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Don Eugenio Venturini

 

Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

 

pagina in elaborazione

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CAPO 7°     La seconda traslazione della sede della Parrocchia

   
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Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

 

Il testo in colore, tra parentesi quadre  [   ] è stato aggiunto all'atto della trascrizione

 

 
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Mobilitate viget, vivesque acquivit eundo.Questo verso che l'epico mantovano canta della Fama, ossia la notizia, che di bocca in bocca si propaga rapidamente dilatandosi, dei fatti pubblici e privati  che gior[n]almente accadono, delle persone e dei loro atti; si attaglia pur bene, in certo senso, a questa parrocchia - Essa, nel fitto bujo del medio evo, s'impianta nella chiesa di S. Fabiano. Il quando preciso non lo sappiamo; ma, siccome nel secolo nono, le parrocchie rurali erano già costituite; e tale era questa, perché difatti non era compresa entro il circuito di Trevi, come al presente ne fanno fede le mura cittadine fabbricate in tempo posteriore, con ogni probabilità é da ritenersi anteriore a quel secolo. E poi l'indole della costruzione e lo stile della scoltura dell'arco, che soprastava alla porta della chiesa, concorrono ambedue a fortificare la congettura. La sede, da quella chiesa, un sacro grottone, poco meno che orrida, oscura, umida, incomoda all'accesso e recesso, si muove e con felice trapasso ascende alla Chiesa Nuova, ossia Santa Maria in Sion, non bella ma neppure orrida, più illuminata, asciutta, comoda per centralità ed accesso; e movendosi, vires acquivit, si munisce di tre Cappellani concurati, impingua di beneficio parrocchiale della quarta Cappella, incorporata ai beni di esso, aumenta la officiatura e le pratiche del Culto, acquista
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il possesso e l'amministrazione del Prelegato Costa e con esso la Messa quotidiana, un nuovo cespite    di rendita alla sagrestia, il conferimento del dotalizio, la distribuzione del soldo ad ogni individuo di tutte le singole famiglie della parrocchia nel giorno di S.Filippo, la devoluzione alla sagrestia medesima del sopravanzo annuo della rendita del Prelegato. Il Costa aveva fondato il suo Prelegato, tutto in piccoli Censi, epperciò in gran numero. I Censi sono vere piaghe economiche per la briga e le difficoltà della riscossione degli interessi, e perché incapaci di aumento di rendita mediante miglioramento e bonifici, anzi soggetti a diminuzioni per la non improbabile perdita del capitale. L'amministrazione dei Cappellani, coi ritiri, li ebbe convertiti, per la massima parte in acquisti di terreni. Questi, bonificati, elevarono il prodotto, talché il capitale primitivo di scudi 1500 pari a £ 7980 al giorno dell'impossessamento fattone dalla Congreg. di Carità nel 1864 era pervenuto a £ 16000 con una superiorità di 8020. Ondeché il conferimento della dote era già da tempo addivenuto annuale, e il sopravanzo annuo venne in favore della sagrestia.

La sede della parrocchia colla sua mobilità rende più intenso il suo vigore, quando nel 1821 si trasferisce dalle Chiesa Nuova a questa di Santacroce. Allora si abbellisce di una chiesa quanto gaja all'interno altrettanto maestosa alla facciata, solidissima, illuminata, di una moderata temperatura nelle due estreme stagioni dell'anno, fornita di non pochi vani annessi; accresce l'Officiatura coi legati devoluti
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all'Orfanotrofio di S.Bartolomeo rendendo più abbondanti la applicazioni ai Cappellani; acquista una abitazione grande, fornita di orto e di ogni comodità occorrente all'uso del parroco. Dopo di tutto ciò credo che abbia completato e chiuso per sempre il suo ciclo.

 

Napoleone Buonaparte, il genio militare forse il più luminoso apparso fin qui nel mondo, e sfolgorante di altri grandi talenti, a cui lo splendore dei meravigliosi successi abbagliò gli occhi dell'intelletto, e nello acciecamento della più smodata ambizione lo piombò di poi prosternato a terra, e in una terra inospitale; dopo di avere invaso a titolo di conquista, **** lo Stato Pontificio, con decreto del  ****  vi soppresse tutti gli ordini Religiosi devolvendone le proprietà al demanio dello Stato.

 Il Monastero di Santacroce subì l'infortunio comune. Vidi impium elevatum et superexaltatum; transivi, et ecce non erat. Dopo sei anni, nel 1814, abbattuto il gigante, e circoscritto dalle sponde dell'Elba, e immediatamente restaurato il governo primiero; gio [?] Ordini e le Comunità religiose furono subito richiamati a nuova vita. Di questa però non poté partecipare quella di Santacroce. I suoi beni, per la maggior parte venduti, avevano lasciato un residuo ben tenue, il di cui reddito netto non oltrepassava i 360 scudi annui insufficiente al mantenimento delle dodici Monache sopraviventi; onde che il Monastero fu destinato alla cessazione. Posso credere che la stessa causa  ridusse ad una consimile sorte, qui in Trevi, i Rocchettini delle Lagrime, i Conventuali di S. Francesco e i padri Predicatori di S. Domenico. Non però i Riformati (oggi detti
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Minori) di S. Martino e i Cappuccini. I Religiosi mendicanti durano quanto le loro berte, per le quali non viene mai meno panno per rinnovarle, e questo non può mai esser loro tolto né da uragani di rivoluzioni, né da prepotenza di conquistatore, né da tirannia di leggi sovversive. E se questi giungessero a fare alle berte uno strappo, durerà ben poco, perché in breve si rammenda. In ordine poi agli Olivetani di S. Pietro di Bovara mi si dice che questi già erano stati soppressi da Pio VII; e che i loro molti beni, benché quei Monici fossero ben pochi, quattro o cinque, erano stati venduti dallo stesso Pontefice al cavalier Martinez per sopperire ai bisogni dello Stato, in quei anni sommamente depauperato dalle tante politiche vicissitudini calamitose.

     La chiesa di Santacroce e il Monastero in chiusura suggerirono al Priore Lupacchini l'idea e il desiderio di procurarne la riapertura a beneficio della Parrocchia di S. Fabiano. A tale effetto, nel 1816, lo stesso Lupacchini nella sua qualifica di Vicario Foraneo e i pubblici Rappresentanti di Trevi, cioè il Consiglio Municipale, presentarono istanza al Pontefice Pio VII. per ottenere la chiesa a parrocchiale, e la parte superiore del Monastero a canonica ossia abitazione del parroco, implorando l'altra rimanente, la inferiore, a residenza dell'Orfanotrofio di S. Bartolomeo. Rimessa la istanza alla Congregazione della Riforma, questa annuì ad ogni parte di essa col decreto che qui appresso si riproduce.

     [Altra grafia, vedi CAPO 5°, carta 31]

"Die 15 Januarii 1816 - Sacra Congregatio a SS.mo D.no Nostro Pio P.P. VII super reformationis negocii specialiter deputata, omnibus mature per pensis additaque informatione
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et voto Rev.mi Episcopi Spoletani, Oratorum precibus annuendum esse cessavit, ut intra.

     I° Ecclesia et aedes monasterii S.Crucis praefato Episcopo tradantur ad effectum de illis disponendi juxta petita, ita ut paraecia Ss. Fabiani et Philippi ad eandem ecclesiam transferatur, ibique perpetuo maneat, adsignata parroco congrua habitatione; reliqua vero aedium pars orphanarum conservatorio illic instituendo, libera cedat.

     II° Provideat Episcopus, ut Parochialis domus sit Ecclesiae p[r]oxima, a Conservatorio autem omnino seiuncta.

     III° In actu transactionis veteri Ecclesiae titulo novus addaturaac in posterum nuncupatur SS.Crucis ac SS.Fabiani et Philippi.

     IV°  Bona monasterii S.Crucis, quae non fuerint alienata, favore dicti Conservatorii, nunc pro tunc applicentur; ideoque laudatus Episcopus agat cum D.Thesaurario Generali circa modum et conditiones iner utrumque statuendas et ineundas, firma tamen obbligatione intera erogandi rdditus eurundem bonorum pro pensionibus Monialibus debitis.

     V°  Postquam tamen dicta bona, per obitum monialium ab onere pensionum libera, exempla remanxerint, Puellarum conservatorium  annual.... summam domui Convertitarum in civitate Spoletana existenti solvere teneatur pro alimentis duarum mulierum Civitatis seu Territorii Trebiensis a turpi vita ad meliorem frugem (?) conversis, si adsint; sin (?) minus ab Episcopi arbitrio pendeat, vel eandem solutionem imperare pro duabus aliis mulieribus lapsis suae Diaecesis ab eo nominandis, vel Conservatorium in exposito casu ab huiusmodi solutione temporarie liberare.

     Et Sanctitas Sua, me infrascripto Segretario referente, ressolutionem Sacra Congr., benigne approbavit, et executioni mandari jussit; voluitque praesens Decretum ex speciali gratia suffragari perinde ac si Literae Apostolicae in forma brevis desuper expeditae fuissent. Quibuscumque in contrarium facentibus, speciali quoque et individua mentione dignis, non abstantibus.

     Loco + Sigilli  I A Sola S.Congregationis a Secretis.
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 Ottenuta tale concessione, il Parroco, con atto rogato dal notaro trevano Girolamo Mosconi il 31 luglio 1816, ebbe la consegna della Chiesa e della parte del Monastero, assegnata. Quindi con decreto della Curia Vescovile del 20 marzo 1817 venne eseguita la divisione delle due parti del Monastero, diretta dal degnissimo ecclesiastico marchigiano domiciliato a Spoleto, dove teneva, nella Madonna delle Grazie, un piccolo Convitto di giovani diretti alle arti del disegno, essendo egli architetto. Questi fu don Luigi Landini, il quale ebbe diretta anche la costruzione della forasteria del Monastero di S.ta Chiara. Finalmente, per altro decreto in sacra visita del 20 Maggio 1818, il 26 Maggio, festa di S.Filippo, dal 1821, fu osservata la traslazione della sede della Parrocchia dalla chiesa di Santa Maria in Sion a questa di Santacroce; e da quel giorno la Parrocchia, osservando il terzo titolo, fu denominata "della Santissima Croce e dei Santi Fabiano e Filippo".

In pari tempo il sotterraneo della chiesa di Santacroce fu costituito a Cemeterio, come ora si vede, colla formazione di tre seppolture ai suoi lati, delle quali, l'una in cui furono deposte le ossa delle monache, le altre due, quelle dei fedeli che erano nelle seppolture della Chiesa Nuova, delle quali si fece lo spurgo e quindi fu operato il trasporto.

Col trasporto della Sede della Parrocchia alla chiesa di Santacroce, furono a questa trasferite le Cappellenie concurate e  le due di S.Filippo e di S.Antonio, nonché i legati di Messe: insomma tottu ciò che che dalla ex Parrocchia si riferisce. Tuto il complesso di questa raslazione operata nel 1871 dipoi nella sacra visista fata da
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Monsignor Mastai, con decreto del 29 Maggio 1829, venne in ogni sua parter approvato e confermato da valere in perpetuo. -  Il conte Giovanni Maria Mastai-Ferretti da Sinigaglia, Arcivescovo di Spoleto, poi Vescoco di Imola e Cardinale, in ultimo Papa dal 1846 al 1878, qual Papa di bello e nobile sembiante, di animo tanto buono e difusivo (?) di facile ed ameno eloquio, di tratto simpatico in ogni suo fare; il Papa, il cui pontificato aprirà forse un'epoca nella storia della Chiesa, alla quale richiamo chi meglio voglia conoscerlo.


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In effettuazione della concessione fatta della Congregazione della Riforma, come la parte superiore del già monastero fu aperta alla residenza del parroco di Santacroce, così la inferiore addivenne il domicilio dello Orfanotrofio femminile, che vi si traslocò da S.Bartolomeo, ora sede dell'Asilo Infantile. Però, dopo tre o quattro anni dipermanenza ritornò alla stanza primiera, in che nel 1840 fu trasportato nel palazzo dinanzi a S. Emiliano, già casa di abitazione del benemerito Virgilio Lucarini, e collegio fino al 1832. E allora venne affidato alle Maestre Pie, le quali assunsero ancora le pubbliche scuole femminile.

 

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Questa seconda traslazione fu principalmente opera, e quasi tutta esclusiva, di don Nicola Lupacchini; ed eccomi dunque, dopo il Paolelli, ad un secondo benemerito della parrocchia di Santacroce, e per  me un minvito, anzi un dovere, di farne parola. -Nicola Lupacchini nacque in Visso nell'anno
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stesso che venne alla luce (non so se per propiziazione od ira del cielo - ai posteri l'ardua sentenza -) Napoleone Bonaparte: il 1769. Ignoro il periodo della sua giovinezza e del suo tirocinio ecclesiastico, ma debbo crederlo, nel seminario di Spoleto. In quei tempi l'attuale Diocesi di Norcia faceva parte della Spoletina, dalla quale venne distsaccata, e quindi eretta in Vescovato dal Pontefice spoletino Annibale marchese della Genga, Leone XII. Stette per qualche tempo nel palazzo del barone Angaiani, ora detto Sotto-Prefettura, in qualità di pedagogo del figlio fino al Ventottesimo della sua età, nel quale anno fu eletto a questo Priorato di S.Fabiano, cioè nel 1797. Quando nel 1810 il Bonaparte infuriò contro Pio VII suo prigioniero a Savona, e questo, tetragono alle sue pretese, fece man bassa  sopra ogni ordine ecclesiastico nello Stato Pontificio, smembrato in due parti: l'una in un dipartimento francese del Tevere, l'altra, Romagne e Marche, incorporata al regno d'Italia; allora impose ai sacerdoti di prestare giuramento di fedeltà alla sua persona e di riconoscimento del suo governo sotto pena dell'esilio. Il Lupacchini, come tanti altri, prese la via di questo, ma non saprei dove fu deportato, se in Corsica o altrove. il suo esilio sesmbra però che sia stato tutt'altro che quello dei Clementi, dei Corneli, dei ***; poiché il conte Filippo Valenti mi diceva che suo padre, il conte Giacomo, talvolta parlandone, con scherzevole ed amica ironia, diceva che dopo una amena villeggiatura era tornato cinto il capo dell'aureola del martirio.

Nel 1821 operò il trasporto della sede della
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Cura, per  le di cui trattative fu ben favorito dal Vescovo Francesco Canali, già suo compagno di esilio, il quale nel 1814 da canonico perugino era stato elevato alla sede di Spoleto. Di poi attese al riordinamento dei terreni del beneficio. Questo, al tempo del Paolelli cioè sullo scorcio del secolo 17°, aveva i suoi fondi frantumati e dispersi in circa cinquantasette appezzamenti, ai quali se ne aggiunsero altri con l'incorporamento di quelli della cappella Costa. In tutti, a un di presso ***. Durante il secolo 18° io non so che tali fondi subissero variazioni, almeno notevole. Il Lupacchini si propose di riunirli, per quanto possibile, e raccoglierli nelle adiacenze di revi; e lo fece a furia di permude. Il solo terreno grande che si distende lungo [ nel testo:l'ungo] la sponda destra del Clitunno, oltre il Priorato, aveva altri tre o quatro proprietari. Quindi ricoprì queste tutte di una piantagione a Testucci vitati, e circondollo ai lati da un'altra piantagione di olmi senza vite; e dipoi fece una consimile piantagione di testucci nel campo grande della Contea e nell'altro minore quivi prossimo. Delle operazioni delle permude non rimane più verun atto, come già si è detto nel capo 6°. Sul proposito aggiungo, che Egli qui in revi fu quello che dette il primo saggio di una bigattiera, da lui fatta nel 2° piano, oltre il terreno, del fabbricato dei magazzini della casa parrocchiale. Ne aveva avuto notizia nell'esilio.

Anche la Congregazione del Suffragio, che ora in questi nostri tempi è stata tanto vessata
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dall'amministrazione della chiesa di S. Emiliano per la fabbrica di essa, e che ancora continua a vessare per spese di essa chiesa, quasi di capriccio, ebbe sentito l'opera benefica del Lupacchini. Quando ne fu il Cammerlengo, raccolse le diverse terre in un campo, ne formò quel grande podere al Casco dell'Acqua, con una nuova piantagione, e tutto cinto di una siepe viva. Esercitò per molti anni le funzioni di Vicario Foraneo e di confessore delle monache di S.Chiara.

 Istituì un legato in sorte di scudi 400 allo scopo che l'annua rendita venisse erogata in due premi a due dei giovani della parrocchia di Santacroce, un maschio ed una femmina, reputati i migliori nell'istruzione del Catechismo. Però, affidata la esecuzione del Legato all'Arciprete di questa Collegiata don Francesco Natalucci, volle che questi manifestasse il Legato, e ne venisse all'esecuzione, non solo dopo  la sua morte, ma eziandio del proprio fratello don Giuseppe Canonico Lupacchini. Finalmente dopo una breve malattia, all'età di anni 65, il *** Agosto 1844, nella casa parrocchiale, rese a Dio l'anima buona e il cadavere ne fu deposto in questo cemeterio, coperto di una lapide, che ne porta inciso il nome. La sua memoria, rimane ancora venerata e benedetta sulle labbra del popolo. integerrimo di costumi, zelante per la salute dei suoi parrocchiani, operoso elemosiniere, di carattere mite, di tratto dolce ed affabile. Dopo la mercede, che il Signore rende ai suoi meriti nel cielo, si abbia
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egli la gratitudine mia e dei successori, che veniamo a fruire del bene da lui operato. E la parrochia di S.ta Croce vegga in lui e nel Paolelli i suoi più insigni benefattori.

La memoria epigrafica, che gli ho apposta nella parete in fondo alla sagrestia di questa chiesa, non bugiarda o esagerata, secondo la moda attuale delle iscrizioni, massime nei campisanti, in questo e negli altri, ma verace e giusta; sia il tributo della riconoscenza per mia parte dovutagli.

 

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Aggiornamento: 15 aprile 2016.