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MEMORIE VENEZIANE

A TREVI

 

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TOMMASO VALENTI

Socio ordinario della R. Deputazione di Storia Patria per l'Umbria

 

 

MEMORIE VENEZIANE

A

TREVI (UMBRIA)

OPERE D'ARTE - DOCUMENTI STORICI - RICORDI DOMESTICI PROFUGHIVENEZIANI A TREVI

_________

Con 8 illustrazioni e un fac – simile

 

TREVI (UMBRIA)

Presso l'Autore

 <3>

NOTE DI TRASCRIZIONE : numeri a sinistra in colore  tra parentesi acute <  > indicano l'inizio delle pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

 

A SUA ECCELLENZA REVERENDISSIMA

Mons. PIETRO TAGLIAPIETRA

DI VENEZIA

ARCIVESCOVO DELLA DIOCESI DI SPOLETO

NEL GIORNO DELLA SUA PRESA DI POSSESSO

A

TREVI

L'AUTORE

OSSEQUIOSAMENTE

DEDICA

_____________

27 GENNAIO MDCCCCXXXV - (XIII)

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MEMORIE VENEZIANE A TREVI (Umbria)

 

Nessuno ha finora osservato che la piccola città di Trevi è l'unica della nostra regione, che ha la fortuna di possedere più saggi di quelle arti luminose e bellissime, che dalla nobile Venezia tanta luce diffusero in Italia e nel mondo civile.

Così pure sono ai più sconosciuti alcuni documenti storici di quella serenissima Republica, che si conservano a Trevi. E — ugualmente — mai si è saputo dei rapporti che alcuni cittadini trevani ebbero, nei tempi andati, con la celebre Republica, che è un soggetto così straordinario e singolare “da far rimanere senza parola, poiché in tutto il mondo non si può, né mai si potrà trovare uno Stato come questo” (l)

Mi sembra, perciò, non inutile rievocare in queste pagine ciò che in Trevi tiene vivo il ricordo della Regina dei mari.

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I.

OPERE D'ARTE

 

LA PORTA DELLA CHIESA DELLA MADONNA DELLE LAGRIME

 

OPERA DI GIOVANNI DI GIAMPIETRO DA VENEZIA

 

 

Bella e grandiosa nella sua semplicità monumentale, la chiesa della Madonna delle Lagrime sorge sul pendìo sud - est della collina trevana, e guarda l'incantevole valle umbra.

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(1) «... tollit facultatem sermonis materia singularis, ex eo quod in orbe terrarum simile regnum non potest nec poterli inveniri». (Boncompagno da Signa, De malo senectutis, citato da P. Molmenti, in La storia di Venezia nella vita privata, Bergamo, Arti grafiche, 1912, voi. I, pag. 50).

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La costruzione, opera dell’architetto Antonio Marchisi, da Settignano, fu incominciata nel 1485. La facciata del tempio illuminata dal sole, quando volge al tramonto, ha riflessi di porpora e d'oro, che danno un risalto singolare a quel capolavoro di arte quattrocentesca, che è la porta principale, ornata da Giovanni di Giampietro — o Giampietri — da Venezia. (Fig: 1)

 

Fig: 1 — Facciata della Chiesa della Madonna delle Lagrime.

 

Non è qui possibile trattare a lungo e particolareggiatamente di questo splendido esempio di arte veneziana(l); ma basti accennare che l'autore si dimostra qui artista di gusto squisito. L'architettura del portale, la sobrietà degli ornati, la verità della modellatura formano un insieme di eccezionale finezza e di buon gusto non facili a trovare.

Il singolare carattere di questo lavoro fa pensare ad un artista originale, ma anche cosciente assimilatore; poiché il Giampietri ci ha dato qui il saggio di un'arte personale, tanto da lasciarci perplessi sulla scuola alla quale attribuirla. Poiché, se veneziano fu l'autore, non per questo l’opera sua può assegnarsi a quella scuola, che — di quei tempi stessi — coi Bregno, i Lombardi, i Rizzo, lasciava così luminose traccie
e così splendidi esempi.

Il nostro è un eclettico, che sembra dalla Venezia, dalla Lombardia, dalla Toscana aver tratto per l'arte sua ispirazione e lume.

 

Il compianto Senatore Pompeo Molmenti — illustre storico di Venezia e critico d'arte valoroso — mi scriveva, dopo aver viste le riproduzioni fotografiche

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(1) Di questa chiesa e delle opere d'arte che l'adornano, mi sono occupato in un altro mio scritto: “La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime a Trevi (Umbria), Roma, Desclée & C., 1928, pagg. 318, con 60 illustrazioni e dieci documenti inediti.

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di questa porta, essere “opera veramente notevole e che arieggia “la maniera lombardesca”. (1)

Comunque si voglia, però, classificare, è certo che il Giampietri — artista fin qui poco studiato — ci ha lasciato un monumento solenne e singolarissimo dell’arte sua.

*

*                                                                            *

L'interesse di questa opera è accresciuto dal fatto che la sua esecuzione è completamente documentata. Nell’Archivio storico del comune di Trevi esiste il contratto per il portale, in data 16 aprile 1495, stipulato tra il Giampietri e gli “operari” della nascente chiesa.

Il prezzo del portale fu fissato in 190 “fiorini”, più l'abitazione per l'artista, che, modestamente, si qualificava “lapicida”.

Delle diverse vicende della esecuzione del lavoro ci parlano altri documenti, relativi a forniture di materiale, ad anticipi versati al Giampietri in contanti e in generi alimentari.

A lavoro finito egli domandò un supplemento di prezzo; ed ottenne altri 8 “fiorini”. Il Giampietri sembrò essere soddisfatto; ma poi sollevò una questione curiosa: visto che il lavoro era andato per le lunghe — fu terminato nei primi mesi del 1498 — il Giampietri volle un compenso speciale per il tempo impiegato nel lavoro commessogli ! E, dopo un lodo arbitrale, ottenne altri 25 “fiorini”. In tutto ne ebbe 207 più l'alloggio. (2)

*

*                                                                            *

Mi dispenso dal descrivere la bella opera d'arte (Fig: 2) Accenno soltanto che due candeliere elegantissime ornano le lesène laterali (Fig: 3) che terminano con capitelli di ordine composito, di fattura squisita e del tutto nuova (Fig. 4). Le fascie laterali tra lo stipite della porta e le lesène, sono decorate di frutta, fiori, piccoli animali, eseguiti con rilievo e modellatura perfetti. Così dicasi delle teste di serafini che ornano l’architrave.

Dalle illustrazioni qui unite si può trarre del lavoro un'idea più viva, per quanto molto lontana dalla impressione sorprendente e gradevole, che produce la vista dell’originale.

(1)   Lettera del Senatore Pompeo Molmenti allo scrivente, da Monìga sul Carda,
in data 5 maggio 1915.

(2)   Oltre a questo di Trevi, il Giampietri eseguì un altro quasi simile lavoro per
la chiesa parrocchiale del castello di Mevale, presso Visso a 750 m. sul mare. (Cfr:
T. valenti, op. cit. pag. 151 ss.).

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Fig: 2 — Portale della Chiesa della Madonna delle Lagrime. (Pag: 7)

 

Fig: 3 — Portale della Chiesa e'ella Madonna delle Lagrime (Pag: 7) — Particolare.

 

Fig: 4 — Portale della Chiesa della Madonna delle Lagrime (Pag: 7) Capitello delle Lesène.

 

 

UN DIPINTO DI SEBASTIANO DEL PIOMBO

NELLA PINACOTECA COMUNALE

 

Anche della pittura veneziana si ha in Trevi un ammirevole saggio. È un dipinto su tavola, rappresentante “la Pietà”, ed è da secoli attribuito a Sebastiano Luciani, da Venezia, detto “del Piombo”, per l'ufficio che ebbe nella corte pontificia di custode del sigillo, col quale si piombavano le bolle papali.

Questo quadro è conservato nella Pinacoteca comunale; ma la sua prima destinazione era un’altra: ed ha una storia tragica. Eccola in brevi cenni. Dal 1528 al 1541 esercitò in Roma, sotto i papi Clemente VII e Paolo III, l'ufficio di Procuratore Fiscale della Camera Apostolica il dottore “in utroque” Benedetto Valenti, da Trevi. Egli — oltre al modesto “salario” che così lo chiamavano — riceveva una percentuale, molto produttiva, su tutte le pene pecuniarie inflitte ai rei di qualunque delitto, nonché sul valore dei beni ad essi confiscati.

Una volta — e fu nel 1531 — fu giustiziata in Roma “una donna che “leniva camera locanda  “in Borgo, per avere admazato uno in casa sua”. Le furono, di conseguenza, confiscati tutti i beni; e la Camera Apostolica, per la porzione che su questi sarebbe spettata al Valenti, gli donò una bellissima pittura in, tavola — “una callidissima cona”, scriveva il Valenti

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che egli stabilì subito di mandare alla chiesa della Madonna delle lagrime, per essere collocata sull'altare che egli aveva fatto costruire nella prima cappella a sinistra dell’entrata. Ed è egli medesimo che narra tutto ciò nelle sue Memorie autografe. (1)

E fu così che un truce delitto fece acquistare a Trevi questo prezioso dipinto; che, essendo alquanto deperito, fu alcuni anni fa convenientemente restaurato a cura del Ministero della Pubblica Istruzione. (Fig: 5)

Una descrizione del quadro sarebbe qui troppo prolissa. Le riproduzioni che ne presento bastano a far vedere l'armonia della composizione, per la quale in piccolo spazio (m. 1,50 x 0,90) si ha un gruppo di ben dieci figure, tutte magistralmente condotte. Basti osservare la testa del Cristo morto, che è di una forza veristica impressionante (Fig: 6) mentre tutte le altre assumono atteggiamenti ed espressioni di dolore e di pietà quali il soggetto richiede.

 

Fig: 5 sebastiano del piombo — La Pietà. (Ptg: 9)

 

L'attribuzione di questa tavola a Sebastiano del Piombo, non solo non è stata mai contradetta fin qui: ma nessuno dei critici d'arte che hanno esaminato il dipinto ha saputo affacciare un’altra qualsiasi ipotesi. Tn ogni caso, il quadro è certamente di scuola veneziana.

 

 (1) In Archivio comunale di Trevi, detto “delle 3 chiavi”, N. 263, f. 12t. # *

 

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II

DOCUMENTI STORICI

II compianto ed illustre storico ed erudito umbro Giuseppe Mazzatinti, nella colossale pubblicazione da lui iniziata e tutt’ora in continuazione col titolo: “Gli archivi della storia d'Italia”, dava sommaria notizia fino dal1903 di due codici, che da me gli furono mostrati, siccome appartenenti al nostro archivio domestico. (1)

Uno di questi porta il titolo: “STATUTA DATII vini; ed è una raccolta delle disposizioni emanate dalla Repubblica di Venezia dal 1271 al 1584, su quanto riguarda — a scopo fiscale — la produzione e il commercio del vino nel territorio della Republica.

*

II codice è scritto alla fine del sec. XVI. Il formato è di m/m 210x300. La scrittura è corsiva mi-

                                                                                                              ^^ g conta lg() fogli

di cui 15 bianchi in fine. Il testo è preceduto da un Indice per materia.

La rilegatura è a nervi, sul dorso, in marocchino rosso, con riquadrature e fregi agli angoli interni ed esterni, in oro. Taglio dorato. (Fìg. 7)

Nel mezzo dei piatti è un medaglione ovale sopra cui è impresso ugualmente in oro il titolo:

STATUTA DATII VINI

(1) G. M. Gli archivi etc., Rocca S. Casolano, Cappelli, 1903, Voi. IH, pagg. 288, 289.

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* * *

Poiché scopo di questa pubblicazione è soltanto quello di rievocare e far conoscere l'esistenza di queste varie memorie veneziane a Trevi, non posso fare qui una recensione del contenuto del codice. Basti dire che questo è interessantissimo sia sotto il punto di vista storico, sia nei riguardi delle notizie agricole e commerciali che contiene, sia per la forma letteraria.

È noto che la produzione del vino è sempre stata una delle più abbondanti del territorio veneto. Ma, per quanto ricca, la produzione non era sufficiente anche ali’approvvigionamento della capitale della Republica; donde la necessità dell'importazione, specialmente dalle Marche, dalle Puglie, dalla Dalmazia, dall'isola di Candia.

Le deliberazioni relative a tutta la materia riguardante la produzione, il commercio e il dazio del vino sono prese dai diversi corpi deliberanti della Republica; cioè dal Consiglio “dei Pregadi”, da quello dei Dieci “con la Zonta”, dal Collegio Maggiore, dal “Collegium Regiminis” o “Dominij.” O sono disposizioni emanate da organi speciali; come la “Camera Datij”, il “Collegio dei XII savij”, il “Collegium datiorum” o il Collegio “de li cinque Savij sopra la mercantia”. Contiene anche provvedimenti estratti

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dagli atti d'appalto del dazio sul vino; da un Registro del Comune di Cavarzere (Caput Aggeris), dal Capitolare Vecchio dei Governatori delle entrate, dagli atti del “Collegium parvum ad ballottandum caratores datiorum”, ecc. Letterariamente, poi, il codice è altresì di molto interesse, perché in gran parte, è scritto in dialetto veneziano, come era l'uso del tempo; ciò che rende anche piacevole e gustosa la lettura del testo.

 

L'altro Codice veneziano indicato dal Mazzatinti, e che ugualmente trovasi nel nostro Archivio domestico, è una “Commissione”, cioè una raccolta di ordinanze, di regolamenti, e simili disposizioni che la Republica faceva trascrivere in codici, come questo, che venivano poi consegnati — perché le osservassero e le facessero osservare — a quei nobili cittadini che essa mandava come Rettori delle città del suo dominio di terra ferma. I codici delle “Commissioni” venivano presentati sempre con ricche rilegature, di cui si conservano molti esemplari anche nell’Archivio di Stato di Venezia e nel Museo civico Correr.

* * *

Questo nostro codice (Fig. 8) è del formato di m/m 160 x 235; scritto su 79 fogli di pergamena, rilegato in marocchino rosso con impressioni in oro a “piccoli ferri”, il taglio è dorato. Sul piatto anteriore è impresso:

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ZACHA

RIA E

CONTAR

ENO

e sul piatto posteriore la data:

mdl

XI III.

Mancano il primo foglio e il sigillo che pendeva dal dorso appeso ad un cordoncino di seta rossa e gialla di cui restano traccie.

 

 

Fig: 7 ~ STATUTA DATII VINI,(Pag: 10) (Legatura Veneziana) (Secolo XVI).

 

Anche di questo codice debbo limitarmi a dare cenni brevissimi. Il testo è scritto in latino, fino a tergo del foglio 59. Il resto è in volgare, con qualche infiltrazione dialettale.

Le disposizioni che contiene hanno tutte un interesse storico e giuridico, e meriterebbero un attento studio. Ma per dare almeno un'idea dell'importanza del codice, dirò che gli ordinamenti in esso contenuti si riferiscono ai più svariati oggetti: ma disposti senza ordine logico; onde si passa da un argomento all'altro senza un nesso almeno apparente.

Troviamo così articoli che riguardano il commercio e il contrabando. Molte — e sono sparse qua e là — sono le rubriche che si riferiscono ai banditi. Le norme per l'ingresso del Rettore della città, quelle per i suoi rapporti col pubblico e con gli “ufficiali” dipendenti, per le onoranze permesse o no al Rettore, sono disseminate nel testo.

Le industrie dei tessuti di lana e quelli di oro e di argento sono regolate da articoli speciali. Così l'annona, i calmieri, l'esportazione. L'amministrazione

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del pubblico denaro è rigorosamente tutelata. D'altra parte, pene gravi ed atrocissime, come taglio di mani, di nasi, di orecchie, estirpazioni di occhi, sono minacciate ai falsar! e ai ladri.

Altre norme provvedono agli schiavi, agli ebrei, ai feudatari, ai chierici, agli avvocati.

E cento e cento altri soggetti ci passano sott'occhio in questa specie di

 

Fi<r: fi — " Commissione ,, di Zaccaria Contarlni (Pag. 12) (Rilegatura Veneziana 1564).


statuto, che doveva essere la norma rigorosa alla quale il Rettore delle città del Dominio veneto doveva attenersi. E tutti sanno che la Serenissima non scherzava, ed era di una severità unica nell'esigere il rispetto alle sue leggi ed ai suoi ordini.

* * *

II patrizio veneto cui questa “Commissione” era destinata apparteneva alla illustre e dogale famiglia dei Contarini. Egli nel settembre del 1564 prestò giuramento di procurare nel suo rettorato l'ordine e l’utile della Republica, “eundo, stando et redeundo”.

Resterebbe a sapersi come questo codice, e l'altro di cui ho fatto cenno possano essere pervenuti in casa nostra. La spiegazione può trovarsi nella permanenza di un Valenti a Venezia, per molti anni. (1)

 

 

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III.

RICORDI DOMESTICI

 

 

QUINTILIANO VALENTI di TREVI

AL SERVIZIO DELLA REPUBLICA DI VENEZIA

 

Nel 1626 era nunzio apostolico presso la Serenissima, Mons. Gio. Battista Agucchia, bolognese, vescovo titolare di Amasia, ed aveva tra gli addetti al personale della nunziatura il cittadino trevano Quiiitiliano, di Filiberto, Valenti, in qualità di segretario particolare (“Gentilhuomo confidente di segreteria”).

In quella città il Valenti ebbe occasione di conoscere il veneziano Giacomo libertini, “contador” della zecca della Republica, il quale aveva una figlia, a nome Maria, che trovavasi educanda nel monastero di S. Bernardo di Murano.

Quintiliano Valenti stesso narra in un suo libretto di memorie che il 29 luglio 1626, festa di S. Marta, si fidanzò (“toccai la mano") con la suddetta Maria libertini, nello slesso monastero.

Il matrimonio fu celebrato il 29 settembre successivo, nella chiesa di S. Maria delle Grazie, nell'isola già detta della Cànava”, per le mani del Pievano di S. Trinità.

* * *

Nel libro delle sue memorie Quintiliano Valenti registra le nascite dei suoi figli, che furono dieci. Il ricordo di questi piccoli avvenimenti domestici non meriterebbe di essere qui ripetuto; ma sta il fatto che, anche in essi, troviamo notizie riferentisi a Venezia. Così leggiamo che, il primo figlio dei coniugi Valenti-Ubertini nacque nelle case della Scuola (Corporazione) dei bombardieri, il giorno 9 luglio 1627, e fu chiamato Giacomo. Ma la ceremonia del battesimo, che avvenne nella chiesa di S. Trinità, fu solenne, e v'intervennero per compari gli Eccellentissimi Signori Gio: Battista Foscarini, Simone Contarini, procuratori di S. Marco”; nonché Giovanni Renier, Ottaviano e Gio: Antonio Valier, tutti di famiglie dogali, ed altri gentiluomini.

Quando il 17 novembre 1628 nacque un’altra figlia, “nelle case dei Padri Domenicani dei SS. Giovanni e Paolo sopra le Fondamenta nuove”, la neonata fu battezzata nella chiesa di S. Maria Formosa e fu chiamata Valenzia. Anche a quella ceremonia intervennero illustri personaggi, come i Procuratori di S. Marco Pietro Sagredo e Nicolo Contarini, insieme a Giorgio Giustiniani, Piero Lion, Alvise Renier, Alvise da Ponte.

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Ad un altro battesimo intervenne il nobile Gio: Francesco Labia, come procuratore del cardinale Sacchetti, insieme ai gentiluomini Antonio Renier, Giacomo Capello, tutti nomi ben noti nella storia di Venezia.

Notevole, per la cronaca della città, è una memoria che Quintiliano Valenti ha lasciata della nascita di un’altra sua figlia, la quale venne al mondo nelle case della Scuola di S. Fantin. Alla neonata fu posto il nome Vittoria “per essersi in tali giorni avuto vittoria contro l'inimico della peste, “che per un anno e mesi haveva, con grande mortalità travagliata tutta “la città”.

Dopo avvenuto il suo matrimonio con la Ubertini, Quintiliano Valenti, in data 14 aprile 1627, stipulava l'istrumento dotale, col suocero Giacomo Ubertini. Questo assegnava alla figlia Maria una dote di 2000 “ducati” e in pari tempo egli “prometteva, per sua cortesia, far ogni cosa possibile per “far haver al Signor Quintiliano un offitio di contador in Cecca (Zecca) “alla cassa dell’Illmo Sig. Depositario”. Ma, cosa curiosa ed incomprensibile oggi, all'ufficio, se concesso, dovevasi attribuire un valore da due amici comuni; e la somma doveva andare in aumento della dote assegnata alla sposa!

* * *

Per la storia della zecca di Venezia può essere di qualche interesse un altro documento, che abbiamo nel nostro archivio domestico, sulla permanenza di Quintiliano Valenti in quella città e sui rapporti di lui con quella zecca.

Il documento è una “Provisione” presa dai Provveditori e dal Conservatore in Cecca a favore del Valenti. Da questo atto che porta la data 18 “zugno” 1631 risulta che “il fedel” Quintiliano Valenti fino allora, e per molti anni aveva “sofferto fatiche nella medesima Cecca nelli carichi e maneggi più importanti e particolarmente in quello di Contadore dell'Ili, mi “SSri Provveditori e Depositario con quella [injinterrotta fede, diligenza et “assiduita che si conviene, e ciò ad imitazione del fedel Giacomo Ubertini “suo suocero”, del quale il Valenti, dopo averlo aiutato fino alla vecchiaia, aveva ottenuto il posto nella “Conterìa” del Conservatore del Depositario. Ma né il Valenti, né l'Ubertini avevano mai percepito alcun compenso, cioè il “salario” dovuto, che era di 6 “ducati” al mese, meno le solite “decime”.

Su tutto ciò i Provveditori e il Conservatore “hanno fatto il dovuto riflesso et havuto in consideratione il merito del supplicante e il fruttuoso “servizio che se n’è per ricevere per la sua peritia e sufficienza in carica

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massime di tanta importanza, hanno concordemente terminato, acciò possi “con la medesima fede et diligentia continuare lo stesso servizio, che le sia “corrisposto il detto salario de’ducati 6 il mese” etc:.

Il documento, che noi possediamo in copia, porta le firme di Francesco Morosini, Procuratore di S. Marco e Provveditore “in Cecca”, insieme all’altro Provveditore Benedetto Zustignan e al Conservatore Alvise da Lezze.

Restava per me, dopo ciò, a sapersi in che cosa consistesse l'ufficio di Contador in Cecca”. Nulla di meglio potevo fare che rivolgermi a persona di indiscussa competenza; quale lillustre Direttore della Biblioteca di S. Marco a Venezia, Prof: Luigi Ferrari. Ed egli, con grande cortesia, di cui gli sono gratissimo, mi dava notizie preziose, scrivendomi in data 5 gennaio 1935 in questi termini:

“Marco Ferro nel suo Dizionario del diritto comune e veneto (Venezia, Santini, 1847, II, pp: 848 e segg:) alla voce “Zecca”, enumera le “magistrature che furono preposte a quella istituzione, che funzionava anche “da Cassa depositi e prestiti dello Stato: Massari ali’oro e ali’argento, “Provveditori in Zecca, Provveditori sopra gli ori e le monete, Conservatore, Depositari, Provveditore agli ori ed argenti in Zecca, Provveditore “ai prò in Zecca, Provveditore ai prò fuori di Zecca, Revisori e Regolatori dell’entrate pubbliche in Zecca. Dei “Massari” lelenco è allegato “anche ali’opera di N. Papadopoli, “Le monete di Venezia” (Venezia, “Ongania; poi Libreria Emiliana, 1919, III, pp. 1009-1024).”

“Ma non trovo parola dell'ufficio di Contador. Anche i colleghi dell’Archivio [di Stato] sono dell’opinione che si tratti del modesto ufficio “di contabile”. etc.

* * *

Questi documenti trevani dimostrano, dunque, lesistenza di una carica in Zecca, finora sfuggita alle ricerche degli studiosi:

E’rispettabile e ragionevole l'ipotesi che l'ufficio del “Contador” fosse quello di un modesto contabile; ma con tale ipotesi non si accordano le parole del documento che qui sopra ho riportato, dove è detto che il Valenti aveva avuto nella Zecca i carichi e i maneggi più importanti e particolarmente quello di Contadore. E, a proposito di tale ufficio, si loda più oltre del Valenti la “peritia et sufficentia, in carica massime di tanta importanza”.

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Così pure non si spiegherebbe il fatto che ai battesimi dei figli di un modesto contabile intervenissero — e più volte — alcuni Procuratori di S. Marco. Ma, a prescindere da tutto ciò, sarei ben fortunato, dicevo, se da queste mie modeste pagine fosse venuta per la prima volta in luce una notizia di più sulla celebre Zecca di Venezia; mentre lascio ai competenti il precisare quali fossero realmente le mansioni del “Contador” che si trovava al fianco di quegli altissimi personaggi, che erano i Provveditori, il Depositario e il Conservatore.

* * *

Dopo molti anni di permanenza a Venezia, Quintiliano Valenti faceva imbarcare per Ancona una parte della sua numerosa famiglia, restando egli a Venezia. Ma il viaggio non fu fortunato. Il Valenti stesso narra che durante la traversata “sorse per mare grandissima borasca, con pericolo di “annegarsi con sua madre cinque figli e tutta la servitù”. Anche il viaggio per terra, da Ancona a Trevi, fu disastroso perché “travagliato da continue “pioggie, parendo che il Ciclo e l'Inferno havessino congiurato contro questa “povera famiglia.”.

Quintiliano Valenti rimase ancora a Venezia fino al 1646, e ne partì per assumere la Tesoreria della Marca a Macerata.

GIO: BATTISTA VALENTI da TREVI

all'assedio di la canea sotto il comando di DOMENICO MOCENIGO

DA VENEZIA

Era l'anno 1692, e Venezia combatteva ancora una volta contro il Turco. Ma la lotta era disuguale. Di che informato il papa Innocenze XII mandò le sue galee di rinforzo, insieme a quelle dei Cavalieri di Malta. L'intera flotta era al comando di Domenico Mocenìgo “capitano generale da mar” (ammiraglio) della Republica di Venezia.

I veneziani, “desiderosi di una segnalata impresa, mettono l'assedio alla “Canea, città forte dell'isola di Candia e nel dì 17 luglio [1692], fatto lo “sbarco, diedero principio alle operazioni e il Capitan Generale Domenico “Mocenìgo prese le migliori disposizioni per effettuare il disegno. Ciò nonostante sì vigorose furono le sortite dei Turchi, sì ostinata la difesa, sì

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“fortunati i soccorsi inviati dal Seraschiere all'assediata città che, dopo molto “spargimento di sangue, convenne levare l'assedio”.(!)

* *

Trovavasi di quei tempi a Roma, arruolato nelle milizie pontificie il giovane ventiduenne Gio: Battista Valenti, da Trevi, figlio di Giacomo e di Porzia Ansidei, da Perugia.

L’8 giugno 1691 Gio: Battista Valenti riceveva questo biglietto:

“Dovendosi spedire in Levante le Galere per ordine della Santità di “N. S. Papa Innocenze XII, in soccorso della Serenissima Republica di “Venezia contro al Turco e provvedere di Alfiere il Battaglione destinato “all'imprese che possono occorrere; havendo la S. S. havuto in considerazione le qualità, requisiti e merito di Lei Gio: Battista Valenti si è perciò * degnata di eleggerla, deputarla e costituirla Alfiere del medesimo Battaglione con tutti gli onori, pesi, facoltà, privilegi, prerogative, stipendio et “emolumenti soliti e consueti. Et havendo Sua Beatitudine ordinato che se “ne faccia dichiarazione, si essequisce col presente Biglietto, in virtù del “quale si comanda che Ella sia riconosciuta, ricercata e trattata come tale “da chiunque si deve, sotto pena della disgrazia della Santità Sua e di altro “ad arbitrio”.

“In fede etc.” Dato in Roma li 8 Giugno 1692

(firmato) .... (illegìbile) “Commissario Generale.”
“Reg. a e. 138.                                                          “Doni. Trosi Segretario.”(2)

II 17 luglio successivo Gio: Battista Valenti si trovava a prender parte alle operazioni di assedio di La Canea.

* * *

Come già detto l'impresa non fu fortunata. E le flotte riunite di Venezia, del Papa e dei Cavalieri Gerosolimitani, dopo eseguito lo sbarco, dovettero ritirarsi, senza aver raggiunto lo scopo.

Ma le truppe avevano fatto il loro dovere. E a Gio: Battista Valenti il

(1)   L. A. muratori, Annali d'Italia, Roma Barbiellini, 1754, to: XI, parte I.
pagg. 284, 285.

(2)   archivio valenti - Trevi - “Memorie Valenti Angelo di Valente e sua di
scendenza”
, To, VII.

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comandante Domenico Mocenigo, rilasciava un ampio certificato col documento di cui presento il fac - simile. (Fig. 9) II testo è del seguente tenore:

  

Fig: 9 — Diploma a firma di Domenico Mocenigo

 

“Noi Domenico Mocenigo per la Ser.ma Rep.a di Venetia Capitano “Generale da Mar etc:.”

“Ha aggregato alla nobiltà di natali il valore dell’operationi il Sig. “Gio: Battista Valenti. Si portò alle occorrenze della campagna col Battaglione di Sua Beatitudine, e nei principij dell'attacco difficile della Canea “militando in qualità di Alfiere tra i pericoli ed i cimenti che ha portato “seco la grandezza dell'occasione fece a noi conoscere le conditioni del suo “spirito generoso. Entrate poi le malattie negl'ufficiali superiori delle truppe “medesime, ha dovuto assumere il comando di Capitanio, che sostenne con “esperienza e coraggio, segnalandosi distintamente nel respingere i Nemici “che erano calati ad opponersi alla ritirata delle armi Pubbliche dall’Impegno dubbioso della Piazza. Tali motivi ci hanno persuaso a rilasciargli “il presente testimonio della nostra stima, con cui laccompagnamo alle “considerazioni della Santa Sede per quegli effetti di gratia e di ricompensa “che sono dovuti a soggetto sì qualificato”.

“Dalla Capitana Generale - Acque di S. Teodoro 31 Agosto 1692”.

Loco * Sigilli                               Doni. Mocenigo - Gap. Gen.”

“Marin Marini seg.rio

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La flotta dei Cavalieri Gerosolimitani, o di Malta, era agli ordini del Generale di Sbarco Conte Giacomo Le Bertieu de Coulombière, che era anche Sopraintendente delle truppe pontificie. In tale sua qualifica volle anch'egli rilasciare a Gio: Battista Valenti un attestato di lode, di cui qui appresso riproduco il testo, perché anche qui si contengono notizie relative all’impresa.

“Noi Fr: Giacomo Le Bertieu Colombièr (sic) della Ven: Lingua d'Alvergnia e Generale di Sbarco per la Sacra Religione Gerosolimitana e Sopraintendente alle truppe Papaline etc:”.

“Per li servitij valorosi prestati dal Signor Gio. Battista Valenti Nobile di Trevi, Alfiere del Battaglione delle truppe di N. S. P. Innocenze XII nelle occorrenze del difficile attacco della Piazza di Canea nel Regno di Candia, fatta dalle armi della Ser.ma Rep.ca e dall'armi ausiliari, facciamo palese a tutti i suoi bravi portamenti in tutte le occasioni pericolose, che le sono (sic) presentate con l'inimico, particolarmente essendosi distintamente segnalato nel respingere i Turchi calati ad opponersi alla ritirata delle truppe dal dubbioso assedio della Piazza, in cui fece spiccare il suo valore a tal segno che poco mancò che non restasse preda delle sciable turchesche, havendo tanto nella suddetta occasione quanto nell'altre sostenuto il comando di Capitano, stante le malattie che erano entrate nei Capitani delle altre truppe, tali motivi ci hanno persuaso d'accompagnarlo con il presente Testimonio della nostra stima, et in fede di che gli habiamo fatto fare la presente dall'Auditore della Nostra Sacra Religione e sua squadra, sottoscritta di nostra mano e sigillata col nostro solito sigillo”.

“Dato dalla Galera Capitana nell'Isola San Theodoro nell'acque di La Canea li 30 Agosto 1692”.

(firmato) “Le Chevalier de Coulombière”. (Sigillo)

“Dr. Carlo Berici Auditore della Squadra della Sacra Religione d’ordine di Sua Eccellenza”(1)

L'Isola di S. Teodoro, nel golfo di La Canea, era stata occupata dagli alleati fino dalle prime operazioni dell’assedio.

L’attestato rilasciato dal comandante la flotta dei cavalieri Geresolimitani - a prescindere da quanto riguarda la persona encomiata - mi sembra abbia anche un valore storico non trascurabile. Basti notare che le parole che accennano

 

(1) archivio valenti - loco cit:.

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alla difficoltà dell’attacco della piazza forte di La Canea ed alle dubbiose sorti dell’esito dell’assedio si leggono tanto nell’attestato rilasciato al Valenti dal comandante della flotta veneziana, come da quello della flotta di Malta. Segno che ambedue quei valorosi condottieri sapevano fin dal principio di impegnarsi in impresa rischiosa e di dubbio risultato.

Se, con tutto ciò, vollero tentarla, ne possiamo dedurre che aveva ragione il Muratori, già citato, quando asseriva che i veneziani assalirono La Canea perché “desiderosi di una segnalata impresa”; senza tener conto delle difficoltà conosciute in antecedenza !

E’così che il diploma che oggi per la prima volta viene alla luce, esce dalla ristretta cerchia dei ricordi domestici, e diviene un documento storico di più, su quella eroica, ma sfortunata impresa dei Veneziani.

 

IV.

I VENEZIANI

PROFUGHI DI GUERRA A TREVI

Quella che ho narrata fin qui, è storia più o meno antica. Ma commetterei una grave omissione se non ricordassi che un più recente vincolo sentimentale unisce Trevi a Venezia; ed è il ricordo dei molti profughi che, durante la guerra della vittoria italiana, lasciarono la loro città, per sfuggire ai grandi pericoli del barbaro bombardamento dei velivoli austriaci e si rifugiarono a Trevi.

Ne ospitammo circa centocinquanta, che giunsero in più volte, dal 25 aprile ali’8 maggio 1918.

Al loro primo arrivare quei nostri poveri fratelli, così pavidi e trepidanti, sembravano uccellini scacciati dal nido. Erano tutte oneste famiglie di artigiani, con le loro donne, i loro bambini, i loro vecchi. Pochi e malaticci i giovani. Gli altri erano al fronte !

Devo dire, e senza vanterìa, che la popolazione nostra comprese tutta la delicatezza della situazione e fu presa da veramente fraterna simpatia per quei buoni e sventurati ospiti, che le autorità superiori avevano affidati alle nostre cure.

La cittadinanza abbracciò e accolse con tutta cordialità quelle innocenti e inconsapevoli vittime della guerra. E fu una gara ammirevole tra persone

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di ogni ceto nell’assistere quei profughi, ai quali si cercò di procurare la migliore sistemazione che le circostanze permettevano. Fu così che i veneziani a Trevi rapidamente si tranquillizzarono. Essi gradivano tutto ciò che si faceva per loro. Accettarono volentieri i diversi generi di occupazione che potevamo offrire, con lassistenza del Comitato di mobilitazione civile.

E i profughi, uomini e donne, mostrarono la migliore buona volontà e disposizione nell’adattarsi a tutto ciò che poteva rendere migliore la loro permanenza tra noi.

Nell’inverno 1918 - 19 avemmo nel nostro territorio montano un buon raccolto di olive. E molte delle veneziane che erano qui e che non avevano mai visto “l'albero di Minerva”, accorsero volenterose al nuovo genere di lavoro e lietamente si affratellarono con le nostre operaie nella raccolta delle olive, ed unirono le loro voci ai canti con i quali le nostre campagnole son use allietare il non gravoso lavoro, che così assume quasi il carattere di un lieto convegno.

* * *

E’con molta soddisfazione che posso rievocare questi episodi del tempo della grande guerra, perché in essi avemmo tutti una prova di quella fratellanza che unisce gli animi e i cuori italiani, quando s'inspirano ad un unico e santo ideale che — di quei tempi — era rappresentato dalla serena fiducia nella vittoria. E quando questa ci fu finalmente annunziata la sera del 4 novembre 1918, assistemmo commossi ad uno spettacolo indimenticabile di vera solidarietà italiana !

La notizia del trionfo delle nostre armi giunse specialmente consolatrice ai cuori dei nostri ospiti veneziani. Chi, in quei giorni, vide l'espressione dei loro volti, lespansione della loro gioia, può ben affermare di aver visto che cosa sia felicità !

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Col 16 dicembre 1918 ebbe inizio il ritorno dei profughi alla loro Venezia; ed in breve tempo furono restituiti alle loro case.

Non tutti, purtroppo ! In quattordici mesi di permanenza a Trevi ben cinque dei nostri ospiti vennero a morte, ed ora riposano nel nostro pittoresco camposanto. Ma essi — poveretti ! — avrebbero preferito dormire per sempre nella quiete della loro isola di S. Michele !

 

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