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Don Eugenio Venturini

 

Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

 

 

<38>

CAPO 6°    LE CAPPELLENIE DELLA PARROCCHIA DI SANTACROCE.

   
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Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

 

Il testo in colore, tra parentesi quadre  [   ] è stato aggiunto all'atto della trascrizione

 

 
31°

         Nell'esordio dell'istituzione dei Cappellani, questi, per loro prebenda, ebbero una Massa Comune di beni, quale era stata ereditata dalla soppressa Congregazione Filippina. Tal Massa poi si era composta dal semisse dell'eredità Costa, dei beni già appartenuti ai Minori del Terzordine di S. Francesco, che avevano un conventino attiquo alla chiesina di S. Antonio da Padova, di alcuni lasciti dei pii benefattori. La Massa veniva amministrata da uno dei Cappellani sotto il titolo di economo, che poi, rendendo conto ogni anno agli altri della rendita avutane, la divideva a porzioni eguali tra i singoli. Così nella primitiva istituzione esistevano i Cappellani, non però le Cappellanie.

32°

Questa comune prebenda per altro durò ben poco, poiché non molto appresso, e precisamente nel 1680, cioè quattro anni dopo della loro istituzione operata nel 1676, i Cappellani, quelli stessi nominati in principio, vollero procedere alla divisione della Massa comune in quattro parti, con assegnazione della propria a ciascuno di loro.

La divisione venne eseguita in caso di estimazione elevata da due periti - Nicolò Parriani di Parrano e Gentile Rinaldi delle Picciche, con atto del Cancelliere foraneo di Trevi, Emiliano degli Abbati.
<38v> Donde nacque tale separazione? Nessuna memoria risponde alla richiesta. La evado però probabilmente prevenuta dal disaccordo dei Cappellani. Se dai tempi, quali sono giunti fino a noi, finché perdurò una numerosità di Clero, ci è dato risalire per la scala dell'analogia fino ai precedenti e remoti, abbiamo buoni motivi per opinare in tal modo.

In seguito della divisione, ciascuna parte venne di poi eretta in beneficio, ossia in Cappellenia, meno quella assegnata al Priore, la quale restò amalgamata cogli altri beni della Parrocchia. Si ebbero così tre Cappellanie, tutte sotto il titolo comune dei Ss. Fabiano e Filippo, e nominalmente distinte tra loro col numero d'ordine 1^, 2^, 3^. Due delle medesime, cioè la 1^ e la 3^ furono attribuite al patronato misto della Compagnia del Sagramento e dei Priori, oggi del Sindaco e della Giunta del Comune, in conformità alla disposizione del Costa, il quale volle che la Messa quotidiana da Lui stabilita, venisse alternativamente adempita da due Cappellani da nominarsi dai detti patroni. La seconda poi fu rilasciata al libero conferimento dell'Ordinario. La comune intitolazione delle tre Cappellanie le rende indistinte, né vale la apposizione del numero d'ordine. Ondeché qui è necessità di contrassegnarle con altri dati per poter precisare ciascuna di Esse

 A primo cospetto sembrarebbe cosa naturalissima che i dati migliori a tal'uopo fossero i numeri di mappa. Però al cospetto
<39> della mutabilità di essi non molto lontana, a motivo dei nuovi catasti, che per legge generale del regno di non pochi anni fa, si viene operando in diverse provincie, finché giungerà anche la nostra; mi giova appigliarmi ad altro, forse un po' troppo alla buona, ma immutabile:l'ubicazione di qualcuno dei terreni a ciascuna delle Cappellanie appartenenti.

La Cappellania 1a ha due terreni nelle adiacenze di Pietrarossa e formano in complesso una superficie di circa 6000 metri.

La seconda è quella che tra i suoi beni ha la casa attigua alla chiesina di S. Antonio da Padova all'appendice di Trevi.

La terza ha un uliveto nella villa di Manciano in vocabolo Montelegno

L'investitura di nuovi Cappellani si ottiene per diploma, o dalla Dataria Apostolica o dalla Cura diocesana, a norma della alternativa dei mesi in ragione della vacazione secondo il sistema vigente per i benefici ecclesiastici.

32°
[bis]

I Cappellani, oltre l'obbligo di adempire tutti gli uffici sacri imposti alla già Congregazione Filippina, come nel decreto del Cardinale Facchinetti trascritto al N° 23, di più, fin dall'origine, fu[rono] onerati dei legati di Messe istituiti per la chiesa di S.Antonio da Giovanni di Battista Cini con rogito del notaro trevano Francesco Renzi 11 marzo 1644, i quali colla devoluzione, erano antecedentemente passati dai Minori alla Congregazione Filippina. Questi
 <39v> quattro legati, che comprendono un complessivo di messe Ottantatre ad anno, debono con ugual riparto soddisfarsi dai quattro Cappellani.

33°

Nella erezione delle Cappellenie restò una reliquia della massa comune: il legato Valenti.Nella chiesa delle Lagrime, che può dirsi una mignatura della S.Croce fiorentina dei Valenti, al più opulento di Essi ci si mostra il più modesto dei monumenti, che scrive il nome di Filippo Valenti, e ne dipinge l'effige. Nato nel 1603 e morto il 19 giugno 1648, in una vita breve fece più assai che altri in una lunga. Avveduto nel maneggio degli affari portò al maggior grado la fortuna di sua casa. Visse celibe, nel significato come suona la parola, non modificato, quale adesso ci si fa intendere, specialmente da certuni delle classi agiate. Di religiosità specchiata, concorse, vivendo, colle largizioni al sacro culto, che tendesse al bene spirituale dei suoi concittadini. Nella carriera dei vari offici da Lui tenuti pervenne ad essere il tesoriere, in Italia del re di Francia Luigi XIV, nella spedizione militare nel regno di Napoli nella rivoluzione di Masaniello; e anche tesoriere del sacro Collegio Cardinalizio. Fondò nella sua casa una Primogenitura, dotata di un patrimonio di scudi centomila, e una prelatura, di scudi sessantamila; che poi, l'una e l'altra, fecero naufragio nella procella del governo francese, sull'esordio del secolo presente. Col suo testamento del 7 maggio 1648 a rogito di Giacomo Simoncelli notaro dell'A.C. fra gli altri legati
<40> pii, uno ancora ne fece a favore della Congregazione Filippina in perpetuo per scudi annui dieci pari a £ 53,20.- Di questo Simoncelli e della sua qualifica di notaro dell'A.C. nulla saprei dire in proposito; ma penso che potesse essere un notaio di Roma, poiché quivi, finché ha durato il governo pontificio, vi era un tribunale civile sotto questa denominazione, Tribunale dell'A.C., denominazione di cui ignoro il significato.- Quando, nel 1820, il Legato si curò di munirlo la prima volta d'ipoteca, per fruire di tal garanzia, la quale era stata indotta nel 1810 dal governo imperiale coll'applicazione, in quanto provincie del soppresso governo pontificio, dal nuovo codice di Napoleone Buonaparte tuttora vigente, e sul quale poi si sono modellati quelli, quasi tutti degli altri stati di Europa; si scorge che il detto strumento del Simoncelli, o s'ignorava, o non si cercò, ovvero non si poté trovare, poiché quella prima iscrizione ipotecaria fu fatta in base di un documento vescovile di Spoleto dell'11 aprile 1820.- Sul proposito di questo legato mi diceva un giorno l'ottimo conte Filippo Valenti, cristiano di pietà profonda ed erudito di bella coltura letteraria e scientifica, che morì ottuagenario nel xxxx dopo circa sei anni di cecità, sopportata colla rassegnazione di Tobia "veramente il legato avrebbe già cessato di esistere, perché attaccato alla primogenitura; ma tiriamo avanti colla nostra parrocchia!"

Siccome, in proposito di questo legato trovo una particola del testamento, che riflette la luminosità dell'animo pio del suo autore, così mi piace di qui riportarla. "Ricordo al mio erede e li chiamati
<40v> e compresi in questo mio testamento di dover vivere col timore di Dio, perché con questo va unito l'onore del mondo; e acciocché abbino sempre in memoria questo buon ricordo, voglio che ogni anno cavino di loro propria mano da questo mio testamento il presente capitolo, e che lo consegnino di persona o per mezzo di procuratore specialmente a questo atto costituito alla Compagnia dell'oratorio di S.Filippo Neri nella mia patria, se sarà fatto (dice così, perché nel 1648 la Congregazione Filippina stava sul primo nascere) altrimenti alla Compagnia del Corpus Domini della medesima mia patria, e che nell'atto di tal consegna paghino a detta compagnia scudi dieci di moneta, ciò siano partecipi, nelle loro orazioni, e impetrino da Dio il suo santo timore ed amore". Questo tratto, ora trascritto, ci conferma che il testamento sia stato rogato dal Simoncelli in Roma, e che la morte di Filippo Valenti, avvenuta quarantatre giorni dopo il testamento, sia quivi ancora avvenuta. Quell'espressione ripetuta "mia patria" è la prova, quasi non dubbia, della conferma. Alla stessa Congregazione fino dal suo primo nascere, per darle vita, lo stesso testatore aveva già dato scudi quattrocento.

Questo legato passato di poi a favore dei Cappellani, l'annuo reddito, che scade col giorno 26 Maggio, festa di S.Filippo Neri, si riparte ad eguali porzioni a ciascuno di Essi.

34°

La Massa Comune dei Cappellani dopo la erezione delle Cappellenie, ristretta al solo legato Valenti, in progresso di tempo si estese assai notevolmente per la istituzione di due nuovi legati - Fanti e Natili -.

In ordine al primo nulla ho qui da dire del
<41> mio proprio, perché, dopo le tante ricerche da me fatte a Trevi e Spoleto e nella disperanza di alcun risultato, mi è venuto a caso tra le mani da alcune cartacce ricevute una copia del testamento dello stesso Fanti, che qui appresso trascrivo: ed ecco il tutto.

Al nome di Dio, Amen = A dì 16 7bre 1761 =

Alla presenza di me notaro e degli infrascritti testimoni presente e personalmente costituito il Molto Reverendo Signore don Filippo Fanti, figlio del quondam Vincenzo di Trevi da me notaro benissimo conosciuto, sano per la Dio grazia di mente, senso, vista, udito, loquela e d'intelletto, benché di corpo infermo, sapendo di esser mortale e di esser nato per dover morire, ma non sapendo l'ora ed il punto della sua futura morte, ha stabilito di fare il presente suo ultimo nuncupativo testamento, che dalla legge civile chiamasi senza scritti, conforme ha fatto ed ordinato nella maniera che segue, cioè

E primieramente cominciando dall'anima, come più bella, degna e nobile del corpo è da preferirsi a tutte le cose mondane, questa con tutto lo spirito e divozione ha raccomandato e raccomanda all'onnipotente Iddio, alla gloriosa sempre Vergine di Lui Madre Maria, al suo santo Angelo Custode, a s.Filippo Neri suo particolare avvocato e a tutta la Corte del Cielo, supplicandosi umilmente perché vojino e si degnino intercedergli dall'Amltissimo il perdono delle sue colpe ed un felice passaggio da questa all'altra vita. Il suo coprpo poi, divenuto cadavere, vuole che
<41v>
sia seppolto nella chiesa della venerabile compagnia del SSmo Crocefisso e nella seppoltura dei fratelli della venerabile compagnia. Circa poi al suo funerale, in cera vuole che si comprino numero sei torce della tacca di quattro libre e dieci candele della tacca di tre oncie per il cadaletto e Messa cantata, oltre le candelette solite a dispensarsi;e che in quel giorno si debbono celebrare in detta chiesa tutte quelle Messe che si potranno avere, e celebrare in suffragio della di Lui anima, perché così eccet.

Item per ragioni di legato Pio lascia alla Mensa Vescovile di Spoleto li soldi cinque per le ragioni che gli potranno spettare sopra i beni di detto testatore, perché così eccet.

  Item per ragione di legato lascia ed istituisce sua erede usufruttuaria Donna e Madonna, e padrona e signora D. Crispolda Fanti sua dilettissima sorella con facoltà ancora, in caso di bisogno, di poter vendere i beni e proprietà della terza parte di Esso testatore, e che non sia obbligata a render conto e fare inventario, né fare obbligo de utendo et fruendo arbitrio boni civi dei beni di detto Testatore, assolvendola e liberandola da tali pesi ed obblighi prescritti dalla legge perché così eccet.

Item se dopo sarà seguita la morte della detta Crispolda sua sorella, sopravviverà Paolo Fanti suo fratello, questo sia e debba essere usufruttuario della terza parte dei beni di Esso testatore, finché questo naturalmente vivrà; ma che questo non possa in cambio alcuno vendere e alienare la 3a parte dei beni di
<42> detto testatore, nel resto anche questo libero e assolva dall'obbligo di fare l'inventario e di dare sicurtà de utendo et fruendo arbitrio boni civi, e da qualsivoglia altro obbligo voluto dalla legge dandogli per tale effetto tutte e singole facoltà necessarie ed opportune, perché così eccet.
In tutti poi e singoli suoi beni mobili e stabili, semoventi, ragioni ed azioni presenti e futuri e nell'universale sua eredità, posti ed esistenti, passati che saranno all'altra vita li suddetti Crispolda e Paolo Fanti sua sorella e Fratello rispettivamente, sua Erede Universale proprietaria istituisce, vuole che sia e colla propria bocca ha nominato e nomina la Massa Comune dei quattro Cappellani del Prelegato Costa, eretto nella chiesa parrocchiale dei Ss.Fabbiano e Filippo nella Piaggia di Trevi, di cui Esso Sig. testatore è stato uno dei Cappellani per molti anni, da suddividersi la di Lui eredità fra li detti quattro Cappellani egualmente, senza alcun peso e obbligo, perché così gli è piaciuto e piace disporre dei suoi beni e non altrimenti.
E questo disse essere il suo ultimo testamento e sua ultima volontà, quale voglia che vaglia per ragione di testamento nuncupativo senza scritti, e se per tale ragione, di codicillo e di donazione per causa di morte e di qual si voglia ultima volontà e disposizione, cessando ed annullando qualsivoglia altro testamento fatto fino al presente giorno, volendo ed ordinando che questo sia preferito e prevaglia a tutti gli altri non solo in questo, ma in ogni

<42v> altro miglior modo eccet.
Stipolato e fatto in Trevi nella casa di detto Sig. Testatore e nella sua stanza cubicolare situata nella Piaggia appresso li beni dell'eminentissimo e R.mo Sig. Cardinale Ludovico Valenti e la strada da più lati, salvi eccet., alla presenza degl'infrascritti testimoni.
1° sacerdote Alessandro Cecchini del quondam Giovanni di Trevi,
2° sacerdote Giuseppe Nicola Petrolini del quondam Bernardo di Trevi
3° Mario de quondam Isidoro Mosconi di Trevi
4° Vincenzo del quondam Angelo-Antonio Angelini di Trevi,
5° Guido del quondam Francesco di Trevi
6° Diego del quondam Alessandro Rossi abitante in Trevi
7° Giovanni Battista del quondam Giuseppe Battistini di Trevi
Ita est = Ioseph De Matthiolis notarius rogatus.

 
Di questo esimio benefattore dei Cappellani di Santacroce, nulla si sa dei particolari della sua vita. Era stato, ancor Egli, cappellano, e aveva avuto il possesso il 26 settembre 1740. Non so quanto perdurasse tale, ma, tempo innanzi alla morte ignorandosene il motivo, si era fatto rinunciatario. (Celebrò l'ultima Messa nella parrocchia il 24 Gen: 1762) [Nota posteriore in calce] Aveva l'abitazione nella Piaggia presso i beni del Card. Valenti. Io non ho verun dato per designare quali siano al dì d'oggi i fondi, che furono beni di quel Cardinale. posso dare però qualche cenno
<43> di questo Porporato e della sua famiglia. Questa, uno dei rami del grande albero Valenti, ebbe a stipite, per quanto sembrami, Andrea di Giovanni Valenti e tenne la sua abitazione nel palazzo che sta sul lato destro della via, che dalla piazza del Comune mette sul largo dinanzi alla chiesa di S.Francesco, e sullo sbocco della stessa via; palazzo, oggi Natalini, perché, ancora piccola reliquia del patrimonio di quella famiglia, che sugli esordi del secolo incominciò a Trevi dal nulla, e poi salita rapidamente a grande fortuna, colla stessa cellerità ancora ne discese, sicché, al terminare dello stesso secolo, messo pochi avanzi, ha terminato ancora essa il suo benessere. il detto ramo Valenti ebbe personaggi illustri, tra i quali Alessandro, seppolto nella chiesa di S.Giovanni della città, al quale fu confermata l'investitura della Contea di Riosecco o Rivosecco, frazione della Parrocchia di Pettino, con Breve di Pio V del 9 febbrajo 1566, quale contea già era stata concessa ai suoi maggiori da Giulio III e Pio IV. Un membro preclaro di questa famiglia fu Ferdinando Valenti avvocato del Concistoro, del Fisco e della Rev.da Camera Apostolica, e fiorì dal pontificato di Clemente XI a quello di Clemente X (?). Giurisprudente di netto valore, lasciò un numero tale di scritti legali che, questi, non tutti ma i più scelti, furono stampati in sette grandi volumi in foglio, e che io, con grande sorpresa e tale compiacenza, ebbi a vedere nella bella e copiosa biblioteca nel seminario di Frascati, fondata dal Cardinale Duca di York, ultimo rampollo dell'infelice dinastia degli Stuardi, i reali di Scozia.
 <43v> Coadiutore allo zio Ferdinando nella di lui avvocatura fu dato da Benedetto XIII il nepote Ludovico Valenti. Questi di poi percorse successivamente nella Curia Romana vari offici, come di prelato domestico, Promotore della Fede, consultore del santo officio, finché da Pio VI, il 15 aprile 1766 fu promosso al cardinalato. Fu eziandio vescovo di Rimini. Nel conclave di Venezia, in cui l'elezione del nuovo pontefice ebbe a fluttuare fra le opposte correnti eccitate dalle diverse fazioni, Egli per qualche giorno papeggiò; ma poi non hunc elegit Dominus, ma il Cardinal Chiaramonti da Cesena, che si chiamò Pio VII. Credo che il Cardinal Ludovico conte Valenti abbia ben meritato dalla sua patria per più titoli, che quivi non saprei specificare, meno uno, quello di aver fondato la Congregazione Consorziale delle acque per bonifico della pianura, e coll'aver dato origine agli orti che diconsi canepine, forse dal genere di coltura che in principio vi prevalse, orti che poteronsi formare dopo l'escavazione dell'Alveolo. Fu benemerito, ma dove si vede un segno della riconoscenza cittadina? Altro che le lapidi, colle quali in breve tempo è stata impiastrata la facciata del palazzo Municiapale! Bugiarda come quella a Francesconi.1 , non giustificta da veruna ragione come l'altra Medici, superflue come le due a Vittorio Emanuele, e Garibaldi, per i quali l'Italia da un capo all'altro ha impiegato tanti marmi e bronzi da minacciare di esaurirne
 <44> le miniere. Entusiasmi superlativi di un popolo, novello ad una vita politica nella quale si figurava di riafferrare l'età dell'oro, sognata dai poeti pagani! Se per Essa si debba intendere un'oscura tradizione dello stato di felicità dell'uomo primitivo.

 Questa famiglia al suo tramonto qui in Trevi avvenuto circa il 1850 aveva due membri, fratelli, Camillo e canonico Paolo. Morto questo, l'altro, rimasto il suo patrimonio distrutto, coi suoi due figli Ludovico e Alessandro trasmigrò in Camerino dove aveva succeduto ad una pingue eredità. Per altro questa pure disparve tra le mani dei figli dissipatori.

35.

Ma richiamiamoci ancora una volta al Legato di don Filippo Fanti. Questo aveva dichiarato nel testamento di lasciare erede usufruttuaria in tutto il suo asse la sorella Crispolda, ma in realtà la fece tasle in soli due terzi perché nell'altro era vera proprietaria per la facoltà attribuitale di vendere, alienare. Con ogni probabilità è a credersi che Crispolda non si prevalesse del suo diritto. E quindi ella, trasmettendo ai Cappellani anche il suo terzo, col testamento le piacesse d'imporre ai medesimi l'onere di messe sedici ad anno, ad libitum, tanto più che il fratello aveva usata una liberalità anche troppo disinteressata. Tale onere, non saprei spiegarlo diversamente. Qui si dirà "ma, e perché ricorrere alle concetture? Lo dice il testamento." Il testamento però nulla dice, perché irreperibile. Etiam il 31 Ottobre 1788 ne
<44v> fece consegna al notaro Mascitelli, il quale ne prese atto, esistente nei suoi rogiti. però né in questi che giungono fino al 1810, né negli altri contemporanei si è potuto rinvenire il testamento di Crispolda. Dunque, quando non si può stabilire un fatto come positivo, occorre appellarsi alle concetture probabili, che possono emergere dalle circostanze che accompagnano il fatto istesso.

36.

Poco appresso al legato Fanti, cinque anni, seguiva l'altro del legato Natili. Questa famiglia ha una doppia benemerenza col Priorato di S. Croce: la prima, di cui è qui parola, diretta ed immediata; l'altra, della quale dovrà parlarsi a suo luogo, indiretta e mediata.
Antonio Emiliano Natili, fra i diversi legati del suo testamento del quale ignoro la data, uno ne faceva a favore dei Cappellani dei Ss. Fabiano e Filippo in S.ta Maria in Sion, per la somma di scudi 300pari a £ 1396 da convertirsi in capitali fruttiferi e con l'obbligo agli stessi Cappellani di Messe trenta fra l'anno, ad libitum nella chiesa parrocchiale per l'anima sua e secondo la sua intenzione. In allora era Priore il Petrucci. Io non conosco il testamento, però nella raccolta degli atti rogati da Giuseppe Mattioli, siccome egli era anche Cancelliere foraneo, in data 6 Ottobre 1766 ha inserito la domanda dei Cappellani all'Ordinario per la facoltà dell'accettazione del legato, la quale domanda riproduce integralmente la particola del testamento per la istituzione del medesimo. E quindi segue il relativo rescritto.
<45>

Prima di chiudere questo capo mi permetto di apporre qui una aggiunta che si riferisce al numero 39, 32 del medesimo. Ieri ebbi l'opportunità di vedere in questo archivio notarile tra i rogiti di Francesco Renzi le pagine del testamento di Giovan-B.sta Fini. Ho veduto le pagine, in parte, come crivellate da laceramenti prodotti dalla cattiva qualità della carta più che dalla edacità del tempo. Però non ho potuto in modo veruno leggere la scrittura. Non sono paleografo, e neppure sono tali quelli che si trovavano meco. Avrei sperato di trovarvi qualche memoria della chiesa di S. Antonio e dei Minori Terziari che la occupavano. Rimasi col desiderio insodisfato.

Ecco delineata la genesi delle distinte Cappellenie spettanti ai beneficiati Concurati di questa Parrocchia, non che della Massa Comune costituita dai tre legati - Valenti, Fanti e Natili. (Vedi il numero 39.)

Oltre le sopradescritte Cappellenie concurate colla devoluzione dei beni della soppressa Congregazione Filippina, in questa parrocchia havvi eretta un'altra Cappellenia sotto il titolo di S.Filippo Neri. Di questa non conosco punto né l'atto di fondazione né l'autore di Essa, sebbene deve ritenersi per certo che sia stato un Valenti, poiché a quella famiglia ne appartiene il padronato. E' un beneficio che ha una piccola prebenda, e impone all'investito Messe ventisei
<45v> all'anno, delle quali due nella 1a e 2a domenica di ogni mese, e le rimanenti, l'una nella festa di S. Fabiano l'altra in quella di S. Filippo. Questa Cappellenia è prossima al suo tramonto, poiché, colla cessazione del suo attuale rettore ottantenne, don Domenico Brunetti l'unico canonico ancora superstite della Collegiata di S. Emiliano soppressa dal governo nel 1861, per le presenti leggi sovversive dell'asse ecclesiastico andrà soggetta alla stessa soppressione col riparto dei suoi beni, per due terzi al patrono e per l'altro al demanio dello stato

 

38°

Un'altra consimile Cappellenia era eretta parimenti in questa chiesa parrocchiale sotto il titolo di S. Antonio da Padova. Di questa s'ignora fondazione e fondatore. Soltanto di Essa si trova espresso il diritto patronatto che si afferma appartenere al quondam Antonio sacerdote Aluisi. Il rettore aveva gl'identici obblighi di quella di S. Filippo Neri, le Messe in due domeniche di ogni singolo mese ma nella 3ªe 4ª, e altre due, l'una nella festa di S. Fabiano, l'altra in quella di S. Filippo. con queste due Cappellanie era stato provveduto alla seconda Messa, oltre la parrocchiale, nelle domeniche dell'anno, meno quattro.

Questa Cappellenia, dopo la rinuncia fattene, prima del 1821, dal suo ultimo rettore il canonico Pentotti, rimasta vacante, venne presa in amministrazione dal soccollettore degli Spaghi per la
<46> Congregazione de Propaganda Fide, il quale ne sedisfece gli oneri fino al Marzo 1821. finché in ultimo con beneplacido Apostolico venne unita in perpetuo alla Compagnia del Cuor di Maria nella chiesa di S. Giovanni di Trevi, e posso credere, circa il 1840. Quanto però sarebbe stato più equo che in vece lo fosse stato alla Sagrestia di questa chiesa parrocchiale! Ma le chiese di questo genere sono state sempre dall'Autorità non curate; epperciò in generale le vediamo povere coll'effetto susseguente della maltenuta di Esse, indecorosa al sacro culto. (Vedi in fine di questo capo.)

39°

Al numero 33 di questo capo, a supplire a una dimenticanza sfuggitami per disavvertenza, debbo qui fare un appendizio. In quello ho detto che, dopo l'elezioni delle Cappellenie, restò una reliquia della Massa comune: il legato Valenti. Però, oltre di questa, ve ne rimase un'altra: il fabbricato della abitazione di S.Maria in Sion. Questa, già appartenente alla Congregazione Filippina, faceva parte del retaggio provvenuto ai Cappellani. Soppressa nel 1821 per la seconda traslazione della sede della Parrocchia, restò con ciò convertita in casa di abitazione affittabile, di cui il lugro entrò nella Massa Comune, epperciò divisibile tra i Cappellani. Questo fabbricato, che una volta faceva parte del palazzo del Cardinale Erminio Valenti, dai suoi eredi fu venduto alla
<46v>
Congregazione per la somma di scudi 450; ma l'entità del prezzo fa credere che lo acquisto fosse più vasto della parte presente, la quale ora comprende soli cinque vani, tre del piano superiore e due del piano inferiore.

40°

Piacemi qui aggiungere qualche parola a modo di cronaca sul Prelegato Costa di cui al corpo dei Cappellani Concurati di questa parrocchia apparteneva l'amministrazione. Don Giovanni-Ant.° Costa della villa di Manciano teneva domicilio in Trevi nella casa di sua proprietà situata nella piazza della Rocca, quale poi da lui medesimo fu convertita nell'attuale chiesa di S.Filippo. Fu uno dei quindici membri, che composero dapprima la Congregazione dell'Oratorio, e nella quale morì il 24 Gennaro 1634. Egli, possessore di una proprietà raguardevole, con atto del notaro trevano Francesco Celli del 24 Gennajo 1650 istituì un Prelegato (così detto perché fu fatto antecedentemente al testamento) della somma di scudi mille e cinquecento, in tutti censi, a favore sempre della stessa Congregazione, allo scopo della celebrazione della Messa quotidiana in tutto l'anno nella detta chiesa, per scudi quaranta, colla retribuzione annua alla medesima chiesa di scudi venti per servizio prestato per la suddetta celebrazione, e di scudi cinque all'amministratore del Prelegato; e di poi coi sopravanzi del reddito del medesimo, quando questi
<47> fossero ammontati a scudi cinquanta, costituire una dote ad una giovane dei tre villaggi - Manciano, Ponze, Coste - da doversi conferire dalla stessa Congregazione, oltre la veste e le pianelle.

Colla soppressione del Sodalizio l'amministrazione del Prelegato passò ai successori di Essso, i Cappellani di S. Fabiano, e in loro perdurò fino all'istituzione di beneficenza che conteneva, il dotalizio. Ne era allora presidente, e fu il primo, Luigi Bartolini, tuttora in vita, ardente liberale, fiero, benché in guanti gialli, contro il così detto clericalismo, già reduce della guerra contro l'Austria del 1847 e 48, nella quale aveva militato volontario; poi in appresso, e Sindaco e Consigliere provinciale e Deputato alla camera che allora risiedeva a Firenze, e in ultimo, cavaliere e commendatore. Benché onorato di tali uffici e fregiato di tali decorazioni, contro la legge stessa delle Opere Pie, per il soverchio zelo pel suo partito, commise in questa vertenza un'ingiustizia manifesta. La detta legge, in una opera pia avente il doppio oggetto e di culto e di beneficenza dava diritto alla Congregazione di separare il capitale di essa in due porzioni respettivamente proporzionate ad ogniuno degli oggetti, traendo a Lei quella della beneficienza e rilasciando all'Ente che possedeva l'opera Pia, quella del Culto.
<47v> Il Bartolini si arrogò il diritto anche sopra di questa ultima ad onta delle giuste e costanti dimostranze degli amministratori del Prelegato, ai quali non sarebbe rimasto altro mezzo a difendere il proprio diritto che l'esperimento di un giudizio. Questo poi da loro non si tentò, non saprei, se per pusillanimità o che per qualche altra più valida ragione. E il 21 Dicembre 1864 i Cappellani perdettero l'amministrazione del Prelegato. Così la Congregazione, per avere un annuo reddito di scudi Cinquanta, valore della dote, si ciuffò il capitale di lire sedicimila!

Non ometto di notare che già prima della Congregazione i Cappellani avevano elevato il prodotto del Prelegato al punto di poter conferire la dote in ogni singolo anno; e inoltre nella festa di S.Filippo, sul  fondo del medesimo, facevano la distribuzione di un soldo a tutte le famiglie della Cura in ragione di ogni singolo individuo: lo che dalla Congregazione fu subito abolito. Anche la veste e le pianelle hanno da pochi anni subito per le dotande la stessa sorte. Il Costa aveva istituito il Prelegato sul modello del Legato di Sestilio Valenti alla Compagnia del Crocifisso. Nella festa dell'Annunzazione di M.a V.e si teneva dalla detta Confraternita, una processione, alla quale dovevano intervenire le giovani dotate procedendo appunto con la veste e le pianelle (che in allora formavano la calzatura delle donne, come adesso gli stivaletti) date a tal oggetto dallo stesso Prelegato. In questo secolo, che ha trasformato quasi tutta l'eredità ricevuta dai precedenti, anche perché dismessa
<48>
la pratica di questa processione, il conferimento della veste e delle pianelle dai Cappellani fu convertito nel valore equivalente, stabilito a £ 16,50. Così fu continuato per molti anni anche dalla Congregazione, la quale però, da pochi in qua, devolse queste lire a beneficio dell'ospedale. E qui, prima di terminare, a rendere giustizia al merito, mi sento il dovere di fare osservare che la buona tenuta amministrativa della Congregazione ha portato dei bonifici nei fondi del Prelegato, innalzandoli al valore attuale di £ 19720, dai quali trae un sopravanzo annuo di £ 350, destinate all'erogazione di sussidi caritatevoli.

La Congregazione, traendo a sé il Prelegato mantenne (e non poteva diversamente) la soddisfazione delle Messe da celebrarsi in Santacroce; però non più quotidiane ma ridotte a quattro ogni settimana, e così in tutto l'anno a 208, e cioè per decreto di Visita del  **** A tale effetto, dietro esibizione della nota di celebrazione, versa ogni anno ai Cappellani posticipatamente la complessiva elemosina di £ 186,21 C.mi, in ragione di baiocchi 17 e 1/2 ciascuna. Inoltre paga alla sagrestia £ 133 pari a scudi 25, stabiliti alla medesima, a titolo di compenso del consumo e del servigio prestato per la celebrazione, come si è detto di sopra.
[Su questa seconda somma però la nota sottigliezza e nel caso presente tutt'altro che benevola, del Sig. presidente, fatta(?) a sé stessa, fuggendogli una distinzione. Alla sagrestia erano dovuti soltanto scudi venti pari a £ 106,40. Gli altri cinque
<48v> pari a £ 76,60 spettavano all'Amministratore, epperciò, dopo l'usurpazione, alla Congregazione istessa. Benefico errore!] [il testo tra parentesi quadre è stato cancellato, con un tratto di penna, dal Venturini o da altra mano]

41°

A questa cronachetta, niente bella, che narra la violazione fatta ai Cappellani della Congregazione di Carità, del loro diritto alla porzione del legato Costa, riguardante il culto; faremo ora seguire un'altra cronaca assai più brutta, che deve riferire l'operato del Demanio dello Stato per la stessa distruzione delle cappellenie. Che volete? Tutte le cose, è ben vero hanno il loro tempo, ha detto l'Ecclesiaste. La chiesa e il clero ebbe il suo tempo (e ha durato tanti secoli, per meglio dire, dalla sua origine fino al nostro) di donazioni, largizioni, fondazioni. Ma nel secolo nostro è per lei cominciato il tempo delle spogliazioni. Governo, Comuni, Congregazione di Carità, cittadini in massima parte hanno attentato e attentano al poco rimasto e toglierle più che possono. E la Provvidenza lo permette, perché credo che ce ne fosse qualche bisogno. "Sé stesa affina virtù nei travagli - E si corrompe nella prosperità - Limpida è l'onda rotta tra i sassi - E se ristagna è impura - Brando che inutile giace, risplende in guerra - E ruginoso in pace".

Nel luglio 1866 il Canonico Arcangelo Cecchini fu violentemente privato del possesso della sua Cappellenia dal Demanio di Spoleto, il quale lo assunse perché per
<49> mezzo di un suo Commissario. L'investito protestò, ma invano; e indi a non molto morì. la stessa violenza di poi fu fatta all'altro Cappellano Muzi don Alessandro. Don Valentino Valentini-Benedetti, che sino dal 1864 aveva ricevuta la nomina e canonicamente e civilmente, della Cappellania rimasta vacante per la morte del suo antecessore don Giuseppe canonico Andreucci, nipote del già Priore Lupacchini, non poteva averne il possesso. Dopo il 1870, questo unitosi al Muzi interpose causa contro il Fondo Culto per la rivendicazione delle rispettive Cappellanie presso il Tribunale di Spoleto. Questo giudicò favorevolmente sul merito della rivendicazione, contrariamente su quello della retribuzione dei frutti indebitamente percetti fino a quel tempo, adducendo in ragione che il Demanio aveva posseduti ambedue i benefici (si noti la ragione) in buona fede. Ma che avvenne? Il Demanio appellò alla Corte di Perugia contro la giudicatura del merito; i Cappellani fecero altrettanto contro quello dell'incidente. La Corte respinse la domanda del primo, e ammise quella dei secondi, perché non seppe comprendere la buona fede, con tanta ingenuità riconosciuta dal Tribunale. Per tal modo si riebbero le due Cappellenie. Ma tra le branche del Demanio rimaneva ancora la Terza, già posseduta dal Cecchini, e tuttora vacante. Quel Leone, che dalla disfatta nella lotta trae più ferocia per avventarsi a nuova aggressione, la emise indi a poco in tutta la sua intensità.
<49v>

Don Filippo Valentini, fratello germano del sopraddetto don Valentino, il quale fin dal 1859 era parroco del Castel S.Giovanni, nel 1870 ebbe la nomina ecclesiastica alla Cappellenia vacata fino allora per la morte del Cecchini, e nel 74 ebbe ancora il regio placido. Domandato il possesso al Demanio, ebbe una ripulsa. Interpose causa al Tribunale di Spoleto, il quale, specialmente coll'ammettere incorsa la prescrizione oltre il quinquennio dell'impossessamento fattone dallo stesso Demanio, condannò a soccombere l'Attore. Ma questo, animosamente appellò alla Corte di Perugia, che gli rese ragione. Allora il Demanio, alla sua volta soccombente, richiamossi alla cassazione. Questa inviò la causa al Tribunale di Ancona, che fece plauso alla Corte di Perugia. Percosso il Demanio da trina disfatta, infuriò maggiormente, e insistette presso lo stesso tribunale di Ancona per obbligarlo ad una revisione della sua stessa sentenza. Rividde, ma conquise affatto il leone, coronando di completa vittoria, in ogni parte, il paziente, che da quello era stato afferrato a sua preda.

Per tal modo il lascito del Costa coll'erezione fattane delle Cappellenie concurate, combattuto con tanta violenza e pertinacia, è potuto uscire incolume dalla lotta allietandosi del trionfo. Ma se ne deve il merito alla generosa iniziativa e costante fermezza, benché non scevra da trepitazioni, imbarazzi e dispendi degli animosi lottatori, i tre Cappellani: don Alessssandro Muzi, don Valentino e don Filippo Valentini-Benedetti . Sia loro un tributo di riconoscenza da parte mia e dei futuri loro Successori; sia
<50>
ad Essi una benemerenza verso di questa Chiesa, sia loro presso il Signore un apparecchio di mercede. Mi dispiace di non essere in grado di poter qui riportare il testo delle due sentenze definitive, né almeno la loro parte dispositiva, e neppure la data, non essendo in mano degli Attori, ma rimase presso i rispettivi Avvocati: poiché, chi sa? che al volgere del tempo la loro produzione debba farsi necessaria a sostenere qualche altro colpo di avversa fortuna. Il cielo sul mondo ecclesiastico perdura e perdurerà ancora lungo tempo, tempestoso; e quindi lo scarico di qualche uragano è sempre temibile.

42°

In questi medesimi giorni, le Cappellenie, benché incolumi nella loro esistenza, cominciano a subire un'altro infortunio non speciale a loro, ma comune a tutte le Parrochie, che sono gli unici benefici superstiti aal grande demaniazione di tutto l'asse ecclesiastico in Italia. Con questa nuova calamità divengono case senza abitatori, deschi senza commensali, spose vedovate. Il governo, dai nuovi investiti, per dare loro il possesso, esige una cauzione preventiva, in garanzia della manutenzione dei fondi, per mezzo del teposito di una somma, la quale, oltreché per sé medesiama assai gravosa, di più anche sproporzionata allo scopo. Per tale ragione le due Cappellenie, ora vacanti dopo la morte dei due f.lli Benedetti-Valentini, sopra nominati, sono state negate ai due nuovi postulanti, che si sono presentati per l'immissione in posesso. Così resteranno ambedue ad imbinguare la Cassa dell'Economato, chi sa per quanto tempo! E questa chiesa dovrà deplorare l'indiretta demaniazione di Esse.
<50v>

E la lupa che forma il blasone della Capitale, ma che formerebbe con maggior verità anche quello dello Stato; la Lupa che "dopo il parto ha più fame che pria" ha trovato modo d'ingoiarsi queste povere Cappellenie, almeno per ora, dopo di averle tanto, ma ineficacemente, bersagliate.

 


 (1)   Al numero 38 di questo capo fo un'aggiunta, che ora traggo da una carta volante dello Sgarinci, che mi viene alle mani.

Con Breve Pontificio del 29 Aprile 1837 questa Cappella di S. Antonio venne soppressa con altre sei vacanti. 
Col 23 Agosto 1837, rogito Fontana G. Battista prese possesso di queste Cappelle una Amministrazione speciale deputata dall'Ordinario.  
Al 22 aprile 1840, rogito Leonardo Ciccaglia, venne fatta l'applicazione di tali Cappelle, per due terzi all'Ospedale e per un terzo alla Compagnia del Sacro Cuore di Maria in S. Giovanni.
La Cappella di S.Antonio però, qui si osserva, era di dritto patronato; epperciò senza il consenso del patrono non avrebbe potuto comprendersi nella soppressione.
 Questa Cappella aveva per dotazione due Censi: l'uno in sorte di scudi 100 contro Simone Bovarini per rogito di Emiliano degli Abbati del 1698, e l'annuo frutto di scudi sei;  l'altro in sorte di scudi 12 e baiocchi 50 contro un tal Valentini, rogito dello stesso e anno sopraddetto, e con l'interesse annuo di uno scudo.


<51>

 

Prima di chiudere questo capo sarà bene di riepilogare tutto ciò che è stato esposto nel seguente
     Prospetto Economico della Massa Comune

 

PARTE ATTIVA

LEGATO FANTI - é tutto contenuto in terreni, dei quali, altri nella mappa di Cannajola e altri nella adiacenza di Pietrarossa. Dalla locazione degli uni e degli altri si trae attualmente l'annuo fitto complessivo di  £ 235    
  E di più da un uliveto in Parrano nella attuale colonia, in media un quintale di olio di parte domenicale  " 100       £ 335
         

 

 

 

 LEGATO DI FILIPPO VALENTI  annuo canone di     "   53,20
           

TRE CENSI DEL LEGATO NATILI

Alemanni - interessi annui "
Balletti - idem "
Berretta - idem "

"
"
"
26,60
26,60
11,72  
"  64,92
           

Fabbricato della Chiesa Nuova - Annuo fitto attuale

    "  25
                       
 

TOTALE DELL'ATTIVO IN LIRE

      478,12
   

Gl'Interessi del Campo Berretta sono di £ 13,50

       

<51v>

PARTE PASSIVA

Ad onere del Legato Fanti - Messe annue N° 16 - Elemosine in ragione di £ 1,50       20
Ad onere del Legato Natili -Messe annue N° 10, dopo la perpetua riduzione dalle 30. Elemosine nella sopradetta ragione       12,50
Annua prestazione a favore della sagrestia di Santa Croce sul fondo di questo legato Natili         7,98
Manutenzione annua, in media, dei terreni del legato Natili       10,

 Manutenzione annua del fabbricato della Chiesa Nuova         5,

 Imposte pubbliche

pel legato FANTI

       
 

        terreni

£ 124,06    

        bonificazione Umbra

"     5,89    
 

        consorzio delle Acque in Trevi

"     4,15    
    " 134,10    
 

pel legato Valenti

       
          ricchezza mobiliare "     8,79    
 


Chiesa Nuova

       
          fabbricato "     2,08    
    " 144,97   144,97
                      
 

TOTALE DEL PASSIVO IN LIRE

      200,45
<52>  


BILANCIO

       
                 L'attivo lordo per     £ 478,12
                 depurato del passivo per     " 200,45
   

               Resta al netto di

    " 277,67

 

 

 

Non occorre qui il fare osservare che questo Prospetto presenta lo stato economico della Massa non già in quantitativo assoluto e preciso ma approssimativo, essendovi alcuni articoli sì dell'Attivo che del Passivo, sogetti a variazioni, e poi come allo stato presente. Ma la riscossione degl'interessi dei Censi, oh che lotta incresciosa coi debitori sempre riluttanti!

Osservo però che pei tre Censi fino ad ora non si paga la tassa mobiliare, perché dall'Amministrazione mai denunciati, e perché all'agenzia delle tasse fin qui sempre fortunatamente sfuggiti.

Per amore d'integrare la memoria delle notizie, benché addivenute infruttuose, e per ammonimento di una sagace amministrazione, qui mi piace di aggiungere un ricordo.

Sul legato Natili, costituito nella somma di scudi 300, è restato sugli ultimi tempi rinnovato, oltre i tre surreferito, un quarto Censo con istromento del notaro trevano Leonardo Ciccaglia de 19 Dicembre 1844 contro Simone, Domenico e Salvatore del fu Costantino Costantini da Fabbri. Questo Censo poco appresso con atto dell'altro notaro Trevano Giovanni Batt.a Fontana del 9 Agosto 1849 venne accollato a Liborio Dominici di Trevi. Il nostro Liborio, bravo parolajo ma poco accorto del suo poco avere, venne a morte, mi pare, circa il 1888. Apertasi l'asta giudiziaria sopra la sua eredità passiva, soltanto lo amministratore della nostra Massa non fu del Tribunale
<52v> di Spoleto chiamato al concorso dei creditori; e perché? Perché l'Amministrazione aveva trascurato l'iscrizione ipotecaria. E così venne irremissibilmente perduto il capitale di un Censo di scudi 50 pari a £. 266. Siccome poi danni di tal fatta provengono non solo dalla mancanza dell'iscrizioni ma pure dalle riforme trentennali; ad ovviare a simil sconcio, per comodità e a ricordo dell'Amministratore sottopongo qui appresso la

Serie ipotecarie delle riferme dei Censi della Massa Comune.
 
[con altra calligrafia]
 

 

Del Censo Balletti
ora Settimi

 

Del Censo Berretta
 

 

 

L'ultima Riforma Ipotecaria
venne fatta il 20 Luglio 1900
 

L'ultima Riforma Ipotecaria
venne fatta il 20 Luglio 1900
 

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Aggiornamento: 15 aprile 2016.
 

Note

1) Su Francesco Francesconi ben diverso è il giudizio di un altro colto sacerdote trevano, Mons Giuseppe Agostini. Vedi: Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo e Cittadino Benemerito