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La tipografia di Trevi e i suoi incunabuli
una ricerca di Tommaso Valenti (citato anche in www.artstudio.it )
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Estratto dalla rivista "Accademie e biblioteche d'Italia",
anno V, n. I - 1933 XI |
| Note
1Leonij
Leone, La tipografia di Trevi, in Giornale di erudizione artistica,
Vol VI, Perugia, 1877, pag 150 ss. 4Riccardo Fulin, Documenti per servire alla storia della tipografia Veneziana in "Archivio Veneto" to. XX, parte I, 1882, pag. 84 n.
5Ernest Gaullieur, Les origines de l’imprimerie à Bordeaux, Paris, 1809 |
<1> Subiaco nel 1454, poi Roma nel 1467, quindi Venezia nel 1469 ebbero le prime officine tipografiche in Italia. Dopo di queste, toccò alla piccola città di Trevi l’onore fortunato di vedere sorgere tra le sue mura , nel 1470, una tipografia, che fu così la quarta in Italia e la prima in Umbria. Ciò è ben noto ai bibliografi, che nei loro repertori annotano gl’incunaboli trevani; nonché agli studiosi che della tipografia di Trevi si sono specialmente occupati, compreso – come meglio poteva – il sottoscritto1. A molti però è sfuggito che nella storia dell’arte della stampa in Italia la modesta ed effimera tipografia di Trevi assurge ad una importanza insospettata e certamente tutta speciale. E ciò per un insieme di circostanze e di fatti, che inutilmente si cercherebbero nelle vicende di altre antichissime e più grandi tipografie. Infatti, quella di Trevi – oltre al pregio di essere stata tra le primissime a sorgere – ebbe anche la fortuna di essere esercitata da una società tipografica, che fu la prima in Italia. Fatto importantissimo e confortato da una ricca serie di documenti, che, fino ad ora, nessun’altra delle antiche tipografie può vantare. L’esistenza di una società tipografica costituisce un elemento quasi fondamentale per la storia dell’arte della stampa in Italia; e gli studiosi del grave argomento hanno avuto cura di dedicare speciale attenzione alle notizie che hanno potuto trovare di tali società. Così il Fumagalli2 osserva che una caratteristica della stamperia di Torino è quella di aver avuto, fino dai tempi più remoti, alcune grandi società per l’esercizio della tipografia. Ma quella di Torino sorse nel 1474; quella di Trevi la precedette di quattro anni. Lo stesso autore afferma3
che la La società tra Nicolò di Francoforte, editore, e Leonardo de Wilde, da Ratisbona, tipografo, unitisi per la stampa di una Bibbia a Venezia, è messa in rilievo dal Fulin come un fatto assai importante; ma è del marzo 14784. E, se vogliamo dare uno sguardo fuori dall’Italia, vediamo che in Francia fu trovata, a suo tempo, piena d’interesse la pubblicazione di un contratto di società del 16dicembre 1486, tra i «giurati» di Bordeaux e un tale Michele Svierler, da Ulm, il quale s’impegnava a condurre a Bordeaux altri due tipografi «per far livres» (testualmente). Lo Svierler stipulò lo stesso giorno un altro contratto di società con Nolot de Guitons; ed a quei due si associò, per due anni, un Giovanni Walteur, da Mindelton, il quale portò nella società «grant quantité de lettres d’estaing». Ma tutto ciò avveniva nel 1485, molto più tardi che a Trevi. E vedremo poi come questi contratti di Bordeaux abbiano una strana affinità con quelli che si erano stipulati nella piccola città umbra5. * * * Oltre a tutto ciò, se per la sua breve durata, la tipografia trevana non lasciò una ricca produzione libraria, resta il fatto della grande rarità dei suoi incunabuli; poiché di uno di essi si ha un solo esemplare; e di quell’altro se ne conoscono non più di quattro. Con tutto ciò, di questi incunaboli non è stato fin qui detto quanto si sarebbe potuto, né le notizie pubblicate intorno ad essi sono completamente esatte Altrettanto è avvenuto per la tipografia di Trevi, della quale chi ne scrisse – compreso naturalmente io stesso – è caduto in qualche errore, che è bene rettificare. * * * E, prima di tutto, la storia. Nel 1470 – non si può precisare il mese per mancanza di documenti, ma fu certamente prima del giugno – venne a Trevi, forse diretto verso Roma, un tedesco conosciuto per molto tempo come Giovanni Reynardi, ma che poi – in base a documenti da me trovati – poté identificarsi per un Giovanni Rothmann di Einingen, nella diocesi di Costanza. Egli nel primo semestre di quell’anno, con un rogito del notaio trevano ser Nicola Veri, si unì in società con un ser Costantino di ser Giovanni Lucarini, per l’esercizio di una tipografia; a quali condizioni non sappiamo: ma il fatto è confermato dai documenti successivi. |
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| 6Archivio Notarile, Trevi, to 184, f. 80. Questo e gli altri sette documenti di cui appresso furono da me già pubblicati in "La Bibliofilia" più sopra citata. Riassumo qui le principali notizie contenute in quel mio studio, al quale rimando il lettore. |
Infatti, il 1° luglio 1470, con altro atto dello stesso notaio6,
quel Costantino Lucarini, che si era unito al <3>tedesco Rothmann, stipulava un altro contratto di società con un Pier Donato, fino a pochi anni fa chiamato «di Colangelo» (Colangeli), ma che i documenti trovati poi ci hanno detto essere egli stato della famiglia Guadagnoni e dottore in ambo le leggi. Questa seconda società era indipendente dall’altra, pura avendo lo stesso scopo e la stessa durata. Il Guadagnoni apportava 150 «fiorini» ed assumeva l’obbligo di correggere le bozze del libro, che allora si veniva stampando e che –come vedremo – era una «Lectura» di Bartolo da Sassoferrato, sulla prima parte dell’ «Infortiatum» giustinianèo. Gli eventuali utili della vendita del volume dovevano dividersi così: metà al tedesco Rothmann, l’altra metà tra il Guadagnoni e il Lucarini, a parti eguali. Se si stamperanno altri volumi, il Guadagnoni avrà un terzo degli utili; il resto andrà agli altri due soci: ma al Guadagnoni, che s’impegnava a correggere tutte le bozze, si assicurava anche una «competentem mercedem». |
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7Marini, Archiatri Pontifici, vol II, pag 209.
8Archivio Notarile, Trevi, to 7, f. 122.
9Archivio Notarile, Trevi, to 7, f. 122. 10Archivio Notarile, Trevi, to 7, f. 122. |
La società era a termine fisso; scaduto questo, il materiale doveva così
ripartirsi: quattro torchi completi (torcularia fulcita) al Rothmann
e al Lucarini; gli altri dovevano dividersi tra questi e il Guadagnoni. Ciò
vuol dire che i torchi erano almeno sei. E qui – a titolo di confronto – si
può osservare che la tipografia di Cristoforo Waldarfer a Milano, in società
con Cola Montano e Filippo da Lavagna, nel 1472, aveva solo due torchi7. * * *
Seguendo l’esempio di quei suoi concittadini, un altro trevano domandò di entrare a far parte della società: Bartolomeo di Franceschino Lucarini. Egli si rivolse a ser Costantino di ser Giovanni Lucarini, e il giorno 11 ottobre 1470 il notaio Angelino di Sante Silvestri8 stendeva il relativo atto. Con questo, il Bartolomeo Lucarini era ammesso nella società «in arte scripturarum librorum»; ma – come è evidente – non si trattava di «scriptura»; tanto vero che nell’atto si parla «di quell’arte che si esercitava allora in Trevi per opera di maestro Giovanni Rothmann». Il notaio non sapeva ancora come qualificare quella nuova arte di cui, egli come gli altri, non avevano mai ancora sentito parlare! É in questo atto che per la prima volta appare il vero cognome del tipografo tedesco. Il Bartolomeo Lucarini entrava nella società con una quota di 50 «fiorini»; e degli utili di questi egli avrebbe percepito soltanto la metà. Ma egli si accorse presto di avere con un tale patto concluso un cattivo affare e perciò con un altro atto dell’8 novembre 1470, dello stesso notaio9, veniva tra il Bartolomeo Lucarini e il suo cugino Costantino Lucarini annullato l'atto precedente e tacitata ogni vertenza relativa. Però subito dopo, e nello stesso
giorno, con un nuovo rogito, il Bartolomeo Lucarini torna a far parte della
Con questi diversi atti notarili si stabilisce con certezza che la società tipografica di Trevi era di un tipo fuori dal normale, perché suddivisa in altre tre società; cioè: 1°) Giovanni Rothmann con 100 «fiorini», insieme a Costantino Lucarini che ne apporta altri 200; 2°) Ser Costantino con Pierdonato Guadagnoni, il quale ne versa 150; 3°) Bartolomeo Lucarini si unisce al cugino ser Costantino recando una quota di 100. Sono così in tutto 550 «fiorini» - somma rilevantissima per quei tempi – che quei coraggiosi cittadini investivano nella nuova impresa. Essi – che videro chiaro e lontano – non esitarono a dare aiuto di capitali e di opera a quella nuova «arte divina», di cui certamente intuivano la colossale importanza. Poco monta se le vicende dell’impresa non furono prospere; il fatto rimane ugualmente notevole nella storia di Trevi e della tipografia in Italia. * * * |
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| 11Archivio Notarile, Trevi, to 90, f. non numerato. |
Un’adeguata idea delle difficoltà che quei pionieri dovevano superare
nell’esercizio della loro impresa, ci è data da un altro contratto dell’8
gennaio 147111, col quale – a rogito
di Cipriano Valenti – i soci trevani della tipografia, escluso perciò il
Rothmann, cedono ad un Abramo di Angelo, ebreo, da Camerino, per 17
«fiorini» e per l’anno 1471 la «cinciarìa», ossia il monopolio della
raccolta degli stracci nel comune di Trevi, da questo già data in appalto a
un Pierfrancesco Lucarini, il quale interviene nel contratto. L’ebreo si
obbliga però a scegliere gli stracci più fini «cincia subctilia», e
di cederli ai soci della tipografia al prezzo di 10 «fiorini» ogni cento
«libbre». È chiaro che di quei cenci doveva poi farsi la carta per uso della
tipografia¸ ma dove e quando la carta venisse fabbricata non sappiamo. O
immaginate voi, ora, un tipografo che – prima di iniziare la stampa di un
volume – vada in cerca degli stracci per fabbricare la carta occorrente?! * * * |
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12Archivio notarile – Trevi – To.98, f.95.Erroneamente in "La Bibliofilia" cit., pag. 24, il documento porta la data 11 novembre.
13Archivio notarile – Trevi – To.98, f.112. 14Non "trecento tredici", come erroneamente si legge in "La Bibliofilia" cit., pag. 18.
15G. Fumagalli – Bibliofilia, cit. pag. 54.
16T. Valenti – Un documento decisivo per il "Dante " di Foligno – Firenze, Olschki, 1925; astratto da "La Bibliofilia", anno XXVII, fasc. 4-5, 1925. 17Archivio notarile – Trevi – To.69, f.264 ss. Rogiti di Francesco quondam Petri |
Ma breve fu la vita della tipografia trevana; poiché, o fosse per la
scadenza del termine stabilito alla durata della società, o fosse per
l’insuccesso finanziario, è certo che l’11 settembre 1471 i soci ser
Costantino Lucarini, Pierdonato Guadagnoni e
Bartolomeo Lucarini, in un atto
del notaio ser Nicola Veri stipulato in quel giorno12
dichiarano che essi furono già soci «ad imprimendum libros»; ma
essendo stata sciolta la società urgeva liquidare <5> alcune partite ancora in pendenza; specialmente si trattava di sistemare le copie dei libri stampati a Trevi ed esistenti nei depositi di Roma e di Perugia. È questo un altro raggio di luce sulla storia della nostra impresa: poiché sappiamo così dove si smaltiva – o si sperava di smaltire la produzione della tipografia trevana. Trattandosi di libri di legge è chiaro che i tipografi cercavano la loro clientela tra gl’insegnanti e gli studenti delle università più vicine. Oltre a questa partita attiva, rimanevano a liquidare alcune passività; e tra i principali creditori era il Pierdonato Guadagnoni, per dieci «fiorini» più degli altri soci. Tutti questi crediti venivano garantiti dai volumi non ancora venduti. Della liquidazione della società ebbe incarico il Guadagnoni. Ed egli adempiva il mandato affidatogli, stipulando il 22 novembre 147113 per mano dello stesso notaio ser Nicola Veri, un contratto col quale cedeva ad un ser Evangelista «Angelinij», da Trevi, ma residente a Foligno, centotredici «libbre»14 di caratteri di stagno (stagni in literis colati) ed un banco «actum (sic) ad imprimendum libros»; il tutto per 119 «fiorini» e 12 «bolognini», da pagarsi metà dopo tre mesi e dopo sei l’altra metà. Anche questo atto e – per di così – un cimelio, poiché, a quanto io so, è il più antico documento del genere, cioè che si riferisca ad emigrazione di materiale tipografico. Finora era ritenuto essere il più antico l’importantissimo contratto tra Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, e Panfilo Castaldi, che era autorizzato a partire da quella città, portando con sé tutta l’officina tipografica; ma questo atto è del 6 marzo 1472; quindi posteriore al nostro, che pure ha con quello così notevole affinità15. * * * E qui, senza uscire dall’argomento principale, dirò che quell’Evangelista «Angelinij» che comprò, per portarlo a Foligno, il materiale della tipografia di Trevi, è stato da me identificato - in base ad un documento vaticano – per quel misterioso e mai riconosciuto individuo che fu «el fulginato Evangelista mei» così nominato nel «colophon» del «Dante » di Foligno del 1472, come un collaboratore del tipografo tedesco Giovanni Numeister, che diede per primo alle stampe la «Divina Commedia»16. * * * Da un ultimo e postumo documento del
notaio Francesco quondam Petri in adata 24 novembre 147317
veniamo a sapere che Bartolomeo Lucarini aveva * * * Con questa ricca serie di documenti resta dimostrato quale fu l’origine, quale la vita della tipografia trevana, le cui vicende si possono riassumere così: iniziata prima del giugno 1470, con una società tra il tedesco Giovanni Rothmann e ser Costantino Lucarini, con un capitale di 300 «fiorini», a quei due si unirono altri due soci durante l’anno 1470, e portarono il capitale a 550 «fiorini». Al settembre 1471 la tipografia aveva cessato di lavorare e in quel giorno se ne liquidavano le ultime pendenze. Il 22 del successivo novembre i residui del materiale tipografico di Trevi passavano nelle mani di Evangelista «Angelinij», socio di quel Giovanni Numeister che, a Foligno, con il contributo degli Orfini, stampava in quella città – tra gli altri volumi – la «Divina Commedia», per la prima volta nel mondo. * * * |
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| 18Catalogue of books printed in the XVth Century now in the British Museum, pte. IV, London, 1930, Introduction, p. IX ss. |
Delle vicende della tipografia trevana si occupava più recentemente
l’illustre bibliografo Vittorio Scholderer, erudito compilatore dei
cataloghi librari del British Museum di Londra. Nel volume che
comprende le edizioni del secolo XV quivi esistenti, lo Scholderer riassume
la storia della nostra tipografia, rilevandone l’importanza. E, data
l’autorità dello scrittore, mi sembra utile riportare qui – tradotto
testualmente – quanto egli scrive18: «L’anno 1470 vide l’introduzione dell’arte tipografica in due piccole città dell’Umbria; cioè: a Foligno, sede vescovile, a venti miglia al sud est di Perugia, e nella sua vicinissima Trevi; ambedue a quell’epoca apppartenenti al dominio pontificio. Di queste due, Trevi reclama a buon diritto la priorità, secondo l’evidente documentazione, recentemente scoperta (vedi: T. Valenti, Per la storia, etc. in «Bibliofilia», XXVI, 1924, pp. 105 ss.) Un contratto del 5 lugli 1470 c’informa che il lavoro allora era già incominciato con un in-folio di Bartolo super primo Infortiati, terminato il 23 gennaio dell’anno seguente (Gesamtkatalog 3612); il quale è uno dei soli due incunaboli usciti dalla tipografia di Trevi. L’altro è un opuscolo che tratta deel Perdono di Assisi, datato 1470 (Hain, 7336) e che presumibilmente è stato il primo saggio e, per conseguenza, di data anteriore al Bartolo. L’artista che ha il merito dei due
libri, dei quali nessuno Lo Scholderer continua parlando della tipografi adi Foligno ed osserva che la vendita del materiale di quella di Trevi fatta dall’Evangelista Angelini è senza dubbio connessa al fatto della prima edizione del «Dante». Altra circostanza questa che richiama una volta di più l’attenzione dei bibliografi su la tipografia trevana. * * * |
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19Pag. 579.
20Fumagalli G. – Ottino G., Bivlioteca di bibliografia Italica,Roma, Pasqualucci, 1889, vol. I, n. 540 bis. 21Paolo Leenen, chierico di Liegi, forse originario del Limbourg. Fu a Roma dal 1475 al 1476. Con Giovanni Reynard stampò la seconda parte di un "Bartholomei Cepollae, De servitutibus". (Cfr. F. Van Ortroy, Contribution à l’histoire des emprimeurs et des libraires belges établis à l’etranger, in "Rev. Des bibliotheques", an 35° 1925, n 11-12, Paris, Champion, pag. 390. 22Annales Typografici, Norimberga, 1795, vol III, p. 52. 23An Index to the early printed Books in the British Museum, London, 1898, second Section, "Italy", p. 381. |
Dopo di ciò
mi sembra necessario – ed è altrettanto facile – rettificare gli errori in
cui sono involontariamente incorsi alcuni degli studiosi che hanno scritto
sul nostro argomento. E per primo noto il valorosissimo Fumagalli che nel
suo prezioso "Lexicon Typograficum Italiae" nella "Table
chronologique de l’introduction de l’imprimerie dans le differentes
localités", annota: "1470 (23 janvier) Trevi. Introduction de
l’imprimerie dans l’Ombrie"19. Verissimo che Trevi fu la prima città dell’Umbria ad avere una tipografia: ma la data del 23 gennaio 1470 è errata, almeno in parte; perché fu con la data del 23 gennaio 1471 che fu pubblicato il secondo degli incunabuli di Trevi. Il primo – come vedremo – porta la data dell’anno 1470, non il giorno, né il mese. In un altro magistrale lavoro del Fumagalli, in collaborazione con l’Ottino 20, si legge che un Giovanni Numeister, il tipografo del "Dante" di Foligno, stampò anche a Trevi. Ma questa affermazione è in contrasto con i documenti e con la realtà dei fatti.Recentemente il Gianolio nel suo monumentale volume "Il libro e l’arte della stampa", nel capitolo "Biografia della stampa" e precisamente nell’"Indice bio-geografico dei tipografi", scrive: "Trevi (Perugia): Leenen, Reynhard" 21. Ora, i documenti e gli incunabuli ci dicono più che chiaramente che a Trevi operò solo il Reynhard; del Leenen nessuna notizia! Né di lui a Trevi parla il fumagalli nel suo "Lexicon"; né altri, che io sappia.Il Panzer 22 equivocando dice Trevi oppidum Latii.Il Proctor 23 scrisse essere Endingen la patria del tipografo Reynhard e fissa al 23 gennaio 1471 la sua prima stampa.E tralascio molti altri errori di minor * * * Tratteggiata così, largamente, la storia della tipografia trevana, è ora di esaminarne la produzione. Questa fu limitata, dissi, a due soli incunabuli, e – data la brevità del tempo – non poteva attendersi di più. Il primo incunabulo trevano è di estrema rarità, poiché se ne conosce un solo esemplare, che trovasi nella biblioteca "Alessandrina" di Roma ed è annotato a pag. 53 del Catalogo manoscritto degli Incunabuli, testualmente così: "1470 – Franciscus de Assisio – Historia quomodo b. Franciscus petivit a Christo indulgentiam pro Ecclesia S. Mariae de Angelis. Impresse in Treuio Anno Domini M.CCC.L.XX. S(ine) Typ(ographo) ". "(Joh: Reynardi). Solo esemplare conosciuto di questo libretto, è (sic!) il primo stampato a Trevi dal tipografo tedesco Giovanni di Reynard. È il più antico libro a stampa di soggetto francescano". Si vede che il Catalogo è molto antiquato! Oggi la descrizione del prezioso cimelio si farebbe più esattamente, a cominciare dal nome dell’autore! |
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24Cfr. M.F.P. op. cit.., dove
trovasi anche un’abbondante bibliografia, su questo argomento. 25Sbaraglia fr.Jo. Hyacinthi, O.M.C., Supplementum et castigatio ad scriptores trium ordinum S. Francisci a Waddongo descriptos etc., Romae, Contedini, 1806, pag. 245. 26Waddingus fr. Lucas, Scriptores ordinis minorum, Roma, Nardecchia, 1906, pag. 78. 27Op. Cit. in "Giornale di erudizione artistica", pag. 150 ss. 28Op. Cit., pag. 6.
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Il primo a
dedicare un’interessantissima monografia su questo incunabulo fu il Faloci
Pulignani24,
il quale – tra l’altro – osserva che questo opuscolo è tanto raro che a
molti scrittori e bibliografi fu sconosciuto. Così non lo conobbe lo Spader,
vescovo francescano di Assisi; il padre Sbaraglia ne negò assolutamente
l’esistenza. E la negò – aggiungo – in modo così perentorio da dire che
sbagliava chi affermava il contrario, compreso il Waddingo!25
Osservò che questi –se mai – sbagliò il nome dell’autore della "Ystoria",
che chiamò "Franciscus Bartholdus"26. Ma se questi ed altri scrittori non conobbero il nostro incunabulo, altri, invece, lo conobbero e lo fecero conoscere. Tra gli altri se ne occupò alquanto diffusamente e bene il conte Leonij, di Todi 27, che così descrisse l’incunabulo, che allora portava nella "Alessandrina" la segnatura: W : e. 38, e faceva parte di una miscellanea. "Sono in tutto sette carte" - il Faloci Pulignani ne conta otto28 - "in quarto, non intonse, però con qualche testimonio; la carta è piuttosto forte ed ha un’aquila nella filigrana; la pagina è piena, non a colonna, e di trentatre linee; il carattere è rotondo romana. Mancano: la numerazione, le segnature, i richiami. Le iniziali, segnate prima con le maiuscole a stampa, sonopoi state fattea pennaa, grandi e<9> maiuscole; alcune in rosso (cinabro) altre in azzurro (oltremare o smalto). L’operetta è divisa in 13 capitoli e va dalla carta I recto alla VII verso. Né l’Hain, né il Panzer, né il Laire, né il Brunet dànno il titolo esatto dell’opera, né forse l’ebbero mai sott’occhio". A queste esatte indicazioni dello studioso umbro aggiungo che le dimensioni dell’opuscolo sono: mm 205 x 278; la "giustezza" è di mm 138 x 195; le pagine portano una numerazione moderna, a matita. * * * |
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29Sabatier
Paul, Fratris Francisci de Assisio Tractatus de Indulgentia S. Mariae ad
Portiuncola, nunc primum integre edidit P.S., Paris, Fischbacher, 1900,
in-8, pp. 204, in Collection d’Etudes et de documents sur l’Histoire
religieuse et litteraire du M. A. – To.11. 30 Op. Cit., pag. 14. |
Tra gli
studiosi più recenti debbo ricordare il Sabatier29,
che di questo incunabulo si è occupato ampiamente, mentre pubblicava, in
edizione critica il codice 344 della biblioteca di Assisi. Da Trevi – che il
Sabatier dice essere "une localité de l’Ombrie infiniment jolie" - è
venuto, egli scrive, questo documento senza importanza storica, ma che
merita di essere segnalato, perché chi ne ha parlato finora ne ha dato solo
indicazioni di seconda mano. Però – contrariamente al Sabatier, e molto prima di lui – il Faloci Pulignani riteneva che "l’operetta di fra Francesco … anche sotto l’aspetto storico merita considerazione, se non altro per gli interessanti documenti che contiene" 30. Così pure non è esatto, che chi – prima del Sabatier – si è occupato di questo incunabulo, abbia dato solo indicazioni di seconda mano. Gli scritti del Leonij, prima, del Faloci Pulignani, poi, dimostrano il contrario. La seconda<10> mano – se mai – sarebbe quella del Sabatier. * * * Autore dello scritto è un frate Francesco Bartoli, di Assisi, nato alla fine del sec. XIII, vissuto fino oltre il 1335. |
| 31Op. Cit., pag. 11 ss.
32Mercati Angelo, Frate Francesco Bartoli dAssisi, michelista, e la sua ritrattazione, estratto della "Archivium Franciscanum Historicum", Quaracchi, 1927, pag. 47. "Seguendo il cod. 344 della Biblioteca dAssisi, Papini, Faloci e Sabatier chiamano Francesco anche Rubee o della Rossa; devessere unidentificazione sbagliata, come dedurrei da Fumi (Eretici e ribelli nellUmbria, V. 279), confrontato col continuo appellativo esclusivo Fr. Bartholi de Assisio dellaltro codice 269 della Universitaria di Bologna e del documento Vaticano (Instr. miscell. 6466)". Fin qui il Mercati. Bisognerebbe però tener conto che il Faloci Pulignani e il Sabatier dicono che al f.46 del codice di Assisi è scritto "duo fratres nobiles de Anglia quorum unus dixit mihi fratri Francisco Bartholi Rubee de Assisio". Ora si tratta di sapere se queste parole sono di mano del Bartolio di altri. La questione parrebbe tuttora insoluta. Il Vermiglioli (Biografia degli scrittori perugini, Perugia, Bartelli e Costantini, 1828, to. I, parte I, pag. 34 n.) (sic) chiama lautore della Ystoria: Francesco Bartolo da Rubbia (sic) assisano. 33P.S. op. cit., pag. CIV ss. 34d°: ivi, pag. CLIX. 35M.F.P., op. cit., pag. 15. 36Cfr. "La Bibliofilia", anno XXVIII, 1926, pag. 24. |
Non sarebbe
indispensabile per lo scopo di questo mio studio occuparmi dellautore della Ystoria
stampata a Trevi; ma data la singolarità del caso mi pare utile mettere in
rilievo che molte notizie biografiche furono date dal Faloci Pulignaini su frate Francesco
Bartoli, di Assisi31, attingendole anche dal Waddingo, dallo Sbaraglia e specialmente dal padre
Papini. Da tutti questi sappiamo che il nostro studiò a Perugia (1312) e a Colonia
(1316). Tornò in Italia (1317); poi si recò a Parigi (1318). Dal 1320 al 1325 fu a S.
Maria degli Angeli; nel 1322 a S. Damiano. La Ystoria quella pubblicata dal
Sabatier fu scritta circa il 1335; ma la stampa di Trevi non riproduce per intero
loriginale, poiché ne utilizza solo 13 capitoli, ai quali dà una disposizione
diversa da quella che hanno nelloriginale. Il frate, quale seguace di fra Michele da
Cesena, fu nel 1329 coinvolto nei procedimenti che Papa Giovanni XXII ordinò contro i
"michelisti", dichiarati eretici. Il Bartoli finì per ritrattare i suoi errori.
È da notare che lautore della Ystoria è indicato dai suoi biografi anche
col nome di frate Francesco Bartoli Rubee (della Rossa); ma secondo il
Mercati sembra che questa sia una identificazione errata.32 * * * Perché la Ystoria fu stampata a Trevi? Si domanda il Sabatier. I frati di S. Francesco o di S. Martino i due conventi locali ne avevano forse una copia? 33 Lipotesi e verosimile; tanto più che come di quella Ystoria si aveva già un altro codice , nel convento di Assisi, oggi in quella biblioteca comunale (Ms: 344), così può pensarsi che di simili copie fossero in possesso altri conventi francescani. Anche il Sabatier esprime lipotesi che il codice di Assisi e lincunabulo di Trevi derivino da una fonte comune34; e di questa opinione era anche il Faloci Pulignani35. Comunque sia , è certo che lincunabulo di Trevi è di grande importanza anche<11> per la storia della bibliografia francescana; ed in questo senso è appunto segnalato dai più autorevoli studiosi di tali argomenti. Quando nel 1926 si tenne a Poppi la mostra del libro francescano, il nostro incunabulo, che vi figurava , richiamò meritatamente lattenzione dei competenti come "degno di singolare menzione"36. * * * |
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| 37"Supplementum", cit. pag. 260.
38Paris, Firmin Didot, 1890, sotto: Treba |
Venendo a parlare più
particolarmente di questo incunabulo trevano, dirò che lesemplare superstite
pressso l"Alessandrina" ha una modesta rilegatura moderna, in cartoncino e
mezza pergamena. Parimenti moderno è il foglio di guardia. Quasi tutti i fogli hanno
macchie di umidità. Non si sa donde lincunabulo sia pervenuto
all"Alessandrina". Alcuni bibliografi non si trovano daccordo neppure nello stabilire il formato dellopuscolo. Lo Sbaraglia dice che è in-4° grande 37. Lautore del "Dictionnaire de Géographie ancienne et moderne à lusage du libraire" dice Trevi essere città del Lazio! E lopuscolo di frate Francesco Bartoli: in-folio!38La carta dellincunabulo è di ottimo impasto e molto resistente, per quanto un poco ingiallita. La filigrana indica unaquila coronata, rivolta a destra ad ali spiegate e gambe divaricate, ed è inscritta in un cerchio. Ne riproduco qui limpronta originale. (fig. 1) |
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Fig. 1.- Filigrana della carta degli incunabuli di Trevi.
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| 39"Les
filigranes", I, pag. 29 e n. 302. 40Zonghi A., Le marche principali delle carte fabrianesi dal 1293 al 1599, Fano, tip. Sonciniana, 1884, pag. 22, n. XXXVI-3.
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Questa filigrana trovasi
esattamente ripetuta nel Briquet39 che le Attribuisce la data 1472. È
una marca italiana, usata in Toscana e a Fabriano40. La carta del
nostro incunabulo molto probabilmente proveniva da questa città o dalle più vicine
cartiere di Pale, sopra Foligno. I tipi, come già notava il Leonij, sono romani e abbastanza regolari, come si vede dalla fotografia della prima (fig. 2) e dellultima pagina (fig. 3) dellopuscolo. * * * Dopo il primo esperimento della nuova arte, i soci della tipografia di Trevi dovettero rimanere soddisfatti anche dellabilità del tedesco Rothmann, se si accinsero subito a nuova impresa, mettendo sotto i torchi un grosso volume. Era questa la prima edizione di una "lectura" del famoso Bartolo, che in origine si chiamò Severi, poi assunse il cognome di Alfani; ma in seguito fu universalmente conosciuto collappellativo "da Sassoferrato" suo luogo di nascita. |
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41Op. cit., pag. 159.
42Magno Jacobus, Cathalogus editionum saec XV Bibliothecae Casanatensis, Romae, 1795-1802, to. I, pag. 54, Ms. nella detta Biblioteca.
43To. I, parte I, pagg. 33 s. |
Il 23 gennaio 1471 veniva
alla luce questo secondo prodotto della tipografia trevana. Il Leonij41 così lo
descrive : " Incomincia [Q] via hic non est caput libri, e finisce: Explicit
lectura Bartoli etc:. È stampato con gli stessi caratteri e sulla medesima
carta dellYstoria; in foglio, con <12> carattere romano, senza segnature, senza capitali, senza il numero delle pagine, a due colonne di quarantaquattro linee, in trecentodieciotto carte". * * * Questo incunabulo è conosciuto e catalogato da tutti i bibliografi sotto il nome e sotto il titolo di Bartholus de Saxoferrato. E, infatti, la parte maggiore del volume è occupata dalla sua "lectura" su la prima parte dello "Infortiatum" di Giustiniano. Ma forse perché i "lettori" delle università, ai quali il volume era destinato, facevano altrettanto nelle loro lezioni quasi a metà di quella di Bartolo è inserita unaltra "lectura" di Baldo Baldeschi, da Perugia. E linserzione incomincia a tergo del f. 108, circa alla metà della prima colonna col titolo: "De excusationibus tutorum". A tergo del f. 123 troviamo un nuovo paragrafo col nome di Bartolo in fine, mentre il paragrafo seguente è di Baldo. Così dal f. 124 al 126 troviamo alternati i nomi dei due giuristi. Quello di Baldo, comparisce per lultima volta al f. 137. Di questo alternarsi di Rubriche sotto i due nomi non si accorse il Magno, compilatore del catalogo delle edizioni quattrocentesche esistenti nella biblioteca Casanatense di Roma, scrivendo che la lectura di Baldo è inserita tutta di seguito dal f. 108 al f. 137 42.Linnesto della lectura di Baldo su quella del suo collega e contemporaneo Bartolo, ha fatto sì che i bibliografi, anche quelli di Perugia, non abbiano tenuto conto di questa edizione, dirò così, episodica dello scritto di Baldo Baldeschi. Basti citare il diligentissimo Vermiglioli, che, nella sua "Bibliografia degli scrittori perugini", non fa alcun cenno di questa lettura di Baldo stampata a Trevi; per quanto, a proposito del nostro incunabulo, scriva: "una edizione che deve stimarsi rarissima è quella di Trevi del 1471, per Johannem Reinhard" etc. 43* * * Anche di questo secondo lavoro uscito dalla tipografia trevana do qui, per la prima volta, la riproduzione della prima pagina (fig.4) e dellultima colonna (fig.5). Degno di attenzione è il colophon, già più volte pubblicato e qui leggibile nella riproduzione fotografica. Da questo sappiamo che il tipografo fu il Reynhard, che Pierdonato Colangeli (Guadagnoni) fu il correttore delle bozze e che il volume fu finito di stampare il 23 gennaio 1471. A lode di Pier Donato, dobbiamo riconoscere che egli, dottore in legge, adempì coscenziosamente il suo dovere: poiché ledizione è abbastanza corretta, pur non mancando qua e là, qualche errore tipografico; ma chi anche oggi è tra i tipografi, senza questo peccato? * * * <15>Di questo incunabulo esistono quattro esemplari, dei quali posso dare ora lelenco completo, con le relative caratteristiche. 1° Esemplare nella Biblioteca Vaticana. 2° Esemplare nella Biblioteca Casanatense. |
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| 44Devo queste indicazioni alla grande cortesia del Prof. Comm. Gaetano Burgada bibliotecario-direttore della "Nazionale" di Napoli, il quale volle benevolmente rispondere al questionario da me inviatogli circa questo incunabulo. Vadano allillustre studioso i miei ringraziamenti. T.V. |
<18> 3° Esemplare della Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" di Napoli. 44Collocazione: S Q VII H 12. A tergo del foglio di guardia è scritto: D. Bernardinus Aquilanus. Stato di conservazione discreto. Legatura borbonica in pergamena. Un tempo era "coperta tabulis et vin[c]ta catenis", come da una nota al recto del foglio di guardia. Non raffilato. Numero delle catre: 289, perché conserva in principio una carta bianca non notata dal Reichling e forse non appartenente a questo volume. Carta e filigrana identiche a quelle degli altri volumi trevani. Al recto della carta seconda, in cui comincia il testo, vi è una grande iniziale miniata, su fondo con fregio; le altre iniziali e i paraffi sono in rosso e azzurro. 4° Esemplare della Biblioteca Comunale di Perugia. |
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| 45T. V., Per la storia dellarte della stampa in Italia, etc. cit. pag. 5.
46Op. cit. pag. 159. 47Op. cit. pag. 7.
48Leipzig, 1928. Pag. 522 (n. 3612). 49Thomas Accurti, Editiones saeculi XV etc. Annotationes ad opus quod inscribitur: "Gesammtkatalog der Wiegendrucke", Firenze, Tip. Giuntina, 1930, pag. 153. |
È chiaro che il calcolo,
per quanto sia semplice, è sbagliato. Se anche tutti i quinterni fossero stati di 10
carte, il totale doveva essere 290. Se così non fosse, mancherebbero al volume almeno 30
carte. E fu basandomi sui dati forniti da quella nota manoscritta, che in altro mio lavoro
asserivo45 che la copia del nostro incunabulo, esistente nella "Comunale" di
Perugia, era "purtroppo" mutila. Se non avessi dato fede alla nota
dellantico possessore del volume, avrei constatato come feci più tardi
che questo consta di 288 carte, come le altre tre copie, salva la differenza di una
in più. E mi sarei risparmiato il "purtroppo" e il relativo dispiacere! * * * Sullesistenza di questi esemplari dellincunabulo trevano è
interessante osservare che nessuno dei bibliografi che in passato si sono occupati della Altri bibliografi, come lHain, il Reichling, il Brunet, danno notizia degli incunabuli trevani, ma non accennano alle copie superstiti. I compilatori del "Gesammtkatalog der Wiegendrucke" 48 citano lesemplare della "Vaticana" e quello della "Nazionale" di Napoli.Il valentissimo Accurti 49 criticando quella compilazione tedesca, osserva che a Roma lincunabulo di Trevi si trova non solo nella "Vaticana" ma nche nella "Casanatense". Daltra parte, però, lAccurti non vide lesemplare della "Comunale" di Perugia.Posso, dunque, tranquillamente affermare che è in queste mie pagine che per la prima volta tutte le copie fin qui conosciute del "Bartolo" di Trevi vengono enumerate e sottoposte allattenzione degli studiosi. * * * |
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50T. V., Op. cit., pag. 52. G. Fumagalli, "Lexicon" cit., pag. 296 ss.
51Archivio Notarile Trevi, To. 27, f. 198 ss. Rogiti di ser Marino Bonilli. |
A questo punto potrebbe
sorgere spontanea la domanda: perché i tipografi di Trevi prescelsero per la stampa
quella Lectura di Bartolo sulla prima parte dello "Infortiatum"?
Quando altra volta mi ponevo tale questione, esprimevo lipotesi che in quegli anni
si "leggesse" in alcune università italiane e precisamente a Perugia o a Roma
quella parte dell"Infortiatum". E mi pareva supposizione
ragionevole, visto che anche il Cartolari, che stampava a Perugia nel 1500 la lectura di
Angelo de Perigli sulla seconda parte dello stesso "Infortiatum",
dichiarava di averla scelta percheÉ in quellanno, a Perugia, si "leggeva"
appunto tale parte del diritto giustinianèo50. Niente di più facile scrivevo
allora anzi di più naturale, che glimpresari della tipografia trevana si
siano prima del Cartolari inspirati allo stesso criterio di pratica
opportunità. Oggi però aggiungo, per quello che possa valere, unaltra notizia singolare. Il 25 novembre 1430 faceva testamento a Trevi il dottore in utroque Apollonio di ser Luca Veri. Tra altro, egli lasciava ai suoi amici, a titolo di legato, alcuni codici della sua modesta biblioteca giuridica. E a un don Francesco, di Continello, Lucarini lasciava precisamente una "lectura Bartholi super Inforciato (sic!) que est in foliis parvis, ligata cum assidibus quarum una est fracta" 51. Ora, abbiamo veduto che tra i soci della tipografia trevana erano Costantino e Bartolomeo Lucarini, nepoti di quel don<20> Francesco che aveva ereditato quel codice di Bartolo. Quindi viene spontanea lipotesi che sia spontanea lipotesi che sia stato questo loriginale da cui derivò la stampa dellincunabulo trevano. Né può essere una difficoltà il fatto che erano passati quarantanni da quando don Francesco era venuto in possesso dei quel codice; poiché tali preziosi mezzi di studio si tramandavano per molte generazioni. Né daltra parte è verosimile che i tipografi e i loro soci siano andati fuori Trevi a cercare unopera da stampare, quando ne avevano si può dire in casa. Ma cè di più. Lo stesso testatore, Apollonio di ser Luca Veri nel suddetto suo testamento lasciava similmente in legato ad un altro suo amico, Antonio di ser Bartolo, un altro codice: le "Controversie" di Baldo. E noi sappiamo che nellincunabulo trevano alla lectura Bartoli era unita unaltra lectura di Baldo Baldeschi. Ecco, dunque, che i tipografi trevani potevano avere sottomano anche laltra parte del volume che intendevano stampare. * * * Qui finiscono le notizie che ho potuto raccogliere in più riprese su la tipografia trevana; notizie convalidate da una serie preziosa di documenti, che permettono di affermare essere ormai stata scritta la storia completa di questa importantissima tra le più antiche imprese tipografiche in Italia. Quello che ho potuto, con la massima buona volontà, far conoscere su questo argomento non è molto; ma è tutto! Per ora ! Tommaso Valenti Trevi (Umbria), 6-XII-1932- (XI) |
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Tommaso Valenti, La tipografia di Trevi i suoi incunabuli, Roma, 1932. Estratto dalla rivista Accademie e biblioteche d'Italia, anno V, n. 6 - 1932 - XI.
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