell'originale. Il frate, quale seguace di fra Michele da Cesena, fu nel 1329 coinvolto nei procedimenti che Papa Giovanni XXII ordinò contro i «michelisti», dichiarati eretici. Il Bartoli finì per ritrattare i suoi errori. da notare che l'autore della Ystoria è indicato dai suoi biografi anche col nome di frate Francesco Bartoli Rubee (della Rossa); ma – secondo il Mercati – sembra che questa sia una identificazione errata.32

* * *

Perché la Ystoria fu stampata a Trevi? Si domanda il Sabatier. I frati di S. Francesco o di S. Martino – i due conventi locali – ne avevano forse una copia?33 L'ipotesi e verosimile; tanto più che come di quella Ystoria si aveva già un altro codice, nel convento di Assisi, oggi in quella biblioteca comunale (Ms: 344), così può pensarsi che di simili copie fossero in possesso altri conventi francescani. Anche il Sabatier esprime l'ipotesi che il codice di Assisi e l'incunabulo di Trevi derivino da una fonte comune34; e di questa opinione era anche il Faloci Pulignani35. Comunque sia , è certo che l'incunabulo di Trevi è di grande importanza anche
<11> per la storia della bibliografia francescana; ed in questo senso è appunto segnalato dai più autorevoli studiosi di tali argomenti. Quando nel 1926 si tenne a Poppi la mostra del libro francescano, il nostro incunabulo, che vi figurava , richiamò meritatamente l'attenzione dei competenti come «degno di singolare menzione»36.

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37»Supplementum», cit. pag. 260.

 

38Paris, Firmin Didot, 1890, sotto: Treba

 

Venendo a parlare più particolarmente di questo incunabulo trevano, dirò che l'esemplare superstite pressso l'«Alessandrina» ha una modesta rilegatura moderna, in cartoncino e mezza pergamena. Parimenti moderno è il foglio di guardia. Quasi tutti i fogli hanno macchie di umidità. Non si sa donde l'incunabulo sia pervenuto all'«Alessandrina».

Alcuni bibliografi non si trovano d'accordo neppure nello stabilire il formato dell'opuscolo. Lo Sbaraglia dice che è in-4° grande37. L'autore del «Dictionnaire de Gèographie ancienne et moderne à l'usage du libraire» dice Trevi essere città del Lazio! E l'opuscolo di frate Francesco Bartoli: in-folio!38

La carta dell'incunabulo è di ottimo impasto e molto resistente, per quanto un poco ingiallita. La filigrana indica un'aquila coronata, rivolta a destra ad ali spiegate e gambe divaricate, ed è inscritta in un cerchio. Ne riproduco qui l'impronta originale. (fig. 1)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trevi, Italy - Antica tipografia (1470)- Filigrana della carta.  

 

Fig. 1.- Filigrana della carta degli incunabuli di Trevi.

 

 

 

39«Les filigranes», I, pag. 29 e n. 302.

40Zonghi A., Le marche principali delle carte fabrianesi dal 1293 al 1599, Fano, tip. Sonciniana, 1884, pag. 22, n. XXXVI-3.

 

 

Questa filigrana trovasi esattamente ripetuta nel Briquet39 che le Attribuisce la data 1472. È una marca italiana, usata in Toscana e a Fabriano40. La carta del nostro incunabulo molto probabilmente proveniva da questa citta o dalle più vicine cartiere di Pale, sopra Foligno.

I tipi, come già notava il Leonij, sono romani e abbastanza regolari, come si vede dalla fotografia della prima (fig. 2) e dell'ultima pagina (fig. 3) dell'opuscolo.

* * *

Dopo il primo esperimento della nuova arte, i soci della tipografia di Trevi dovettero rimanere soddisfatti anche dell'abilità del tedesco Rothmann, se si accinsero subito a nuova impresa, mettendo sotto i torchi un grosso volume.

Era questa la prima edizione di una «lectura» del famoso Bartolo, che in origine si chiamò Severi, poi assunse il cognome di Alfani; ma in seguito fu universalmente conosciuto coll'appellativo «da Sassoferrato» suo luogo di nascita.

 

 

 

 

 

 


41
Op. cit., pag. 159.

 

 

 

 

 

 

42Magno Jacobus, Cathalogus editionum saec XV Bibliothecae Casanatensis, Romae, 1795-1802, to. I, pag. 54, Ms. nella detta Biblioteca.

 

 

 

 

 

 

43To. I, parte I, pagg. 33 s.

Il 23 gennaio 1471 veniva alla luce questo secondo prodotto della tipografia trevana. Il Leonij41 così lo descrive : « Incomincia [Q] uia hic non est caput libri, e finisce: Explicit lectura Bartoli etc:. È stampato con gli stessi caratteri e sulla medesima carta dell'Ystoria; in foglio, con
<12>
carattere romano, senza segnature, senza capitali, senza il numero delle pagine, a due colonne di quarantaquattro linee, in trecentodieciotto carte».

* * *

Questo incunabulo è conosciuto e catalogato da tutti i bibliografi sotto il nome e sotto il titolo di Bartholus de Saxoferrato. E, infatti, la parte maggiore del volume è occupata dalla sua «lectura» su la prima parte dello «Infortiatum» di Giustiniano. Ma –forse perché i «lettori» delle università ai quali il volume era destinato, facevano altrettanto nelle loro lezioni – quasi a metà di quella di Bartolo è inserita un'altra «lectura» di Baldo Baldeschi, da Perugia. E l'inserzione incomincia a tergo del f. 108, circa alla metà della prima colonna col titolo: «De excusationibus tutorum». A tergo del f. 123 troviamo un nuovo paragrafo col nome di Bartolo in fine, mentre il paragrafo seguente è di Baldo. Così  dal f. 124 al 126 troviamo alternati i nomi dei due giuristi. Quello di Baldo, comparisce per l'ultima volta al f. 137. Di questo alternarsi di Rubriche sotto i due nomi non si accorse il Magno, compilatore del catalogo delle edizioni quattrocentesche esistenti nella biblioteca Casanatense di Roma, scrivendo che la lectura di Baldo è inserita tutta di seguito dal f. 108 al f. 13742.

L'innesto della lectura di Baldo su quella del suo collega e contemporaneo Bartolo, ha fatto sì che i bibliografi, anche quelli di Perugia, non abbiano tenuto conto di questa edizione, dirò così episodica dello scritto di Baldo Baldeschi. Basti citare il diligentissimo Vermiglioli, che, nella sua «Bibliografia degli scrittori perugini», non fa alcun cenno di questa lettura di Baldo stampata a Trevi; per quanto, a proposito del nostro incunabulo, scriva: «una edizione che deve stimarsi rarissima è quella di Trevi del 1471, per Johannem Reinhard» etc.43

* * *

Anche di questo secondo lavoro uscito dalla tipografia trevana dò qui, per la prima volta, la riproduzione della prima pagina (fig.4) e dell'ultima colonna (fig.5). Degno di attenzione è il colophon, già più volte pubblicato e qui leggibile nella riproduzione fotografica. Da questo sappiamo che il tipografo fu il Reynhard, che Pierdonato Colangeli (Guadagnoni) fu il correttore delle bozze e che il volume fu finito di stampare il 23 gennaio 1471. A lode di Pier Donato, dobbiamo riconoscere che egli, dottore in legge, adempì coscenziosamente il suo dovere: poiché l'edizione è abbastanza corretta, pur non mancando qua e là qualche errore tipografico; ma chi – anche oggi – è tra i tipografi, senza questo peccato?

* * *

<15>Di questo incunabulo esistono quattro esemplari, dei quali posso dare ora l'elenco completo, con le relative caratteristiche.

1° Esemplare nella Biblioteca Vaticana.
Antica collocazione: Arm: 345-52 – Successiva: Inc. s. 45 (Italia 1057).
Ottimo stato. Rilegatura settecentesca in 1/2 pergamena. Foglio di guardia della stessa carta del testo. Poche macchie di umidità all'angolo superiore destro. In testa al 1° foglio è scritto: Statij Politiani e
(est?) J.U.D. Forse è il nome del primo possessore del volume; ma non mi è stato possibile identificare chi egli fosse.
Il volume è composto di 289 carte compreso il foglio di guardia. La carta è identica a quella del primo incunabulo trevano: ma perfettamente conservata e candidissima. La prima colonna incomincia diecisette righe più in basso della seconda; e – curiosa particolarità di questo esemplare – il posto delle righe è occupato dalla impressione in nero di altrettanti spazi tipografici.
Note marginali scrite da due o tre mani diverse, di cui una si riconosce essere dello Stazio Poliziano (Ambrogini?).
Mancano i paraffi. Qualche iniziale maiuscola negli spazi a ciò destinati, malamente tracciata a penna.

2° . Esemplare nella Biblioteca Casanatense.
Antica collocazione: H – III – in 4to. Attuale; Ed. sec. XV. – 1303. Esemplare completo. Rilegatura settecentesca in 1/2 pergamena. Non raffilato (rogné) nel taglio destro e inferiore; forse neanche al superiore. Dimensioni mm 290 x 419. Carte 288.
Macchia di umidità all'angolo inferiore destro dei primi 60 fogli. Fori di tarli nei primi 19 e negli ultimi 30 fogli. Molti fogli fioriti. Carta identica a quella del primo incunabulo. Filigrana simile, ma non perfettamente uguale in tutti i fogli, che evidentemente provengono da «forme» diverse. Al foglio 115r, tre righe sono state completate a mano con inchiostro comune, per rimediare un difetto d'impressione; e della stampa s'intravedono appena le tracce. Paraffi rossi e azzurri. Molti però ne mancano e sono sostituiti da simili segni a mano.
A tergo del penultimo foglio è scritto, di carattere quattrocentesco: Hunc libr(um) bar(tholi) sup(er) J (prima) pte (parte) inforciati legavit Conventui Sacte Marie de Paradiso Dnu Anselmj (sic) de Bituto (=Bitonto).
Sul recto dell'ultimo foglio, in alto, a destra, è scritto di carattere che sembra del sec. XV o XVI. Fo. 300 q.ni 30 (fogli 300 quinterni 30). Quasi tutti i fogli portano note marginali scritte da almeno due mani.

 

 

 

 

 

 

 

44Devo queste indicazioni alla grande cortesia del Prof. Comm. Gaetano Burgada bibliotecario-direttore della «Nazionale» di Napoli, il quale volle benevolmente rispondere al questionario da me inviatogli circa questo incunabulo. Vadano all'illustre studioso i miei ringraziamenti. T.V.

<18>

3° Esemplare della Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III» di Napoli.44
Collocazione: S Q – VII – H – 12. A tergo del foglio di guardia è scritto: D. Bernardinus Aquilanus.
Stato di conservazione discreto.
Legatura borbonica in pergamena. Un tempo era «coperta tabulis et vin[c]ta catenis», come da una nota al recto del foglio di guardia.
Non raffilato. Numero delle catre: 289, perché conserva in principio una carta bianca non notata dal Reichling e forse non appartenente a questo volume.
Carta e filigrana identiche a quelle degli altri volumi trevani.
Al recto della carta seconda, in cui comincia il testo, vi è una grande iniziale miniata, su fondo con fregio; le altre iniziali e i paraffi sono in rosso e azzurro.

4° Esemplare della Biblioteca Comunale di Perugia.
Collocazione N. 306.
Buono stato. Rilegatura settecentesca in pergamena.
In testa alla prima pagina è scritto: carte 318.
La prima maiuscola è miniata. Le altre sono in rosso e azzurro alternate. Così i paraffi.
Fori di tarli nelle prime 24 carte.
Raffilato (rogné) di un centimetro nel margine superiore e nel destro.
Le carte sono effettivamente 288, numerate in tempi moderni, di 10 in 10.
Qualche macchia di umidità nel margine inferiore delle carte da 274 a 279.
In fine dell'ultima colonna, sotto il Colophon è scritto: di carattere quattrocentesco: q.29 de C. 8. 10 per qno C. n. 318.
Ossia: quinterni 29 di carte 8-10 per quinterno. Carte n. 318.

 

 

 

 

 

 

 

45T. V., Per la storia dell'arte della stampa in Italia, etc. cit. pag. 5.

 

 

 

 

 

46Op. cit. pag. 159.

47Op. cit. pag. 7.

 

 

48Leipzig, 1928. Pag. 522 (n. 3612).

49Thomas Accurti, Editiones saeculi XV etc. Annotationes ad opus quod inscribitur: «Gesammtkatalog der Wiegendrucke», Firenze, Tip. Giuntina, 1930, pag. 153.

E'chiaro che il calcolo, per quanto sia semplice, è sbagliato. Se anche tutti i quinterni fossero stati di 10 carte, il totale doveva essere 290. Se così non fosse, mancherebbero al volume almeno 30 carte. E fu basandomi sui dati forniti da quella nota manoscritta, che in altro mio lavoro asserivo45 che la copia del nostro incunabulo, esistente nella «Comunale» di Perugia, era – «purtroppo» – mutila. Se non avessi dato fede alla nota dell'antico possessore del volume, avrei constatato – come feci più tardi – che questo consta di 288 carte, come le altre tre copie, salva la differenza di una in più E mi sarei risparmiato il «purtroppo» e il relativo dispiacere!

* * *

Sull'esistenza di questi esemplari dell'incunabulo trevano è interessante osservare che nessuno dei bibliografi che in passato si sono occupati della
<19> questione, li ha conosciuti tutti. Infatti il Leonij
46 vide soltanto quello di Perugia. Il Faloci Pulignani descrive il volume: ma non dice dove l'abbia trovato; però l'errore del numero delle carte (318) dimostra che anche egli vide soltanto l'esemplare di Perugia47.

Altri bibliografi, come l'Hain, il Reichling, il Brunet, danno notizia degli incunabuli trevani, ma non accennano alle copie superstiti.

I compilatori del «Gesammtkatalog der Wiegendrucke»48 citano l'esemplare della «Vaticana» e quello della «Nazionale» di Napoli.

Il valentissimo Accurti49 criticando quella compilazione tedesca, osserva che a Roma l'incunabulo di Trevi si trova non solo nella «Vaticana» ma nche nella «Casanatense». D'altra parte, però l'Accurti non vide l'esemplare della «Comunale» di Perugia.

Posso, dunque, tranquillamente affermare che è in queste mie pagine che per la prima volta tutte le copie fin qui conosciute del «Bartolo» di Trevi vengono enumerate e sottoposte all'attenzione degli studiosi.

* * *

 

 

 

 

 

 

 

 

 

50T. V., Op. cit., pag. 52. G. Fumagalli, «Lexicon» cit., pag. 296 ss.

 

 

 

 

51Archivio Notarile – Trevi, To. 27, f. 198 ss. Rogiti di ser Marino Bonilli.

A questo punto potrebbe sorgere spontanea la domanda: perchè i tipografi di Trevi prescelsero per la stampa quella Lectura di Bartolo sulla prima parte dello «Infortiatum»? Quando altra volta mi ponevo tale questione, esprimevo l'ipotesi che in quegli anni si «leggesse» in alcune università italiane e precisamente a Perugia o a Roma quella parte dell'«Infortiatum». E mi pareva supposizione ragionevole, visto che anche il Cartolari, che stampava a Perugia nel 1500 la lectura di Angelo de Perigli sulla seconda parte dello stesso «Infortiatum», dichiarava di averla scelta perché in quell'anno, a Perugia, si «leggeva» appunto tale parte del diritto giustinianèo50. Niente di più facile – scrivevo allora – anzi di più naturale, che gl'impresari della tipografia trevana si siano – prima del Cartolari – inspirati allo stesso criterio di pratica opportunità.

Oggi però, aggiungo, per quello che possa valere, un'altra notizia singolare. Il 25 novembre 1430 faceva testamento a Trevi il dottore in utroque Apollonio di ser Luca Veri. Tra altro, egli lasciava ai suoi amici, a titolo di legato, alcuni codici della sua modesta biblioteca giuridica. E a un don Francesco, di Continello, Lucarini lasciava precisamente una «lectura Bartholi super Inforciato (sic!) que est in foliis parvis, ligata cum assidibus quarum una est fracta»51. Ora, abbiamo veduto che tra i soci della tipografia trevana erano Costantino e Bartolomeo Lucarini, nepoti di quel don
<20> Francesco che aveva ereditato quel codice di Bartolo. Quindi viene spontanea l'ipotesi che sia spontanea l'ipotesi che sia stato questo l'originale da cui derivò la stampa dell'incunabulo trevano. Né può essere una difficoltà il fatto che erano passati quarant'anni da quando don Francesco era venuto in possesso dei quel codice; poiché tali preziosi mezzi di studio si tramandavano per molte generazioni. Né d'altra parte è verosimile che i tipografi e i loro soci siano andati fuori Trevi a cercare un'opera da stampare, quando ne avevano – si può dire – in casa.

Ma c'è di più. Lo stesso testatore, Apollonio di ser Luca Veri nel suddetto suo testamento lasciava similmente in legato ad un altro suo amico, Antonio di ser Bartolo, un altro codice: le «Controversie» di Baldo. E noi sappiamo che nell'incunabulo trevano alla lectura Bartoli era unita un'altra lectura di Baldo Baldeschi. Ecco, dunque, che i tipografi trevani potevano avere sottomano anche l'altra parte del volume che intendevano stampare.

* * *

Qui finiscono le notizie che ho potuto raccogliere in più riprese su la tipografia trevana; notizie convalidate da una serie preziosa di documenti, che permettono di affermare essere ormai stata scritta la storia completa di questa importantissima tra le più antiche imprese tipografiche in Italia.

Quello che ho potuto, con la massima buona volontà far conoscere su questo argomento non è molto; ma è tutto! Per ora !

Tommaso Valenti

 Trevi (Umbria), 6-XII-1932- (XI)

 

 

 

 

 

 

Tommaso Valenti, La tipografia di Trevi i suoi incunabuli, Roma, 1932. Estratto dalla rivista Accademie e biblioteche d'Italia, anno V, n. 6 - 1932 - XI.

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Aggiornamento: 04 luglio 2016.