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La tipografia di Trevi e i suoi incunabuli

una ricerca di Tommaso Valenti (citato anche in  www.artstudio.it )

Estratto dalla rivista "Accademie e biblioteche d'Italia", anno V, n. I - 1933 XI
I numeri tra parentesi acute <XX> indicano le pagine dell'estratto

 

Note

 

 

1Leonij Leone, La tipografia di Trevi, in Giornale di erudizione artistica, Vol VI, Perugia, 1877, pag 150 ss.
Faloci Pulignani M., Della storia del perdono di Assisi stampata in Trevi nel 1470, Foligno Sgariglia, 1882. Questo lavoro del F.P. fu ristampato sotto il titolo: "La prima edizione di storia francescana" in "Miscellanea Fancescana", I, 48 (1902).
Valenti T. , Per la storia dell’arte della stampa in Italia: La più antica società tipografica (Trevi – Umbria 1470), Firenze, Olschki, 1924; estratto da " La Bibliofilia", vol. XXVI, anno XXVI, fasc. 4-5, 1924.

2G. F., Lexicon typographicum Italiae, Firenze, Olschki, 1905, p. 417.

3G. F., Bibliografia, Mlano, Hoepli, 1916, pag.54.

4
Riccardo Fulin, Documenti per servire alla storia della tipografia Veneziana in "Archivio Veneto" to. XX, parte I, 1882, pag. 84 n.

 

 

 

 

5Ernest Gaullieur, Les origines de l’imprimerie à Bordeaux, Paris, 1809

<1>

Subiaco nel 1454, poi Roma nel 1467, quindi Venezia nel 1469 ebbero le prime officine tipografiche in Italia.

Dopo di queste, toccò alla piccola città di Trevi l’onore fortunato di vedere sorgere tra le sue mura , nel 1470, una tipografia, che fu così la quarta in Italia e la prima in Umbria. Ciò è ben noto ai bibliografi, che nei loro repertori annotano gl’incunaboli trevani; nonché agli studiosi che della tipografia di Trevi si sono specialmente occupati, compreso – come meglio poteva – il sottoscritto1. A molti però è sfuggito che nella storia dell’arte della stampa in Italia la modesta ed effimera tipografia di Trevi assurge ad una importanza insospettata e certamente tutta speciale.

E ciò per un insieme di circostanze e di fatti, che inutilmente si cercherebbero nelle vicende di altre antichissime e più grandi tipografie. Infatti, quella di Trevi – oltre al pregio di essere stata tra le primissime a sorgere – ebbe anche la fortuna di essere esercitata da una società tipografica, che fu la prima in Italia. Fatto importantissimo e confortato da una ricca serie di documenti, che, fino ad ora, nessun’altra delle antiche tipografie può vantare.

L’esistenza di una società tipografica costituisce un elemento quasi fondamentale per la storia dell’arte della stampa in Italia; e gli studiosi del grave argomento hanno avuto cura di dedicare speciale attenzione alle notizie che hanno potuto trovare di tali società. Così il Fumagalli2 osserva che una caratteristica della stamperia di Torino è quella di aver avuto, fino dai tempi più remoti, alcune grandi società per l’esercizio della tipografia. Ma quella di Torino sorse nel 1474; quella di Trevi la precedette di quattro anni.

Lo stesso autore afferma3 che la
<2>più antica società tipografica in Italia fu quella costituitasi a Milano tra Antonio Zarotto, Cola Montano e altri, nel 1472. Ora, quella di Trevi sorse due anni avanti.

La società tra Nicolò di Francoforte, editore, e Leonardo de Wilde, da Ratisbona, tipografo, unitisi per la stampa di una Bibbia a Venezia, è messa in rilievo dal Fulin come un fatto assai importante; ma è del marzo 14784.

E, se vogliamo dare uno sguardo fuori dall’Italia, vediamo che in Francia fu trovata, a suo tempo, piena d’interesse la pubblicazione di un contratto di società del 16dicembre 1486, tra i «giurati» di Bordeaux e un tale Michele Svierler, da Ulm, il quale s’impegnava a condurre a Bordeaux altri due tipografi «per far livres» (testualmente). Lo Svierler stipulò lo stesso giorno un altro contratto di società con Nolot de Guitons; ed a quei due si associò, per due anni, un Giovanni Walteur, da Mindelton, il quale portò nella società «grant quantité de lettres d’estaing». Ma tutto ciò avveniva nel 1485, molto più tardi che a Trevi. E vedremo poi come questi contratti di Bordeaux abbiano una strana affinità con quelli che si erano stipulati nella piccola città umbra5.

* * *

Oltre a tutto ciò, se per la sua breve durata, la tipografia trevana non lasciò una ricca produzione libraria, resta il fatto della grande rarità dei suoi incunabuli; poiché di uno di essi si ha un solo esemplare; e di quell’altro se ne conoscono non più di quattro.

Con tutto ciò, di questi incunaboli non è stato fin qui detto quanto si sarebbe potuto, né le notizie pubblicate intorno ad essi sono completamente esatte Altrettanto è avvenuto per la tipografia di Trevi, della quale chi ne scrisse – compreso naturalmente io stesso – è caduto in qualche errore, che è bene rettificare.

* * *

E, prima di tutto, la storia. Nel 1470 – non si può precisare il mese per mancanza di documenti, ma fu certamente prima del giugno – venne a Trevi, forse diretto verso Roma, un tedesco conosciuto per molto tempo come Giovanni Reynardi, ma che poi – in base a documenti da me trovati – poté identificarsi per un Giovanni Rothmann di Einingen, nella diocesi di Costanza.

Egli nel primo semestre di quell’anno, con un rogito del notaio trevano ser Nicola Veri, si unì in società con un ser Costantino di ser Giovanni Lucarini, per l’esercizio di una tipografia; a quali condizioni non sappiamo: ma il fatto è confermato dai documenti successivi.

6Archivio Notarile, Trevi, to 184, f. 80. Questo e gli altri sette documenti di cui appresso furono da me già pubblicati in "La Bibliofilia" più sopra citata. Riassumo qui le principali notizie contenute in quel mio studio, al quale rimando il lettore. Infatti, il 1° luglio 1470, con altro atto dello stesso notaio6, quel Costantino Lucarini, che si era unito al
<3>tedesco Rothmann, stipulava un altro contratto di società con un Pier Donato, fino a pochi anni fa chiamato «di Colangelo» (Colangeli), ma che i documenti trovati poi ci hanno detto essere egli stato della famiglia Guadagnoni e dottore in ambo le leggi.

Questa seconda società era indipendente dall’altra, pura avendo lo stesso scopo e la stessa durata. Il Guadagnoni apportava 150 «fiorini» ed assumeva l’obbligo di correggere le bozze del libro, che allora si veniva stampando e che –come vedremo – era una «Lectura» di Bartolo da Sassoferrato, sulla prima parte dell’ «Infortiatum» giustinianèo. Gli eventuali utili della vendita del volume dovevano dividersi così: metà al tedesco Rothmann, l’altra metà tra il Guadagnoni e il Lucarini, a parti eguali. Se si stamperanno altri volumi, il Guadagnoni avrà un terzo degli utili; il resto andrà agli altri due soci: ma al Guadagnoni, che s’impegnava a correggere tutte le bozze, si assicurava anche una «competentem mercedem».

 

 

 

7Marini, Archiatri Pontifici, vol II, pag 209.

 

 

 

8Archivio Notarile, Trevi, to 7, f. 122.

 

 

 

 

 

9Archivio Notarile, Trevi, to 7, f. 122.

 

10Archivio Notarile, Trevi, to 7, f. 122.

La società era a termine fisso; scaduto questo, il materiale doveva così ripartirsi: quattro torchi completi (torcularia fulcita) al Rothmann e al Lucarini; gli altri dovevano dividersi tra questi e il Guadagnoni. Ciò vuol dire che i torchi erano almeno sei. E qui – a titolo di confronto – si può osservare che la tipografia di Cristoforo Waldarfer a Milano, in società con Cola Montano e Filippo da Lavagna, nel 1472, aveva solo due torchi7.

* * *

 

Seguendo l’esempio di quei suoi concittadini, un altro trevano domandò di entrare a far parte della società: Bartolomeo di Franceschino Lucarini. Egli si rivolse a ser Costantino di ser Giovanni Lucarini, e il giorno 11 ottobre 1470 il notaio Angelino di Sante Silvestri8 stendeva il relativo atto. Con questo, il Bartolomeo Lucarini era ammesso nella società «in arte scripturarum librorum»; ma – come è evidente – non si trattava di «scriptura»; tanto vero che nell’atto si parla «di quell’arte che si esercitava allora in Trevi per opera di maestro Giovanni Rothmann». Il notaio non sapeva ancora come qualificare quella nuova arte di cui, egli come gli altri, non avevano mai ancora sentito parlare! É in questo atto che per la prima volta appare il vero cognome del tipografo tedesco.

Il Bartolomeo Lucarini entrava nella società con una quota di 50 «fiorini»; e degli utili di questi egli avrebbe percepito soltanto la metà. Ma egli si accorse presto di avere con un tale patto concluso un cattivo affare e perciò con un altro atto dell’8 novembre 1470, dello stesso notaio9, veniva tra il Bartolomeo Lucarini e il suo cugino Costantino Lucarini annullato l'atto precedente e tacitata ogni vertenza relativa.

Però subito dopo, e nello stesso giorno, con un nuovo rogito, il Bartolomeo Lucarini torna a far parte della
<4> società tipografica. Da questo atto si viene a sapere che il ser Costantino Lucarini aveva apportato 200 «fiorini»; il Rothmann altri 100, e altrettanti il Bartolomeo Lucarini, al quale ora si riconosce il diritto ad un quarto degli utili sui 400 «fiorini» che formano il capitale versato da soci trevani.

Con questi diversi atti notarili si stabilisce con certezza che la società tipografica di Trevi era di un tipo fuori dal normale, perché suddivisa in altre tre società; cioè: 1°) Giovanni Rothmann con 100 «fiorini», insieme a Costantino Lucarini che ne apporta altri 200; 2°) Ser Costantino con Pierdonato Guadagnoni, il quale ne versa 150; 3°) Bartolomeo Lucarini si unisce al cugino ser Costantino recando una quota di 100.

Sono così in tutto 550 «fiorini» - somma rilevantissima per quei tempi – che quei coraggiosi cittadini investivano nella nuova impresa. Essi – che videro chiaro e lontano – non esitarono a dare aiuto di capitali e di opera a quella nuova «arte divina», di cui certamente intuivano la colossale importanza. Poco monta se le vicende dell’impresa non furono prospere; il fatto rimane ugualmente notevole nella storia di Trevi e della tipografia in Italia.

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11Archivio Notarile, Trevi, to 90, f. non numerato.

Un’adeguata idea delle difficoltà che quei pionieri dovevano superare nell’esercizio della loro impresa, ci è data da un altro contratto dell’8 gennaio 147111, col quale – a rogito di Cipriano Valenti – i soci trevani della tipografia, escluso perciò il Rothmann, cedono ad un Abramo di Angelo, ebreo, da Camerino, per 17 «fiorini» e per l’anno 1471 la «cinciarìa», ossia il monopolio della raccolta degli stracci nel comune di Trevi, da questo già data in appalto a un Pierfrancesco Lucarini, il quale interviene nel contratto. L’ebreo si obbliga però a scegliere gli stracci più fini «cincia subctilia», e di cederli ai soci della tipografia al prezzo di 10 «fiorini» ogni cento «libbre». È chiaro che di quei cenci doveva poi farsi la carta per uso della tipografia¸ ma dove e quando la carta venisse fabbricata non sappiamo. O immaginate voi, ora, un tipografo che – prima di iniziare la stampa di un volume – vada in cerca degli stracci per fabbricare la carta occorrente?!

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12Archivio notarile – Trevi – To.98, f.95.Erroneamente in "La Bibliofilia" cit., pag. 24, il documento porta la data 11 novembre.

 

 

 

 

 

13Archivio notarile – Trevi – To.98, f.112.

14Non "trecento tredici", come erroneamente si legge in "La Bibliofilia" cit., pag. 18.

 

 

 

 

15G. Fumagalli – Bibliofilia, cit. pag. 54.

 

 

 

16T. Valenti – Un documento decisivo per il "Dante " di Foligno – Firenze, Olschki, 1925; astratto da "La Bibliofilia", anno XXVII, fasc. 4-5, 1925.

17Archivio notarile – Trevi – To.69, f.264 ss. Rogiti di Francesco quondam Petri

Ma breve fu la vita della tipografia trevana; poiché, o fosse per la scadenza del termine stabilito alla durata della società, o fosse per l’insuccesso finanziario, è certo che l’11 settembre 1471 i soci ser Costantino Lucarini, Pierdonato Guadagnoni e Bartolomeo Lucarini, in un atto del notaio ser Nicola Veri stipulato in quel giorno12 dichiarano che essi furono già soci «ad imprimendum libros»; ma essendo stata sciolta la società urgeva liquidare
<5> alcune partite ancora in pendenza; specialmente si trattava di sistemare le copie dei libri stampati a Trevi ed esistenti nei depositi di Roma e di Perugia.

È questo un altro raggio di luce sulla storia della nostra impresa: poiché sappiamo così dove si smaltiva – o si sperava di smaltire la produzione della tipografia trevana. Trattandosi di libri di legge è chiaro che i tipografi cercavano la loro clientela tra gl’insegnanti e gli studenti delle università più vicine.

Oltre a questa partita attiva, rimanevano a liquidare alcune passività; e tra i principali creditori era il Pierdonato Guadagnoni, per dieci «fiorini» più degli altri soci. Tutti questi crediti venivano garantiti dai volumi non ancora venduti.

Della liquidazione della società ebbe incarico il Guadagnoni. Ed egli adempiva il mandato affidatogli, stipulando il 22 novembre 147113 per mano dello stesso notaio ser Nicola Veri, un contratto col quale cedeva ad un ser Evangelista «Angelinij», da Trevi, ma residente a Foligno, centotredici «libbre»14 di caratteri di stagno (stagni in literis colati) ed un banco «actum (sic) ad imprimendum libros»; il tutto per 119 «fiorini» e 12 «bolognini», da pagarsi metà dopo tre mesi e dopo sei l’altra metà.

Anche questo atto e – per di così – un cimelio, poiché, a quanto io so, è il più antico documento del genere, cioè che si riferisca ad emigrazione di materiale tipografico. Finora era ritenuto essere il più antico l’importantissimo contratto tra Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, e Panfilo Castaldi, che era autorizzato a partire da quella città, portando con sé tutta l’officina tipografica; ma questo atto è del 6 marzo 1472; quindi posteriore al nostro, che pure ha con quello così notevole affinità15.

* * *

E qui, senza uscire dall’argomento principale, dirò che quell’Evangelista «Angelinij» che comprò, per portarlo a Foligno, il materiale della tipografia di Trevi, è stato da me identificato - in base ad un documento vaticano – per quel misterioso e mai riconosciuto individuo che fu «el fulginato Evangelista mei» così nominato nel «colophon» del «Dante » di Foligno del 1472, come un collaboratore del tipografo tedesco Giovanni Numeister, che diede per primo alle stampe la «Divina Commedia»16.

* * *

Da un ultimo e postumo documento del notaio Francesco quondam Petri in adata 24 novembre 147317 veniamo a sapere che Bartolomeo Lucarini aveva
<6 >avuto in prestito da suo fratello, Pierfrancesco, 200 «fiorini » per impiegarli nella società con Pierdonato Colangeli, ser Costantino Lucarini e con certi tedeschi (cum certis teotonicis) per stampare libri (ad faciendum et componendum libros). Sta di fatto, però, che il Bartolomeo Lucarini non volle impiegare nella società tutta quella somma, e si limitò, come vedemmo, a soli 100 «fiorini ». Per prudenza, forse?

* * *

Con questa ricca serie di documenti resta dimostrato quale fu l’origine, quale la vita della tipografia trevana, le cui vicende si possono riassumere così: iniziata prima del giugno 1470, con una società tra il tedesco Giovanni Rothmann e ser Costantino Lucarini, con un capitale di 300 «fiorini», a quei due si unirono altri due soci durante l’anno 1470, e portarono il capitale a 550 «fiorini». Al settembre 1471 la tipografia aveva cessato di lavorare e in quel giorno se ne liquidavano le ultime pendenze. Il 22 del successivo novembre i residui del materiale tipografico di Trevi passavano nelle mani di Evangelista «Angelinij», socio di quel Giovanni Numeister che, a Foligno, con il contributo degli Orfini, stampava in quella città – tra gli altri volumi – la «Divina Commedia», per la prima volta nel mondo.

* * *

 

 

18Catalogue of books printed in the XVth Century now in the British Museum, pte. IV, London, 1930, Introduction, p. IX ss.

Delle vicende della tipografia trevana si occupava più recentemente l’illustre bibliografo Vittorio Scholderer, erudito compilatore dei cataloghi librari del British Museum di Londra. Nel volume che comprende le edizioni del secolo XV quivi esistenti, lo Scholderer riassume la storia della nostra tipografia, rilevandone l’importanza. E, data l’autorità dello scrittore, mi sembra utile riportare qui – tradotto testualmente – quanto egli scrive18:

«L’anno 1470 vide l’introduzione dell’arte tipografica in due piccole città dell’Umbria; cioè: a Foligno, sede vescovile, a venti miglia al sud est di Perugia, e nella sua vicinissima Trevi; ambedue a quell’epoca apppartenenti al dominio pontificio. Di queste due, Trevi reclama a buon diritto la priorità, secondo l’evidente documentazione, recentemente scoperta (vedi: T. Valenti, Per la storia, etc. in «Bibliofilia», XXVI, 1924, pp. 105 ss.) Un contratto del 5 lugli 1470 c’informa che il lavoro allora era già incominciato con un in-folio di Bartolo super primo Infortiati, terminato il 23 gennaio dell’anno seguente (Gesamtkatalog 3612); il quale è uno dei soli due incunaboli usciti dalla tipografia di Trevi. L’altro è un opuscolo che tratta deel Perdono di Assisi, datato 1470 (Hain, 7336) e che presumibilmente è stato il primo saggio e, per conseguenza, di data anteriore al Bartolo.

L’artista che ha il merito dei due libri, dei quali nessuno
<7>– disgraziatamente – si trova nel British Museum, era Johannes Reinhardi (Uno dei documenti pubblicati dal Valenti dà al Reinhard il cognome o il soprannome di Rothmann – Rothomannus – che lavorò a Roma nel 1473)».

Lo Scholderer continua parlando della tipografi adi Foligno ed osserva che la vendita del materiale di quella di Trevi fatta dall’Evangelista Angelini è senza dubbio connessa al fatto della prima edizione del «Dante».

Altra circostanza questa che richiama una volta di più l’attenzione dei bibliografi su la tipografia trevana.

* * *


 

 

 

19Pag. 579.

 

 

20Fumagalli G. – Ottino G., Bivlioteca di bibliografia Italica,Roma, Pasqualucci, 1889, vol. I, n. 540 bis.

21Paolo Leenen, chierico di Liegi, forse originario del Limbourg. Fu a Roma dal 1475 al 1476. Con Giovanni Reynard stampò la seconda parte di un "Bartholomei Cepollae, De servitutibus". (Cfr. F. Van Ortroy, Contribution à l’histoire des emprimeurs et des libraires belges établis à l’etranger, in "Rev. Des bibliotheques", an 35° 1925, n 11-12, Paris, Champion, pag. 390. 22Annales Typografici, Norimberga, 1795, vol III, p. 52.
23An Index to the early printed Books in the British Museum, London, 1898, second Section, "Italy", p. 381.

Dopo di ciò mi sembra necessario – ed è altrettanto facile – rettificare gli errori in cui sono involontariamente incorsi alcuni degli studiosi che hanno scritto sul nostro argomento. E per primo noto il valorosissimo Fumagalli che nel suo prezioso "Lexicon Typograficum Italiae" nella "Table chronologique de l’introduction de l’imprimerie dans le differentes localités", annota: "1470 (23 janvier) Trevi. Introduction de l’imprimerie dans l’Ombrie"19.

Verissimo che Trevi fu la prima città dell’Umbria ad avere una tipografia: ma la data del 23 gennaio 1470 è errata, almeno in parte; perché fu con la data del 23 gennaio 1471 che fu pubblicato il secondo degli incunabuli di Trevi. Il primo – come vedremo – porta la data dell’anno 1470, non il giorno, né il mese.

In un altro magistrale lavoro del Fumagalli, in collaborazione con l’Ottino20, si legge che un Giovanni Numeister, il tipografo del "Dante" di Foligno, stampò anche a Trevi. Ma questa affermazione è in contrasto con i documenti e con la realtà dei fatti.

Recentemente il Gianolio nel suo monumentale volume "Il libro e l’arte della stampa", nel capitolo "Biografia della stampa" e precisamente nell’"Indice bio-geografico dei tipografi", scrive: "Trevi (Perugia): Leenen, Reynhard"21. Ora, i documenti e gli incunabuli ci dicono più che chiaramente che a Trevi operò solo il Reynhard; del Leenen nessuna notizia! Né di lui a Trevi parla il fumagalli nel suo "Lexicon"; né altri, che io sappia.

Il Panzer22 equivocando dice Trevi oppidum Latii.

Il Proctor23 scrisse essere Endingen la patria del tipografo Reynhard e fissa al 23 gennaio 1471 la sua prima stampa.

E tralascio molti altri errori di minor
<8>conto che ho incontrato in autori di cose bibliografiche

* * *

Tratteggiata così, largamente, la storia della tipografia trevana, è ora di esaminarne la produzione. Questa fu limitata, dissi, a due soli incunabuli, e – data la brevità del tempo – non poteva attendersi di più.

Il primo incunabulo trevano è di estrema rarità, poiché se ne conosce un solo esemplare, che trovasi nella biblioteca "Alessandrina" di Roma ed è annotato a pag. 53 del Catalogo manoscritto degli Incunabuli, testualmente così:

"1470 – Franciscus de Assisio – Historia quomodo b. Franciscus petivit a Christo indulgentiam pro Ecclesia S. Mariae de Angelis. Impresse in Treuio Anno Domini M.CCC.L.XX. S(ine) Typ(ographo) ".

"(Joh: Reynardi). Solo esemplare conosciuto di questo libretto, è (sic!) il primo stampato a Trevi dal tipografo tedesco Giovanni di Reynard. È il più antico libro a stampa di soggetto francescano".

Si vede che il Catalogo è molto antiquato! Oggi la descrizione del prezioso cimelio si farebbe più esattamente, a cominciare dal nome dell’autore!

24Cfr. M.F.P. op. cit.., dove trovasi anche un’abbondante bibliografia, su questo argomento.
25Sbaraglia fr.Jo. Hyacinthi, O.M.C., Supplementum et castigatio ad scriptores trium ordinum S. Francisci a Waddongo descriptos etc., Romae, Contedini, 1806, pag. 245.
26Waddingus fr. Lucas, Scriptores ordinis minorum, Roma, Nardecchia, 1906, pag. 78.
27Op. Cit. in "Giornale di erudizione artistica", pag. 150 ss.
28Op. Cit., pag. 6.

 

 

Il primo a dedicare un’interessantissima monografia su questo incunabulo fu il Faloci Pulignani24, il quale – tra l’altro – osserva che questo opuscolo è tanto raro che a molti scrittori e bibliografi fu sconosciuto. Così non lo conobbe lo Spader, vescovo francescano di Assisi; il padre Sbaraglia ne negò assolutamente l’esistenza. E la negò – aggiungo – in modo così perentorio da dire che sbagliava chi affermava il contrario, compreso il Waddingo!25 Osservò che questi –se mai – sbagliò il nome dell’autore della "Ystoria", che chiamò "Franciscus Bartholdus"26.

Ma se questi ed altri scrittori non conobbero il nostro incunabulo, altri, invece, lo conobbero e lo fecero conoscere. Tra gli altri se ne occupò alquanto diffusamente e bene il conte Leonij, di Todi27, che così descrisse l’incunabulo, che allora portava nella "Alessandrina" la segnatura: W : e. 38, e faceva parte di una miscellanea. "Sono in tutto sette carte" - il Faloci Pulignani ne conta otto28 - "in quarto, non intonse, però con qualche testimonio; la carta è piuttosto forte ed ha un’aquila nella filigrana; la pagina è piena, non a colonna, e di trentatre linee; il carattere è rotondo romana. Mancano: la numerazione, le segnature, i richiami. Le iniziali, segnate prima con le maiuscole a stampa, sonopoi state fattea pennaa, grandi e
<9> maiuscole; alcune in rosso (cinabro) altre in azzurro (oltremare o smalto). L’operetta è divisa in 13 capitoli e va dalla carta I recto alla VII verso. Né l’Hain, né il Panzer, né il Laire, né il Brunet dànno il titolo esatto dell’opera, né forse l’ebbero mai sott’occhio". A queste esatte indicazioni dello studioso umbro aggiungo che le dimensioni dell’opuscolo sono: mm 205 x 278; la "giustezza" è di mm 138 x 195; le pagine portano una numerazione moderna, a matita.

* * *

29Sabatier Paul, Fratris Francisci de Assisio Tractatus de Indulgentia S. Mariae ad Portiuncola, nunc primum integre edidit P.S., Paris, Fischbacher, 1900, in-8, pp. 204, in Collection d’Etudes et de documents sur l’Histoire religieuse et litteraire du M. A. – To.11.

30Op. Cit., pag. 14.

Tra gli studiosi più recenti debbo ricordare il Sabatier29, che di questo incunabulo si è occupato ampiamente, mentre pubblicava, in edizione critica il codice 344 della biblioteca di Assisi. Da Trevi – che il Sabatier dice essere "une localité de l’Ombrie infiniment jolie" - è venuto, egli scrive, questo documento senza importanza storica, ma che merita di essere segnalato, perché chi ne ha parlato finora ne ha dato solo indicazioni di seconda mano.

Però – contrariamente al Sabatier, e molto prima di lui – il Faloci Pulignani riteneva che "l’operetta di fra Francesco … anche sotto l’aspetto storico merita considerazione, se non altro per gli interessanti documenti che contiene"30. Così pure non è esatto, che chi – prima del Sabatier – si è occupato di questo incunabulo, abbia dato solo indicazioni di seconda mano. Gli scritti del Leonij, prima, del Faloci Pulignani, poi, dimostrano il contrario. La seconda
<10> mano – se mai – sarebbe quella del Sabatier.

* * *

Autore dello scritto è un frate Francesco Bartoli, di Assisi, nato alla fine del sec. XIII, vissuto fino oltre il 1335.

 

31Op. Cit., pag. 11 ss.

32Mercati Angelo, Frate Francesco Bartoli d’Assisi, michelista, e la sua ritrattazione, estratto della "Archivium Franciscanum Historicum", Quaracchi, 1927, pag. 47. "Seguendo il cod. 344 della Biblioteca d’Assisi, Papini, Faloci e Sabatier chiamano Francesco anche Rubee o della Rossa; dev’essere un’identificazione sbagliata, come dedurrei da Fumi (Eretici e ribelli nell’Umbria, V. 279), confrontato col continuo appellativo esclusivo Fr. Bartholi de Assisio dell’altro codice 269 della Universitaria di Bologna e del documento Vaticano (Instr. miscell. 6466)". Fin qui il Mercati. Bisognerebbe però tener conto che il Faloci Pulignani e il Sabatier dicono che al f.46 del codice di Assisi è scritto "duo fratres nobiles de Anglia… quorum unus dixit mihi fratri Francisco Bartholi Rubee de Assisio". Ora si tratta di sapere se queste parole sono di mano del Bartolio di altri. La questione parrebbe tuttora insoluta. Il Vermiglioli (Biografia degli scrittori perugini, Perugia, Bartelli e Costantini, 1828, to. I, parte I, pag. 34 n.) (sic) chiama l’autore della Ystoria: Francesco Bartolo da Rubbia (sic) assisano.

33P.S. op. cit., pag. CIV ss.

34d°: ivi, pag. CLIX.

35M.F.P., op. cit., pag. 15.

36Cfr. "La Bibliofilia", anno XXVIII, 1926, pag. 24.

Non sarebbe indispensabile per lo scopo di questo mio studio occuparmi dell’autore della Ystoria stampata a Trevi; ma – data la singolarità del caso – mi pare utile mettere in rilievo che molte notizie biografiche furono date dal Faloci Pulignaini su frate Francesco Bartoli, di Assisi31, attingendole anche dal Waddingo, dallo Sbaraglia e specialmente dal padre Papini. Da tutti questi sappiamo che il nostro studiò a Perugia (1312) e a Colonia (1316). Tornò in Italia (1317); poi si recò a Parigi (1318). Dal 1320 al 1325 fu a S. Maria degli Angeli; nel 1322 a S. Damiano. La Ystoria –quella pubblicata dal Sabatier fu scritta circa il 1335; ma la stampa di Trevi non riproduce per intero l’originale, poiché ne utilizza solo 13 capitoli, ai quali dà una disposizione diversa da quella che hanno nell’originale. Il frate, quale seguace di fra Michele da Cesena, fu nel 1329 coinvolto nei procedimenti che Papa Giovanni XXII ordinò contro i "michelisti", dichiarati eretici. Il Bartoli finì per ritrattare i suoi errori. È da notare che l’autore della Ystoria è indicato dai suoi biografi anche col nome di frate Francesco Bartoli Rubee (della Rossa); ma – secondo il Mercati – sembra che questa sia una identificazione errata.32

* * *

Perché la Ystoria fu stampata a Trevi? Si domanda il Sabatier. I frati di S. Francesco o di S. Martino – i due conventi locali – ne avevano forse una copia?33 L’ipotesi e verosimile; tanto più che come di quella Ystoria si aveva già un altro codice , nel convento di Assisi, oggi in quella biblioteca comunale (Ms: 344), così può pensarsi che di simili copie fossero in possesso altri conventi francescani. Anche il Sabatier esprime l’ipotesi che il codice di Assisi e l’incunabulo di Trevi derivino da una fonte comune34; e di questa opinione era anche il Faloci Pulignani35. Comunque sia , è certo che l’incunabulo di Trevi è di grande importanza anche
<11> per la storia della bibliografia francescana; ed in questo senso è appunto segnalato dai più autorevoli studiosi di tali argomenti. Quando nel 1926 si tenne a Poppi la mostra del libro francescano, il nostro incunabulo, che vi figurava , richiamò meritatamente l’attenzione dei competenti come "degno di singolare menzione"36.

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37"Supplementum", cit. pag. 260.

 

38Paris, Firmin Didot, 1890, sotto: Treba

 

Venendo a parlare più particolarmente di questo incunabulo trevano, dirò che l’esemplare superstite pressso l’"Alessandrina" ha una modesta rilegatura moderna, in cartoncino e mezza pergamena. Parimenti moderno è il foglio di guardia. Quasi tutti i fogli hanno macchie di umidità. Non si sa donde l’incunabulo sia pervenuto all’"Alessandrina".

Alcuni bibliografi non si trovano d’accordo neppure nello stabilire il formato dell’opuscolo. Lo Sbaraglia dice che è in-4° grande37. L’autore del "Dictionnaire de Géographie ancienne et moderne à l’usage du libraire" dice Trevi essere città del Lazio! E l’opuscolo di frate Francesco Bartoli: in-folio!38

La carta dell’incunabulo è di ottimo impasto e molto resistente, per quanto un poco ingiallita. La filigrana indica un’aquila coronata, rivolta a destra ad ali spiegate e gambe divaricate, ed è inscritta in un cerchio. Ne riproduco qui l’impronta originale. (fig. 1)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trevi, Italy - Antica tipografia (1470)- Filigrana della carta.  

 

Fig. 1.- Filigrana della carta degli incunabuli di Trevi.

 

 

 

39"Les filigranes", I, pag. 29 e n. 302.

40Zonghi A., Le marche principali delle carte fabrianesi dal 1293 al 1599, Fano, tip. Sonciniana, 1884, pag. 22, n. XXXVI-3.

 

 

Questa filigrana trovasi esattamente ripetuta nel Briquet39 che le Attribuisce la data 1472. È una marca italiana, usata in Toscana e a Fabriano40. La carta del nostro incunabulo molto probabilmente proveniva da questa città o dalle più vicine cartiere di Pale, sopra Foligno.

I tipi, come già notava il Leonij, sono romani e abbastanza regolari, come si vede dalla fotografia della prima (fig. 2) e dell’ultima pagina (fig. 3) dell’opuscolo.

* * *

Dopo il primo esperimento della nuova arte, i soci della tipografia di Trevi dovettero rimanere soddisfatti anche dell’abilità del tedesco Rothmann, se si accinsero subito a nuova impresa, mettendo sotto i torchi un grosso volume.

Era questa la prima edizione di una "lectura" del famoso Bartolo, che in origine si chiamò Severi, poi assunse il cognome di Alfani; ma in seguito fu universalmente conosciuto coll’appellativo "da Sassoferrato" suo luogo di nascita.

 

 

 

 

 

 


41
Op. cit., pag. 159.

 

 

 

 

 

 

42Magno Jacobus, Cathalogus editionum saec XV Bibliothecae Casanatensis, Romae, 1795-1802, to. I, pag. 54, Ms. nella detta Biblioteca.

 

 

 

 

 

 

43To. I, parte I, pagg. 33 s.

Il 23 gennaio 1471 veniva alla luce questo secondo prodotto della tipografia trevana. Il Leonij41 così lo descrive : " Incomincia [Q] via hic non est caput libri, e finisce: Explicit lectura Bartoli etc:. È stampato con gli stessi caratteri e sulla medesima carta dell’Ystoria; in foglio, con
<12>
carattere romano, senza segnature, senza capitali, senza il numero delle pagine, a due colonne di quarantaquattro linee, in trecentodieciotto carte".

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Questo incunabulo è conosciuto e catalogato da tutti i bibliografi sotto il nome e sotto il titolo di Bartholus de Saxoferrato. E, infatti, la parte maggiore del volume è occupata dalla sua "lectura" su la prima parte dello "Infortiatum" di Giustiniano. Ma –forse perché i "lettori" delle università, ai quali il volume era destinato, facevano altrettanto nelle loro lezioni – quasi a metà di quella di Bartolo è inserita un’altra "lectura" di Baldo Baldeschi, da Perugia. E l’inserzione incomincia a tergo del f. 108, circa alla metà della prima colonna col titolo: "De excusationibus tutorum". A tergo del f. 123 troviamo un nuovo paragrafo col nome di Bartolo in fine, mentre il paragrafo seguente è di Baldo. Così dal f. 124 al 126 troviamo alternati i nomi dei due giuristi. Quello di Baldo, comparisce per l’ultima volta al f. 137. Di questo alternarsi di Rubriche sotto i due nomi non si accorse il Magno, compilatore del catalogo delle edizioni quattrocentesche esistenti nella biblioteca Casanatense di Roma, scrivendo che la lectura di Baldo è inserita tutta di seguito dal f. 108 al f. 13742.

L’innesto della lectura di Baldo su quella del suo collega e contemporaneo Bartolo, ha fatto sì che i bibliografi, anche quelli di Perugia, non abbiano tenuto conto di questa edizione, dirò così, episodica dello scritto di Baldo Baldeschi. Basti citare il diligentissimo Vermiglioli, che, nella sua "Bibliografia degli scrittori perugini", non fa alcun cenno di questa lettura di Baldo stampata a Trevi; per quanto, a proposito del nostro incunabulo, scriva: "una edizione che deve stimarsi rarissima è quella di Trevi del 1471, per Johannem Reinhard" etc.43

* * *

Anche di questo secondo lavoro uscito dalla tipografia trevana do qui, per la prima volta, la riproduzione della prima pagina (fig.4) e dell’ultima colonna (fig.5). Degno di attenzione è il colophon, già più volte pubblicato e qui leggibile nella riproduzione fotografica. Da questo sappiamo che il tipografo fu il Reynhard, che Pierdonato Colangeli (Guadagnoni) fu il correttore delle bozze e che il volume fu finito di stampare il 23 gennaio 1471. A lode di Pier Donato, dobbiamo riconoscere che egli, dottore in legge, adempì coscenziosamente il suo dovere: poiché l’edizione è abbastanza corretta, pur non mancando qua e là, qualche errore tipografico; ma chi – anche oggi – è tra i tipografi, senza questo peccato?

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<15>Di questo incunabulo esistono quattro esemplari, dei quali posso dare ora l’elenco completo, con le relative caratteristiche.

1° Esemplare nella Biblioteca Vaticana.
Antica collocazione: Arm: 345-52 – Successiva: Inc. s. 45 (Italia 1057).
Ottimo stato. Rilegatura settecentesca in ½ pergamena. Foglio di guardia della stessa carta del testo. Poche macchie di umidità all’angolo superiore destro. In testa al 1° foglio è scritto: Statij Politiani ê (est) J.U.D. Forse è il nome del primo possessore del volume; ma non mi è stato possibile identificare chi egli fosse.
Il volume è composto di 289 carte compreso il foglio di guardia. La carta è identica a quella del primo incunabulo trevano: ma perfettamente conservata e candidissima. La prima colonna incomincia diecisette righe più in basso della seconda; e – curiosa particolarità di questo esemplare – il posto delle righe è occupato dalla impressione in nero di altrettanti spazi tipografici.
Note marginali scrite da due o tre mani diverse, di cui una si riconosce essere dello Stazio Poliziano (Ambrogini?).
Mancano i paraffi. Qualche iniziale maiuscola negli spazi a ciò destinati, malamente tracciata a penna.

2° Esemplare nella Biblioteca Casanatense.
Antica collocazione: H – III – in 4to. Attuale; Ed. sec. XV. – 1303. Esemplare completo. Rilegatura settecentesca in ½ pergamena. Non raffilato (rogné) nel taglio destro e inferiore; forse neanche al superiore. Dimensioni mm 290 x 419. Carte 288.
Macchia di umidità all’angolo inferiore destro dei primi 60 fogli. Fori di tarli nei primi 19 e negli ultimi 30 fogli. Molti fogli fioriti. Carta identica a quella del primo incunabulo. Filigrana simile, ma non perfettamente uguale in tutti i fogli, che evidentemente provengono da "forme" diverse. Al foglio 115r, tre righe sono state completate a mano con inchiostro comune, per rimediare un difetto d’impressione; e della stampa s’intravedono appena le tracce. Paraffi rossi e azzurri. Molti però ne mancano e sono sostituiti da simili segni a mano.
A tergo del penultimo foglio è scritto, di carattere quattrocentesco: "Hunc libr(um) bar(tholi) sup(er) J (prima) pte (parte) inforciati legavit Conventui Sacte Marie de Paradiso Dnu Anselmj (sic) de Bituto (=Bitonto).
Sul recto dell’ultimo foglio, in alto, a destra, è scritto di carattere che sembra del sec. XV o XVI. Fo. 300 q.ni 30 (fogli 300 quinterni 30). Quasi tutti i fogli portano note marginali scritte da almeno due mani.

 

 

 

 

 

 

 

44Devo queste indicazioni alla grande cortesia del Prof. Comm. Gaetano Burgada bibliotecario-direttore della "Nazionale" di Napoli, il quale volle benevolmente rispondere al questionario da me inviatogli circa questo incunabulo. Vadano all’illustre studioso i miei ringraziamenti. T.V.

<18>

3° Esemplare della Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" di Napoli.44
Collocazione: S Q – VII – H – 12. A tergo del foglio di guardia è scritto: D. Bernardinus Aquilanus.
Stato di conservazione discreto.
Legatura borbonica in pergamena. Un tempo era "coperta tabulis et vin[c]ta catenis", come da una nota al recto del foglio di guardia.
Non raffilato. Numero delle catre: 289, perché conserva in principio una carta bianca non notata dal Reichling e forse non appartenente a questo volume.
Carta e filigrana identiche a quelle degli altri volumi trevani.
Al recto della carta seconda, in cui comincia il testo, vi è una grande iniziale miniata, su fondo con fregio; le altre iniziali e i paraffi sono in rosso e azzurro.

4° Esemplare della Biblioteca Comunale di Perugia.
Collocazione N. 306.
Buono stato. Rilegatura settecentesca in pergamena.
In testa alla prima pagina è scritto: carte 318.
La prima maiuscola è miniata. Le altre sono in rosso e azzurro alternate. Così i paraffi.
Fori di tarli nelle prime 24 carte.
Raffilato (rogné) di un centimetro nel margine superiore e nel destro.
Le carte sono effettivamente 288, numerate in tempi moderni, di 10 in 10.
Qualche macchia di umidità nel margine inferiore delle carte da 274 a 279.
In fine dell’ultima colonna, sotto il Colophon è scritto: di carattere quattrocentesco: q.29 de C. 8. 10 per qno C. n. 318.
Ossia: quinterni 29 di carte 8-10 per quinterno. Carte n. 318.

 

 

 

 

 

 

 

45T. V., Per la storia dell’arte della stampa in Italia, etc. cit. pag. 5.

 

 

 

 

 

46Op. cit. pag. 159.

47Op. cit. pag. 7.

 

 

48Leipzig, 1928. Pag. 522 (n. 3612).

49Thomas Accurti, Editiones saeculi XV etc. Annotationes ad opus quod inscribitur: "Gesammtkatalog der Wiegendrucke", Firenze, Tip. Giuntina, 1930, pag. 153.

È chiaro che il calcolo, per quanto sia semplice, è sbagliato. Se anche tutti i quinterni fossero stati di 10 carte, il totale doveva essere 290. Se così non fosse, mancherebbero al volume almeno 30 carte. E fu basandomi sui dati forniti da quella nota manoscritta, che in altro mio lavoro asserivo45 che la copia del nostro incunabulo, esistente nella "Comunale" di Perugia, era – "purtroppo" – mutila. Se non avessi dato fede alla nota dell’antico possessore del volume, avrei constatato – come feci più tardi – che questo consta di 288 carte, come le altre tre copie, salva la differenza di una in più. E mi sarei risparmiato il "purtroppo" e il relativo dispiacere!

* * *

Sull’esistenza di questi esemplari dell’incunabulo trevano è interessante osservare che nessuno dei bibliografi che in passato si sono occupati della
<19> questione, li ha conosciuti tutti. Infatti il Leonij
46 vide soltanto quello di Perugia. Il Faloci Pulignani descrive il volume: ma non dice dove l’abbia trovato; però l’errore del numero delle carte (318) dimostra che anche egli vide soltanto l’esemplare di Perugia47.

Altri bibliografi, come l’Hain, il Reichling, il Brunet, danno notizia degli incunabuli trevani, ma non accennano alle copie superstiti.

I compilatori del "Gesammtkatalog der Wiegendrucke"48 citano l’esemplare della "Vaticana" e quello della "Nazionale" di Napoli.

Il valentissimo Accurti49 criticando quella compilazione tedesca, osserva che a Roma l’incunabulo di Trevi si trova non solo nella "Vaticana" ma nche nella "Casanatense". D’altra parte, però, l’Accurti non vide l’esemplare della "Comunale" di Perugia.

Posso, dunque, tranquillamente affermare che è in queste mie pagine che per la prima volta tutte le copie fin qui conosciute del "Bartolo" di Trevi vengono enumerate e sottoposte all’attenzione degli studiosi.

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50T. V., Op. cit., pag. 52. G. Fumagalli, "Lexicon" cit., pag. 296 ss.

 

 

 

 

51Archivio Notarile – Trevi, To. 27, f. 198 ss. Rogiti di ser Marino Bonilli.

A questo punto potrebbe sorgere spontanea la domanda: perché i tipografi di Trevi prescelsero per la stampa quella Lectura di Bartolo sulla prima parte dello "Infortiatum"? Quando altra volta mi ponevo tale questione, esprimevo l’ipotesi che in quegli anni si "leggesse" in alcune università italiane e precisamente a Perugia o a Roma quella parte dell’"Infortiatum". E mi pareva supposizione ragionevole, visto che anche il Cartolari, che stampava a Perugia nel 1500 la lectura di Angelo de Perigli sulla seconda parte dello stesso "Infortiatum", dichiarava di averla scelta percheÉ in quell’anno, a Perugia, si "leggeva" appunto tale parte del diritto giustinianèo50. Niente di più facile – scrivevo allora – anzi di più naturale, che gl’impresari della tipografia trevana si siano – prima del Cartolari – inspirati allo stesso criterio di pratica opportunità.

Oggi però aggiungo, per quello che possa valere, un’altra notizia singolare. Il 25 novembre 1430 faceva testamento a Trevi il dottore in utroque Apollonio di ser Luca Veri. Tra altro, egli lasciava ai suoi amici, a titolo di legato, alcuni codici della sua modesta biblioteca giuridica. E a un don Francesco, di Continello, Lucarini lasciava precisamente una "lectura Bartholi super Inforciato (sic!) que est in foliis parvis, ligata cum assidibus quarum una est fracta"51. Ora, abbiamo veduto che tra i soci della tipografia trevana erano Costantino e Bartolomeo Lucarini, nepoti di quel don
<20> Francesco che aveva ereditato quel codice di Bartolo. Quindi viene spontanea l’ipotesi che sia spontanea l’ipotesi che sia stato questo l’originale da cui derivò la stampa dell’incunabulo trevano. Né può essere una difficoltà il fatto che erano passati quarant’anni da quando don Francesco era venuto in possesso dei quel codice; poiché tali preziosi mezzi di studio si tramandavano per molte generazioni. Né d’altra parte è verosimile che i tipografi e i loro soci siano andati fuori Trevi a cercare un’opera da stampare, quando ne avevano – si può dire – in casa.

Ma c’è di più. Lo stesso testatore, Apollonio di ser Luca Veri nel suddetto suo testamento lasciava similmente in legato ad un altro suo amico, Antonio di ser Bartolo, un altro codice: le "Controversie" di Baldo. E noi sappiamo che nell’incunabulo trevano alla lectura Bartoli era unita un’altra lectura di Baldo Baldeschi. Ecco, dunque, che i tipografi trevani potevano avere sottomano anche l’altra parte del volume che intendevano stampare.

* * *

Qui finiscono le notizie che ho potuto raccogliere in più riprese su la tipografia trevana; notizie convalidate da una serie preziosa di documenti, che permettono di affermare essere ormai stata scritta la storia completa di questa importantissima tra le più antiche imprese tipografiche in Italia.

Quello che ho potuto, con la massima buona volontà, far conoscere su questo argomento non è molto; ma è tutto! Per ora !

Tommaso Valenti

 Trevi (Umbria), 6-XII-1932- (XI)

 

 

 

 

 

 

Tommaso Valenti, La tipografia di Trevi i suoi incunabuli, Roma, 1932. Estratto dalla rivista Accademie e biblioteche d'Italia, anno V, n. 6 - 1932 - XI.

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Aggiornamento: 08 aprile 2010.