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 Teobaldo Capacci - Cesare Aureli - Vincenzo Fontana - Tommaso Valenti

Galileo e Milton

 

IN NOME DELLA CITTADINANZA TREVANA
IL COMMISSARIO PREFETTIZIO

TEOBALDO CAPACCI

ALL’ILLUSTRE SCULTORE

comm. CESARE AURELI

IL GIORNO DELLA CONSEGNA
DELLA SUA OPERA CELEBRATA

GALILEO E MILTON

OFFERTA AL CIVICO MUSEO
CON GENTILE MUNIFICENZA
D.

 

TREVI, XXVI SETTEMBRE MCMXX.

 


Nota:
Il testo in colore tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all'atto della trascrizione.
Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.
Le parole divise a fine pagina sono state trascritte per intero nella pagina in cui avevano inizio

 

 

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L’OPERA

 


«Questa elettissitna opera d'arte più oggi non si vede nella R. Accademia de’ Lincei ove fu lungamente esposta; lo scultore la tradusse in marmo e si ammira in Roma nel suo studio, dal quale giova sperare che presto emigri per essere pubblicamente ammirata, senza però che esca dai confini del nostro paese; ed anzi, possibilmente, non troppo discosto dal sito dove que’due grandi si incontrarono, sull'amena collina fiorentina d'Arcetri».

Sen. Ant. Favaro, Iconografia Galileiana.

 

 

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Il profondo mistero è rivelato!
Attorno all'Astro, fisso e incandescente,
con divina armonia, ruota il Creato
insegna e dice il gran Cieco veggente;
 

sulla fronte protesa è cesellato
il brivido del Genio Onnipossente....
alto il Poeta, attento e illuminato,
l'anima schiude al verbo del Sapiente,
 

e mentre Galileo dell’Universo
scruta l'arcano e verità ne attinge,
Milton medita e foggia il novo verso

 

del Paradiso Perduto: l’oblio
profugo l'Uomo per il mondo spinge,
ma. in ogni segno egli ritrova Iddio.

 VINCENZO FONTANA.

 

 

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Parole pronunziate durante la cerimonia della consegna
dal Commissario Prefettizio Sig. Teobaldo Capacci
.

 

Signore e Signori,

È toccato a me l'alto onore di ricevere in consegna il cospicuo dono che, auspice il Sig. Conte Tommaso Valenti, l'esimio scultore Comm. Cesare Aurelj fa a questa città, sua ambita residenza estiva.

Dell’Opera d’arte che anche ai profani apparisce eccellente e degna dello scalpello dell'Aurelj, dirà l'egregio Cav. Valenti.

Io., a nome della Cittadinanza, porgo all'Aureli i più vivi ringraziamenti per aver voluto arricchire il Civico Museo di questa sua opera preziosa.

L’anima del grande Vegliardo infelice che vide il mondo rotearsi e scrutò l'infinito, ravviva l'estro del gentile Poeta inglese e gl’ispira gli orrori degli abissi e le bellezze del Paradiso.

La Cittadinanza Trevana, di cui siete sempre Ospite prezioso e desiderato, a mio mezzo Vi ringrazia, Comm. Aurelj, e in questo Museo ove alla mente parlano le memorie di antichi tempi nelle lapidi scolpite, verranno gli amatori, gli artisti a contemplare la vostra bell'Opera, e il vostro nome risuonerà sempre anche quassù come già risuona ovunque ed è scritto negli annali dell’arte scultoria fra i migliori.

26 Settembre 1920

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Comm. CESARE AURELI

 

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Brevi parole per la consegna del mio gruppo " Galileo e Milton„
donato alla
città di Trevi.

 

 Onorevole Sig. Commissario,

Illustre R.° Ispettore Onorario dei Monumenti,

Cittadini carissimi,

 

Due delle vostre più insigni chiese, il Duomo e San Martino, già ebbero in dono due mie opere, che voleste sempre accogliere con tanto aggradi mento, aggradimento poi dimostratomi dalla intera città; questa amena città che ebbe il gran. pregio di essere, in aurei versi, così bene descritta dal sommo Leopardi. E mentre stava pensando di offrire anche alla vetusta vostra Residenza Comunale una mia opera, alcuni dei vostri più emeriti cittadini me ne mostrarono pure vivo desiderio. E quando l’illustre vostro Conte Tommaso Valenti, con la sua gentile signora, volle onorare della sua visita il mio studio in Roma, subito pensai presentargli i modelli di alcuni miei lavori, fra i quali egli avesse prescelto quello che avrebbe più gradito lui ed i suoi concittadini. Ed esso che già aveva potuto osservare il mio prediletto gruppo in marmo, Galileo e Milton, in granai proporzioni, col suo occhio esperto mirò ad una copia, ma in minore misura, da me eseguita in gesso, di quel gruppo, che ora, la Dio merce, è qui intatto
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e che avete voluto collocare così onoratamente, in una sala precedente a quella ove sono raccolti preziosissimi quadri originali della celebre Scuola umbra. Ed ora nello scoprire e nel consegnare alla rappresentanza della vostra città, all’egregio sig. Commissario e all’illustre Ispettore il modesto mio dono, mi permetterete che ve ne spieghi il concetto e ve ne tracci una brevissima storia, che vi farà maggiormente apprezzare,
se non la bellezza dell’opera, di cui certo io non posso esser giudice, l’alto ideale che la ispirò ...

Eccovi il mio dono, che tutti mi sembra abbiate accolto tanto benevolmente e mi stimo felicissimo, se oggi con una mia opera d’arte, avrò potuto portare fra voi una cara nota di comune e concorde approvazione.

Il mio gruppo rappresenta l’omaggio che un grande scienziato italiano ricevette da un grande poeta straniero — Galileo e Milton —

Sono così in esso riuniti come in un glorioso quadro sintetico la scienza e la poesia, il pensiero e l’arte.

Il vecchio e quasi cieco Galileo, confinatosi in una sua villa in Arcetri, amena collina nei pressi di Firenze, conoscendo che gli è al fianco un alto ingegno straniero, seduto nel suo seggiolone, curvo verso l’amata sfera che tiene sul ginocchio, con
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le pupille spente che girano vaghe dentro le occhiaie vuote, con mano tremante, pulsante nelle vene delle tempie, del collo e delle mani, disadorno, avvolto in un’ampia pelliccia, slacciato sul petto affannoso, si volge verso il giovine poeta, gl’indica con dito incerto
la sfera per provargli il roteare che fa la terra intorno al sole. In questo vecchio e nostro sommo sventurato scienziato, pur così di quasi cadente età, ho voluto conservare tutto lo slancio della espansiva nostra indole italiana.

Il giovine Milton, col volto. con gli occhi, la bocca serrata e la mano sinistra intenti, rispettosamente inclinato, con l’abbondante capigliatura, elegantemente vestito, netta sua taciturnità riflessiva rivela tutto il carattere nordico della aristocratica Inghilterra. Forse, come quasi lo attesta il Milton, nominando il nostro Galileo nel suo poema, dopo aver ascoltato, qual oracolo delta nuova scienza, la rivelazione del genio italiano, forse da quel giorno, sotto quella fronte che vedete così intensamente corrugata, dentro quel nobile ed ampio cranio, nel fervido estro cominciò ad agitarsi la poetica scintilla, che gli fece poi così potentemente descrivere il prodigioso viaggiare degli astri nello spazio infinito dei cieli, nel suo immortale poema dantesco — Il Paradiso Perduto
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Ed eccovi reso come meglio ho potuto il nobile concetto del mio gruppo, il quale appena saputosi in Roma cosí eseguito, fece divenire il mio studio come mèta di frequenti pellegrinaggi delle più elette intelligenze. E ministri, ambasciatori, senatori, deputati, letterati, artisti dei più distinti di ogni nazione, si recarono a vederlo empiendomi pagine intere delle loro firme e delle loro esclamazioni d'ammirazione da un Rodd Rennel ambasciatore d'Inghilterra, da, un Isidoro Del Lungo, da un Antonio Garbasso, da un Antonio Favàro, ad un Boselli, ad un Molmenti, ultimi l'on. Marangoni e il vostro Conte Valenti, che pose la sua firma immediatamente sotto quella di Alfredo Baccelli.

Che se questo dono che oggi dimostrate di aver tanto gradito, non è proprio l’originale, non possiede tutte le finezze e lo splendore del marmo, esso rimane sempre la stessa riproduzione del mio concetto, è sempre opera delle stesse mie mani. Dono che appena fu da me accennato all’egregio Commissario sig. Capacci, all'Ispettore onorario de’vostri monumenti sig. C.te Valenti, al sig. Cav. Vincenzo Fontana ed al rev. D. Aurelio Bonaca, me ne dimostrarono la somma loro riconoscenza anche a nome dell'intera Cittadinanza. E più ragioni poi mi spinsero ad offrirvelo; primi per la ospitalità sempre cortese che da tanti anni mi avete dato, il vivo aggradimento da voi addimostratomi
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verso le altre mie opere ed ancora perché in questa vostra Trevi ebbe i natali la mia sempre amata e compianta Consorte, che pur nelle sue lunghe sofferenze mi lasciò indelebile e santo ricordo delle virtú di cui può essere esempio una sposa trevana.

A farmi inoltre essere più gradita questa vostra tutta intima e quasi famigliare accoglienza, si aggiunge che proprio in questo giorno, si compie l'anno della perdita irreparabile della indimenticata consorte; accoglienza con la quale mi sembra che vogliate divagare il mio dolore e dire al `vedovo, solo e vecchio artista, «coraggio, coraggio!»

Con questi sentimenti che partono sinceri dal mio cuore, rimasto sempre giovane per amare, vi presento, vi offro, vi lascio, vi dono la mia opera, che se mi fruttò grandi amarezze e disinganni, mi dette pure grandi consolazioni, fra le quali questa che resterà indelebilmente scolpita nel più profondo dell’anima mia.

E voi tutti, o amati Trevani, ricchi o poveri, lavoratori dell’officina o dei campi di qualsiasi classe, serbatela, custoditela con affetto. E come oggi senza, distinzione di partito siete stati invitati; così quando tornerete ad ammirare questo lavoro, ricordatevi dei bell’istanti di concordia passati oggi dinanzi ad esso. Nella ammirazione dell'Arte che deve essere maestra di civiltà, e di questi grandi geni
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della umanità; sollevate i vostri spiriti, spegnete le vostre ire tanto funeste alla patria,
e nelle vie della giustizia e della pace torni lo scambievole e fecondo amore. Ripeto custoditela con affetto questa mia opera, perché anch’essa è frutto di lungo studio e grande amore, e per la quale anch’io indurii le mie mani e stillai copioso l’onorato sudore della fronte.

 

Trevi, 26 Settembre 1920.

  

CESARE AURELJ

 

 

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Parole pronunziate dall’Ispettore Onorario per í Monumenti e Scavi Sig. Conte Dott. Valenti Cav. Tommaso all'atto della consegna.

 

Signore e Signori,

Qualche tempo prima che io lasciassi l'ufficio di Sindaco di questo Comune, l'illustre Commendatore Cesare Aurelj ebbe la bontà di onorarmi di una sua visita, per farmi la proposta gentilissima e gradita di donare al Municipio di Trevi uno dei molti* lavori di scultura dall'Aurelj modellati ed eseguiti. Con ciò l’egregio Artista dava una nuova prova di amicizia e di affetto a questa nostra città, della quale da molti anni è ospite, tanto desiderato e venerato che noi tutti lo consideriamo come nostro concittadino.

 

* * *

Ma io desidero che sappiate quanto cordiale e signorile fu il modo col quale il dono mi venne offerto. Il Commendatore Aurelj, a differenza di ciò che altri avrebbe fatto, non volle riservata a lui stesso la scelta del dono, ma con una generosità, che onora lui, e con una fiducia di cui io mi sento onorato, volle che io stesso, tra i molti e pregevolissimi lavori che dello studio del Comm. Aurelj fanno un vero museo d'arte, scegliessi quello che più mi fosse sembrato gradito e pregevole.

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Voi comprendete, cari concittadini, quanto grave fosse la mia responsabilità. E più grande la sentii io stesso quando, poche settimane or sono, recatomi nello studio del Prof. Aurelj in Roma, mi trovai in mezzo alle magnifiche creazioni di questo Artista coscenzioso e sapiente.

E quando Egli, cordiale e amichevole, mi disse «Scelga lei!» mi venne spontanea la confidenziale risposta: «Io scelgo... tutto!»

Ma poiché dovevo pur decidermi, mi feci ardito finalmente di chiedere al Professore quest'opera che oggi qui ammirate.

Dite voi se la mia scelta poteva essere migliore! Da parte mia so di essere stato ben lieto quando lo stesso Comm. Aurelj riconobbe che avevo messo l'occhio e la mano sopra il prediletto dei suoi lavori.

 

* * *

Di questo  gruppo «Galileo e Milton» l’autore stesso vi ha spiegato l'origine. Egli vi ha detto quale fu il sentimento che lo ispirava, quando nella creta modellava e dal marmo traeva fuori le due gloriose immagini di questi grandi benemeriti dell’umanità. Non occorre, per ciò, che io vi aggiunga altro; poiché nessuno, meglio dell'artefice, può dell’opera sua dire la storia e illustrare il significato.

 

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A me basta ravvicinare, per quello che ebbero di comune nella scienza, nella vita e nella sventura, questi due genii.

Oltre che vivere negli stessi tempi, vollero tutti e due guardare al di là e al di sopra di questa terra. Galileo scrutò con la scienza e con gli istrumenti da lui ideati e costruiti il mondo degli astri, il cielo che ammiriamo 'nella. sua immensità, dove la mente si perde e vacilla.

Milton, dal cielo mistico, del “Paradiso perduto” dagli abissi, dagli angeli e dai demoni trasse l'ispirazione alla sua opera immortale.

Milton e Galileo soffrirono persecuzioni e carcere. Per ragioni politiche il primo; per cause religiose il secondo.

Giunti a vecchiaia l'uno e l'altro divennero ciechi. E la vecchiaia di Milton fu confortata dall'amorevoli cure della figliuola Debora; come a Galileo cieco ed afflitto, la sorella monaca Maria Celeste recava il conforto della pietà e della fede.

* * *

 

Vedete, dunque, miei amici, quanto ben ispirata era l'opera ammirabile che il Prof. Aurelj ci dona così generosamente. Ed io, anche come Ispettore dei monumenti nel nostro Comune, sono ben fortunato di esprimere all'illustre uomo, all'amico veneratissimo, tutta la gratitudine della città nostra.

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* * *

Ma permettetemi, infine, miei cari concittadini, di esprimere anche l'augurio che questa odierna festa all'arte valga a ravvivare in noi l'amore e l'ammirazione per tutto il patrimonio artistico, di cui. Trevi può essere orgogliosa.

Molte sono nella nostra città e nei dintorni le opere mirabili dell'arte dei nostri antichi. Impariamo ad apprezzarle, a conoscerle, ad ammirarle, a custodirle. E basta, per esempio, che voi vi guardiate at~ torno in questa stesse sala, dove sono raccolte, in, attesa di sistemazione definitiva, alcune iscrizioni e sculture che si riferiscono alla storia dell'antica Trevi.

Vi sarà gradito sapere, intanto che il provvisorio piedistallo su cui fu posato il lavoro dell'Aurelj è un cippo funerario, rinvenuto nel nostro territorio, presso S. Maria di Pietra Rossa, dove sorgeva l’antica Trevi.

L’iscrizione che leggiamo su questo monumento, già pubblicata da diversi archeologi, prima fu il Fabretti nel 1699, ci parla di un Lucio Succonio tra le altre cariche pubbliche ebbe quella di Scabillario, che era una qualifica di addetti ai pubblici spettacoli.

Quindi dobbiamo dedurre che l'antica Trevi possedesse un teatro, e forse più d’uno se si sta alle parole dello storico Svetonio il quale dice che l’imperatore

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Tiberio volendo restaurare una via coi denari lasciati ai Trevani (non si sa da chi) per un nuovo teatro, dovette abbandonare l’idea e lasciare il denaro per l'uso cui il testatore l'aveva destinato.

Da queste brevi notizie sorgerebbe spontanea in noi la curiosità di ricercare nel sottosuolo le altre memorie trevane che i secoli vi hanno sepolto. Poter rimettere in luce qualche cosa delle nostre glorie passate è anche il mio sogno da tanto tempo perseguito. E sarei ben lieto se potessi vederlo avverato!

Ma non voglio divagare più oltre. E, voi ottimo Commendatore Aurelj, perdonatemi la digressione mentre io spero che vi sarà gradito il sapere che col vostro dono, invidiato da molti, avrete anche data occasione ad un intellettuale risveglio artistico nella nostra Trevi.

E finisco queste mie poche parole invitando voi tutti a porgere col vostro applauso, il più cordiale rinnovato ringraziamento al munifico Comm. Aurelj, al quale facciamo i più fervidi auguri di prosperità e di trionfi artistici, ora come sempre!

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NOTA

Questo gruppo in gesso fu modellato nella sua età giovanile dal  prof. Aurelj con gravi sacrifizi; appena veduto dalla presidenza della Reale Accademia de’ Lincei di cui uno dei primi fondatori fu Galileo con Federico Cesi in Firenze, fu richiesto all'artista ed a tutte loro spese trasportato e splendidamente esposto nel salone d’ingresso della nuova sede in Roma al palazzo Corsini per la prima adunanza inaugurale.

Da S.M. Umberto I, presidente onorario, da ministri, ambasciatori, senatoria deputati, giornalisti fu entusiasticamente ammirato. Ma passati circa dieci anni, mentre il gruppo continuava colà, ornato di lauri e palme, a far bella mostra nelle tornate solenni, né Governo, né Accademia si dettero mai pensiero alcuno di rammentarsi dell’autore del gruppo, che pure aveva ripetutamente dimostrato il desiderio di tradurlo in marmo. E l'artista infine, non abituato a troppo inchinarsi, si decise riportarlo nel proprio studio ove rimase ancora per parecchio tempo. Ma migliorate appena le sue condizioni economiche, in questi ultimi anni, pur nella. sua avanzata età, ha voluto appagare il suo sogno e con giovanile fervore, con lungo e indefesso lavoro, perfezionandolo nei più minuti particolari, l’ha potuto eternare sul marmo.

Appena il ceto più intelligente della Capitale ne ebbe notizia, fu un accorrere nel suo studio, di uomini di eminente grado politico, di scienziati e d’artisti.

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Alcune cospicue somme non mancarono di essere offerte da stranieri, ma egli le rinunziò, desiderando che il suo lavoro prediletto rimanga in Italia.

Senatori, deputati, ricchi banchieri e professori insigni, specie di Firenze, lo richiesero anche con qualche insistenza per collocarlo in Arcetri, amena collina prossima a quella città, ove ebbe luogo la famosa visita e ove mori il vecchio Galileo. Si trattò anche dell'acquisto con alcuni di essi per una modestissima somma, più compenso di spese che del valore dell’opera. Ma quando poi pel lungo temporeggiare l’artista s’avvide della mira, del resto poco equa e niente decorosa, di volerlo possibilmente in dono, il quale dono sarebbe poi largamente rimunerato dal sommo onore che per la splendida e storica collocazione, ne sarebbe derivato all’opera e all’artista; a tale poco riguardoso adescamento, che non si peritò un alto personaggio esporre all'Aureli, questi dignitosamente rispose che sua determinazione era di tenerlo esposto nel proprio studio, divenuto ormai méta a pellegrinaggi dei più illustri ingegni, riserbandosi soltanto, prima di morire, farne dono a quella città o a quella istituzione che lo avrebbe meritato, che potrà apprezzarlo e pur degnamente collocarlo.

 

V.F.

 

 

 

 

 

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