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Don Eugenio Venturini

 

Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

 

CAPO 3°    LA PIAGGIA DI TREVI

 

Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

 

Il testo in colore, tra parentesi quadre  [   ] è stato aggiunto all'atto della trascrizione

 

 
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          La Piaggia (il quale nome suona un pendio di monte erto e salitoso) è una parte di Trevi, quasi la sua metà, attaccata alla parte superiore come a modo di un suo appendice. Sorto il castello sul culmine della collina ai tempi barbarici e poco appresso all'epoca romana, come ne fanno fede gli avanzi tutt'ora superstiti delle mura di cinta con quelle loro piccole pietre rosse a faccia quadrilatera, e in appresso maggiormente dilatatosi, gli fu aggiunta la Piaggia, la quale, quasi per due terzi, è di costruzione ecclesiastica e delle famiglie Valenti. Figuriamocela, divisa dall'alto in basso, in tre zone. Quella di mezzo è di fabbricazione di altri: le due laterali, l'una al Nord è tutta dei Valenti, Santacroce e S.ta Chiara; l'altra a Sud, di S. Stefano, che dall'arco della Salvia girando intorno a sé stessa giunge fino alla porta Nuova (opera Benedettina) e di S.ta Lucia.

          Ripida, irregolare, tortuosa per la natura del luogo, oltre gli anzidetti ha fabbricati men che piccoli ed altri, benché al presente la maggior parte, in cattivo stato. Tutto ciò denota che erano stati eretti da una popolazione tutt'altro che povera. Questo però in presente versa in ben altre condizioni, nella maggior parte si compone di famiglie operaje, raccogliticce delle campagne circostanti, le quali, non havendo case al di fuori, vengono a ricoverarsi qua entro.

 <3v>         La Piaggia, benché tale, pure per lungo tratto passato e anche contemporaneamente è stata ostello di famiglie distinte per coltura civile e agiatezza. I Paolelli, i Natili, gli Stocchi, i Petrelli, i Gemma, e altri di minor grado; ma soprattutto le diverse famiglie Valenti da venerata età, in quest'umile luogo ebbero ed ancora hanno loro stanza. E le memorie di queste ultime è nei loro domestici archivi, e nei monumenti e nei diversi fabbricati nella Piaggia stessa nonché nella parte superiore della Città, e nei lasciti di beneficenza specialmente alle chiese e nell' "Antichità Valentine" scritte e pubblicate da Clemente Bartolini, e nelle relazioni da loro avute coi Sovrani italiani ed esteri, le collogono tra le famiglie le più cospicue ed opulenti dell'Umbria

          A schiarimento di due affermazioni fatte qui sopra, credo espediente aggiungere subito due note.

          La 1.^ - Tiberio Natalucci, uomo colto e distinto compositore di musiche sagre, nelle sue brevi Memorie pubblicate, le mura del castello le chiama Longobardiche. Con tutto il rispetto al nostro esimio concittadino non saprei soscrivermi a questo suo opinamento.

          Che invece siano dei primi tempi barbarici e ben d'appresso all'epoca romana, ecco da che lo desumo. L'antica Trevi, nel piano oggi detto di Pietrarossa, tra la Flaminia e il Clitunno, agli ultimi tempi di Costantino indubitatamente esisteva, perché ce ne fa fede l'itinerario dei figli dello stesso Costantino; che poi che
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anche fino al cadere dell'impero d'Occidente, ce lo dicono tutti i cultori delle Memorie patrie, i quali ne assegnano la distruzione al ferro e alle devastazioni dei barbari e ad un terremoto orrendo circa il 404 il quale giunse perfino a deviare le sorgenti del Clitunno in tanta parte da ridurre quel fiume, già navicabile a doppio ordine di barche, alla ristrettezza presente, il quarto o quinto della perduta larghezza.

          Che poi la maniera di costruzione sia di epoca romana ne sono stato certificato dall'ottimo amico e già condiscepolo, Giovanni Stocchi, ora ingegnere capo della provincia. Egli, sul proposito di queste mura, mi narrava che mentre stava in Spoleto all'Ufficio Tecnico della provincia, negli scavi sotterranei che dové fare per alcuni lavori tra il palazzo della Sottoprefettura e il carcere di S. Agata, ebbe trovato lo identico sistema di costruzione di mura, che erano resti di un teatro dei tempi romani. L'epoca longobardica e la successiva, che portò la barbarie fino al fondo in ogni parte del civile consorzio, non era da tanto da lasciarsi quegli avanzi degni d'una ammirazione.

          La 2.^ - Quando ho detto "di S. Lucia e S. Chiara" non ho inteso soltanto della loro clausura, ma anche dei fabbricati di loro proprietà e uso, come la foresteria, l'abitazione del fattore, dei mulattieri, della serva e simili.

 

<4v>   Terminate le note di schiarimento, torniamo al soggetto. E se, questo esaurito, non aggiungessi ancora una parola su tutta l'intera Città, mi sembrarebbe quasi di farmi reo del crimine di leso patriottismo. Sebbene il farlo m'è duro, perché è giocoforza toccare note dolenti.
 

  Trevi nei tempi passati ma a nostro ricordo presenti, era una cittadina , che nel suo piccolo era fornita quasi di tutto, e godeva di una sufficiente agiatezza e quasi di una totale floridezza. Ora però da qualche tempo, e può dirsi circa dal '70, pare abbia incominciato a discendere giù per una china, nella quale non si vede ancor punto quando potrà arrestarsi. E' in vero dicadimento. Di questo, ecco, a mio credere, le parti principali con le rispettive cause.

 

Nell' ordine ecclesiastico.

 Cessata ormai del tutto la Colleggiata, già composta di Sedici Canonicati, tre Dignità e quattro Prebende, in tutto, Ventidue Benefici: alimentavano altrettante famiglie. Demaniale le Cappellenie in numero di circa ***, di cui la magior parte goduta dagli stessi ecclesisastici trevani. Tolto alla Sagrestia di S. Emiliano la sua Opera, dell'annuo reddito netto di circa £.4000, è ridotta in presente a una piccola pensione. Soppresso il convento dei Liguorini nelle Lacrime, i quali, oltre al patrimonio della comunità, avevano in taluno dei loro membri persone facoltose. Inoltre ai due monasteri di S.ta
<5> Lucia e di S.ta Chiara espropriati tutti i loro beni, e ciascuno di essi possedeva sette poderi oltre gli oliveti. Tutte queste rendite non entrano più nel paese. Tante perdite sono state regalate dalle leggi sovversive del Governo in materia ecclesiastica.

 

Nell'ordine civile

          Tra le migliori famiglie, ricche o almeno agiate; alcune spente, altre decadute; e tutto questo senza la risorsa del rifornimento. Anche dai tempi per noi remoti, accadevano, ma più di rado simile defficienze; ma in allora le famiglie dei villaggi, che assorgevano a ricchezza, ne emigravano e si stabilivano in città, dove trovare quella sicurezza, che, nei luoghi natii, rimaneva loro ben minacciata dai ladri e grassatori che l'infestavano.

          Il 18** il Comune di Sellano avendo ottenuto di staccarsi dalla Pretura di Trevi per unirsi a quella di Spoleto, una tale separazione, in forza della legge di restrizione delle Preture messa allora in vigore, portò la perdita della sua a Trevi, che, per tal modo, restò semplice mandamento. In tutta la provincia dell'Umbria-Sabina può dirsi che soltanto Trevi abbia a soffrire tale jattura. Anche Spello; ma non per fatto d'uomini può dirsi, ma l'ebbe dalle parti di Foligno che le stavano dinanzi.

 

Nella Classe artigiana e industriale

          I lavori operai diminuita del che varie le cause. Le menzionate damaniazioni che hanno impoverito le chiese e gli istituti ecclesiastici,

<5v> e quelli ormai quasi annientati. Il decadimento delle famiglie agiate, il contado, che prima doveva provvedersi di tutto nel paese, è in oggi invece, in non pochi dei villaggi è fornito dei mestieri di principale necessità: falegnami, facocchi, muratori, calzolari, stagnini, barbieri. Le macchine, le quali hanno tolto il lavoro all'universalità concentrandolo nei grandi opifici delle maggiori città italiane ed estere. E il lavoro, per tal modo, è stato tolto anche alle mani delle donne come, in gran parte, il cucito, il tessuto, la maglia, la sartoria; e così alle nostre della Piaggia non rimane che il così detto "il coglitoro" per razzolare nella campagna circostante, e ciò almeno nella massima[?] parte.

 

          Altrettanto è a dirsi della classe merciaja: questa pure ha preso vita nei nostri villaggi. Essi hanno aperto le loro botteghine e perfino le regie di sali e tabacchi; e le osterie, quasi da pertutto, spalangono le loro porte alla corruzione dell'agente agricola, una volta sobria e modesta ma ora non più.

          Altra causa del decadimento, la veggo nella diminuzione dei mercati settimanali. Questi, prima dell'apertura delle ferrovie avvenuta nel Gennaio 1866, duravano dal primo Giovedì di ottobre all'ultimo dinnanzi alla Pasqua. Si dicevano e si dicono mercati, ma propriamente dovrebbero chiamarsi fiere, poiché, oltre le merci e queste nella minor proporzione, abbondano di ogni specie di bestiame agricolo; e poi, senza bestiami o in minor proporzioni,

<6> continuavano in tutti gli altri Giovedì fino all'altro Ottobre. Al presente perdurano soltanto in questo mese, e qualche poco nel successivo. In tutto il rimanente, ne resta un languido ricordo in qualche merciajo che salisce quassù dalla vicina e trafficante Foligno, e nei pochi contadini che pei loro minuti interessi vengono dal territorio. causa diretta di tanta perdita è stata l'introduzione della ferrovia, la quale ha discapitato ancora l'interesse di Borgo, il quale, per essa, perdette il vantaggio del transito nazionale, restandogli soltanto quello della gente unicamente locale. Il mercato di Trevi mandava la massima parte dei suoi buovi e majali a quello di Roma del susseguente Giovedì. Aperta la ferrovia, il trasporto di tali bestiami non fu pedestre, ma s'incominciò ad operarlo in treno con sei o sette ore di corsa. Che avrebbe allora dovuto far Trevi? Permutare il giorno del suo mercato, dal Giovedì al Martedì. Non lo fece, e perdette i mercati, meno quei dell'Ottobre, che le furono mantenuti dalle necessità agricole, le seminagione.

          In proposito di questi nostri signori padri coscritti, per notare la loro civile indolenza, mi piace di accennare ad un'altro fatto, omogeneo al fin qui narrato. Nel 18** il piccolo Comune di S. Giovanni, come altri piccoli Comuni rurali, fu condannato dal Governo a perdere la sua autonomia e unirsi a Castel-Ritaldi o a Trevi. Questa sonnacchiò anche allora, e S. Giovanni fu congiunto a quello con amministrazione

<6v> separata; ma, trascurata poco appresso, divenne in breve una vera frazione del capoluogo. Dormite pure tranquilli i vostri sonni o sibaritici trevani; che, al destarvi vegliarete calmi e ilari. In questo secolo, dapprima perdette i tre villaggi: Fratta, S.Luca e Fabbri; poi perdette l'acquisto di S. Giovanni, perdette i mercati, perdette la Pretura, e ultimamente la sede della Bonificazione Umbra. Mi spiego di questa. Istituitasi la nuova Bonificazione in estensione maggiore della prima, creata sotto il Pontificato di Leone XII (Marchese della Genga, spoletino); il comizio degl'interpellati tenuto in Spoleto nel 189*,  votò, a grande maggioranza lo stabilimento della sede in Trevi. Poco appresso gli arruffoni spoletini brigarono presso il Consiglio provinciale, e da questo, presente il Consigliere di Trevi Giuseppe avv.' Ubaldi, la sede fu tolta a Trevi rilasciatole, credo pregariamente, l'Ufficio tecnico, e fu attribuita a Spoleto, che già poco innanzi aveva proditoriamente mistificato per la soppressione della Pretura trevana lusingandosi di assobirsela. Trevi guardò questo rubamento fattole coll'indifferenza di chi si crede ritoglier un oggetto da sé indebitamente appropriato e da doversi restituire a che di dovere. Avanti sempre così, cari trevani da veri bonomini! In ultimo vi trovarete con le pive nel sacco, e peggio, cogli occhi nell'orbite, ma sol per piangere!

          I fattori del decadimento del nostro paese, fin qui mostrati, non son pochi, eppure
<7> non tutti: ve ne sono degli altri. Il deprezzamento dell'olio: l'olio d'uliva, in questa seconda metà del secolo, ha sofferto la più fiera concorrenza da un gran numero di rivali. si contano da quattordici oli vegetali, tra i quali il magior uso e consumo è stato acquistato da quello di cotone; e di più, l'illuminazione pubblica e privata, a petrolio, a gaz, a luce elettrica, ad acetilene, oltre la stearica. Così l'olio d'oliva che regnava quasi unico nell'illuminazione e nel consumo di cucina, è stato ben bene esautorato.

          Le pubbliche imposte. la politica interna del Governo Italiano, brullo di danaro e roso dagli interessi del debito pubblico, ha per obbiettivo generale la sua dissestata finanza, e tutti i ministeri tentano d'introdurre la fiscalità per qualunque buco ove possa entrare. Il terratico, da quello del cessato Governo, quasi è quintuplicato; la tassa successione, fabbricato, mobiliare portate al maximum; la tassa vetture, domestici, colonica, professionale, di esercizio: tutte dirette, alle quali si aggiungono le due locali della Bonificazione e del Consorzio delle Acque. E poi le indirette, che colpiscono poco meno ogni genere d'industria e di ogni articolo di commercio e qualunque atto scritto, per bollo e registrazione. In una parola, la metà dei redditi nazionali può dirsi devoluta al fisco.

          L'origine principale del decadimento attuale di Trevi, come tanti altri paesi del suo grado e anche superiore, sta negli avvenimenti nazionali

<7v> dal 1860. Ciò, in parte, si è mostrato, ma resta ancora qualche altro su tal proposito. Questi avvenimenti hanno compito l'infusione del nuovo spirito pubblico, che ha impresso alla società una fisonomia ben diversa dalla passata: idee, cospirazioni, costumanze, tutt'altre da quelle che si avevano. Si è coperta nella vita sociale una nuova era, e noi ci siamo trovati e ci troviamo in un periodo di transizione; e tali periodi, in quasi tutte le fasi istoriche, quanto più e quanto meno, sempre dolorosi. Questo nuovo spirito, foriero della nuova era, già cominciava ad alitare in Itali prima della rivoluzione francese; acquistò vigore coll'invasione degli eserciti di essa e dei napoleonici. Crebbe cogl'indusiasmi frenetici, inebrianti del 1846, 47 e parte del 48, e colle luttuose catastrofi del 49. Represso, traboccò in tutta la sua pienezza e penetrando in ogni angolo, dal 60 in poi. Il nuovo ordine di cose fu inaugurato con strepito rimbombante e con appariscenza sfolgorante. L'emancipazione del dominio e della prepotenza straniera, l'austriaca, e l'unificazione d'Italia non è stata di certo l'effetto unicamente del valore e dell'eroismo  patrio che combatte pro avis et porcis (?). Non è stata l'emancipazione della Svizzera dalla prepotenza degli Hobsburgo, della Spagna dalla servitù dei Mori, della Grecia dalla scimitarra turca, delle colonie americane dalla dominazione della madre patria, spagnola inglese; né l'unificazione feterativa della Germania, sottraendosi a Sadowa dal predominio austriaco. per l'unificazione italiana vi sono stati dei fatti d'armi,
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esplosi i fucili, serrate le bajonette. Si; ma non sono giunti gli amici assoluti fattori dell'avvenimento. Ma il fattore supremo e veramente efficace è stato il maneggio diplomatico, l'azione delle sette, dei comitati, delle associazioni politiche; ed un concorso di circostanze favorevoli, talmente che gli stessi fautori hanno talvolta detto che è stata un'opera come guidata dal dito della Provvidenza; e la Provvidenza non l'ha voluta, l'ha certamente permessa.

          La nuova Italia, appena nata, nella sua stessa infanzia, ha voluto farla da grande entrando nel consesso delle maggiori potenze europee. Si turbò l'ordine di natura: dalla fanciullezza all'immediata maturità; e l'ordine di natura non si viola mai impunemente. L'Italia si credette grande, e in verità era ancor piccina. Sognò una prosperità, che non aveve che in fieri; si dilargò in splenditezze, ammantando i censi della sua miseria. Il Governo, le provincie, i comuni (ma non questo di Trevi) si sono infradiciati di debiti. Sull'esempio delle Autorità hanno fatto altrettanto generalmente i cittadini. Quanti, senza bilanciare il proprio stato economico, hanno largheggiato in sontuosità e in isfoggi superiori alla propria condizione.

          Quindi, presa quasi in dispregio la frugalità e la parsimonia, che fin là avevano formato la norma del vivere ordinario, subentrò più lautezza nella mensa, più acconciatura nel vestiario, più addobbo nella suppellettile della casa, più spreco nei convegni, più eleganza di forme in tutte le cose; si vollero e si procacciarono maggiori agi

<8v> e comodità. Ecco un'altra fonte di dispendio.

          Questa è la miniatura economica di molte città d'Italia e la è ancora di Trevi.

          Inoltre alcuni, profittando della proclamata libertà di commercio, si dettero all'industria. Inesperti, e senza quel criterio calcolatore, faro illuminatore del naviglio industriale, naufragarono; e senza acquistare il lucro dal traffico perdettero il proprio capitale.

          In presente però, agl'ideali irrealizzati, all'illusioni sfumate nel disinganno comincia a subentrare la resipiscenza in tutto: nella politica, nell'economia, nell'industria. Custozza, Lizza, Dogali, Adua hanno scosso la fede pubblica sulla forza e potenza militare d'Italia. Il bilancio, che non può pareggiarsi ad onta degli sforzi, delle promesse ufficiali e della fierezza delle esazioni, ha avvertito della miseria. La debolezza dell'Autorità regia, i conflitti sistematici del parlamento, in buona parte, settario, partitante, ecoistico; innestabilità dei Ministeri che si soppiantono successivamente l'un l'altro; i partiti politici, repubblicano, socialista, anarchico, che soffiano gagliardamente nel fuoco dell'indispettimento popolare; i plagi commessi nelle Banche; i fallimenti e la malafede nel commercio e negli affari, che hanno dovuto trincerarsi dietro le più previgenti pregauzioni della leglità: tante esperienze dolorose hanno cominciato a svelare a tutti il vero stato delle cose, e" richiamarci a più sodi pensieri. Diminuisce l'enfasi e cresce la riflessione. Così anche in Trevi, ma con poco pro: le

<9> sue risorse si sono ristrette.

          Ora i pochi raggi fin qui sparsi, raccogliamoli in un centro, da cui riverberi l'immagine dello stato economico di Trevi in questo secolo decimo nono, di cui siamo prossimi a cantar l'esequie. Nell'ultima terza parte di esso, l'asse del clero secolare e regolare, quasi annientato; alcune delle famiglie agiate, spente, e altre decadute; i mercati, per la massima parte della loro durata, poco meno che cessati; l'industria e i mestieri, non più rinchiusi dentro le mura cittadine, ma propagati al territorio; molti lavori, sottratti alle arti locali dai grandi opifici; la frugalità e parsimonia, soppiantata dal lusso. Ecco, questo estremo periodo del secolo, donde, per ragione degli opposti, sarà facile comprendere quale sia stato quello, che lo ha preceduto.

          In questo quadro, che presento della Trevi contemporanea, alla penombra fin qui pennellata, per compierlo sarà giusto dettarvi quello schizzo di luce, cui in verità è più capace di contenere.

          L'agricoltura, sia degli oliveti sia dei campi, specialmente in quest'ultimo ventegno, ha ottenuto un notevole miglioramento, ad onta dell'ulteriore, di cui sarebbe ancora capace.

          Aumentate di molto me piantagioni, fertilizzato il suolo coi concimi animali per mezzo dell'accresciuto numero dei bestiami bovini e per la costruzione delle letamaje. Introdotte nuove specie di foraggi, eccitata un'emulazione negli agricoltori. Soprattutto il territorio di Cannajola

 <9v> ha esso acquistato un grande bonificamento. Prima dell'escavazione del Fiumicello dei Prati, le acque ivi stagnati, oltre che cagionavano la malaria produttiva di febbri periodiche nella stagione estiva, isterilivano quel suolo. Ma dopo la costruzione di quel piccolo corso d'acqua, dovuta soprattutto allo zelo patrio di Tiberio Natalucci, l'aria non è più febbrifera, e la terra diventò ferace.

          Al lato però di tutto questo, resta a deplorarvi il disboscamento operato inconsultamente nei monti con la perdita di tanto legname combustibile e colla remozione di rattegno alle acque piovane che di lassù scendono dalla china, la devastano riempiendola di ghiaja e ciottoli, e col conseguente imperversare dei torrenti.

         L'attività industriale è più sviluppata, benché ancora non abbia acquistato quel criterio di previsione e di calcolo che ne dovrebbe essere l'anima.

          Le vie e tutto l'aspetto del paese più ripolito e migliorato. Costruita la strada della stazione ferroviaria; migliorata, senza paragone sopra l'antica, la Passeggiata; dilatata, pur il doppio, la piazza del mercato.

Nella Faostana, così detta da Fausto Valenti che l'ebbe costruita, e dove già ab antico si aveva un molino a grano a sette palmenti ed altro ad olio, appartenuto a questo Comune finché da Esso venne ceduto alla Famiglia Genga sotto il pontificato di Leone XII. della medesima; da pochi anni è stato eretto uno stabilimento idraulico dall'esperta opeosità

<10> di Serafino Bonaca - Nato in un villaggio del perugino, ebbe a suo primo mestiere l'essere manovale di muratore; quindi passato a fare il mugnajo, prima operajo in altra mole, e di poi fittajolo nella stessa Faostana, fece l'acquisto del molino, che in appresso convertì a sistema americano, e con tanto lucro da rendersi il più dovizioso del territorio. Sarebbe in tutto un vero beneficio pel paese, se gli opifici, che danno lavoro, non togliessero alla moralità.

          Dalle opere materiali e lucrative assorgiamo alle civili istituzioni, e prima d'ogni altra, la Beneficenza pubblica. Questa è ricca di tredici Opere Pie, le quali, sotto il cessato Governo, avevano ciascuna un'amministrazione separata esercitata, quale da istituti religiosi, quale da persone ecclesiastiche. Del nuovo Governo, che portò la Congregazione di Carità, la di cui istituzione presisteva nel Piemonte, le dette Opere Pie vennero tutte concentrate nella Congregazione anche qui stabilita. E questo è stato un vero miglioramento, perché, quantunque anche nelle Congregazioni possono aver luogo degli abusi, della poca onestà, e della trascuragine, come anche nella nostra, nel tempo passato, ne abbiamo avuti i saggi; non dimeno l'organismo di questo corpo, oltre di avere la sorveglianza della Autorità Tutoria, gode sempre di una migliore regolarità nell'amministrazione e di attività nella coltivazione dei possedimenti.

         Lo Spedale: ecco l'Istituto il più importante della carità. Dal suo esser necletto,
<10v> miserabile, sudicio, quale lo abbiamo noi ricordato nella nostra adolescenza, allo stato presente, politissimo nel locale, nella suppellettile, nelle biancherie, assistito dal servizio delle Suore, sollecito e caritatevole, non vale il pregio del confronto. Peccato: che al tenue e insufficiente suo patrimonio, nessuno, che senta le maggiori sciaguri della povera umanità, venga ancora a soccorrerlo.
          Allo Spedale sotto la divozione del concittadino ingegnere Sabatino Stocchi, sepolto in questo cimitero presso la salma del conte Giacomo Valenti nel 18** fu aggiunta la fabbricazione di un nuovo Asilo al penosità della vita. I poveri, vecchi ed impotenti al lavoro per invalidità, vi sono ricevuti - Carlo Amici, ultimo rampollo della sua distinta famiglia, non rallegrato di prole dopo due matrimoni, il primo colla marchesa Gozzoli di Terni, e l'altro con una signora Arredi di questo luogo, e poi morto il 4 Agosto 185* [1851], dispose che la sua eredità si convertisse in un ricovero d'invalidità, affidandone l'esecuzione al conte Filippo Valenti figlio di Giacomo - Noi, che nella nostra giovinezza abbiamo conosciuto questo signore, dalle grosse fattezze, lepito di carattere, benediciamo alla sua memoria, invocando che la cittadina riconoscenza, almeno nella facciata comunale, tra le diverse lapidi di onoranze nazionale, superflue ed inutili, perché di altre grandiosità in tutte le città d'Italia e poco meno che in tutti i cantoni, voglia incastonarvi un sasso che porti il nome di Carlo Amici.
10°

<11>         L'Orfanotrofio femminile. Noi saprei a qual tempo rimonti la sua fondazione, ma certo è di una data a noi remota. In passato era tenuto e diretto dalle monache nel locale detto anche oggi di S. Bartolomeo; monache, non saprei dire di quale ordine o sotto qual titolo, ma non coartate dall'ecclesiastica clausura. Nel 18** tutti i beni rimasti del monastero di Santacroce non riprestinato dopo il Governo francese, che quel demanio non erano stati ancora venduti, vennero devoluti a questo Orfanotrofio che a quel tempo era meschinissimo. Nel 1840 l'orfanotrofio di S. Bartolomeo venne traslocato al luogo attuale, il palazzo, che fu gia proprietà ed abitazione di Virgilio Lucarini, e da lui lasciato per sede del Collegio da Esso fondato, che poi vi persistette fino al 1832. Dai gagliardi terremoti di quell'anno il fabbricato leso gravemente, o almeno così creduto falsamente come da molti si disse e si dice, il collegio ne fu rimosso e trasportato pregariamente nel palazzo Valenti (oggi Natalini) dinnanzi a S. Francesco, e di poi nell'ex convento dei Minori Conventuali - L'Orfanotrofio venne, nel trasloco, affidato alle Maestre Pie Filippini, nel 1840, le quali assunsero anche le scuole femminili. Ora questo asilo ed educandato ha migliorato notevolmente nel vitto, nel vestiario, nell'avviamento delle alunne alle faccende domestiche e all'attitudine pei lavori; come altresì vi è insegnato l'intero corso elementare in comunanza alle ragazze esterne.

11°

<11v>         Il Collegio-Convitto Lucarini. Eccoci ad un'altro scandolo di non curanza e quasi d'ingratitudine cittadina. Virgilio Lucarini, canonico di S. Giorgio in Velabro in Roma, è stato il cittadino più benemerito della sua patria. Del suo pingue patrimonio dispose per la fondazione di un convitto di giovani del paese, per l'annua dotazione di sei ragazze con scudi 100 a ciascuna e per la creazione di un Monte Frumentario: disposizioni che furono poi eseguite da un suo nepote Reginaldo Lucarini, religioso domenicano e Vescovo di Città della Pieve. A tanto benefattore Trevi cosa ha reso? . . . Una pietruccia nella facciata del Comune che porta poco più che il suo nome, del resto inosservata e quasi inosservabile.

          Il Collegio, rimase chiuso al cambiamento del Governo nel 188* fu riaperto con soggetti cittadini alla direzione, e anche con lusinghevole avviamento; ma poco appreso decadendo per colpa di ......., nel 189* venne affidato ai Salesiani, i quali lo hanno richiamato a nuova vita, ogni anno sempre più vigorosa, talmente che sembra ora ripromettere sodamente una prospera longevità. Le scuole del Collegio, in ogni tempo, sono state unite alle pubbliche; cioè, a meglio dire, il Collegio e il Municipio sono stati sempre uniti a tenere in una proporzionata comunanza di spesa, un corso di scuola comune agli alunni interni ed esterni. Sotto il cessato Governo, le scuole erano: l'elementare, due di grammatica, inferiore e superiore, la letteraria, chiamata "Umanità e Rettorica" la filosofica, la Morale Teologica. L'insegnamento
<12> d'allora era assai magro, come da pertutto. L'elementare: leggere e scrivere, la dottrina del Bellarmino, le quattro operazioni aritmetiche sugl'interi, ma senza la teorica e applicazioni in problemi. La grammatica, unicamente la latina, con metodo tutto meccanico e senza un logico principio, e traduzioni di quattro classici latini. La rettorica, in testo latino del Decolonia, le traduzioni e i componimenti italiani ordinariamente sopra soggetti biblici e in tono predicatorio. La filosofia: logica metafisica ed etica: aritmetica, algebra e geometria: scienze fisiche senza gabinetti: il tutto strozzato in due anni. La morale pei chierici allora numerosi, poiché non tutti si mettevano nel seminario per l'educazione e l'istruzione ecclesiastica. Ecco le scuole di quel tempo. vero è però che circa dopo il 1840 cominciò man mano a farsi qualche poco di luce di più nelle scuole: un po' di letteratura italiana, di geografia e di storia romana, ma con pochissima didattica, della quale scienza i maestri probabilmente ignoravano peranco il nome, e in testi troppo meschini. Nelle scuole femminili poi, la lettura, la dottrina e pochi lavori di maglia e cucito. Coi programmi del nuovo Governo gli studi si dilatarono, e anche troppo. Così da uno estremo all'altro, e l'"Inter Utrumque tene, in medio tutissimus ibis" fatalmente non si ha mai. Prima, le intelligense giovanili nell'inedia per defficienza d'istruzione: adesso nell'indigestione delle idee per soprabondanza di materie. Col nuovo

<12v> sistema le scuole di Trevi ebbero il ginnasio e le tecniche. I Salesiani tolsero quest'ultime, ma con danno del paese, il quale, nel modo come è ridotto, impotente a mettere i suoi giovani agli studi classici, oltreché difficili,  dispendiosissimi, avrebbe potuto fruire soltanto delle tecniche; seppure queste non finissero per d'ingrandire la squadra degli spostati e dei disoccupati per la difficoltà di ottenere un posto per l'esercizio professionale. - I Salesiani, oltre il convitto e le scuole, istituirono l'oratorio festivo per tutti i giovani esterni, molto bene da loro condotto e  di più fornito di un concertino musicale a loro spese composto e istruito: e tutto ciò per raccogliere la gioventù, distaccandola dai luoghi di dissipamento e di corruzione, e gittare nel loro il buon seme dell'educazione religiosa e civile. Ma "nolite projicer margharitas ant porcos" le famiglie generalmente non hanno curato l'opera benemerita. Dopo poco tempo, dato giù quella curiosità che suole essere destata dalle cose nuove, l'Oratorio restò deserto.

12° Il nostro secolo, cattivo in alcune cose, buono, in confronto dei precedenti, in altre e non poche; tra queste sarebbe molto benemerito della educazione e istruzione pubblica, se non fosse animato dall'intento empio che la scienza abbia da uccidere la fede e la scuola a chiudere la chiesa. Il corso degli studi, e può dirsi quasii su tutti i rami dello scibile, abbraccia tutta l'adolescenza e la giovinezza: erane fuori soltanto la puerizia; questa pure vi fu poi compresa; e amato e benedetto <13> si tramanderà ai posteri in nome del prete lombardo don Ferrante Aperti, che escogitò, e non senza attacchi però di opposizioni, attivò la benefica istituzione degli Asili Infantili. anche Trevi, riconoscendone il valore, curò di averne il suo, e ciò nel 1878. Il Boncompagni, deputato al parlamento per il collegio elettorale di Todi, per la di cui elezione Trevi ebbe molto operato, elergì lire cento; e la Città, a senso di riconoscenza, del di Lui nome fece il titolo di questa benefica fondazione, onde si denomina "Asilo Infantile Boncompagni". Fu stanziato nell'abbandonato monastero di S. Bartolomeo, concesso dalla Congregazione di Carità. Nulla possiede: è mantenuto dal concorso della stessa Congregazione, del Municipio, degli Azionisti e del tenuissimo pagamento mensile delle rispettive famiglie dei fanciulli, i quali vi si raccolgono ogni giorno, meno le feste, dalle 8 del mattino fino all'ultima ora del giorno, ricevendovi pel desinare una buona minestra. Ha un presidente del consiglio direttivo, il segretario e un cassiere, alcune signore ispettrici e inoltre la direttrice, la vice direttrice, un'assistente col nome di maestra e la donna di servizio. L'ammissione è data a tutti; ma il popolino è quello che in massa ne fruisce. Il numero medio dei fanciulli, compresi ambo i sessi, è annualmente di circa quarantacinque. Vi apprendono ginnastica, canto, catechismo e l'avviamento alla lettura. Utilità non punto minore ne
<13v> traggono le madri di famiglia, le quali, disimpacciate dai loro monelli, possono attendere liberamente alle faccende e ai lavori.
13°           Il Mutuo Soccorso: ecco un'altra istituzione proficua, nel 18** sorta nel nostro paese, come quasi in tutti gli altri; proficua, perché è la cassa  del giornaliero risparmio per trarne una sovvenzione nei bisogni più angosciosi e pressanti della vita, la malattia e la vecchiezza; proficua però in senso relativo, cioè per gl'imprevidenti, che sono quasi tutti, poiché il pagamento della contribuzione settimanale dev'esser certo, e il conseguimento delle sovvenzioni nuota nell'incertezza, ovvero potrebbe restringersi a una tenuità. La quale incertezza si convertirebbe in certezza per sé e i suoi, se ognuno, previdentemente, facesse il risparmio per proprio conto, esclusa l'associazione. Ad ogni modo è a prevedervi che questa istituzione vada a rimanere soppiantata dalle nuove, non locali  ma nazionali, che sorgono con ben altri vantaggi. Del resto questa associazione è amministrata da un presidente col suo consiglio direttivo, un segretario, un cassiere: il tutto in base dello Statuto Sociale. Vi hanno due casse: pei sussidi all'infermità dei soci e per le pensioni alla loro vecchiezza.
14°           Un curatino di un villaggio, Cannajola, si fa vedere mirabilia. Nato nel castello di S. Lorenzo da famiglia già da qualche secolo possidente e ora decaduta, alunno di questo collegio e poi del seminario diocesano, dalla sua ordinazione presbiterale immesso in quella
<14> parrocchia, simpatico, colto, calmo, operosissimo, senza strepito, integerrimo, questo è don Pietro Bonilli. In un oscuro villaggio, col beneficio parrocchiale ben scarso, con a lato una numerosa famiglia, ha eretto un nuovo istituto religioso, le Suore della Sacra Famiglia, destinate per l'assistenza e il servigio negli ospedali, orfanotrofi, ricoveri e simili. Oltreché nella casa madre, in Cannajola, dove havvi un Orfanotrofio di Ragazze, tra le quali alcune sordomute, le Suore trovansi distribuite in alcuni ospedali, dei quali, due in Sicilia. Don Pietro, oltre l'istituto, nella propria tipografia pubblica un periodico quindicinale "La Famiglia Cattolica". Il periodico ha più di una volta dovuto diversamente chiamarsi, ossia cambiare di titolo per le traversie eccitatagli da chi avrebbe dovuto difenderlo, incoraggiarlo; ma alla protezione fece sgambetto la vessazione. Anche per l'istituto al povero don Pietro non è mancata qualche contrarietà, non però da Trevi. Questa, come suol dirsi, non gli butta né caldo né freddo. Nell'ammirazione e nello studio di Dante, in questo secolo tanto rinfocolato, il nostro paese ha tanto bene imparato quel verso "non ti curar di lor, ma guarda e passa".
15°

         Nel territorio della Vicaria Foranea di Trevi e fuori del suo Comune, nel villaggio di S. Luca nel 1862 fummo spettatori di un fatto religioso, che, originato da piccoli principi sorse celermente a grandezza. In mezzo a quelle campagne, sopra a una piccola prominenza, dedicata a S. Bartolomeo stava un'edicola diroccata, di cui
<14v>
rimanevano soltanto i muri, ma senza la copertura, e un immagine della Vergine nell'interno abside. Era ingombra di rovi, di macerie e con edera attaccata ai muri. apparteneva alla parrocchia della Fratta, che aveva l'onere di poche messe nella festa del titolare. E qui mi permetto di richiamare un fatto mio personale. Sugli ultimi di Febbraio o i primi di Marzo, non lo ricordo bene, era già io da diciotto mesi nella vicina Castel Ritaldi a regere quella parrocchia. Avendo udito da qualcuno che edicola, e non la conoscevo, vi era stata un'apparizione della Madonna, e che si cominciava ad accorrervi dalle circostanti campagne, specialmente sulla sera dopo la cessazione dei lavori, vi andetti, e quivi, con alcuni altri, chiamata Caterina moglie di [Giuseppe] Del Cionco alla nostra interpellanza rispose quanto appresso, che qui mi piace di riportare quasi testualmente nello stesso nostro dialetto rustico parlato da lei.

"Richetto (era un simpatico fanciullo di 5 anni) ia per lo più colla sorella più grossa di lui (di circa 9 o di 10 anni) a para' le pecore che ci avemo. Una sera, tornati tutti e due e rimesse le pecore, saliti in casa, Richetto me fece: "O ma', su a S. Martolomeo agghio visto 'na signora". - "E chi era?" - "Chi lo sa?" - "Che t'ha ditto?" - "Riché, Riché" - "E tu che gli hai rispostu?" - "gnente" - "Essa che facea?" - "Stea a sedé s'una pietra grossa lì davanti a S. Martolomeo" - "Com'era vestita?" - "De vianco".  Ecco il racconto del fanciullo. poi la madre soggiunse "Quanno Richetto parlaa coscì la
<15> sorella ghié rompea lu discorso 'Non è vero, Mà', e lu pottu dicea: 'Si è vero' - E la sorella: 'No, Mà, non è vero gnente; io so' stata sempre con isso e non agghio vistu nissuno', finché pua richetto stizzitu che la sorella lu contradicea, dette in un gran pianto. E cusì quella sera finì."

Questo è il racconto genuino di quanto appresi dalla bocca della madre di Errichetto pochi giorni dopo l'avvenimento. Io, odito in tal modo il fatto, confesso che non ne feci gran conto. Del resto, io, nell'idea preconcetta che il fatto fosse accaduto per allora quando cominciavasi a divulgare, non ebbi punto il pensiero di domandare alla Caterina il quando avesse avuto luogo. Però il parroco di S. Luca, incaricato a redigere una relazione da inviarsi a Roma, fatte le dovute indagini presso la detta donna e i suoi, ebbe a constatare che l'asserita apparizione era avvenuta un'anno e mezzo innanzi al divulgamento, quando, cioè, Errichetto aveva tre anni e mezzo; e che, dopo di essa il bambino si portava da se stesso ogni mattina all'edicola, e che, quando riceveva qualche regalo in danaro, sempre lassù lo arrecava.

Vero è poi che il parroco della Fratta, d.Giuseppe Brunetti di Trevi (e sopra di questo punto affermo che meritava ogni fede) narrava che otto o nove mesi innanzi al fatto una tale Rosa Bonifazi abitante nel caseggiato il più prossimo all'edicola, da vario tempo giacente inferma della malattia di cui morì, rimproverava lui, presente il medico
<15v>
curante, Fagotti, condotto di Montefalco, dicendogli: "Eh! curato, tu lasci in abbandono la chiesetta di S. Bartolomeo, e così la fai rovinare, ma la Madonna vuol essere lassù venerata, e pensaci."

          Intanto il concorso continuava, e la fama cresceva, finché il giorno 19 marzo sacro a S. Giuseppe vi si raccolse una numerosità imponente di popolo, anche da luoghi niente vicini, e poi sempre di più. Dapprima se ne occupò il detto parroco con due parrocchiani possidenti, fatti depositari delle offerte. Dopo qualche tempo intervenne l'Autorità Diocesana. L'Arcivescovo Arnaldi se ne prese gran briga. Si pensò di erigervi una chiesa, ne fu architetto il prof. Santini di Perugia; marmorista, Paolo Lega; pittore degli affreschi, il Mariani, venuti ambedue da Roma. I quadri più pregievoli sono: del Mancinelli di Napoli - la Vestizione religiosa di S.ta Chiara - Dell'Overbk - la Visitazione - del Sereni di Spoleto.

           Con la chiesa fu ancora costrutto il lato del fabbricato ad essa aderente. Mons. Arnaldi diceva e proclamava che la Vergine aveva scelto quel luogo, centro della penisola, per operare da esso la redenzione d'Italia cioè la restau/ra/zione dello stato politico che era stato cambiato poco prima; e credo a questo medesimo volesse alludere, quando alla chiesa compita dette il titolo di "Auxilium Christianorum" e vaticinando, asseriva che, conseguito il trionfo, vi aspettava il pontefice PIO IX; e con tale previsione fece molti
<16> lavori di restauri e miglioramenti nel casino di Scigliano. Morì nel Febbrajo 1877, e nulla vide. Per il compimento della chiesa e del lato della casa spese ....

          Si parlava molto di grazie e miracoli; la Curia però non fece mai processo di nessuno. Soltanto, in base dei rapporti che riceveva da quei due o tre, tra frati e preti, che assistevano il santuario, si adoperava ad inviare relazioni, per la pubblicità, a d. Giacomo Margotti direttore in Torino del giornale - l'Armonia della Religione colla Civiltà - trasmutata poi nell'Unità Cattolica. Margotti, dopo la morte di Arnaldi, non volle più riceverle. La fama di questa sagra Immagine si diffuse in tutta Ialia e oltre monti. Ma si dirà - vi furono veramente miracoli costatati? Lo ignoro, meno quello accaduto nel monastero Benedettino di Castel -Ritaldi. Affetta da non pochi anni di malattia cardiaca, per uno assalto più violento di tutti gli altri precedenti, una notte estiva del (mi sembra) 1863 era prossima a morire Maria Eletta Giovannella. le consorelle, in quelle angustie, le applicarono al petto una figura dell'Immagine e pregarono fervorosamente. Maria Eletta, dopo qualche poco disse di sentirsi bisogno di dormire e desiderò di essere lasciata sola. Le astanti a malincuore dovettero cedere alle sue insistenze. Al mattino, scorsa già l'ora della sveglia e non suonata dalla destinataria, M. Eletta, levatasi da letto, suonò la campanella, e poi aprendo a ciascuna l'uscio della
<16v> rispettiva camera destolle tutte, restando queste sorprese. Risanata così con guarigione completa e perfetta senza residuo di convalescenza, il medico curante Gervasio Ricciarelli diceva e depose che - supposto ancora che la guarigione, benché istantanea, fosse accaduta per via naturale; pure, per i diciassette salassi da lui fattile, l'essere rimasta immune dalla convalescenza non poteva essere un fatto naturale.

          Errichetto, iniziatore inconscio dell'opera, fu poi dal papa Pio IX collocato in Roma nell'istituto intitolato "Tata Giovanni" dove, provato incapace pei studi, venne addetto al mestiere di ebanista, nel quale riuscì valente. Di là, terminato il suo alunnato, si ascrisse da laico nella Congregazione Somasca, nella quale tuttora virtuosamente persevera.

          Nel 18** dalla Curia diocesana la chiesa coll'annessa casa fu ceduta in perpetuo alla congregazione dei Chierici Passionisti. Questi in breve, aggiunsero alla casa primitiva due bracci, e acquistando una parte del terreno circostante, la chiusero con un muro di clausura, entro il quale ebbero compreso un'altro fabbricato da loro stessi costruito. Il servizio della chiesa è dai medesimi ottimamente esercitato. I divoti, specialmente nelle stagioni miti e nelle solennità della Vergine, vi accorrono a visitarla; i non divoti, per ammirare la bellezza del tempio. Bello si, ognuno potrà dire, perché di una certa grandiosità
<17> nel suo vaso, perché armonico nelle proporzioni, maestoso e gajo, veramente splendito, attraente, mentre concilia divozione e raccoglimento. Peccato però che sia stato impiantato a quella maledetta direzione di nord ovest, che nascondendolo dietro il Convento a chi via giunge dalle vie principali, lo costringa in certo modo di andare a cercare la sua facciata - pur troppo è così -. E perché non voltare a sud-est la parte superiore dell'edicola che contiene l'Immagine? Si pensò (e chi non l'avrebbe ideato?-) Ma non si fece - E perché? - Gli amministratori dissero - Perché il terreno da occuparsi si era allora in possesso del demanio - E' vero; ma è vero altresì che neppure si provò a procurarne la compra, la quale poi purtroppo si fece dai Passionisti. In quel tempo all'intelligenze grette il demanio compariva più spaventoso del demonio -. La cessione ai Passionisti è stata una vera benedizione del cielo. Uno di essi, l'ottimo P. Luca, ne ha pubblicata la storia. Io non l'ho punto letta: quello che ho qui dettato è quanto dalla mia consapevolezza mi è stato suggerito.

16°           Ora, l'aver detto qualche cosa di questo nuovo tempio mi sembra chiamarmi a fare qualche altra parola di alcuni altri, e in primo luogo, del principale, S. Emiliano-. Questa chiesa rimonta all'origine del paese, la fondazione del primitivo castello: nacque con Esso. Eretta sul suo vertice sembrava posta a dominarlo; e intorno ad Essa
 

 <17v> il castello si dispiegò a farle corona. Come tutte le prime case di quella origine, era una piccola chiesina, con sacello posto all'angolo destro, inferiore della presente. Di forma rettangolare, a capo aveva la tricore ancora superstite. Larga quanto essa, lunga circa otto metri, con piccola porta ad arco di pietre, di lato, che poi restò chiusa a murato fino a nostro tempo, in cui venne riaperta modificata nella forma attuale. Le dette dimenzioni si rilevano dai fondamenti che furono scoperti in un rimattonamento del pavimento.

          Nel secolo 15° impinquato il Priorato coll'incorporamento del benficio della diruta chiesa di Santacroce detta la Romita, ed istituita la Collegiata con i sei Canonicati di 1^ elezione, costituiti con i patrimoni di alcune piccole chiese rurali, come di Pietrarossa, S. Onofrio, S. Pietro a Pettine, S. Costanzo, e aumentato di molto il paese, si venne alla costruzione di una nuova chiesa, che fu assai più grande e di tal solidità da sfidare qualunque corso di tempo, di forma al rotondo, meno il muro della facciata tuttora rimasto, e con quattro colonnoni che sorreggevano un pesante voltone, i quali figuravano come dividerla in tre navi. però irregolarissima, di guisa che dalla facciata attuale si distendeva di sbiego a sinistra fino alla cappella della Trinità, in cui terminava. E tra questa Cappella e il corpo della Chiesa era interposto il coro, piuttosto bello e non piccolo, di costruzione posteriore-. Al nostro secolo, educato ad altri ideali e miglior senso estetico, quella deformità doveva rendersi
<18> esosa. Così fu, e per molto tempo se ne vagheggiò la riformazione, finché, non senza gravi opposizioni di alcuni stravaganti dei canonici, nel 18** s'iniziò la demolizione e quindi la nuova costruzione sul disegno, in parte, dell'ingegnere Carimini del Cammerinese, domiciliato in Roma. Il periodo della ricostruzione, benché parziale, ha durato ventisette anni tra le ire, i contrasti, le interruzioni dei lavori, le infedeltà e le ruberie del capo-mastro trevano,  cooperando a tutto ciò l'inettitudine e le sconsigliatezze della Deputazione Amministratrice capitanata da don Luigi Brunamonti, allora Arcidiacono della collegiata e dipoi Priore di S.ta Maria di Spoleto e Vicario Generale. Finalmente fu consagrata nel sabato  **  settembre 18** ed inaugurata nella seguente domenica con bella festa religiosa e civile. La spesa della edificazione ha superato le lire centomila a fronte della proposta, rifiutata, dell'ingegnere perugino Biscarini che allora dirigeva i lavori della Madonna della Stella, il quale aveva domandato di assumere l'impresa, da compiersi in tre anni e per lire trentacinquemila. Il nuovo tempio può dirsi che sia stata la tomba della Collegiata, quasi spirata con Esso. Ancora vi resta a compiersi la facciata, il rifinimento interno e il campanile. Ad onta di tutto il detto dobbiamo compiacersi di avere ottenuta una bella chiesa, grazie al Signore e al nostro S. Emiliano.

17°

          Anche la chiesa di S. Giovanni, benché sia rimasta identica nel suo vaso, è stata
<18v> ben bene migliorata, come si vede al presente, e ciò si fece circa il 1845. Nelle altre chiese della città, meno che in Santacroce, null'altro si è fatto, benché le due, di S. Francesco e di S. Domenico, ne sarebbero state meritevoli. Nel 1866, per una legge usurpatrice, tutte le cose e le proprietà degli Ordini Religiosi, e qui in Trevi erano quattro, vennero indemaniate, ossia attribuite al patrimonio dello Stato. In appresso però furono ricomprate, meno il convento dei Cappuccini rimasto al Comune, che con poca assennatezza vi scelse il posto per stabilirvi il cemeterio urbano. I due monasteri, S. Chiara e S. Lucia, colle proprie chiese furono ricomprati dalle rispettive Comunità sotto nomi individuali, venduti dal Comune, al quale erano già stati prestati. Lo stesso si fece del convento di S. Martino, meno però la chiesa, la di cui proprietà lo stesso Comune volle a sé riserbata. compresa la Cappella delle pitture dello Spagna.

          A questo proposito delle case religiose mi piace qui di aggiungere la permanenza annualmente temporanea del Collegio Boemo residente in Roma, cioè per la sua villeggiatura di tre mesi estivi. Questo, fondato da non molti anni, prese la villeggiatura nel palazzo, ora suo, con titolo di locazione, che due o tre anni appresso cambiò in compra. il palazzo dapprima era proprietà e abitazione della famiglia dei conti Carrara, della quale il conte Innocenzo, ultimo rampollo ne fece eredi i suoi, appena più, parenti, i conti della Porta di
 <19> Roma. Questi, dopo circa venticinque anni di possesso, per le loro traversie economiche, ne fecero la vendita al detto Collegio.

18°

            In questi tempi puranche l'inerzia abituale delle parrocchie rurali ha ricevuto un impulso alle attività -. Quella di Lapigge ha eretto dai fondamenti una chiesa nuova con un nuovo campanile, benché non compito. Nel villaggio delle Picciche, già qualche anno innanzi fatto un bell'innalzamento al campanile e corredato di un nuovo orlogio, si sta ora lavorando in quella chiesa, che fin qui aveva una solo navata per convertirla in croce latina -. In Cannajola, la copertura della chiesa da travatura mutata in bella volta-. In S. Lorenzo, parimenti la travatura cambiata in volta, e il corpo della chiesa diviso in tre navate; poi l'erezione dell'annesso fabbricato-.  In Matigge, innalzato il campanile e aggiunta la campana maggiore oltre la facciata rinnovata anni innanzi - In S.ta Maria in Valle comprata la campana maggiore che era della chiesa di S. Francesco di Montefalco - Nelle Coste, fabbricato di fondo il campanile a torre, che prima era a ventaglio- A Pettino, eretta dai fondamenti la nuova chiesa- Insomma, quasi da pertutto, o innovazioni o miglioramenti notevoli- Qui forse si dirà: Come tutto ciò in tempi per le chiese poco favorevoli?... E' stato lo ambiente sociale, che si trova nel movimento a riformar tutto e a migliorare. E poi, data la mossa, si è dettata l'emulazione, er ci è concorso anche qualche poco di reazione alla contrarietà
<19v> di molti a ciò che sa di ecclesiastico.

          Qui termino la diceria fatta in questo capo, che mi è riuscita troppo lunga, senza quasi avvedermene. Avevo cominciato dall'idea di dire qualche cosa della Piaggia, perché è la sede della Parrocchia di Santacroce, e tale è il titolo col quale avevo intestato il capitolo; ma poi mi sono sentito tratto a dire qualche cosa della intera Trevi; e qui ne è andata crescendo, contro ogni previsione, la materia. Tanto è vero che ....

 

 

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Aggiornamento: 15 aprile 2016.