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Don Eugenio Venturini

 

Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

 

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CAPO10°  -   STATO DELLA CHIESA DI SANTACROCE              
NEL PERIODO DAL 1860 IN POI

 

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Questa chiesa, benché fornita di tanto personale ecclesiastico, il Parroco e tre Cappellani coadiutori, ora, a dire il vero, la più scarsa di officiatura di tutte le altre della Piaggia e della Città e la meno frequentata. Oltre la soddisfazione annuale dei legati, la Messa parrocchiale nelle feste , e in due domeniche del mese la funzione della Buonamorte, le tre feste speciali, titolari della Parrocchia, e quella di S.Filippo preceduta da novena: eccovi il tutto, non vi era altro.

Però da non molto tempo incominciò un periodo, il contemporaneo, e questo strettamente può fissarsi con un principio al . Vero è però che innanzi già da qualche movimento si era destato. Nel 1863, preceduta da un trisuo e con celebrazioni di quindici Messe fu istituita la festa del Sagro Cuore di Gesù per la feria V dopo la quinquagesima. Sul proposito di quanto vi sarà materia da dire, interessante per la Chiesa, ma adesso non si può, perché per ora e altro tempo ancora, tale istituzione comparisce come opera tutta privata di un pio benefattore. A suo tempo però verrà canonicamente eretta. Laonde se ne rilascia l'esposizione in un appindice da farsi alle presenti Memorie da chi si troverà a reggere la parrocchia.

Nel 1870 fu richiamata a vita dopo lungo tempo la festa di S. Antonio da Padova nella omonima
<71v> chiesa con triduo precedente, fondata sopra la questua del grano, mosto, oliva, da esercitarsi da due parrocchiani nominati a triennio dal Parroco. E coi sopravanzi di essa ottenuti con le praticate economie fu restaurata la chiesa, fatto il campaniletto con la campana maggiore, acquistato il quadro del Santo e il reliquiario, fatto il confessionario, i banchi e il paratorio. dalla Chiesa Nuova vi fu trasportata la mostra lignea dell'altare con le due statue laterali e i due putti. Non molto appresso il conte Antonio Valenti, dilettante di pittura rifece i due quadri da esporsi a trasparenza.

Circa 1874 di notte tempo, fu appiccato il fuoco all'imposte della porta maggiore di Santacroce, che l'ebbe consunta a metà prima dell'accorrere dei vicini, improvvisamente destati dal crepitar dell'incendio. gli operatori restarono al governo incogniti e impuniti, ma la voce popolare ne imputò un cotal Conti marchigiano, capo di questa stazione, e tempo dopo destituito dallo impiego, colla cooperazione d'altri due o tre del luogo. Da poi le imposte vennero rifatte del tutto, e di più si ricoprì a pietra tutta la gradinata che salisce alla medesima porta. Circa il medesimo tempo fu fatto anche l'organo, opera del perugino Morettini. Il pagamento del prezzo fu tratto dal sopravanzo dell'amministrazione del prelegato Costa, tenuta per molti anni dal defondo Cappellano canonico Andreucci.

 Nel 1882 fu istituita la festa dell'Immacolata Concezione, preceduta da novena. Nel 1889 si cominciò a praticare la funzioni di ringraziamento al termine dell'anno civile. Nel 1892 fu istituita la festa del Corpus Domini da farsi nella Domenica tra l'Ottava . Nel
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1897 furono istituite le Quarantore alle tre feste di Pasqua per mezzo di una questua sulla oliva, e, in mancanza di questa, sopra altro genere, esercitata a triennio da due donne parrocchiane nominate del Parroco, l'una nubile, l'altra coniugata.

Il rito col quale le sopranominate feste e funzioni vengono celebrate, come tutte le altre parti del culto, si trova descritto nell'opuscolo "le Consuetudini della Chiesa di S.ta Croce" conservato in sagrestia.

Nel periodo sul quale ora c'intratteniamo, fu portato un aumento non solo all'ufficiatura della chiesa, ma altresì alla suppellettile e a ttutto il corredamento. Un parato rosso di lama d'oro in quarto. Due altre pianete rosse. Una pianeta bianca di seta con recami. Biancheria. sei camici con mozzetta rossa con sei ceri per le solennità. un baldacchino a sei aste. Un velo omerale. un grande strato per lo altare maggiore. Gli arazzi di gelsolino per gli otto pilastri della chiesa. La balaustra agli scalini del presbiterio. Il bussolone alla porta maggiore della chiesa e" la bussola alla minore. Tutti i banchi della chiesa, dei quali, otto di olmo e due di noce. La grande raggiera dorata. Il restauro e doratura di quasi tutti i candelieri e soprattutto dei due grandi messi a candelabro, della residenza maggiore, dai vasi di legno pei fiori, del semibusto di S. Filippo. Un'altra residenza fatta a raggiera. E altre cose minori di tal genere; ma soprattutto la erezione del nuovo campanile e l'acquisto del locale di Santacroce.


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 La chiesa di Santacroce aveva un piccolo campanile a ventaglio, costruito, dopo la traslazione della sede della Parrocchia, sulla grossezza di un angolo della chiesa dalla parte della sagrestia, e aveva due piccole campane lasciatevi dalle monache. Nel 1889 vennero fuse le quaqttro nuove campane, comprendendo i, esse il metallo delle due presistenti, dal fabbro ferraio, versato ancora in altre arti affini e in quella della fusione delle campane, ereditata dalla famiglia Petrolini, Ezechiele Nessi, nato in Montefalco, ma qui domiciliato fino dalla sua giovinezza. Nello stesso tempo fu ancora incominciata la fabbrica del nuovo campanile, con disegno e sotto la direzione di don Valentino Benedetti-Valentini Cappellano di questa chiesa. Nell'anno seguente l'edificazione venne compita con una solidità più che ordinaria, perché garantita dallo scoglio delle fondamenta, dall'ottimo materiale impiegatovi, dalle tredici chiave di ferro in costruzione e dalla fedeltà del lavoro, ad onta che il muro esterno della sagrestia dalla parte di ponente già da tempo avesse subito un po' di sfianco. Il peso di ciascuna delle campane è come appresso: la maggiore Kili 520; la seconda Kili 290; la terza Kili 219,300; la quarta Kili 147.

Il 29 gennajo 1891 dall'Arcivescovo di Spoleto Elvezio Mariano Pagliari, con molto concorso di clero e discreto di popolo, venne fatta la benedizione delle campane. La domenica 6 settembre istesso anno fu celebrata la festa della SS.ma Croce per inaugurazione del campanile e delle campane che in quel giorno suonarono la prima volta, e fu una vera solennità. La chiesa, ornata della più splendita paratura, eseguita dalla Casa
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Scandolini-Mirti di Perugia. Premesso un solenne triduo con musica, nel mattino della Domenica dopo alcune messe lette, la Messa Cantata con musica del celebre padre Burroni conventuale, maestro della Cappella della Basilica di S.Francesco di Assisi. Nel pomeriggio, processione e Benedizione con musica. Alla solennità religiosa, nello stesso giorno, fece conveniente riscontro a seguito la festa civile. Dapprima le corse in velocipede, retribuite con tre premi: l'uno con una medaglia d'oro, l'altro, di argento, il terzo, di bronzo, oltre i diplomi d'onore. Di poi, innalzamento di globi areostatici. In ultimo, accenzione di un grande fuoco artificiale. E nella sera stessa, come nella precedente, illuminazione delle case della parrocchia, nonché della facciata della chiesa e del campanile a bengala. Tanto la parte religiosa poi, quanto la civile, rallegrata dal concerto cittadino. Nel Lunedì appresso, officio generale di Suffragio con musica. Alla porta maggiore della chiesa fu sovrapposta la seguente epigrafe, che mi cadde dalla penna quattro o cinque mattine innanzi, reduce da una casa, nella quale avevo vegliato tutta la notte all'assistenza di una ragazza moribonda per malattia di diefeterite.
 
A Te - Croce SS.ma - Letto di dolori ineffabili - in cui morendo - l'Uomo Dio - Riconciliava il Cielo alla Terra - E riformava interamente l'Umanità - Il suono festoso dei nuovi sacri bronzi - In questa chiesa dicata al tuo culto - Chiami i fedeli ad adorarti -
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Tu vissillo della Redenzione - Tu decoro delle regali corone - Tu pegno di speranza - A chi giace sotterra a pié dell'ombra tua - Aspettando la finale resurezione
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La fabbricazione del campanile dette occasione ad una demolizione, della quale conviene fare un ricordo. In via della Piaggia, e pricisamente dal piccolo largo apperto innanzi alla facciata di Sª Croce, a circa metri 30 da esso largo, sulla sinistra, esisteva una piccola chiesa, antica, rude, di forma rettangolare, perpetuamente chiusa perché abbandonata, sotto il titolo di "Santa Maria del Riscatto, ma colla denominazione popolare di "La Fraternita". Nulla ho potuto rintracciare della sua origine e dello scopo. Siccome so che Trevi, come altre logalità dell'Umbria e d'Italia, si è trovata più volte aggredita dai saraceni, sia stata essa eretta per voto alla Vergine, chiamata perciò del "Riscatto ? Non oserai affermarlo; è un mio sospetto. L'antichità che si presentava quella costruzione, degna della rusticità e grettezza del medio evo, la sua posizione nella Piaggia, la parte del paese la più esposta agli assalimenti di quei corsari, il titolo del Riscatto "de Redempsione, Captivorum" dell'Ordine dei Mercedari di S.Pietro Novaro m'infondono tale concettura. Ora questa chiesetta venne demolita per trarsene le pietre riquadrate e i molti mattoni della sua ertissima volta alla fabbrica del campanile, lasciandovici la parte inferiore dei muri per cinta a chiudere il vivaio degli
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olivi, in cui fu convertita.

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Ecco quanto alla memoria dei posteri lascio circa il campanile e le campane. Qui poi presento l'interrogazione che essi per apostrofe m'indirizzeranno. Ma, e perché impiantare il campanile in quel posto, adatto sì per una parte della campagna circostante, ma inadatto per la Piaggia? Perché non farlo al disopra della chiesa? Vera e giusta osservazione! Rispondo ciò essere provenuta da due cause. la parte inferiore dell'ex monastero apparteneva ancora in quel tempo all'Orfanotrofio di S. Bartolomeo. Francesco Francesconi, ostile al clero e alle cose ecclesiastiche, benché con le sue solite lepide maniere, non aderiva, essendo presidente della Congregazione, sotto le Duemila lire, alla vendita di quella parte, che, dopo la di lui morte pochi anni appresso, si ebbe, in base di perizia, per £ 292. Intanto la frettomania dei Valentini (nota caratteristica di quella famiglia, per altro proba e rispettabile) non poteva contenersi per un ulteriore ritardo alla fabbricazione e ad Esso preferì di gettarci nella infelicità di quel posto.

 

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Parlatosi del campanile, veniamo ora al locale di Santacroce. Già si è detto al N°45 che il Rescritto della Congregazione della Riforma ebbe attribuito all'Orfanotrofio questo locale coi beni superstiti ed oneri del non riprestinato monastero. L'Orfanotrofio vi tenne la sua residenza per pochi anni; dopo di che la sua amministrazione lo dette in locazione ad alcune famiglie; ma intanto nei bisogni che le sopravvenivano per la manutenzione dei suoi fabbricati, veniva
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togliendo man mano al locale ciò che poteva. Toglieva soffitti alle stanze, demoliva i muri di tramenzo delle medesime, scaricava qualche tratto di muro per estrarne materiali, portava via imposte di fnestre e di porte. L'amministrazione dalle mani di don Luigi Dominici priore della Collegiata e Vicario Foraneo, venuta, dopo il nuovo governo, in quella della Congregazione di Carità, da Esso istituita, avendo trovato il locale in tanto deperimento, e calcolando la spesa non piccola per una restaurazione senza scopo di vitalità; si appigliò al partito di una demolizione totale, affidandone la direzione all'ingegner Bonanni nepote dello stesso Dominici, ingegnere a pietra, come direbbe il contadino. Esso dié mano all'opera, ma con tal occhio di previsione e perizia artistica che, giunto con lo sfascio al punto in cui si vede al presente, allora gli fu fatto di vedere che la parte superiore privata ormai del suo appoggio, già aveva sofferto lesioni e minaccie di caduta benché non prossima. Allora si troncò il vandalismo senza però provvedere a nulla. Il Pesciaoli, allora Priore, reclamò più volte presso la Congregazione ma a chiacchiere, che per ordinario lasciano il tempo come lo trovano. Io, venuto nel 1880, trovai le cose in questo stato. Intanto, dopo diverse scosse di terremoto nel 1882, le lesioni crescevano e più chiara si faceva la necessità del provvedimento. Parlai, scrissi reclamai alla Congregazione, ma erano voci che suoanvano al deserto. Incaricai l'avvocato Ubaldi di procedere al giudizio per la servitù dell'appoggio. La Congregazione si destò dal tranquillo sonno. Si aprirono trattative,
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ma, per troncarle, si convenne che io avrei comprato il locale, fabbricato ed aree col vivaio degli ulivi, a prezzo di perizia. E 1° legato 1894, a rogito del notaro trevano Carlo Fontana fu redatto l'istrumento di acquisto a favore della Parrocchia di Santacroce pel rezzo di £ 297,49. Il locale fu tutto venduto, meno che la Congregazione si riservò l'affresco del Giotto.

Qui però mi è necessario, indispensabile, di fare un'accurata esposizione del fatto della compra. Questa, come ho detto qui sopra, venne fatta a favore della Parrocchia nell'istrumento, ma nominalmente; in verità però si fece a favore della Sagrestia, acciocché entrasse nel patrimonio della Chiesa. Lo scambio del nome dell'acquirente - da Sagrestia a Parrocchia - si dové fare per salvare alla stessa Sagrestia la proprietà dell'acquisto dalle leggi demaniali ora vigenti, sovversive dell'asse ecclesiastico. Queste leggi, i beni fondiari delle Sagrestie li sottopongono alla conversione, per le quali le tolgono alle medesime, assegnando loro una rendita annua che si dice equivalente a quella prodotta dai fondi. Le parrocchie poi sino ad ora sono rimaste illese dalla demaniazione; ma, dato ancora che questa le debba in appresso colpire, la casa di abitazione del parroco ne resterà sempre esente. E il locale, di cui è parola, forma tutto uno assieme, un fabbricato unico alla casa parrocchiale, della quale esso è parte. Dunque, in qualunque peggior caso, resterà sempre salvo. Ed ecco la ragione dello scambio. Mi è premuto, ed era di grande importanza, il fare questa spiegazione, afinché nel procedere dei tempi, il detto scambio non abbia a produrre <75v> un erore nei futuri Rettori della Parrocchia, precludendo così la via a qualunque usurpazione, anche involontaria e di buona fede, a danno della chiesa. E per assicurare sempre più sodamente la memoria della proprietà, non sentendomi punto tranquillo di affidare questa dichiarazione unicamente allo scritto, alla carta, come adesso fo, la quale potrà andare facilmente stracciata, e questo libro probabilmente mandato alla malora; di più ho incastonato alla faccia interna del muro che soprasta il portone interno del locale, una Pietra, ben più solida della carta, nella quale ho inciso queste parole - Proprietà della Sagrestia della chiesa di Sª Croce - La stessa dichiarazione poi l'ho registrata in appendice, alla copia autentica dell'istrumento, e nel libro attuale dell'Amministrazione della Sagrestia. Siccome poi il detto locale è gravato di due tasse, l'una di manomorta per £ 12,54, l'altra di fabbricato per £ 1,76: in tutto £ 14,30; questa somma dev'essere rimborsata al Parroco, il quale la impronta, essendo intestata nei ruoli di esigenza governativa, a nome della Parrocchia. Ora però ambedue queste tasse non appariscono più distinte dalle due degli stessi titoli, spettanti alla Parrocchia, essendo state fuse insieme.

Fatto l'acquisto nel modo sopradetto, poco appresso si dié mano ai lavori di fortificazione che per un sottomuro niente piccolo, cinque speroni e altri accessori importarono una spesa rilevante; e a questa fu aggiunta anche quella d'altri vivagli d'ulivi con la formazione di altre aree coltivabili, impiantate sulle volte dei fondi, che stanno lungo la strada che corre alla
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porta del Broscito. Di più, due quartierini che vi erano abitabili, anche quelli furono ridotti a a tale uso per due famiglie di pigionanti. Nel 1898, datosi l'occasione di appigionare tutto il rimanente piano per l'impianto di una fabbrica di pasta alimentaria, anche allora si ebbe a spendere ben bene per la riduzione e adattamento del medesimo col farvi suffitti alle stanze, fondello al corridojo, porte, finestre, restauri interni e ripolimenti, nonché l'alto murato alla bocca della cisterna maggiore. Ma la fabbrica della pasta i durò tre anni e nove mesi e non finì, colpa, no dei fabbricatori, ma, in massima parte, del genio trevano. Trevi abborre dalle industrie, e guai a chi contravviene a questo suo genio! gl'intima e fa guerra, come resta comprovato da certi fatti, anche di data recente. Del resto, sino al presente, questa parte del locale resta al vuoto, e sarà ben improbabile che possa in qualche modo utilizzarsi.

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L'accrescimento dell'ufficiatura e corredamento della chiesa, la costruzione del campanile fornito di quattro campane, l'acquisto del locale di Santacroce, le opere di fortificazione e di riparazioni: insomma tutto l'esposto in questo capo potrà eccitare in chi legge un senso di meraviglia. Spese ingenti! angusto il patrimonio della chiesa e dove la miniera, donde tratto tanto danaro?...
Vediamo l'arcano.

La famiglia Natili era già da lungo tempo domiciliata nella Piaggia, dove ebbe eretto un fabbricato non piccolo per propria abitazione, quello che fiancheggia la via al lato opposto alla chiesa di S.Stefano, parimenti di sua proprietà, con
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tutto il circuito della stessa chiesa dall'Arco della Salvia fin d'appresso alla così detta Porta Nuova, benché ormai vecchia ben bene. Di questa famiglia era Antonio-Emiliano Natili, che istituì il legato a favore dei Cappellani. Essa, nell'ultima generazione ebbe tre fratelli, dei quali il primo, Angelo, restò sempre nella casa paterna, nella quale morì nel 1830. Questo, mortagli la prima moglie, passò in seconde nozze con una tale , di cui ignoro il nome, vedova di Carlo Tabarrini, avente una figlia unica, Caterina. Egli testò tutto il suo asse ereditario alla consorte, e questa, alla sua volta, alla figlia. Questa si congiunse con Giacomo Alessandrucci da Visso nepote del Priore Lupacchini. Sterile di prole, priva di congiunti e vedova, nel suo Testamento fatto due anni incirca innanzi alla morte, da cui, già nonagenaria, dopo una malattia venne colpita il 29 Agosto, chiamò Isidoro Benedetti-Valentini a suo erede universale, assoluto nella lettera del Testamento a scanso di nullità, ma fiduciario, in verità, contro il codice civile. L'oggetto della fiducia non è stato fino ad ora espressamente dichiarato dall'Erede, ma dal di Lui operato fino adesso si è manifestato essere triplice. Il mantenimento di una Suora di Carità all'ospedale, un Canonicato alla già Collegiata e un Legato per la festa del S.Cuore in Santacroce. Queste tre istituzioni sono ora mantenute dalla fedeltà personale del Benedetti-Valentini, il quale però ha già preparato, perché in appresso vengano fondate sopra una base legale e duratura. Così la sora Nina, come tutti la
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chiamavamo, di corporatura tanto grossa, di umore tanto faceto, di maniere ruvidotte ma simpatiche, di franco parlare, ma schietto senza redicenze, di un cuore benevolo e benefico, di un conversare famigliarissimo; benché donna comune e di pochissima cultura, come quasi tutte del suo tempo, però religiosa non tanto, quanto il suo religiosissimo marito, ha saputo fare assai meglio che alcuni altri di questi giorni. Essi, più o meno facoltosi, o senza eredi necessari, o senza congiunti, o questi tutt'altro che bisognosi, hanno portato sotterra il loro egoismo e l'insensibilità di un cuore all'emozioni sulle sventure del prossimo. La sora Nina diede nel segno a sovvenire i bisogni del paese, per quanto era in sé. Il servizio dello spedale stava in mano di persone mercenarie, specialmente femmine, ignoranti, indecenti e, anche, in parte, immorali, collo stabilire il mantenimento di una Suora s'induceva la Congregazione a stabilire, essa pure, le altre occorrenti. Così fu, e allora l'ospedale cambiò di andamento e di aspetto; allora addivenne quello che deve essere, il ricovero della povertà alla sua calamità maggiore, in luogo di Pia Beneficenza, benché questa un po' ristretta per le angustie economiche del medesimo, il quale non ha potuto muovere il cuore dei sopraccennati. La chiesa di S.Emiliano, che già aveva una Collegiata di ventiquattro membri (troppi veramente, perché, in buona parte, quasi disoccupati, e quindi ...) rimasta al solo parroco, avrebbe davvero provato la necessità di qualche altro sacerdote. La chiesa di Santacroce si trovava, come l'ho mostrato
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al principio di questo capitolo, bisognevole di una qualche risorsa per addivenire quella che è al dì d'oggi, e tanto più fortemente se ne sarebbe sentito il bisogno in un avvenire non molto remoto, quando cessassero i due Monasteri, che non potranno sempre durare per la confisca dei loro beni, e anche la chiesa del Crocifisso non si sa a quale sorte potrebbe essere riserbata pel pericolo, che, come un incubo, gravita sopra le Confraternite dall'intenzioni del Governo. Dopo tutto ciò, restando unicamente la Parrocchia, in questa si dovrebbe concentrare tutta l'officiatura sagra. In sì fatte circostanze e con tali previsioni le disposizioni fiduciarie che stanno sotto il coperchio del testamento, sembrano una vera provvidenza. E senno non minore mostrò questa donna benefica, quando la sua fiducia ebbe a riporla sopra un erede, di cui non poteva scegliere altro migliore.

Della famiglia Benedetti-Valentini, agricola per la posizione istessa della sua casa di abitazione, ma civile, agiata, religiosa, proba, ordinata, attivissima, nacque nel 1847 il minore dei quattro fratelli, Isidoro, pronepote dell'altro Isidoro già Cappellano di questa chiesa e istitutore del Legato per la festa di S. Filippo, morto nel 1840. Alunno in questo collegio per due o tre anni, lo studio e le lettere non erano del suo genio. Però di un buon senso e di una giustatezza di pensiero pratico non comune, di eloquio facile e di avvedutezza tale a cui nulla o poco sfugge nell'attualità e nelle previsioni. Neppure ventenne ebbe in mano le redini della famiglia, quando essa si sgomentò dinanzi al pericolo di una catastrofe;
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e Isidoro non ne deluse punto le speranze. Tempo appresso, dall'azienda domestica pian piano venne introdotto nella pubblica del paese. Il Comune, consigliere, assessore e facente funzionie di Sindaco. Nella Congregazione di Carità, membro e Presidente. In tutti gli istituti religiosi, maschili e femminili, meno il monastero di S. Lucia, in tutto o in parte, amministratore. Coadiuvò [?] con tutta l'energia ed efficacia il conferimento del Convitto Lucarini ai Salesiani di Don Bosco e il ristabilimento dei Minori in S.Martino. dette nuovo impulso alla Compagnia del Crocifisso, nella quale fu opera quasi tutta sua la costruzione dei Sepolcri nel Cemeterio Urbano. Anche all'altra del Sagramento, assopita in sonno mortifero, dette una voce di risveglio; e al compimento della nuova Chiesa di S.Emiliano porse una mano ausigliatrice. Appassionato pei campanili, ha avuto la contentezza di prendere parte attiva e poco meno che principale a quattro eretti dai fondamenti e all'accrescimento e miglioramento di due. Insomma ha esteso la sua influenza quasi su tutto e su tutti, e in certo modo può dirsi che sia addivenuto quasi il perno del paese.

In proposito della Congregazione di Carità ho dimenticato qui sopra di annotare una cosa che non deve rimanere nel silenzio. Il servizio farmaceutico qui in Trevi da molti anni era cattivo; medicinali men che buoni e talvolta sostituiti, prezzi tuttaltro che comuni. Deprorato sempre questo sconcio, e finalmente fattasi operare la necessità di ripararvi, il Benedetti-Valentini se
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ne fece il promotore nella Congregazione col proporre alla medesima la conduzione del locale della farmacia del già Fedele Catasti e di esercitarla a proprio conto. Sorsero opposizioni nel seno dell'adunanza e furono sollevate dallo spirito di favoritismo per l'altra farmacia, Fontana; opposizioni colorate col pretesto della mancanza di fondi per attuare l'impresa ed il pericolo d'incontrare una deficienza. Isidoro, con uno slancio inopinato di generosità conquide all'istante la opposizione, col ridurre i sostenitori a brondolare sommessamente in disparte "Ecco il danaro per l'impianto della farmacia, e sono io il garante per qualunque deficit" egli esclama. La congregazione dovette ammutolire, e la farmacia in breve fu aperta. Detratte le spese, se venisse ad emergere un sopravanzo da rendere graduiti i medicinali ai due Istituti dipendenti dalla Congregazione, lo Spedale e l'Orfanotrofio femminile, oltre il miglioramento del servizio pubblico, il Promotore se ne chiamerebbe altamente lieto e soddisfatto.

Ora, tutto ciò che nel periodo contemporaneo è stato fatto qui in Santacroce, cominciando dalla nuova parte della Chiesa dopo l'incendio e restauro della scalinata, essendo allora ancora in vita la Benefattrice; tutto è stato fatto coi mezzi elargiti da Essa. sia merito dunque a Lei appresso Iddio e memoria di riconoscente gratitudine presso i futuri Parroci e Cappellani della Chiesa, nonché presso i parrocchiani, se questi fossero capaci di darsi pensiero ad osservare la cosa e di concipire
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il sentimento che dovrebbe eccitarsene. Però oltreché alla testatrice principalmente, molto ancora si deve alla fedeltà scrupolosa, allo zelo solerte dell'erede. Egli, profondamente religioso e pio, amantissimo della chiesa e del suo culto, non cede dinanzi a veruno ostacolo, che gli si oppone per farlo recedere dal cammino della rettitudine cristiana. Superiore ad ogni umano rispetto proclama intrepito i suoi principi. In un tempo, quale il presente, così avverso a questa sua tempera, egli rimane inconcusso e procede alagremente per la sua via, osteggiato spesso, ma pur rispettato da un popolo che, mentre nella viltà del suo animo, in disparte da lui, lo deride, sente in cuor suo di rispettarlo, e in faccia lo riverisce. Dotato di animo retto, ad esso ispira ogni sua azione; però ben spesso lo spinge troppo oltre, e quando è entrato in una cosa qualunque gli s'intromette fino a penetrare in ogni più minuta modalità di essa: ciò che lo rende talvolta fastidioso e pesante a chi sente in cuor suo di essere un torzo di cavolo, o una macchina sotto una forza motrice.

 Isidoro, per questo titolo di erede, ha dovuto sentire intorno a sé un fremito sommerso di dispetto e d'indignazione, quasi come per una fraudolenta sobillazione a quella buona donna per carpirne la spoglia ereditaria; ora, in parte, calmato dopo tutto ciò che è stato veduto, ma, in parte, ancora perdurante nei più maligni, specialmente per odio ai suoi sentimenti. Peraltro essi, cime chiunque ha la coscienza pura, tranquillo l'animo, serena la mente, procede senza punto turbarsi, potendo applicarsi ciò che il Parini disse di sé medesimo
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in un Ode

...... che ai buoni amico

Alto disdegna il basso volgo maligno.

 

Sebbene, forse, ad onta di tutto ciò, la superiorità dello spirito non vale in lui a sostenere in tutto il vigore l'infermità del corpo; e chi sa che l'indebolimento del cuore, in lui da qualche tempo prodotto, sia stata la ripercussione di qualche patena [= patema?] ereditario!
 

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Aggiornamento: 15 aprile 2016.